martedì 25 dicembre 2012

una storia di Natale


Mi ha sempre affascinato la capacità di scrivere una storia su ordinazione, come la storia di Natale che pubblicano i quotidiani americani. Questa l'ho pubblicata sul numero di SUONO in edicola in dicembre. Purtroppo la mia storia è la conferma di ciò che già sapevo, cioè che scrivere racconti non è il mio campo. Ma è solo per gioco.

...da qualche parte in un sobborgo di NYC Charlie rientrando a casa trova nella cassetta una lettera con il suo indirizzo scritto a mano. Viene da Minneapolis, e la calligrafia è di qualcuno che forse avrebbe preferito non dover ricordare. Si infila la busta nella tasca, la aprirà più tardi, dopo aver pranzato solo, sulla poltrona sgangherata di fonte alla televisione spenta, con un bicchiere di Jack Daniels allungato nel bicchiere. Charlie si infila gli occhiali: “Ciao Charlie. Volevo dirti che sono incinta, e che adesso vivo proprio sulla nona strada, sopra quel negozio di libri polveroso fuori da Euclid Avenue. Sai, non mi faccio più e non bevo più nemmeno whiskey, ho un uomo che suona, il trombone, e ha un lavoro alle ferrovie. Mi ama anche se quello che aspetto non è suo figlio, ma dice che lo vuole crescere come fosse il suo. Mi ha dato un’anello, era di sua madre, e ogni sabato sera mi porta fuori, a ballare…” Dalla finestra di fronte arriva il solito frastuono di quella giovane coppia di irlandesi che tanto per cambiare litiga. Lui è piccolo e sdentato, si da un sacco d’arie e veste una giacca consumata... 

continua a leggere la storia sul Blue Bottazzi BEAT.

sabato 24 novembre 2012

Autori indipendenti



Il grande nulla, dopo cinema, tv e dischi, è giunto alle librerie. In libreria non si vendono più libri, a meno di essere votati all’estinzione come il dodo. In libreria si vendono oggetti di moda fatti di carta, una sorta di souvenir adatti soprattutto ai piccoli regali, oggetti non destinati alla lettura (almeno non oltre il primo capitolo) ma all’arredamento di tavolini e librerie, dai titoli che evocano sfumature di grigio, cucina cool per l’happy hour, dolcetti di cioccolato, architettura nel mondo, biografie VIP, 50 anni di Rolling Stones, le frivolezze del rock. La letteratura non esiste più e dunque non serve distribuirla. I libri in generale non vengono più scritti da un autore, ma da una redazione, un pool di ghost writers dopo un braistorming con il commercialista, e si lanciano sul mercato come oggetti di moda tramite il giusto salotto televisivo, per essere divorati il giorno successivo e infine digeriti, seppelliti e dimenticati.
Se la libreria è ormai per lo shopping, chi legge deve rivolgersi piuttosto all’acquisto per posta (su Amazon) o in elettronico (su kindle e apple store). In teoria nel formato e-book trovi tutto e sempre, anche di notte insonne nel tuo letto. In pratica invece almeno dalle nostre parti le case editrici non sono ancora convinte del mezzo virtuale, che bypassa la distribuzione controllata. Anche perché a guardarci bene per un libro venduto in digitale, la casa editrice a cosa serve? Senza doversi far carico della stampa su carta e della distribuzione, rappresenterebbe poco più di un pappone che in cambio di un piccolo anticipo all’autore affamato si tiene tutto il resto, compresi i diritti.
Scrivere un libro oggi è impresa dalle scarse prospettive, se non si conosce la persona giusta nell’ufficio giusto della casa editrice giusta. Senza la “conoscenza” non c’è più neanche la speranza di farsi leggere il manoscritto, figurarsi di vederselo stampare. Ma anche a libro stampato manca ancora tutto il percorso della distribuzione fino ai banchi della libreria e magari le vetrine: il distributore difficilmente si fa carico di acquistare una quintalata di pagine di uno sconosciuto da portare alle migliaia di librerie dello stivale. Preferisce lavorare sui titoli sicuri, quelli che vengono presentati da Fazio, e per il resto limitarsi agli ordini. Ma chi potrebbe ordinare un libro di cui non conosce nemmeno l’esistenza e perciò condannato all’oblio sin dalla nascita?
La distribuzione digitale permette di bypassare a basso costo questi ostacoli: pubblicare su kindle e su iPad è possibile, sia pure con qualche contorsione tecnica, ed un libro elettronico su amazon o su apple store non va esaurito e non deve essere trasportato. La promozione è lasciata alla creatività ed alla abilità dell’autore (e dell’editore elettronico), alla sua capacità di farsi notare su canali alternativi come il web, FaceBook, YouTube, i blog ed il passa-parola. Un vero percorso underground di contro-cultura, percorribile non per raccomandazioni ma per contenuti. Se si ha un messaggio, si troveranno le orecchie che lo ascoltino.
Certo per un autore avere in mano un proprio libro profumato della stampa della casa editrice importante è gratificante per l’ego. Ma le frustrazioni iniziano subito dopo averlo infilato in libreria ed aver regalato ai parenti e agli amici intimi le dieci copie messe a disposizione dall’editore. Il guadagno difficilmente va molto oltre l’anticipo e magari un primo assegno. Anzi, senza i bollini SIAE che certificano le copie vendute non ci va mai. Dopo un paio di mesi scompare dalle librerie, per non tornarci neanche quando ne trarrebbe giovamento, per esempio in occasione della recensione su un quotidiano, o per il tour del gruppo di cui nel nostro libro si parla. Un caro amico ha avuto un libro sugli Stones stampato da un grosso editore, e un paio d’anni fa per Natale era nelle vetrine della catena dei negozi di quel marchio. Ma già quest’anno in cui gli scaffali si sono riempiti di libri per i 50 anni della band di Jagger e Richard, il suo libro non c’era. Non è stato ristampato e lui non può farci niente, perché i diritti non sono nelle sue mani.
Io ho avuto stampati tre libri a cavallo del ’90, tre titoli di informatica per due prestigiose case editrici, oggi entrambe scomparse (e almeno della seconda, che mi ha pagato pochissimo, non sento affatto la mancanza). Poi, in epoca web, scrivo portando avanti da più di una decade una quantità di blog. Di recente ho acquistato un MacBook Air, ho caricato un programma adatto alla scrittura creativa e ho messo nero su bianco il titolo di quattro libri - ed almeno di tre non sono lontano dalla fine. Eleonora ha pubblicato negli anni duemila ben otto libri, molti dei quali sono già fuori catalogo. Ha già pronti nuovi titoli molto promettenti: un romanzo divertente sulle esperienze (le disavventure?) di tre ragazze italiane a Londra, un libro sulle donne del rock e un diario sulla propria esperienza (di certo fuori dal comune) nel mondo del rock. Siccome ha una forte creatività li ha anche battezzati con tre titoli che da soli sono garanzia di successo. Sebbene trovare un editore tradizionale sarebbe gratificante, stiamo immaginando di tentare una via più originale: farci da editori da soli, facendoci carico di tutta la parte relativa alla distribuzione, che non sarà certamente una passeggiata ma che ci vedrà assai più motivati di quanto lo possono essere degli estranei. Stiamo immaginando una casa editrice indipendente, una casa di autori. Una distribuzione in e-book attraverso tutti i canali di una certa presenza, come kindle, iPad e si valuterà quali altri. E anche una distribuzione cartacea  in un numero limitato attraverso canali di acquisto per posta (sto pensando naturalmente ad Amazon.it): oggi esistono stamperie on demand che non obbligano a ordinare diecimila copie da stipare in cantina, ma anche solo cento alla volta, per rispondere alle necessità momento per momento. La promozione avverrà totalmente via web, sfruttando FaceBook e la rete dei blog e delle riviste digitali dei tanti creativi che popolano la rete, un passa-parola di utenti di prim’ordine. Va da sé che il pubblico non è quello della TV della domenica pomeriggio, ma non è effettivamente a quelle persone che si rivolgono le nostre pagine, quanto piuttosto a quella generazione a cui manca la “contro-cultura” di una volta. Per esempio i born in the fifties, sixties e seventies che acquistano i dischi. Chi lo sa, da un successo “locale” magari si potrà trattare anche con qualche catena per una distribuzione più vasta: chissà se a Feltrinelli interesserebbe distribuire le nostre edizioni? Personalmente vedo più in la, perché la nostra mission non è di far soldi  vendendo saponette, ma stampare quei libri che noi stessi avremmo voglia di leggere. E allora quanti autori underground conosciamo a cui proporre questa via di distribuzione una volta rodata e oliata? Penso a Zambellini, a Vites e a tanti altri.
Gli ostacoli non mancheranno. Per esempio ci servirà almeno un grafico e un informatico, perché stranamente la strada per pubblicare un e-book è cosparsa di pietre (penso al magnifico Aldus PageMaker con cui era così semplice lavorare nei primi anni del desktop publishing, e mi domando perché non stia comparendo nulla di simile per agevolare questa nuova rivoluzione). Poi penso alla burocrazia fiscale nazionale: partite iva, commercialisti, dichiarazioni dei redditi, soldi che escono quando ancora non ne sono entrati - mentre i contributi se li pappano i truffatori legati ai partiti politici. Ma alla fine: you cannot win if you do not play! Se Woz e Jobs sono partiti finanziandosi con la vendita di una calcolatrice tascabile Hewlett Packard usata, beh, questa volta dobbiamo provarci anche noi…
È tutto? Non ancora, perché mettere limiti alla creatività? Si sa che le riviste sono in crisi e che vivono solo di contributi statali. Ma dove sono le riviste che a me piacerebbe leggere? Dove sono i Gong, i Muzak, le riviste della mia “cultura” che io non trovo, quelle che non parlano dei tre tenori o che non si riferiscono a Patti Smith chiamandola: “la poetessa del rock”? Magari un bel pool di quegli scrittori di Milano, di Torino, di Roma, di Palermo potrebbero essere interessati a provarci. E qualcuno potrebbe anche aver voglia di leggere una rivista, magari tutta elettronica, scritta con in mente il lettore e non i pubblcitari… Che dite, siete con noi? Siete con… (no, il nome della “casa editrice che non c’è” non posso svelarlo ancora…)

di Blue Bottazzi

domenica 11 novembre 2012

San Martino



La nebbia agli irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;

Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de’ tini
Va l’aspro odor de i vini
L’anime a rallegrar.

Gira su’ ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l’uscio a rimirar

Tra le rossastre nubi
Stormi d’uccelli neri,
Com’ esuli pensieri,
Nel vespero migrar.

