giovedì 14 dicembre 2017

Coney Island


I miei tempi si stanno sbriciolando, sciogliendosi come neve al sole, inghiottiti dal nulla che avanza. E purtroppo non passera poi troppo tempo prima che non ci sia più neanche più nessuno a ricordarli [anche per questo mi piacerebbe scriverne una testimonianza, in un paio di libri intitolati Blue Motel e I furiosi anni settanta].
Nulla del mondo che mi circonda è più in sintonia con la mia sensibilità. O quasi.
Mentre passeggiavo per il centro, la mia attenzione è stata attirata da un manifesto, una locandina cinematografica (erano lustri che non accadeva, suppongo dai tempi di Eyes Wide Shut...). Una foto perfettamente coerente con la mia sensibilità, la mia esperienza, la mia mitologia, il mio gusto, le mie aspettative. Una bella donna, provocante, di fronte alla finestra di quello che sembra essere un piccolo appartamento vecchio stile di NYC, da cui si vede la ruota del luna park di Coney Island. In automatico nelle mie orecchie attacca a suonare una colonna sonora dei Blasters, o se preferite dei Mink DeVille o dei Drifters.
E poi me ne accorgo: è il nuovo film di Woody Allen. Non a caso, un santi dei miei giorni (ed uno dei miei tre registi preferiti). Grande Woody, fino a che sei uno dei vivi andrò a vederlo. Fosse anche il più brutto dei tuoi film, parlerà ancora la mia lingua.

venerdì 21 luglio 2017

il nostro disco che suona



“una rotonda sul mare
il nostro disco che suona…” 

Sapete quella cosa, “il nostro disco...” di solito è la canzone che imperversava in una certa stagione, che ci porta alla mente un preciso momento, una certa estate, una certa spiaggia, un certo amore.
Non so voi, ma io ho una canzone che mi ricorda ogni amore che ho vissuto. Ogni donna importante -nel bene o nel male - che ha attraversato la mia vita.
A volte è la canzone che ascoltavamo assieme. Altre è perché sono le parole a raccontarmi di lei.

Ricordo da ragazzo, avevo lasciato una ragazza e poi, come succede, l’avevo rimpianta. Era un disco di Bruce uscito in quei giorni a ricordarmi di lei:

“Una volta ho sognato che eravamo ancora assieme io e te
a casa in quei club dove andavamo
eravamo in piedi al bar ed era difficile sentirsi parlare
la band suonava forte e tu gridavi qualche cosa al mio orecchio 
mi hai tolto la giacca mentre il batterista contava il quattro 
mi hai preso la mano e mi hai portato sulla pista 
mi hai abbracciato e hai cominciato a ballare lentamente 
mentre ti stringevo stretta ho giurato di non lasciarti mai andare…”

L’ho fatto anch’io una volta un sogno così, sulla mia fidanzata americana, la mia rock & roll girl, e nel sogno ho pensato che non l’avrei mai lasciata andare.
Ma l'ho lasciata andare. Non sempre siamo all'altezza dei nostri sentimenti.

La canzone del Primo Amore era di Chris Rea:

“I just wanna be with you
No matter what they say
Just wanna be with you
Every night and every day
Cold nights, dark days
I wanna be with you”

come pure quella che mi ha ricordato di lei a lungo, dopo averla persa:

“il tempo passa, e ogni lacrima asciuga
e le notti da solo diventano stranamente accettate
e mentre gli anni passano, come dice la vecchia canzone
il dolore con il tempo se ne va, non può durare per sempre...
...ma poi un amico, da stupido, fa il tuo nome
giorni di sole, notti ebbre
tu che sorridi e mi dici che va tutto bene
com'è fredda, fredda la pioggia a sentir nominare il tuo nome
perdonami per favore
se stringo le spalle per non mettere a disagio gli amici
non è che invecchiando sia diventato più freddo:
sono diventato bravo a nascondere
quello che sento senza confidarmi
ma è sempre lo stesso
quando sento il tuo nome”


La mia "rock & roll girl" amava Bruce Springsteen e soprattutto Tom Petty. Il nostro album era Tunnel Of Love, ma la nostra canzone era di Bryan Adams, il singolo “Please Forgive Me”. La prima volta che l'abbiamo sentita era alla radio. Ho accostato l'auto e l'abbiamo ascoltata in silenzio, guardandoci negli occhi. Quando l'amore brucia come il fuoco è difficile non avere nulla da farsi perdonare.