(Giosuè Carducci)

Mia nonna abitava sulla pianura del Po, con tutta la famiglia Bottazzi. Con il nonno, di cui porto il nome, e lo zio, Giuseppe Bottazzi, non per caso omonimo del Peppone di Guareschi. Per mia nonna la parola sanmartino era sinonimo di trasloco. Perché in campagna, all’epoca della mezzadria, il contadino (che lei chiamava fittavolo) che lavorava la terra ma non la possedeva, poteva spostarsi da un podere all’altro solo aver concluso il ciclo naturale dell’anno, cioè dopo che ciò che era stato seminato l’anno precedente era stato raccolto ed utilizzato. Per molti versi il giorno di San Martino era il primo (o l’ultimo) giorno dell’anno solare. Un esempio di trasloco di San Martino è nel toccante film L’Albero degli Zoccoli dei fratelli Olmi, che si svolge per l’appunto nell’arco di un anno da un San Martino a quello successivo. Però il ricordo più vivo che ho di questa data risale alla mia infanzia, quando a noi bambini veniva somministrato un racconto che ha sempre provocato il mio stupore, se non un po’ della mia ingenua infantile indignazione. La storia che veniva raccontata a scuola o in chiesa, fino a che l’ho frequentata, era più o meno questa. C’era questo soldato romano, di nome Martino (nomen omen), che a cavallo incrocia un poveretto semiignudo che sta morendo nel freddo novembrino. A volte in alternativa Martino era un nobile, a volte già un santo, o almeno tale io dovevo figurarmelo dal momento che suppongo venisse presentato dal narratore proprio come “San” Martino. Comunque fosse, un notabile, un happy-few, un raccomandato, uno che piaceva alla dirigenza. Questo Martino vede il povero mezzo nudo (non tutto nudo che sarebbe stato sconveniente), si commuove, si cava di dosso il proprio mantello (che io a questo punto immaginavo un caldo ermellino) e con un preciso gesto di spada lo taglia in due. Metà lo consegna al povero perché si copra, metà lo tiene per sé perché comunque freddo fa freddo. Finisse qui, sarebbe un bel racconto, educativo, formativo, istruttivo. Ma qui avviene il fattaccio, uno dei tanti che avrebbe contribuito a far franare un giorno la mia fiducia nella costruzione. La povertà, il freddo, la sofferenza ci sta tutto, fa parte del modo in cui il mondo funziona. Il passo falso è questo: Dio, che è ovunque, ha visto il bel gesto di Martino, se ne commuove e lascia spuntare il sole a riscaldare un po’ la terra ed i suoi sofferenti abitanti. Non solo, a imperituro ricordo di quel gesto, da allora ogni anno all’inizio del mese di Novembre ci sarebbe stato un giorno di caldo, di sole, dalla gente chiamato l’estate di San Martino. Fine del racconto edificante, la morale è che la bontà paga e c’è un tornaconto nell’essere generoso. Ma a me i conti non tornavano neanche un po’: ma come, Dio non è neutrale, può intervenire per sedare la sofferenza e fare del bene. Ma se è così perché non ha allora fatto sbucare il sole prima dell’arrivo di Martino, per riscaldare l’ignudo e far cessare la sua pena? E già allora che c’è, perché io pensavo in grande, se è nelle sue possibilità, perché mai donare al mondo un’inverno gelido (o una canicola) quando potrebbe realizzare un’eterna primavera? La riposta l’intuivo: perché il povero non contava nulla, ma Martino era uno dei suoi, un raccomandato, un notabile, uno per cui creare regole ad-personam, uno che non gli piaceva veder soffrire.

Caino uccise Abele, Seth non sapeva perché
se i figli di Israele dovevano moltiplicarsi
perché uno dei bambini doveva morire?
Così lo chiese al Signore
e il Signore gli rispose:

"L'uomo che non significa niente per me  
meno dell’ultimo fiore di cactus
o dell’umile albero di yucca
Mi cercate nel deserto
perché pensate che io abiti li
è per questo che amo l’Umanità… 

”Signore, la peste è nel mondo
Signore, nessun uomo è libero
i templi che abbiamo costruito per Voi
sono crollati nel mare
Signore, se non vi prendete cura di noi
non potreste per favore almeno lasciarci vivere? "

E il Signore disse:

"Ho bruciato io le vostre città - quanto siete ciechi
vi ho preso i figli e voi dite quanto siamo fortunati
dovete essere del tutto pazzi per riporre la vostra fiducia in me
ecco perché amo l'Umanità
avete davvero bisogno di me
ecco perché amo l'Umanità "

(Randy Newman)

Detto questo, buon San Martino a tutti e vivano l'estate di San Martino, le nostre tradizioni ed il nostro lunario, come lo chiamava la nonna.

Bag & Blue


Quello fu un inverno molto… letterario. Ricordo di me e Eleonora nella nostra casetta a Woodstock, Valtrebbia, mentre fuori le foglie degli alberi ingiallivano, cadevano, e infine tutto veniva ricoperto di neve, seduti fianco a fianco battere parole su parole sulle nostre tastiere. Avevamo Mac, Air, iPad più o meno dappertutto e portavamo avanti due o tre progetti alla volta. Seduti al mattino nella sala da pranzo, che avevamo arredato con mobili provenzali alla buona, oppure alla sera nel sottotetto che chiamavamo la redazione e che pareva un ufficio della New York di Chandler. Dappertutto c'era cornici con fotografie di noi in moto, e soprattutto dappertutto c'erano libri e scatole di dischi con appiccicate delle etichette come "Dylan" o "Groove". C'era sempre un disco a girare sullo stereo, e quando finiva uno di noi si alzava per cambiarlo. Di solito c'era un metodo: per esempio se suonava Blood On The Tracks, potevi giurare che il disco successivo sarebbe stato Desire, e poi Street Legal. Lo stesso con gli Stones o i Beatles, o Charles Mingus o Miles Davis. Solo Who e Costello (che pure mi piacevano parecchio) stavo attento a metterli solamente quando ero a casa solo, perché vederla cantare le loro canzoni mi rendeva geloso. Eleonora conosce a memoria i testi di ogni canzone di Dylan, dei Beatles e degli Who. E immagino anche degli Stones. Gli Stones hanno su di lei un potere afrodisiaco. La vita ha un potere afrodisiaco su di lei, ma i dischi degli Stones le davano proprio urgenza di fare l'amore. Scrivevamo, cucinavamo, mangiavamo e facevamo l'amore. Spesso, a lungo e con furore. E poi si ricominciava. Quando parlavamo di musica eravamo complementari: io parlavo delle canzoni, lei delle persone. Non c'era musicista che non avesse, direttamente o indirettamente, conosciuto, intervistato, con cui non avesse fatto colazione o magari persino flirtato. Cercavo di evitare la gelosia di quest'ultimo pensiero evitandoli nella programmazione discografica, ma con qualche mostro sacro era pressoché impossibile. In ogni caso facevo del mio meglio per non darlo a vedere, mantenendo il mio comportamento superiore, egocentrico ed arrogante alla Hemingway di Woody Allen; al massimo lasciavo cadere con indifferenza qualche giudizio critico al vetriolo, che lei non si curava di raccogliere. Non ero così bravo a nascondere, evidentemente. Mentre fuori tirava un vento gelido dentro c'era sempre qualche buon profumo, di lesso, di arrosto, di cotechino o di torta. Lei cucinava con perizia, io con creatività. Non girava alcol perché Eleonora per qualche motivo era totalmente astemia. Fra tutto quello che riuscii a farle conoscere non ci fu mai il piacere per un sauvignon prezioso, uno champagne di personalità, un fresco rosé, un profumato rosso invecchiato oppure giovane e vivace. Non beveva neppure birra: fingeva, portava il bicchiere alle labbra ma non ne lasciava scendere neanche una goccia. Io ho imparato nella Francia del sud ad amare il Pastis, sopratutto come aperitivo, di cui verso una o due dita in fondo ad un bicchiere che poi allungo con acqua fresca, e che sorseggio rilassandomi o cucinando o spilluzzicando pezzi di grana o fette di salame. Comunque meglio così: bevevo meno anch'io. Allora si scriveva entrambi per la stessa testata, una rivista di stereo che si era riciclata al rock da che era arrivato il nuovo direttore, quel Max Stèfani che aveva incrociato il passato di entrambi e che era in un certo senso stato fra gli inventori del giornalismo musicale nel nostro paese. È anche un ottimo scrittore lui stesso, dalla scrittura onesta e diretta, ma era troppo pigro per farlo abbastanza spesso. Comunque da quella rivista si guadagnava poco o niente, ed entrambi avevamo i nostri lavori. Lei giornalista della cultura su un quotidiano, aveva già pubblicato un bel po' di libri, alcuni dei quali avevano anche venduto bene ma i cui guadagni si limitavano sempre agli anticipi e a qualche assegno spedito in ritardo. Il nostro progetto era una casa editrice indipendente nostra, e stavamo scrivendo i libri da pubblicare. Io avevo scritto i quattro titoli di quelli che dovevo realizzare, e ne aggiornavo un paio alla volta, anche se le recensioni per la rivista di Stèfani mi portavano via abbastanza del tempo disponibile. Uno era un libro di storie del rock che mi portavo dietro da sempre (dallo stesso sempre da cui scrivo di rock, cioè fino da ragazzino) e anche se come la tela di Penelope non terminava mai, migliorava di molto di giorno in giorno. Avevo sempre avuto la capacità di assorbire dall'ambiente esterno e da tutto ciò che leggevo, e se la scrittura di autori come George Simenon mi avevano gettato nello sconforto della consapevolezza di non essere all'altezza, altri culturalmente più vicini come Nick Kent o Lester Bangs mi avevano aperto molte porte nella mente. Il genio di famiglia era però Eleonora. Lei è un vero animale da show-biz. È il tipo che, nonostante l'aspetto da vip britannica, da mod o da rocker a seconda della mise, tiene un basso profilo. Come certi musicisti che vedi traballare dietro il palco e poi salire e trasformarsi in superstar, lei può sembrarti tranquilla, incerta, persino imbarazzata o intimidita, e poi parte a dirigere il proprio programma alla TV o una presentazione o un'intervista, ed improvvisamente si muta in tigre: decisa, fantasiosa, aggressiva, dirige ogni evento da gran direttore d'orchestra, senza risparmiarsi attacchi e polemiche con la rincorsa di un rinoceronte. La stessa cosa con la scrittura. Davanti ad una tastiera non perde neanche un attimo a riflettere. Inizia immediatamente a scrivere e va avanti ininterrottamente fino a che dichiara: finito! Tu leggi e basisci, per la precisione e la forza delle sue parole. Il mio obiettivo fin dall'inizio era di diventare il suo editore. Anche lei stava scrivendo almeno quattro titoli. Uno di traduzioni di un autore inglese piuttosto depresso, un romanzo leggero e divertente su una ragazza italiana a Londra, una storia romanzata delle donne del rock (Eleonora è tanto femminile quanto femminista) ed una revisione di quella sua biografia che aveva intitolato Magic Bus. La prima edizione era stato il suo primo libro ed era definitivamente troppo edulcorata e censurata e così andava rivista con più coraggio e sfrontatezza. Lei aveva anche un talento per i titoli, ed i suoi libri avevano titoli che li avresti acquistati anche se le pagine fossero state bianche.
Quell'inverno con pochi soldi e tanta passione nella romantica e calda casetta a Woodstock, Val Trebbia, fu il nostro bozzolo.

(Blue Bottazzi 2020 - biografia) ;-)

martedì 30 ottobre 2012

Portovenere


Era il 7 gennaio 2011, il giorno dopo l’epifania. Lo so perché c’è scritto di fianco alle fotografie che avevo postato allora su FaceBook. Una mattinata nuvolosa di pioggia sottile e ghiacciata, e io accompagnavo mia figlia a casa di sua madre, dopo aver speso con lei la prima settimana dell’anno. Per l'ennesima volta il sottile dolore del distacco e poi mi ero ritrovato di nuovo solo, in auto, mentre il parabrezza si confondeva di microscopiche gocce di pioggia fra un colpo e l'altro del tergicristalli. Non ero per niente sicuro di aver voglia di tornare in campagna a casa mia, nella Big Pink a Woodstock, Val Trebbia, una casa calda e accogliente ma vuota, ancora di più con fuori il gelo e la pioggia. Non era li che volevo tornare e così, senza neanche deciderlo, mi trovavo a puntare il volante sulla strada verso un confine più lontano: l’autostrada che valica l’Appennino, verso Genova, dove la temperatura non ti impedisce in nessun momento dell’anno di passeggiare. Non ricordo i dettagli, immagino di essere uscito a Genova e di aver imboccato quella suggestiva sopraelevata dove le auto e le moto ti sorpassano nervose da destra e da sinistra come in un grand prix, di aver fiancheggiato il matitone e il porto vecchio per dirigermi poi verso strade tanto suggestive quanto anguste, dai nomi di Nervi, Bogliasco, Recco… Senz’altro ho percorso il levante fino a Sestri, ho parcheggiato l’auto sul lungomare di fronte al Pescatore e sotto una pioggia sottile ma non più fredda ho passeggiato fino alla Baia del Silenzio. Ho camminato con le scarpe dalle suole di gomma sulla sabbia scura e compatta di quella spiaggia così bella da toccarti l’anima, sono salito da solo verso il convento, da cui c’è una visione d’insieme della deliziosa baia, con poche barche di pescatori e le finestre delle case perlopiù chiuse.
Il sole non avrebbe potuto toccarmi l’anima più di quella pioggia, che invece di dar fastidio era come il tocco gentile di un cielo che mi capiva, empatico, un cielo coerente, un cielo che mi faceva sentire affamato, pieno d’amore per la vita e di amore da dare e da ricevere. Ho passeggiato a lungo sotto la pioggia prima di risalire in auto, cercare l’autostrada e raggiungere La Spezia, una città assolutamente di mare che si sviluppa attorno al suo porto militare, da cui è ripagata da una lunga muraglia che le nasconde la vista della costa. Spezia, come la chiamano i suoi abitanti, per chi l’attraversa senza neppure fermarsi è come un’isola felice, uno scalo verso posti dell’immaginazione come le 5 Terre, Portovenere, oppure Livorno e la Versilia Toscana e le Apuane. Io quel pomeriggio, che ormai imbruniva perché all’inizio di gennaio il sole non dura (e quel giorno meno che mai, nascosto dalle nuvole) seguii tutto quanto il lungo mare, girai a destra in fondo al viale lungo il porto militare e poi a sinistra al semaforo seguendo il lungo periplo della muraglia per tutta la sua estensione fino a dove la città finisce ed un bivio preso verso il basso ti porta su una strada che arriva solo a Portovenere e li si ferma.
Portovenere non è un semplice suggestivo paesino di mare. È un’esperienza onirica, e quando non ci sono troppi turisti nella passeggiata verso la cattedrale sullo scoglio, anche un po’ mistica. È un paese che sfida la verosimiglianza della geometria e della fisica, un posto come lo puoi vivere in sogno, con quell’isola che incombe così vicina che ti sembra di toccarla eppure irraggiungibile se non in barca. Con la fila serrata di case altissime da vertigine che guardano il mare che sembrano le ombre dipinte di una parete dolomitica. Una lunga scalinata nascosta che appare all’improvviso un po’ misteriosa senza indicazioni, e se l’arrampichi ti porta nel cuore del paese, che a sua volta è una strada che esce dalle case, sfiora le vertigini della grotta di Lord Byron e prosegue per la punta, uno scoglio circondato da tutti i lati da un mare sconfinato, su cui sorge dalla roccia una cattedrale gotica attorno alla quale ancora si arrampica una scaletta viscida che porta a quello che ti pare la cima al mondo (a meno che tu non ti arrampichi verso il castello dall’aspetto moresco, così in alto sulle rocce che da lì quella che ti pareva la cima del mare è invece una scoglio laggiù, ma lì non ci arrivano o quasi turisti). Sul fianco di una barca da pescatori una mano ha dipinto la scritta: “Signore, un mare così grande, una barca così piccola”.
Essere del tutto solo, nel buio della notte di inizio d’anno, sulla piattaforma viscida della terrazza della cattedrale, circondato solo da un mare che più che lasciarsi vedere senti e avverti, senza nessuno a casa ad aspettarti, ti da l’impressione di essere molto lontano dal mondo e (in quel silenzio) molto vicino a te stesso, tanto che è difficile risolverti a interrompere quel momento così unico e tornare, fradicio di acqua salmastra, verso le luci per quanto fioche del paese degli uomini. Quella sera entravo così in una taverna, piccola ma piena di tavoli di legno e di bottiglie, uno di quei ristoranti di cucina ligure, che non è di pesce nobile (che pure cucinano meglio di qualunque altro posto al mondo) ma di acciuge e di pesto. Nel locale non c’erano che la cameriera, molto giovane ma dalla grinta piratesca, e la musica di De André, canzoni che lei accompagnava sottovoce e che mi veniva da pensare avevo ascoltato prima che lei nascesse. Un bicchiere di pigato per scaldarmi, poi uno di vermentino per viziarmi ed un piatto di spaghetti olio e acciughe - che mi sembrarono buonissimi, mentre De André cantava Dolcenera e adesso lo accompagnavo anch’io senza vergognarmi della mia voce stonata. Una giornata inaspettatamente stregata, che dimostra come può esserci bellezza anche nella solitudine, ma che pure non vedevo l’ora di potere prima o poi condividere di nuovo con qualcuno. Qualcuna che avevo sempre saputo esistere in qualche posto, ignaro io del suo nome e lei del mio, ma la cui esistenza in quel giorno pure fra milioni di donne mi sembrava così improbabile. Qualcuna che invece esisteva davvero, che anche mi cercava con la mia stessa difficoltà perché anche lei non conosceva il mio nome, e che avrei incrociato ed avrei riconosciuto di lì a più di un anno. (Ma quanto conta il tempo?)
È con lei che ieri, in una giornata non più di pioggia ma di sole e di cielo dai colori di una bellezza irreale, sono tornato sugli stessi passi. Dalla spiaggia scura della baia del silenzio, questa volta calda nel tepore del sole di fine ottobre, dove ad un tavolino all’aperto abbiamo gustato quel vermentino che è così assolutamente delizioso solo quando lo bevi in una brocchetta da mezzo o da quarto di litro ad accompagnare qualche oliva, qualche pezzo di focaccia ed uno spaghetto allo scoglio. E poi rigorosamente Spezia, il muro del porto e su e giù fino a Portofino. In un passeggiare abbracciati che profuma di felicità.

 



martedì 23 ottobre 2012

THX 1138



C’era una volta il telefono fisso. Ok, prima ancora non c’era neppure quello, c’era il "posto telefonico pubblico", e prima di Bell / Meucci il telefono non c’era affatto. Ma insomma, ai tempi di chi scrive e di chi legge c’era il telefono fisso, quello che ti chiamavano e chiedevano a tua madre “è in casa?” e se non c’eri lasciavano detto. Al rientro se qualcuno se ne ricordava ti avvisava. In Memphis Tennessee lo zio di Chuck Berry gli lascia un appunto pro-memoria di una chiamata sul muro di fianco al telefono.
Quando poi siamo andati a vivere da soli abbiamo acquistato una segreteria telefonica con la cassetta a nastro magnetico (la mia era nera lucida di marca Pioneer), che quando rientravi un numero sul display lampeggiante riportava il numero di chiamate ricevute, che magari c’era scritto 13, tu le ascoltavi facendole scorrere velocemente, e neanche una era quella che aspettavi.
Poi sono arrivati i telefoni cellulari, il Motorola MicroTac, il web fino ai giorni nostri...

Mi è capitato ciclicamente di leggere su qualche blog di “esperimenti” del tipo “vivere una settimana senza computer”, “vivere una settimana senza web”, “vivere una settimana senza e-mail”. Ma siccome il tempo corre veloce, la rete è rapidamente uscita dai confini del computer per legarsi tutta attorno a noi per tenerci sempre collegati ovunque e in ogni momento - per esempio tramite iPhone o Android.
La frustrazione legata ad un giorno di leggero malfunzionamento della rete (sensibilmente più lenta del normale) mi ha portato così a domandarmi: come sarebbe vivere 24 ore senza web? La risposta al lordo dell’esperimento è ovviamente che sarebbe vivere male.
Ma quanto male - preciso - senza cellulare, posta elettronica, world wide web, facebook, message?
Di più: sarebbe anche semplicemente tecnicamente possibile provarci? Per esempio, come potrei farlo in un giorno di lavoro, visto che con un computer collegato ed un telefono ci lavoro?
In un giorno del week-end l’esperimento sarebbe ugualmente valido? E davvero potrei permettermi anche di sabato di non ricevere (e rispondere a) telefonate e messaggi rischiare l’intervento della forza pubblica? Quanto meno dovrei preventivamente inviare una dozzina di messaggi e piazzare un avviso in bella evidenza su FaceBook...