“ancora mi sento come la prima notte assieme
mi sento come il nostro primo bacio
va meglio baby
la prima volta che i nostri occhi si sono guardati
sento la stessa sensazione
solo molto più forte
voglio amarti ancora
la tua fiamma è ancora accesa?
Così se ti senti sola, non farlo
per favore perdonami, ora so cosa fare
per favore perdonami, non posso smettere di amarti…”


Anni dopo fu Bruce Springsteen ad annunciarmi che il mio matrimonio era finito. Ero triste e deluso, ed invece di tornare a casa mi ero infilato in autostrada al tramonto, guidando senza meta verso il rosso del sole che cala. Avevo The River sull'autoradio. Era una registrazione dal vivo, quando arriva quel lungo lamento del sax di Clarence Clemons che introduce la nuova versione della canzone. Stavo per premere il pulsante di avanti veloce, forse perché quella canzone significava troppo per me per riuscire a riascoltarla. Ma non ce l'ho fatta a cambiare, e così l'ho ascoltata una volta di più.
Non avevo mai realizzato prima che parlasse di un matrimonio finito.
Ascoltiamo le canzoni modellandole sulla nostra esperienza, e per me il baricentro della canzone era Mary incinta, ed un matrimonio fra ragazzi consumato in povertà di fronte al giudice di pace:

“Then I got Mary pregnant and man that was all she wrote 
And for my nineteenth birthday I got a union card and a wedding coat 
We went down to the courthouse and the judge put it all to rest 
No wedding day smiles no walk down the aisle 
No flowers no wedding dress”

Invece quella sera sull'auto ho ascoltato Bruce cantare:

“Ora tutte le cose che sembravano così importanti 
è come se fossero svanite nell'aria 
Io mi comporto come se non ricordassi 
Mary si comporta come se non le importasse...”

Quelle parole mi hanno fanno sobbalzare: stavano parlando di me!

“Mi ha chiesto se mi ricordavo le lettere che le ho scritto
Quando il nostro amore era giovane e forte
Ha detto che la notte scorsa ha letto quelle lettere
E l'hanno fatta sentire vecchia di cento anni

Sto guidando un'auto rubata
nella notte nera come la pece
e mi dico che le cose andranno a posto
ma sono in viaggio nella paura
che in questa oscurità io possa scomparire...”

La canzone più triste sulla fine di un matrimonio, ha le parole di De Gregori:

“...e cancello il tuo nome dalla mia facciata
e confondo i miei alibi e le tue ragioni
i miei alibi e le tue ragioni...
Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo
e la mia faccia sovrapporla a quella di chissà chi altro
ancora i tuoi quattro assi, bada bene di un colore solo
li puoi nascondere o giocare con chi vuoi...
E quando io senza capire ho detto sì
hai detto è tutto quel che hai di me
è tutto quel che ho di te…”



Un amore successivo, quasi di contrabbando, era marchiato da un cajun tradizionale della Louisiana, cantato allo stesso tempo in inglese ed in francese:

“Ma jolie, how do you do?
Mon nom est Jean-Guy Thibault-Leroux
I come from east of Gatineau
My name is Jean-Guy, ma jolie

J'ai une maison a Lafontaine
Where we can live, if you marry me
Une belle maison a Lafontaine
Where we will live, you and me
Oh Louise, ma jolie Louise

Tous les matins au soleil
I will work 'til work is done
Tous les matins au soleil
I did work 'til work was done...” 