Mi pare così di essere diventato il personaggio di uno di quei film di fantascienza ambientati in società distopiche che vivono nel sottosuolo, che quando in fuga o per errore emergono in superficie, sono terrorizzati dal cielo.
(Con tutto che sono andato a vivere in campagna e senza TV, ma naturalmente con un collegamento internet…)

martedì 11 settembre 2012

the Jazz Café


C’è questo locale, il Jazz Café. Ha un aspetto minimale, essenziale, con pavimenti in parquet chiaro, pareti beige con appese copertine di dischi incorniciati ed una libreria su un lato ed una vetrata su un altro, lungo la cui parte bassa scorre una tendina che nasconde da fuori la vista dei tavolini e delle sedie moderne. È aperto dal mattino, quando alla musica hot di Louis Armstrong servono caffè lungo e cappuccino, krafen zuccherati, donuts, fette di torta (al limone, al cioccolato, cheese cake, con la meringa). Persino toast imburrati con marmellata di arance. Nella mattinata la musica diventa quella di Duke Ellington ed i tavolini si riempiono di dormiglioni che fanno colazione tardi, e di persone che si attardano sorseggiando un caffè mentre aggiornano FaceBook o leggono un libro (chi se la tira ostenta un kindle) o ancora ne scrivono uno su un portatile, un iPad o magari una poesia a penna su un moleskine. A pranzo servono piatti leggeri e gustosi a base di pollo, riso, carne e verdure, tartare, tonno alla griglia. Nel pomeriggio si beve qualche tea e la musica è cool-jazz che sotto sera, quando si riempie e cominciano a servire calici di vino rosso o pastis con tramezzini con pomodoro, formaggio e insalata, diventa più vivace be-bop. Dopo l’aperitivo è la volta del ristorante, con la cucina di verdure, piatti etnici e delizie a base di merluzzo o magari, in stagione, zuppa di castagne. Nella lunga serata qualche volta c’è musica dal vivo, oppure semplicemente hard-bop, free-jazz, fusion e cocktail a base di rhum, tequila e gin. Ci puoi trovare seduti a tutte le ore artisti, musicisti, giornalisti e qualsiasi tipo di persona con un filo di buon gusto e di creatività.

mercoledì 27 giugno 2012

the love you take is equal to the love you make




"…and in the end the love you take is equal to the love you make" cantavano i Fab Four prendendo commiato dal pubblico sul loro ultimo disco (Abbey Road: Let It Be è uscito dopo ma era stato registrato prima). Avevano ragione anche quella volta. Favolosi quattro, perché ci avete abbandonati in questo mondo di biechi blu, in questo mondo di stronzi e di capitalisti? Dove sono oggi i nostri guru? "L'amore che ricevi è pari all'amore che dai" (loro dicono fai, che è ancora più interessante). Ed è vero e lo confermo, si tratta solo di continuare a crederci e di non perdersi per strada.
So di aver vissuto una vita felice, ma nel maggio di un anno fa mi ero ritrovato a scrivere: "Michele aveva perso le sue biglie. Io ho perso la mia felicità. A scopo simbolico potrei dire dal giorno del mio cinquantesimo compleanno. Non l’avrei pensato davvero quella sera: guardavo il sole tramontare nell’oceano, da una spiaggia di sabbia, dove sotto il riparo di un gazebo in legno mangiavo scampi alla griglia pescati di fresco. Questo per dire che non puoi mai dire, nella vita. Ma non mi sono perso d’animo: conto ancora di ritrovarla, con gli interessi maturati".

Scrivevo sei mesi dopo: "…è stato per me un anno determinante anche come persona. È l'anno in cui sono stato messo a knock-out, in cui mi sono rialzato e in cui ho ripreso a camminare, walk like a man, camminare come un uomo, direbbe il mio amico di Asbury Park. È stato l'anno in cui ho attraversato il purgatorio per arrivare al paradiso. Ho cercato e trovato il coraggio di lasciare una vita che aveva preso una direzione sbagliata  e ricominciare tutto da capo. È stato l'anno in cui mi sono trovato solo, in cui tutto ciò in cui credevo pareva non avere più valore, l'anno in cui ho conosciuto la disonestà, il tradimento, la solitudine, l'anno in cui ho capito cosa significa il vecchio blues "nobody wants you when you're out and down", l'anno in cui ho dovuto riscrivere la lista dei miei amici, in cui ho dovuto guardarmi negli occhi allo specchio per ritrovare la fiamma. Ma non ho rinunciato neppure per un attimo ai miei valori ed alle cose in cui credo, ed anzi proprio a quelli mi sono aggrappato. L'anno in cui ho vissuto nella mia Big Pink nella mia Woodstock, anche se la casa è gialla e il basement è sotto il tetto e Woodstock la via Emilia. L'anno in cui potevo trovarmi da solo sotto la pioggia, ma proprio in quel momento mi sentivo più umano e più vivo che mai, più felice di vivere ed affamato d'amore. L'anno in cui dopo troppo tempo ho ritrovato le cose che contano. Un anno fa a Natale mi sentivo come Dan Aykroid vestito da babbo natale che fa cilecca con la pistola. Questo Natale tocco il cielo con un dito".

Ancora sei mesi ed il ciclo era compiuto: succedeva quello che, da ascoltatore di tanti 45 giri dal cuore rock, avevo sempre saputo. Che siamo la metà di un intero e che da qualche parte la fuori esiste l'altra metà, che vive, respira, mangia, dorme, lavora, gioisce, soffre, ride, piange e, senza darlo nell'occhio, anche lei ci cerca. Lo sapevo ma non ero più tanto sicuro che l'avrei trovata, forse non in questa vita. Lo so oggi perché l'ho trovata. E lei ha trovato me e ci siamo riconosciuti, subito. Lei aveva una giacca rossa, da mod. Io un giubbotto di pelle, da rocker. Ci siamo visti, ci siamo salutati, abbiamo mangiato una pizza in una improbabile pizzeria cinese come in un film. Ci siamo baciati ed eravamo già innamorati, perché lo eravamo prima ancora di incrociarci. Perché lei è la mia metà. È scrittrice (in effetti è la più grande scrittrice rock di questo paese), è giornalista, è musicista, è bella, è madre, è innamorata, è amata. È Alice nel Paese delle Meraviglie. È Eleonora.

"Eleonora è un angelo" ha scritto Pete Townshend che le ha dedicato più di una canzone. "Eleonora è Alice nel Paese delle Meraviglie" aggiungo io. Alice che passeggia nel mondo del rock attraversando traversie e situazioni e incontrando ogni tipo di persone colorando, come i Beatles in Yellow Submarine, tutto e tutti con la propria poesia, la propria meraviglia, la propria gioia di vivere, e tutto e tutti contagia in questa sua visione, conquistandosi un lasciapassare che la rende immune da ogni pericolo. Eleonora è Alice che canta: "di rosso le coloriam!" senza timore della Regina di Cuori. Eleonora è Alice che non chiede nulla se non il permesso di guardare e di bearsi della bellezza che vede in ogni cosa.
Eleonora è stata fan e groupie, ha conquistato chi l'ha incontrata e si è trasformata un passo dopo l'altro in corrispondente, giornalista, scrittrice, musicista (classica), e nel frattempo donna, strappando più di un cuore e ribaltando con la sua innocenza il rapporto fra fan e divo. Nel 2004 suonava Tommy alla Royal Albert Hall con gli Who, nel 2008 (il 31 dicembre) a Liverpool suonava il White Album.
Io sono il suo uomo. Perché alla fine l'amore che ricevi è uguale all'amore che dai (e che fai).


mercoledì 23 maggio 2012

Simenon



Il primo romanzo che lessi di Georges Simenon si intitolava Betty e mi fu regalato da una ragazza a cui piacevo che si chiamava appunto Betty. Il secondo, immediatamente dopo, fu La Marie del Porto. Da allora ho probabilmente considerato Simenon il mio scrittore preferito, per la sua straordinaria bella scrittura. Simenon era dotato del talento di una creatività unica: acquistava un quaderno, estraeva la penna stilografica e scriveva un romanzo dalla prima all'ultima parola. In questo modo ne scrisse a centinaia, così numerosi che prima che diventasse famoso fu costretto anche a nascondersi dietro a pseudonimi per poter stampare in contemporanea con più di un editore.
Più che scrivere Simenon dipinge: nonostante uno stile asciutto, essenziale, crudo persino, le sue parole sono fotografie che mostrano vivide immagini. Anziché leggere delle parole al lettore pare di assistere alla proiezione di un film: i paesaggi descritti, con romanticismo anche quando sono poveri o squallidi, le case, le stanze e gli arredamenti, le persone. Persone che vengono ritratte vive, fornite di un carattere e di una storia; persone scrutate, spiate e studiate, per le quali l'autore non fa mistero di antipatia (generalmente per i notabili, gli arroganti ed i potenti) o simpatia (spesso per gli umili e gli ultimi, anche quando sono colpevoli o viziosi). Le storie che narra avanzano con lentezza, eppure fanno scivolare il lettore per l'inarrestabile pendio della bella scrittura, l'affabulazione, il racconto trascinante. I posti stessi, le scenografie, sono vive, che si tratti di Parigi o di paesini della Provenza e/o del mare, al punto che più di una volta ho dovuto intraprendere un viaggio reale per vederli con i miei occhi - come la bella isola di Porquerolles. Così come mi mette una sete reale la descrizione del piacere che i suoi presonaggi traggono da una birra gelata od un Pernod quando pigramente siedono ad un caffè nelll'ombra di una giornata afosa o nel buio di un locale malfamato nella notte.
Sui romanzi di Simenon aleggia spesso (se non sempre) una malinconica aria di ineluttabilità del destino, una tristezza cosmica che tutto pervade a dispetto dell'amore che adopera nelle descrizioni, un'aria di incombente tragedia a cui i protagonisti non provano neppure a sfuggire. I protagonisti sono di frequente un uomo ed una donna, non di rado dei fuggiaschi: lui uomo rassegnato e apatico, lei donna forte ma segnata da un passato squallido e da un futuro incerto. Simenon descrive i suoi personaggi come incidendo le parole nel legno con un punteruolo affilato, e non c'è scampo per ogni debolezza e vizio, che viene implacabilmente scovata e descritta, ma mai però giudicata. È qualche cosa di non dissimile dallo stile di un altro cantore di vite metropolitane che appartiene ad una generazione successiva, il Lou Reed delle canzoni ambientate a New York City.
Tutto di può dire di Simenon tranne che fosse un moralista, ed anzi è proprio la sua apparente indifferenza per la morale dei personaggi a costituire per l'epoca in cui si muove (il novecento) un carattere ribelle. Sotto le ceneri dei suoi racconti vibra anche un erotismo sottile, non esplicito, che denuncia la passione dello scrittore per il corpo femminile (e per il piacere in generale, dalla buona tavola al buon tabacco).
Alla lunga, uno dopo l'altro i suoi romanzi, difficilmente brevi, abitualmente lenti e quasi mai destinati ad un lieto fine, hanno il peccato di ripetersi, e se la bellezza dei più riusciti (fra gli altri Tre camere a Manhattan, Il clan dei Mahé, Le campane di Bicetre…) riconcilia con gli elementi più reiterati, quelli che invece stentano a decollare (ed è evitabile che ce ne siano, nella sua sterminata produzione, per esempio gli insopportabili Cargo o Colpo di Luna) vengono in uggia e mi è capitato di interromperne la lettura, spesso in rotta di collisione con l'insopportabile carattere del protagonista.
Simenon ha anche narrato sé stesso in due autobiografie (Pedigree e Memorie Intime) ma è significativo il fatto che tanto è lucido ed implacabile a sezionare l'umanità dei personaggi nei suoi romanzi, altrettanto si rivela miope e persino molle nel descrivere sé stesso e le sue compagne.
Se la reputazione di Simenon come uno dei massimi scrittori del novecento si va costruendo solo ai giorni nostri, tanto da noi che in patria, il suo successo commerciale e la sua ricchezza economica (fu uno dei pochi scrittori a diventare smisuratamente ricco, acquistò ville ed addirittura castelli, anche se visse lutti come la morte del fratello nella Legione Straniera e il suicidio della figlia) sono dovuti all'invenzione di una produzione "minore", i libri gialli popolari che hanno come protagonista l'ispettore Maigret, commissario della polizia giudiziaria del Quai des Orfèvres, che nel bel numero di settantacinque ebbero un successo planetario. Scritti in gran fretta, scegliendo i nomi dei protagonisti sull'elenco del telefono ed ideandone la trama senza tante invenzioni, i Maigret costituivano per l'autore un lavoro ben remunerato e sono sempre stati considerati dai lettori opera di un Simenon minore. Eppure mano a mano che accumulo la lettura dei suoi romanzi "importanti" e mi capita di veder crescere la mia insofferenza per la cronica ignavia dei suoi protagonisti, per la loro rassegnazione (una vera e propria ribellione di lettore per storie destinate a tutti i costi all'infelicità), al tempo stesso va aumentando, giallo dopo giallo, il piacere del break rilassante di una delle storie di Maigret, che ho promosso romanzo dopo romanzo dal rango di lettura sotto l'ombrellone a vero e proprio prime time, fino al punto di lasciarmi intuire in alcune delle sue "storielle" meglio narrate, assolutamente la stoffa del capolavoro. Il mio Georges Simenon favorito di oggi, ancora uno dei miei scrittori preferiti, è diventato quello dei lievi gialli di Jules Maigret.
Le storie di Maigret non sono romanzi gialli nel senso tradizionale del termine: non c'è un assassino da smascherare nell'ultima pagina, e se anche c'è è irrilevante. Quello che conta in Maigret non è il punto di arrivo (che non è mai un colpo di scena od un crescendo narrativo) ma il cammino, la deliziosa narrazione che pervade ogni pagina, un'affabulazione irresistibile, la narrazione romantica (generalmente) di una Parigi che fu e che non è più possibile ritrovare nella geografia, fatta di grandi boulevard come di squallide periferie, di giardinetti ombrosi che portano frescura nell'afa dell'estate (è spesso estate nelle storie di Maigret), di desiderabili bistrot in cui sorseggiare senza fretta Pernod, ristoranti da due lire sulla riva del fiume in cui il cameriere è uomo vissuto e affabile ed il menu delizioso e coronato da un cognac o da un calvados. Non c'è solo Parigi ma tutta quanta la Francia: capita che Maigret con qualche espediente letterario sia coinvolto in occasionali trasferte nella provincia, che viene dipinta con immenso amore e la maestria di un pittore fiammingo. Le inchieste del commissario Maigret non sono in definitiva che alibi per descrivere i personaggi, di una totale umanità, personaggi vivi e vividi dove spesso gli ultimi saranno i primi e i potenti e gli arroganti trovano la loro nemesi ed la loro mercé. Primo fra tutti l'irresistibile figura dello stesso commissario Jules Maigret, corpulento, di origine contadine, calmo, tranquillo ma inarrestabile, forte e pericoloso come un rinoceronte, un uomo pacato e misurato che non rinuncia mai ad una birrà o un liquore in più e che non avanza per sterile intelligenza ma per fiuto innato e per la conoscenza e l'osservazione dell'animo umano. E dietro di lui sul palcoscenico piccoli furfanti, prostitute dal cuore grande, piedipiatti un po' tristi, poveretti che cercano senza dar disturbo una propria piccola tana nella vita; così come arcigni e potenti arroganti destinati al giudizio del lettore e del giudice.
Non ho letto tutti i Maigret e spero bene che molti gioielli ancora mi aspettino. Fra quelli che posso suggerire, i miei preferiti sono stati La balera da due soldi, Il Cane Giallo, Maigret si diverte, la prima inchiesta di Maigret, Maigret e la stangona, la ballerina del Gai-Moulin… e voi?