Ha un finale triste. Come la nostra storia, che è finita male, ancora con le parole di Bruce Springsteen, fra le più dure che lui ha scritto - forse per una donna che non ha saputo conservare con cura l'amore che aveva trovato:

“Lei spegne la TV e se ne va a letto senza una parola
pensando a come tutto è stato sprecato
e come sono stati buttati i loro sogni…
…e un uomo giusto è difficile da trovare”


Una volta ho incontrato l'anima gemella. Ma entrambi siamo stati incapaci di esserne all'altezza. Non avevamo una canzone nostra, cantavano tutte di noi. Ma alla fine, quando l'ho incrociata di nuovo per caso, è stato buffo scoprire che per entrambi era una canzone cantata da Keith Richards che ci faceva pensare l'uno all'altro.
Non la stessa canzone.

La mia diceva:

“Mi ricordo quando ti sfioravo le mani 
ogni volta mi emozionavo 
sei la più bella cosa che ricordi della mia vita 
io e te avevamo tutto
ed anche se non è durata, ne è valsa la pena
you and me, baby, we had it all” 

Keith Richards è un romantico (anche se la canzone è un classico del country americano, nessuno l'ha mai cantata come lui). Invece la canzone che a lei parlava di me era più prosaica:

“Non hai niente su di me 
You ain't got nothing on me” 


Perché, comunque la giri, per quanto tu sia felice e fortunato, alla fine va sempre sprecata in Amore Nero:

“Ti ho dato il mio cuore un bel giorno
e non ha più fatto ritorno
in cambio mi hai dato erbe amare
ed io le ho volute mangiare

Dei miei occhi hai preso il bagliore
uno specchio per vederti migliore
in cambio mi hai dato il veleno
di un dolce di spine ripieno

E c'ho creduto come una preghiera
che un amore è una primavera...
...per una notte di vino
pagherò cento giorni d'aceto”


P.S.: è applicabile anche un altro finale, che si meriterebbe da solo un post. È di David Bowie:

‘Tis a pity she was a whore
‘Tis my curse, I suppose

martedì 30 maggio 2017

Una forgia e una falce

Un minuto fa avevo le finestre aperte
e c’era il sole. Tiepide brezze
attraversavano la stanza.
(L’ho scritto anche in una lettera.)
Poi, sotto i miei occhi, si è fatto buio.
Il mare ha cominciato a incresparsi
e le barche da diporto che erano a pesca
hanno virato e sono rientrate, una flottiglia.
Il tintinnabolo sotto al portico è caduto
di colpo sotto una raffica. le cime degli alberi
tremavano. Il tubo della stufa cigolava e sbatteva
trattenuto dai tiranti.
Ho detto: Una forgia e una falce”.
Certe volte parlo da solo, così.
Nomino certe cose:
argano, gomna limo, foglia fornace.
Il tuo volto, la tua bocca, le tue spalle
ora sono per me inconcepibili!
Che fine hanno fatto? E’come se
li avessi sognati. I sassi che abbiamo portato
a casa dalla spiaggia se ne stanno lì
sul davanzale a raffreddarsi.
Torna a casa. Mi senti?
I miei polmoni sono pieni del fumo
della tua assenza.

(Raymond Carver)

Nirvana


Evan Williams, co-fondatore di Twitter, ha dichiarato al New York Times: “Pensavo che quando ad ognuno fosse stato possibile esprimersi liberamente e scambiare idee ed informazioni il mondo sarebbe diventato automaticamente un posto migliore. Mi sbagliavo”. 
Nelle sue parole mi sono specchiato. Quando negli anni ottanta abbiamo scoperto il computer personale, eravamo sicuri che avremmo migliorato il mondo. “Ruote per la mente” era il motto di Apple Macintosh. Fu Steve Jobs, il profeta del XX secolo, a dire: “La TV spegne la mente, il computer la accende”. 
Una volta la TV non era un posto cattivo. La gente era ignorante quanto lo è oggi, ma gli standard della TV erano elevati. C’erano film di qualità, c’erano sceneggiati memorabili, c’era Bandiera Gialla (o come si chiamava), c’erano i programmi di Renzo Arbore…
Poi è arrivata la pubblicità.
La pubblicità è la mano sinistra del capitalismo, è il male assoluto. Addio “Non è mai troppo tardi”: la pubblicità corteggia l’ignoranza, la fomenta, la nutre, perché è l’ignoranza la benzina del consumo. La pubblicità esalta i clic, la massa, il popolo bue. La pubblicità vuole che la gente sia orgogliosa della propria ignoranza, che dileggi la conoscenza e la cultura, che ne provi addirittura diffidenza.