domenica 13 maggio 2012

malinconica Germania


Ho conosciuto una bella ragazza dall'accento toscano, con occhi grandi un po' tristi perché è stanca dell'inverno tedesco: lungo, buio, freddo, senza neve. E poi magari l'estate tanto attesa si risolve in non più di una settimana di sole. La Germania ha una sua bellezza ma è marrone e grigia. È ben organizzata (e ha ancora negozi di musica, di strumenti musicali, persino di amplificatori a valvole) ma è malinconica.
Mi piacerebbe visitarla in moto, ma non da solo.

martedì 1 maggio 2012

1° Maggio



L'uomo sarebbe anche un animale piuttosto fortunato, perché a differenza degli altri non deve passare la maggior parte del proprio tempo a guardarsi attorno con apprensione per scorgere in tempo qualche carnivoro che se lo vuole mangiare. E nemmeno passare la maggior parte del tempo a guardarsi attorno per scorgere qualche erbivoro da mangiare. Se guardiamo nella storia, di gran lunga la maggior parte degli uomini è stata uccisa non da animali ma in guerra da altri uomini. Il più grande pericolo per l'uomo è sempre stato l'uomo.
Dovremmo essere grati di vivere in un periodo storico tutto sommato tranquillo, perlomeno nell'emisfero occidentale. Dovremmo, se non fosse che questo si è trasformato nel periodo più disumamizzante della storia (e preistoria) dell'umanità. L'uomo, come si sa, è un animale sociale, cioè è fatto per vivere in società. In ogni epoca l'uomo era inserito in un gruppo sociale con un proprio ruolo personale, che grosso modo coincideva con il proprio lavoro. L'uomo era medico, farmacista, parroco, sindaco, droghiere, oste, contadino, operaio. Era anche marito, moglie, padre, madre, figlio, moccioso, ragazzo, giovanotto, adulto, anziano. L'anziano era la memoria del suo gruppo sociale: quando tutti stavano seduti in cerchio nell'aia della fattoria dopo cena, oppure sulla sedia sull'uscio a salutare gli amici che passano era lui a rievocare la memoria del gruppo. Oggi l'anziano è diventato un problema, che occupa una casetta (di cui è di solito prigioniero, al quinto piano senza ascensore e con l'artrosi) che sarà meglio destinata alla sua dipartita, e deve essere accudito nella lunga agonia della sua vecchiaia medicalizzata. Perché in questa società la vecchiaia non è più un'età fisiologica del ciclo della vita, ma è diventata una malattia. Dell'anziano se ne deve occupare la USL e non i figli ed i nipoti che hanno già i loro bei casini, la sua pensione se ne va abbondantemente nella badante che lo accudisce senza capirne nessure la lingua, e come malato di vecchiaia deve essere visitato dal medico che è tenuto ad ingozzarlo di farmaci. Perché l'anziano costituisce anche, per inciso, la maggior fonte di guadagno delle multinazionali del farmaco che su di lui concentrano gli antiipertensivi e gli ipocolesterolimizzanti, sulla base di studi magari non specifici ma che a lui vengono comunque applicati. Fosse solo l'anziano, pazienza, tanto è rincoglionito e non ha ancora neppure capito come si leggono gli sms. È che per nessuno esistono gli spazi in questa moderna e rassicurante società. Una volta lo scioperato stava al bar, la cui fauna rappresentava un forte gruppo sociale, quello dell'osteria italiana o del bistrot francese o del pub inglese. Oggi l'habitat umano non prevede più neanche fisicamente gli spazi fisici di aggregazione. Non si vive più attorno alla piazza, ma in quartieri residenziali, cioè quartieri dormitorio che si raggiungono alla fine della giornata in tram, in metropolitana, in malandati vagoni trenitalia o sulle utilitarie (o sui SUV) imbottigliati nel traffico delle tangenziali. Giunti a casa si spranga la porta e si accende la TV, che ci è somministrata come il nostro nuovo gruppo sociale, dove programmi sponsorizzati dalla pubblicità delle multinazionali raschiano il fondo del barile della idiozia, fino al momento di infilarsi stracchi morti a letto per svegliarsi il mattino dopo per percorrere il percorso inverso dagli stabulati all'opificio: sa molto di animali da macello chiusi in stalla. Ed infatti si è spinti a muovere il corpo flaccido in un diverso stabulato, la palestra, dove è impressionante vedere la gente correre su tappeti che rotolano con cuffiette ficcate nelle orecchie per ascoltare quello che viene trasmesso dagli schermi televisivi appiccicati alle pareti. Roba che fa di Huxley ed Orwell degli illusi…
Stiamo diventando animali umani cresciuti dalle aziende come forza lavoro e parco consumatori.
Lavoro… ad avercelo. Si è passato il XX secolo ad ottenere le conquiste sociali, il I Maggio, la giornata divisa in otto ore per lavorare, otto per dormire e otto per lo svago; i sindacati; la sicurezza; la dignità… perché il lavoro va retribuito, questo è il principio su cui si basa la civiltà occidentale. Poi arrivano le multinazionali che delocalizzano il lavoro in paesi dove questi diritti non ci sono. Producono gli oggetti (che vendono a noi) in paesi dove lavorano gli sfruttati, gli schiavi, i bambini, i bambini schiavi. E per il legislatore è ovviamente assolutamente lecito che le aziende possano far produrre dagli schiavi d'oriente o del sud del mondo, e nessuno che proponga il contrario, perché come ci spiegano la Cina potrebbe un domani essere un grande mercato per l'occidente.
La Cina? Acquisterà prodotti italiani? Sono scemi secondo voi? E cosa acquisteranno, dal momento che tutta la tecnologia e la meccanica la producono ormai loro? Probabilmente ciabattine fatte a mano e borsette di paglia intrecciata, l'unica cosa che fra dieci anni produrremo in questo paese.
Intanto il messaggio è che se vuoi un lavoro devi essere un po' più ragionevole, devi venire incontro al padrone buono, alla multinazionale buona, al CEO buono che lui vorrebbe ben volentieri darti un lavoro ma devi insomma essere conveniente almeno quanto il bambino asiatico: lascia perdere la storia dei diritti sul lavoro (quelli riguardano ormai solo la dirigenza).
Temo che siamo arrivati al capolinea. Non avrei mai creduto di dirlo nell'arco della mia vita, ma aveva ragione Carletto Marx: il Capitalismo è finito. Mi pare che ci restino due prospettive. Da una parte quella di disumanizzarci in schiavi del XXI secolo per costruire le piramidi ai nuovi faraoni. Dall'altra tornare indietro al bivio dove abbiamo sbagliato strada. Tornare alla società costruita attorno alla persona, così come accadde nel Rinascimento dopo un Medioevo tutto costruito attorno a Dio ed alla sua gerarchia. Io credo che dovremmo tornare alla dimensione umana, a paesi e città costruiti per essere vissuti dalle persone, città organizzate in quartieri autosufficienti e non a dormitori attorno ad un centro, lavoro organizzato localmente, negozi, cibo artigianale a km zero e non industriale, prodotti che non si spostano nei container. Un lavoro retribuito non troppo poco e neanche troppo (come quello di certi dirigenti statali messi dal partito della sinistra che vengono pagati senza vergogna come venti operai).
Potrei arrivare a rinunciare al mio iPhone costruito in Cina se Olivetti producesse uno smart phone ad Ivrea (sì ma non facciamo scherzi: niente Windows mobile, grazie)!
E centri di aggregazione, in cui si trovino i ragazzi, e le persone. Ogni paese ha un posto bello, un castello, un palazzo comunale: mettiamolo a disposizione della gente, per trovarsi, per fare ed ascoltare musica, per fare cose anziché spegnere il cervello a guardare la TV. Mettiamoci il CAI, mettiamoci attività sportive non competitive, mettiamoci l'arte, mettiamoci la cultura, mettiamoci cose che insegnino ai giovani ad essere sociali e non antisociali. Ricreiamo la dimensione locale, torniamo a conoscerci.
Torniamo ad essere persone con il diritto alla felicità e non forza lavoro o consumatori. Ce la facciamo a salvare ancora una volta l'uomo dai nuovi nobili e notabili, papi re imperatori banchieri?