Un manipolo di indomabili, negli anni novanta siamo fuggiti dalla TV per rifugiarci sulla rete. Era un buon posto: la condivisione della conoscenza, la comunicazione, liste di discussioni con persone colte e preziose. Poi, come l’anima nera dietro il nulla che mangia il mondo, la pubblicità ci ha raggiunto anche sul web. Il web 2.0, l’hanno battezzato. E ha reso la rete un posto maleodorante, dove si naviga fra spazzatura, falsità, opinioni, frastuono, ignoranza ed arroganza.
Abbiamo scoperto - dolorosamente - che non è parlando tutti che si arriva alla verità. Che la democrazia non è (ancora) la soluzione definitiva a tutti i problemi.

Leggo che sotto il web esiste un deep web oscuro. Non potremmo avere anche un Alto Web, luminoso, un posto dove la pubblicità non è permessa, dove le pagine sono pulite, dove le persone sono migliori? Non per tutti, per carità, un giardinetto per la sparuta minoranza che non smette di credere.

giovedì 15 settembre 2016

La grande bellezza


Adoro le motociclette ed adoro la musica, con tutti i suoni, i profumi, gli annessi ed i connessi: il profumo della copertina dei dischi e quello dell’olio e della benzina, il rombo del motore e lo squillo del sax, il ritmo della batteria.
Mi piace vivere nel mondo segreto in cui le moto (e la musica) mi conducono.
Adoro le donne, anche se sono più pericolose delle moto, anche se non mi sono dimostrato all’altezza, anche se mi hanno fatto sanguinare. Mi piace dormire abbracciato. Mi piace accarezzare.
Mi piacciono gli anni in cui sono nato e sono cresciuto, gli attori francesi, il cinema dei settanta, i romanzi, il modo in cui si pensava ed in cui si sognava. Mi piacevano i computer quando erano hippie.
Mi piacciono gli aerei ad elica.
Mi piace la nebbia, le montagne ed il mare ma solo quando non c’è nessuno, mi piacciono le città. Mi piace Londra.
Credo nella bellezza.

mercoledì 11 maggio 2016

Ruote per la mente


Ho letto, per caso, che le vendite degli Apple MacBook sarebbero crollate del 40%. Ho accolto la notizia con soddisfazione, perché questo è l’unico feedback possibile che la gente poteva dare ad un’azienda, la Apple di Tim Cook, che continua ad aumentare i prezzi dei propri computer riducendo contemporaneamente le prestazioni, tanto dell’hardware che del software.
Sto riferendomi all’amatissima linea Macintosh, non ad iPhone ed iPad, su cui non ho lagnanze. Sto parlando di computer sempre più sottili, con una sola porta (che se colleghi all’alimentazione non puoi attaccare ad un hard disk o ad una stampante), con il minimo sindacale di memoria di massa e di memoria in linea, venduti ad un prezzo di gioielleria.
Posseggo un iPhone di ultima generazione con cui dialogo tramite Siri, ho un iPad che uso per “consumo”, compreso leggere libri, viaggiare sul web (per quello che vale il cosiddetto web 2.0), consultare FaceBook e la posta elettronica, ascoltare la musica in streaming (ed inviarla in rete allo stereo hi-fi) e guardare i film altrettanto in streaming.
Ma tutto il lavoro vero lo svolgo sul Macintosh.
Un MacBook del 2011 (un lustro, che in informatica è un’era geologica) di cui ho fatto raddoppiare la memoria solida (non da Apple) ed uso con grande profitto come macchina per scrivere (io scrivo). Ed un iMac con un grande schermo da 27” ancora più anziano (è del 2009) che uso per la grafica, l’impaginazione, i blog.
Il mio iMac era decisamente più performante nel 2009, ed il paradosso è che i programmi di quell’anno erano di molto più efficienti di quelli di oggi. Per esempio, con iMovie di allora potevo montare un film di qualità professionale, mentre iMovie di oggi è un giochino per utenti senza pretese - come praticamente gli altri programmi attuali di Apple, ad eccezione forse ancora di Keynote. È stato un inatteso lavoro di downgrade: ogni uscita software ed hardware vale meno del precedente.
Il mio errore con iMac è stato quello di aggiornarne il sistema operativo e le applicazioni. Per scopi “professionali”, o meglio “prosumer” (quello io sono: un dilettante avanzato), assai meglio sarebbe stato che avessi conservato l’originale.