venerdì 27 aprile 2012

la felicità è il cammino


C'è questa parola che mi piace, ed è TAO. So che Tao in cinese significa sentiero e che è un concetto della filosofia buddista ma io non conosco il buddismo perché sono inevitabilmente alieno a qualsiasi religione, per cui posso solo raccontare cosa la parola Tao significhi per me. Io vedo il Tao come una corrente, o come un puzzle da comporre. Quando una persona segue la propria corrente è coerente con il proprio Tao ed è inserita al proprio posto nel puzzle dell'Universo. Seguire il proprio Tao significa raggiungere la felicità. È come quando ti accarezzano i capelli (o il pelo, se sei un cane).
Molti non seguono il proprio Tao perché non lo conoscono, cioè non si conoscono. Importano modelli dall'esterno, dalla società, dalla TV, da una persona forte che li circonda (il padre che vuole per te il posto in banca, la madre, il marito, un amico figo un po' delinquente…) e non stanno a guardarsi dentro. Quando ero adolescente c'era quelli che dicevano: "scopri chi sei". Era una frase che mi faceva incazzare: cosa significava mai chi sono? Io ero io, facevo le cose che andavano fatte, seguivo le mode, mi mettevo le scarpe a punta ed i rayban e mi lasciavo crescere i capelli, seguivo gli amici, non capivo cosa significasse quel mantra. A guardarmi indietro quelli del Liceo sono stati gli anni più brutti della mia vita. Anni in cui non sapevo chi ero (appunto), mi muovevo a casaccio ed ero obbligato a studiare nozioni inutili insegnate da chi nella vita non aveva mai fatto altro che quello. Ho cominciato a trovare me stesso subito dopo, all'Università, vivendo fuori casa, fuori dalla famiglia, con altri amici, studiando quello che mi piaceva studiare e scoprendo me stesso attraverso le cose che mi piacciono: scrivere, ascoltare la musica, guardare le cose belle, che siano dipinti, case, paesaggi o belle ragazze. Ho scoperto l'amore, per esempio, e quello sicuramente era coerente con il mio Tao.
Non che trovare il proprio posto nell'Universo diventi cosa automatica se solo ti conosci. Per esempio l'amore può tradirti e tu non puoi farci niente. Puoi perdere il lavoro, può morirti una persona, insomma, viaggiare nel proprio Tao non è una cosa automatica. Una cosa che allontana le persone dal proprio sentiero è immaginare la propria realizzazione come un traguardo. Questo è un concetto molto cristiano: subisci una vita di soprusi e di ingiustizie, ma tu più ne prendi più sei contento, senza volerne a chi abusa di te e a chi ti impedisce di essere felice e senza ribellarti alle regole che ti costruiscono attorno una gabbia, perché il premio è nel posto dove sei diretto. Che non è neppure in questa vita: è oltre, il paradiso del puro, dove gli ultimi saranno i primi, il riposo del guerriero. Facile vendere una cosa che non esiste, più difficile è comprarla: non conosco tanta gente che aspetta impaziente il momento di trapassare a "miglior" vita. No, la felicità non sta nel traguardo né in un'obbiettivo, la felicità è nel sentiero, nel cammino, è lungo ogni passo della strada. La felicità è vivere giorno dopo giorno, non una settimana all'anno nella destinazione di un volo charter.
Non che il sentiero sia tracciato chiaramente, così come non sempre noi vogliamo avvertire la corrente che ci trascina lungo la via ma per qualche motivo ci ostiniamo a nuotare controcorrente lungo l'infelicità. Se posso continuare ad utilizzare per metafora parole che non conosco, il nostro volante per seguire il sentiero è il nostro carattere, il nostro yin ed il nostro yang. Lasciarsi sopraffare dall'una o dall'altra emozione, da tentazioni sbagliate, dall'odio, dal rancore, dall'orgoglio, dal desiderio incontrollato (i nonni ne avevano stilato un elenco: accidia, ira, superbia, avarizia, invidia, lussuria), gira il nostro volante troppo a destra o sinistra e ci porta dove non vorremmo, lungo strade che non sono le nostre. Scrivevo nel racconto "Il Ratto Baratto" (wow, mi autocito!): Come si può sapere quale parte del corpo ha espresso il desiderio? È molto semplice: se vi capita di avere l’acquolina in bocca, allora è stata lo stomaco. Se vi sentite un prurito sul cuore, allora è stata l’anima… per il futuro non scordatevene, perché è un buon modo di sapere se state facendo la cosa giusta.
A volte credo di essere sulla strada giusta, a volte mi domando se non l'abbia persa. Vivo in campagna, per la terza stagione, l'ho sempre desiderato e ne sono felice. Credo di essermi sempre immaginato vivere in una casa colonica, con una moglie che amo, due bimbi, qualche animale ed una giardinetta (è il modo con cui una volta si chiamavano le station wagon, ai tempi di quelle americane con il legno sulle portiere). In campagna ci abito, di animali ho Jack (che più animale di lui...), la bimba è meravigliosa, amare ho amato e sono stato amato, ma ho sbagliato matrimonio e ora mi ritrovo solo. Ogni tanto credo di innamorarmi ma invece… "era un calesse". Amo la musica, amo scrivere e credo di avere abbastanza materiale da poter realizzare anche quello, amo muovermi in moto. La solitudine quella non mi appartiene, ma insomma si vede che il mio cammino sta attraversando quella regione. Spero si intrecci presto con un altro sentiero.
Paths that cross…

giovedì 1 marzo 2012

piume



Dice il mio saggio amico Camillo, filosofo e neurolinguista, che l’essere umano è la donna. L’uomo è una specializzazione atta alla riproduzione ed alla caccia. Per questo, al contrario del luogo comune, il sesso romantico e quello che si innamora è il maschio. Deve essere abbastanza romantico da corteggiare la femmina ed abbastanza innamorato da tornare a casa per dividere la scarsa preda anziché mangiarsela tutta ed andarsene libero come l'aria. La femmina è pragmatica e pratica e mostra romanticismo solo come un fiore carnivoro, per attirare la propria preda.
Non è un caso che in natura quello che ha il sedere e le piume colorati è il maschio, non la femmina.

domenica 26 febbraio 2012

il linguaggio nel paleolitico


Per non ripetermi troppo sui mie consueti argomenti, per questo post lascio volentieri la parola a Carol.


Ricerca di Storia: 
il linguaggio nel paleolitico. 

Non conosciamo il linguaggio degli uomini del paleolitico, perché siccome non esisteva ancora la scrittura non possiamo sapere come si esprimevano quei nostri antenati. Però io e papà abbiamo compiuto una ricerca ed abbiamo scoperto quali erano le frasi più usate nel loro linguaggio, e quelle che invece non si potevano esprimere.

Le frasi che il linguaggio del paleolitico non era in grado di esprimere:

Non c'è campo. 
Che numero di scarpe porti? 
Attraversa sulle strisce pedonali. 
Per me pasta al pomodoro. 
Non ti scordare l'ombrello. 
Hai tu le chiavi di casa? 
Ho montato le gomme da neve. 
Aprite il libro a pagina 12. 
È il mio film preferito. 
Che brutta calligrafia! 
Devo studiare storia. 

ma anche Falso come Giuda, Veloce come un razzo (però era in uso veloce come una lepre), …

Le frasi più frequenti nel linguaggio del paleolitico:

Non colpire con la clava il tuo compagno. 
Ci sono dei peli nella mia bistecca. 
Mangiate pure con le mani. 
Tonto come un Dodo 
Papà, mi racconti ancora la fiaba del mammouth? 
Se non fai il bravo ti mangia lo smilodonte. 
Che bei lombi. 

Una barzelletta del paleolitico. Un bambino torna a casa con la pagella scolastica. La mamma guarda la pagella e poi dice: "capisco italiano, il linguaggio è appena stato inventato; capisco matematica, non abbiamo neanche i numeri. Ma storia, storia sono solo quattro stupidaggini!"


domenica 19 febbraio 2012

gone country #2





Mi sono reso conto di essere diventato country un paio di stagioni dopo essermi trasferito a vivere in campagna. Stavo guidando una domenica mattina verso il paese, i finestrini erano abbassati e lasciavano entrare un tiepido profumo d'autunno. Lascio cadere l'occhio sul tachimetro per accorgermi che sto procedendo a 60 chilometri all'ora. Cazzo, ero veramente diventato country! Di quelli che alla domenica mattina fanno un giro sulla piazza del paese che mi ricorda la Provenza: macellaio, panettiere e poi un caffé al bar, quello con la barista formosa non quello dei turisti, e magari anche quattro chiacchiere con un amico ed una fetta di crostata. Il country lo distingui subito: ha una camicia tecnica, magari rossa di flanella, jeans Levi's e scarpe gialle Timberland. Indossa accessori marchiati Columbia, North Sails o alla peggio Decatlon. È completamente diverso dal redneck. Il redneck è nato in campagna, da una famiglia nata in campagna. In italiano redneck suonerebbe villico, o villano, ma per essere politically correct useremo il termine campagnolo. Qualcosa fra Dinamite Bla ed Un Tranquillo Weekend di Paura. Invece il country nasce cittadino, ma siccome ama la primavera, il profumo di erba tagliata e la neve d'inverno si è spostato alla fine a vivere in campagna, di solito in un rustico riadattato, anche se cercava una casa colonica, una piccola fattoria che esiste solo nei film sui vigneron francesi. 
Il country d.o.c. sogna il chiantishire, ma nel mio caso si è accontentato del trebbiashire. Il country ed il redneck sono due personaggi all'antitesi, al limite del compatibile. Anzi, a pensarci hanno varcato quella linea. Il country degli anni novanta guidava una Volvo Polar rossa. Oggi non ha proprio una auto dedicata, va bene qualsiasi station-wagon purché abbastanza stagionata (e con un adesivo apple sul lunotto) oppure un fuoristrada che non sia in odore di SUV. Personalmente mi piacerebbe un Mercedes GLK in tinta opaca, ma non credo di potermela permettere. Il redneck degli anni novanta guidava una Opel, perché era l'auto di una certa dimensione venduta al prezzo più basso. Oggi guida rigidamente macchine cinesi, spesso SUV ingombranti come trattori che guida pure alla velocità di un trattore, cioè raramente sopra i 30 km/h. Veramente il cucciolo di redneck guida minuscole utilitarie settate da rally tipo Peugeot 105, sempre a tutta manetta rispettando solo due regole: mai rallentare in paese e mai mettere una freccia prima di curvare. Ma quando raggiunge l'età adulta anche lui toglie il piede dall'acceleratore e si mette a guidare osservando i campi ai bordi della strada come se fosse in bicicletta. Bicicletta che peraltro il redneck autentico schifa nel modo più assoluto. Il redneck non toglie mai il culo dal sedile dell'auto a meno di appoggiarlo su quello del Massey Ferguson, ma mai e poi mai lo appoggerebbe sul sellino della bicicletta che era l'unico mezzo di trasporto del nonno povero. Il redneck arriva nella piazza del paese in auto, piazza che a nessun sindaco redneck verrebbe in mente di chiudere al traffico. Lascia il suv cinese con il motore diesel acceso di fianco al giornalaio per comprare il giornale locale, quello con la pagina dei morti, e poi riparte rigorosamente in auto per raggiungere il caffè a una distanza di trenta metri.
Al contrario il country snobba l'auto. Adora usarla per caricare qualche cosa di voluminoso nel bagagliaio, il massimo è la raccolta differenziata per la discarica, ma il country adora la bicicletta, magari non quella nera del nonno del redneck ma una color verde acqua della Bianchi o una bici da corsa o meglio ancora una mountain bike. Al country piace andare in bicicletta al paese distante cinque chilometri per comprare il pane, e colpirebbe con un bazooka i suv cinesi parcheggiati in paese lungo il bordo della strada.
Nalla campagna sono persino apparsi, sia pur nei posti più scomodi e improbabili, anche i bidoni della raccolta differenziata. Quello blu della plastica, il giallo della carta e quello marrone del vetro, ma mai tutti e tre assieme, solo due alla volta. Puoi mettere carta e plastica, ma per il vetro devi fare ancora un paio di chilometri; oppure vetro e carta, ma di plastica non se ne parla. La regola è mai tutta la differenziata assieme; tanto il redneck non la userebbe comunque. Il redneck si serve solo del bidone nero dell'indifferenziata, raccogliendo la pattumiera rigorosamente in sacchetti di plastica che da quando sono fuori legge acquista sottobanco dal droghiere. A volte lascia dei cartoni voluminosi ai piedi del raccoglitore della carta, ma mai dentro e soprattutto mai e poi mai userebbe il bidoncino della frazione umida, che gli ricorda troppo dolorosamente quando il nonno buttava l'immondizia sul mucchio del letame (allora la carta non si buttava e la plastica era di la da venire). In campagna sono apparse anche le isole ecologiche, cioè le discariche, ma sono frequentate solo dalle station del country. Le lavatrici arrugginite il redneck le lancia in certe scarpate appositamente segnalate da cartelli con la scritta "vietato gettare i rifiuti".
Il redneck una volta abitava in casette coloniche scomparse o vendute al country per il restauro. In proprio ha provveduto prima a sostituire i poco pratici serramenti in legno colorati in calde tinte verdi con cornici in ottone che resiste meglio agli spifferi, poi ha acquistato una villetta a schiera costruita sulla collinetta erbosa. La collinetta avvolge una cantina dove la famiglia del redneck vive come gli hobbit, mentre la casa che spunta da sopra come un fungo funge da mausoleo per i posteri. In campagna sopravvivono ancora negozietti familiari dove vendono merce a chilometri zero, ma come gli animali selvatici vengono mano a mano costretti a migrare verso la spopolata montagna per essere sostituiti dai piccoli supermercati in franchising dove si preparano i formaggi ed i salumi sottovuoto per i turisti di Milano. Anche se il sogno nel cassetto di ogni giunta comunale redneck è un vero centro commerciale come nelle periferie della città, un ipercoop con tanto di parcheggio asfaltato e carrelli all'esterno. Dove abito io, in un angolo di paradiso terrestre fra la Val Trebbia e la Val Luretta, la giunta ha già deliberato per due volte la costruzione di un simile ecomostro al posto di deprimenti campi coltivati e boschetti, e solo il veto della regione ha impedito che le ruspe si mettessero davvero al lavoro. Maledetti verdi, sempre contrari ad ogni progresso.
Sentivo due anziani redneck chiacchierare all'osteria, sui vantaggi dei viadotti che permettono di sorvolare gli Appennini senza nemmeno vederli per arrivare al mare in auto in sessanta minuti. Loro a Genova ci erano stati al massimo per il servizio militare, ma erano entusiasti del fatto che asfaltassero delle strade e raddrizzassero delle curve per arrivare il prima possibile evitando "il viaggio".
Il redneck non ama la campagna, ne ha le palle piene. Il suo sogno è trasferirsi nel centro residenziale alla periferia della città, quello che non è servito che da un autobus all'ora ma a lui non importa tanto si sposterebbe comunque in auto cercando parcheggio lungo i marciapiedi ai confini della ztl. Mentre il cittadino si trasferisce in campagna a fare il country ed il centro storico viene occupato dagli emigrati sudamericani.
Sia il country che il redneck posseggono un cane. Dalla razza del cane country puoi capire quanti anni ha. All'inizio il country aveva un pastore tedesco, poi per un fuggevole attimo è stata la volta del dalmata, subito sostituito dal labrador color champagne, a lungo il vero cane country per eccellenza. Poi il beagle, il jack russell, che però scava i buchi nel giardino e scappa, e ora è piuttosto di moda adottare un cagnolino del canile. Il punto di ritrovo del country cinofilo è il poliambulatorio veterinario il sabato mattina. Per il redneck il cane è rigorosamente un bracco da caccia che vive in un recinto oppure un meticcio da pagliaio che vive alla catena. Se in campagna capita di imbattersi in un doberman o un dogo, è del turista. Perché qui in campagna il redneck ed il country non sono le uniche specie umane, ma ci vive anche il turista, specie d'estate e nel week-end. È milanese, frequenta bar approntati appositamente che si distinguono dall'osteria per la lavagnetta all'esterno con la scritta happy hour, e fa la spesa in spacci alimentari dove preparano il cibo in buste sotto vuoto. Ama la campagna, il golf e la piscina del bed & breakfast.

mercoledì 15 febbraio 2012

amore, non amore


Sostenere che di una persona ci si innamora dell'anima, della sua essenza, significherebbe barare. Perché non è la mente a mediare l'attrazione amorosa, quanto un misterioso e atavico richiamo la cui natura è tanto oscura quanto imprevedibile. Quando scatta l'attrazione per un'altra persona ancora non la conosciamo abbastanza e di certo non ne conosciamo l'intimità. Semplicemente scatta un interruttore che ci accende ad uno stato nascente ricco di emozioni, di desiderio, di energia, di struggimento, di nuove priorità. E di corteggiamento.
Non è un processo né volontario né scelto: per quanto possiamo stimare una persona e persino ritenerla ideale, non c'è verso di poterci innamorare a forza. Ci si può legare per interesse (interesse persino nobile ma più spesso ignobile), ma per interesse non ci si innamora. Certo ci sono dongiovanni (e seduttrici) che per piacere di conquista simulano l'innamoramento ma si tratta per l'appunto di una commedia, di una sciarada, non di uno stato reale. Il dongiovanni è innamorato solo di sè stesso e incapace di coniugarsi al plurale.
Lo stato nascente è una stato ancora personale, che cioè riguarda il singolo: ci sentiamo attratti, languidi e portati al corteggiamento, ma non c'è nessuna garanzia che l'altro ci ricambierà del medesimo desiderio. Se in effetti non siamo ricambiati e l'oggetto della nostra attrazione resta indifferente (quando non ostile), ci troviamo a dover soffocare più o meno rapidamente o lentamente e con più o meno successo lo stato nascente per tornare in stand-by, di nuovo disponibili ai maneggi di Cupido. Non essere capaci di spegnere il desiderio per una persona che non ci ricambia può costituire una specie di errore comportamentale, quello che è alla base dell'atteggiamento degli stalker - anche se non mancano aneddoti (rari) su corteggiamenti andati in porto contro ogni previsione ("chi la dura la vince"). Di solito chi ha avuto più esperienze amorose e tende ad avere più successo in amore, con più facilità si ritira di fronte all'insuccesso; mentre chi è timido o inesperto è più prono a cristallizzare il proprio desiderio in un amore platonico.
Se il nostro stato nascente è ricambiato accendendo un desiderio nella persona che corteggiamo, entriamo nel campo dell'amore attraverso la porta dell'innamoramento. L'innamoramento non è più uno stato confinato al singolo ma partecipa di una serie di interazioni non solo fra i due partner ma persino con l'ambiente, la società nella quale gli innamorati vivono (per esempio i genitori, i figli, eventuali partner pre-esistenti, barriere geografiche o sociali…). Questa magica esperienza dell'amore, la più dolce, la "luna di miele", è un momento magico, che non capita troppo spesso di vivere, un momento di profondo appagamento, di gioia, di energia, di fantasia, di benessere che costituisce un tesoro personale che tendiamo nel tempo a ricordare e a rimpiangere. Giorni magici in cui la sensibilità si acuisce, la sensualità esplode, la fantasia e l'energia prendono il sopravvento.
Nel corso della luna di miele la figura ideale del partner, all'inizio fatta non di materia ma di pura astrazione, comincia a sovrapporsi in un lungo processo di dissolvenza alla persona reale in carne ed ossa, quella vera che già esisteva prima che noi la incontrassimo, quella con la sua storia personale, con il suo preciso carattere, con i propri problemi e la propria personale interazione con l'ambiente che lo circonda.
Scrive acutamente lo scrittore Andrea De Carlo nel romanzo Tecniche di Seduzione: "Non è incredibile come quando ti innamori di una donna ti sembra che lei viva d'aria, senza peso e senza fatica, senza nemmeno bisogno di mangiare, alimentata solo dalle sue qualità sorprendenti? Sei così pieno di entusiasmo che dedichi tutte le tue energie a renderla una parte permanente della tua vita, e non ti rendi conto di come in questo modo aiuti il suo peso a venire fuori. Vengono fuori le sue malattie psicosomatiche e vengono fuori i suoi genitori, vengono fuori i suoi difetti fisici e i suoi difetti di carattere e le sue richieste…" 
Ed ancora: "siamo noi che cerchiamo di fermare le cose che ci piacciono, renderle più permanenti e sicure possibili, sottrarle ai pericoli del tempo e delle trasformazioni e dei cambiamenti d'umore. Ed è anche bella l'idea che due persone possano vivere insieme sicure e fiduciose, senza i sospetti e i giochi di contrappeso e i ricatti e le lusinghe…" 
In questo processo la persona ideale che ha acceso i nostri sensi si trasforma nella persona reale di cui ci troviamo ad essere innamorati. Forse è in questo processo che consiste la trasformazione dell'innamoramento in amore. L'operazione può andare liscia, anzi può essere una bella trasformazione; può darsi che quell'aspetto fisico che ci aveva attratti (c'è sempre una forte fisicità fra le regole, per quanto ignote, dell'attrazione), magari quel sorriso, quello sguardo, o perché no quel seno arrogante, trovino una completa soddisfazione nella materia di cui è fatto il partner. Che gli indizi di simpatia, di vivacità, di creatività, di intelletto (o anche di stupidità: uno stupido può ben essere attratto da un suo simile) si rivelino prove di un carattere davvero stimolante. Come può succedere il contrario, che la realtà sia diversa dalle nostre (o dalle sue) aspettative, e che parti del carattere della persona ci risultino fastidiose o addirittura incompatibili. Questo può fare crollare il castello di carte e traformare il miele in fiele (o più banalmente in noia) o può portarci a creare false aspettative, come quella classica di chi si è così affezionato alla propria storia d'amore da volersi illudersi di riuscire nel tempo a "cambiare" il partner. Si dice sia una prerogativa più femminile quella di cercare di cambiare l'uomo, salvo rinfacciargli, una volta riuscita nell'impresa, di "essere cambiato". Effettivamente le persone possono cambiare, ma di solito in peggio…
La natura sembra aver previsto un'età in cui sintonizzare due persone è più semplice e naturale, ed è la giovinezza, quella in cui si formano le prime coppie. La maturità, al contrario, porta con sè l'esperienza di amori perduti e di conseguenza la consapevolezza dell'importanza dell'amore, della gratitudine che si deve al partner e della necessità di valorizzarlo e non di sottomertelo, ma anche la difficoltà a mutare abitudini ormai inveterate e di accettare una persona in qualche modo troppo diversa da noi.