Se avessi a cena da me Tim Cook, gli domanderei: perché dovrei cambiare un vecchio Mac con il modello nuovo?

Ovviamente se lo domandano anche in Apple, ma temo si siano dati una risposta nel modo sbagliato: la loro immagino che sia “perché il vecchio Mac è lento”. Ed è lento perché gli aggiornamenti, calibrati sulle macchine nuove, che ti abbiamo spinto ad effettuare, lo hanno rallentato a livelli di inusabilità.
Il piano pare essere quello di spingere l’utente a rinnovare l’hardware ogni due anni. Più che un’acquisto, una sorta di abbonamento alla mela scolorata. Ma il piano non sembra comunque funzionare.

Il Mac di oggi non si può aggiornare; in realtà non si può neanche aprire. È un buon motivo per non acquistare un Mac di oggi. Personalmente avrei cambiato l’iMac 27” con un Mac Mini, che fino ad oggi si può aprire, ma ne hanno messo in commercio un modello meno performante del precedente.
Qual è il problema con il Macintosh?
Che la Apple iridata, quella di Steve Jobs (ma, sono sicuro, anche quella di John Sculley) aveva la missione di migliorare il mondo. Voleva dare ruote alla creatività.
La mela sbiancata ha come priorità fare fatturato. L’utilizzatore è stato degradato a mero cliente.

P.S.: L’informatica personale, oggi declassata ad informatica popolare, è nata nella Silicon Valley, in posti come lo Homebrew Club, ad opera di hippie visionari che volevano migliorare il mondo.
Se la Apple di oggi ha deluso i suoi utenti originali, il mondo dell’informatica in generale è addirittura scomparso, evaporato, lasciando il posto ad ottusi assemblatori di elettrodomestici. Negli anni duemila non è comparso sulla scena un solo concorrente per Apple ed il suo Mac. Il mondo del software non è più capace di sorprendere*, e tanto meno ne ha la volontà, mentre i computer ed i loro sistemi operativi sono anonimi. Le aziende si accontentano di imitare Apple, in cambio di briciole di guadagni. Su come sia possibile che si sia realizzata questa anestesia generale della creatività, non ho una spiegazione. Se non che neanche Beatles e Rolling Stones hanno eredi nel nuovo millennio.


(*) Quale software del 2000 mi sorprende? Lo streaming di Spotify & Co, Wikipedia (ma non del tutto)... Non mi viene in mente altro. Persino i motori di ricerca si sono venduti a dare risposte più redditizie che utili. 