Innamorarsi è bellissimo, disinnamorarsi è deludente.



mercoledì 18 gennaio 2012

se questo amore è un treno


"Se questo amore è un treno vorrei salirci su
filare via ai duecento e non tornare più
Se questo amore è un treno vorrei guidassi tu
ho gli occhi così stanchi ho il cuore così giù
Se questo amore è un treno vorrei portasse al caldo
ho preso troppa pioggia ho preso troppo freddo
Se questo amore è un treno tu portami laggiù
dove l'inverno è breve e il cielo è sempre blu


Passeremo montagne, passeremo città
spazzeremo via i dubbi e le perplessità
Passeremo l'inferno bevendo champagne
busseremo ai cancelli dell'eternità
e lontano al tramonto ci potremo fermare
ai confini del mondo per poterlo cantare"

martedì 3 gennaio 2012

il mondo dei sogni



“Once I dreamed we were together again, baby you and me
Back home in those old clubs the way we used to be
We were standin' at the bar it was hard to hear
The band was playin' loud and you were shoutin' somethin' in my ear
You pulled my jacket off and as the drummer counted four
You grabbed my hand and pulled me out on the floor
You just stood there and held me, then you started dancin' slow
And as I pulled you tighter I swore I'd never let you go”


"Oggi ho imparato a volare 
e non me ne voglio più dimenticare 
da tutti i miei amici in visita andrò 
e alle loro finestre io busserò 
e dirò guarda ho imparato a volare "

Da bambino facevo sogni incredibili. Sogni in 4D. Nel senso che nei miei sogni avvertivo sensazioni realistiche come il calore della luce del sole o il suo profumo, sensazioni di cui conservo un vivido ricordo ancora oggi. Facevo sogni iperrealisti, in cui le sensazioni erano più vere del vero, i campi più verdi, il cielo più blu, le persone più reali e sincere.
Forse mi capitava perché ero un dormiglione, e si sa che i sogni più reali sono quelli della tarda mattinata. Ricordo che avevo persino catalogato il tipo dei sogni a seconda dell'ora in cui si lasciano sognare: appena addormentato arrivano i sogni surreali, alle 3 del mattino quelli bui e gli incubi, e nella mattinata quelli pieni di persone e di posti fantastici.
Da bambino sognare mi piaceva così tanto che credevo di aver codificato dei metodi per aiutare a scegliere il sogno desiderato (il metodo era pensare al soggetto al momento di dormire, ma solo per pochi attimi, quasi per non esaurirlo); e mi piaceva accorgermi di sognare durante il sogno (si chiama sogno lucido) per potermi muovere a piacere al suo interno. Mi domandavo, allora, se esistesse un mondo nei miei sogni, se ciò che sognavo fosse dotato di vita autonoma, oppure se fosse un'illusione e nel momento in cui giravo le spalle gli oggetti e le persone sparissero… Facevo sogni così belli che cercavo anche di riprenderne il filo nel caso mi svegliassi, e mi cullavo nel loro ricordo anche da sveglio, nella giornata.
Avevo ambientazioni ricorrenti, per esempio città imponenti; oppure sogni ricorrenti, come un incubo in cui l'ascensore che dopo aver pigiato il tasto invece di salire partiva verso il sottosuolo, e sapevo che le porte si sarebbero aperte nell'oscurità totale della cantina (molte volte da bambino ho avuto questo incubo, che per fortuna terminava puntualmente all’affacciarsi nel buio).
Il più bello fra i miei sogni ricorrenti era, anzi è, quello di volare. Nel sogno lo vivevo come una scoperta naturale, quasi una ri-scoperta di una facoltà naturale che per qualche motivo avevo scordato, a cui il tran tran quotidiano aveva impedito di pensare; ed il volare si associava sempre, ogni volta, con la massima felicità, addirittura il fondo scala della felicità! Deve essere per questo che nel Peter Pan letterario per volare era ingrediente necessario un pensiero felice. Nei sogni volo esattamente come fa Peter Pan, senza bisogno di battere le braccia ma semplicemente portandomi verso l'alto come se a sollevarmi fosse la materia della mia anima. Esco dalla finestra e oltrepasso i tetti delle case che mi sono familiari, quelle della mia città, che viste da questa prospettiva sembrano bellissime. Volo sui tetti e sopra le vie, ed arrivo ad oltrepassare un muro, oppure una collina, oltre il quale c'è un giardino, un giardino in cui sono totalmente felice, un giardino che in qualche modo coincide con un giardino di suore con grandi alberi che in qualche modo vedevo, o intuivo, dal balcone di casa mia da adolescente. La cifra ricorrente del mio sogno di volare è la felicità completa e la consapevolezza che ne sono capace da sempre e che d'ora in avanti non mi muoverò più camminando ma solo volando. Il risveglio da questo sogno è sempre un atterraggio così brusco ed una delusione così cocente che passo la giornata a rievocarne i particolari quasi a volerci rientrare a forza. 
Da bimbo sognavo molto, ed un caldo raggio di sole sulla pelle riusciva ad entrare nel mio sogno per farne parte. Ma proseguii a sognare con grande piacere anche da ragazzo. Da adolescente mi capitava di sognare la ragazza della mia cotta a scuola, e magari di baciarla, per la mia delusione al risveglio (al liceo ero piuttosto imbranato nei rapporti con le ragazze... e comunque i miei sogni erotici erano interrotti regolarmente sul più bello dal risveglio).
Si dice che se sogni di essere innamorato di una persona, ne rimani sensibile per giorni; più di recente mi capitò il contrario: una ragazza mi raccontò di aver sognato di fare l'amore con me, e che era stato straordinario. Con che coraggio avrei potuto farlo davvero nella realtà e confrontarmi con il super-me onirico rischiando di deluderla in quel ricordo virtuale?
Anche da più "grandicello" mi è capitato spesso di sognare il mio primo amore; nel sogno ogni volta chiarivamo i motivi che ci avevano portato a lasciarci e tornavamo felici come mai... Ho sognato, come immagino tutti, di parlare al nonno che non c'è più, o di accarezzare Reif, amatissimo pastore tedesco cresciuto con me ma inevitabilmente scomparso prima... tutti sogni pieni di sole e di felicità.

Poi, un giorno, deve essere successo che ho smesso di sognare; o almeno ho smesso di sognare emozioni e colori. Oggi non saprei dire se di notte io sogni ancora: di certo se lo faccio sono sogni sbiaditi, grigi, faticosi, sgradevoli, senza molto senso, e li dimentico appena inghiottito dalla realtà del risveglio.
Insomma, per qualche motivo ho smarrito la chiave dell’ingresso del mondo dei sogni.

Fatte queste premesse non c’è da stupirsi che iscritto di fresco a Medicina fossi molto interessato alla neuro-fisiologia. Entrai nell'istituto da studente interno, con un grande interesse sull'attività onirica: in un primo momento mi chiedevo se fosse possibile ideare un metodo per "filmare" i sogni. In ogni caso volevo capire perché si sognasse. Per quanto possa sembrare strano, non si ha un'idea precisa nemmeno del perché noi si dorma. Gli esseri viventi più elementari non dormono: il dormire non compare fino ad un certo livello evolutivo, quando il cervello si fa complesso e dotato di corteccia cerebrale, che è il luogo della consapevolezza e del pensiero. Nemmeno si dorme per riposare il corpo, come il buon senso parrebbe suggerire: se rimanessimo sdraiati tutta la notte senza muoverci, al mattino saremmo comunque distrutti dalla fatica e dal sonno.
Quel che è certo è che si dorme per sognare, e durante il sogno il nostro cervello non riposa affatto, ma anzi ha una attività intensissima. Ai miei tempi la spiegazione ufficiale del sogno era che servisse per travasare i ricordi dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine: una specie di sbobinamento dell'esperienza diurna, forse per scegliere che cosa abbia importanza ricordare. Al momento mi parve una spiegazione accettabile, ma oggi mi domando perché mai dovremmo rivedere la nostra giornata sotto metafora invece che in chiaro.
Lasciato l'istituto, continuai a baloccarmi nel mio interesse per il mondo dei sogni nella letteratura (già da bambino avevo letto un libro che ricordo ancora: “l’omino che fermava i sogni”) e nel cinema, in quei rari film che hanno un contenuto fortemente onirico, come l’amato Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick. Ci ho ripensato di recente rivedendo uno splendido film che ha avuto scarso successo di pubblico, specie in Italia - forse anche a causa del titolo. Il film è Eternal sunshine of the spotless mind, una suggestiva storia sulla possibilità di cancellare i ricordi, che si svolge all'interno del sogno di un amante deluso che si affanna a mettere al riparo i propri ricordi che scioccamente aveva desiderato cancellare.
Perdere i ricordi di quello che abbiamo vissuto, anche dei momenti brutti, sarebbe come non aver vissuto affatto.