venerdì 29 aprile 2016

Poker


In tutta la vita non sono mai stato un giocatore d’azzardo. Mi piace spendere i soldi, ma detesto buttarli, e a perderli non mi diverto per niente. Per capirci, l’unica città degli Stati Uniti che non mi piace è Las Vegas.
Ciò nonostante da ragazzi, nei film western ci affascinava il poker, con le sue regole ed i suoi meccanismi. Nei giorni dell’Università, io e un paio di amici facemmo conoscenza di un figlio di papà, un tipo strafottente e non troppo sveglio, con cui prendemmo l’abitudine di giocare un tavolo di poker settimanale. Era gradasso, impaziente ed arrogante, doti ideali per perdere soldi. Era divertente passare una serata fra amici a giocare a carte alla buona, e alla fine avere tutti regolarmente in tasca qualche biglietto da 10.000 lire per bere alla sua salute.
Fino a che una sera portò un amico. Fummo troppo ingenui per realizzare che dilettanti come noi non avrebbero dovuto giocare a soldi con uno sconosciuto. O forse a vincere facile ci eravamo convinti di essere capaci. Quella sera, un poco alla volta, quasi senza che ce ne accorgessimo, ci trovammo tutti sotto, chi più, chi meno. Io ero un giocatore prudente, non volevo perdere troppo e tendevo ad uscire ogni volta che avevo in mano carte deboli, ma ciò nonostante a fine serata avevo perso 50.000 lire. Non era molto, ma abbastanza per sentirmi triste e incazzato al pensiero delle cose che avrei potuto comprare con i soldi perduti, per esempio dischi.
Poi qualche cosa successe.
Alla fine di quella serata tutta storta, a quella che si sarebbe rivelata la penultima mano mi trovai in mano un full. Mi riuscì di non cancellare dal viso l’espressione infelice, mi mossi bene, e fui aiutato dal fatto che almeno in due  si trovavano in mano carte buone. Con quell’unico giro mi ritrovai in tasca nuovamente tutti i biglietti perduti.
Finalmente mi rilassai e tornai a divertirmi, allegro e ciarliero. Che serata era stata, dopo tutto. Non vedevo l’ora che si dichiarasse chiusa, e mi ripromisi di non mettermi più in gioco fino alla fine - ma com’è noto, sarebbe stato scorretto chiamarsi fuori subito dopo un giro vincente.
La dea bendata aveva i suoi piani. Alla mano successiva mi trovai in mano un poker, forse, anzi di sicuro, l’unico della mia vita. Non potevo crederci, ed al tempo stesso ero un fascio di adrenalina. Mi impegnai a ricavare il massimo da quel gran colpo di fortuna. D’istinto, scelsi la strategia vincente: invece di cercare di simulare indifferenza, proseguii a recitare la parte del gradasso che avevo inaugurato dopo il full. Con mia sorpresa, tutti quanti senza eccezioni si mostravano convinti che stessi bluffando, ed in maniera maldestra anche. Sembravo proprio un principiante su di giri per aver vinto una mano. Io continuavo a rilanciare, ed in due, un amico e lo sconosciuto, accettarono il gioco, o per meglio dire mi misero in mezzo. Io rilanciavo, loro ricaricavano. Non potevo credere alla mia fortuna. Eravamo al di fuori di ogni nostra abitudine, le regole non dette e non stabilite che limitavano le puntate a valori compatibili con il nostro gioco. L’atmosfera era cambiata del tutto rispetto alle nostre solite partite.
In breve sul tavolo c’erano tutti i soldi dei nostri portafogli, e sono sicuro che se ne avessimo avuti altri avremmo messo anche quelli. L’adrenalina scorreva, e soprattutto pareva essersi formata una complicità generale per leggermi il bluff e vedermi scornato. Non mi venne da pensare neppure per un attimo che qualcuno potesse avere delle carte migliori delle mie. Solo non potevo credere che continuassero a ricaricare i miei rilanci.
Tutte le banconote di cui disponevamo erano sul tavolo; non ricordo quanto, ma erano decisamente più di quante ne avremmo mai giocate a mente lucida. Era il mio turno di mettere le carte sul tavolo, denunciando finalmente, secondo la certezza di tutti, il mio bluff.
Lo feci appoggiando le carte una per una, a formare un tris più la carta spaiata, come facevano nei film di cowboy da cui avevamo imparato il gioco. L’amico che aveva visto non riuscì a trattenersi dal calare d’un botto le sue, lasciandosi andare ad una gran risata liberatoria, convinto della vittoria del suo full sul mio tris. Lo sconosciuto aspettò di vedere, l’unico a mantenersi impassibile. Calai sul tavolo l’ultima carta assieme a tutta la mia adrenalina, infilandola tra le altre a completare il poker. Un’esplosione avrebbe fatto meno effetto; quel che accadde fu in effetti che saltò il tavolo dalla sorpresa. Lo sconosciuto infilò le sue carte nel mazzo. Non volle rivelare a nessun costo il suo gioco. Tutte le banconote sul tappeto erano le mie; le misi in fila, contandole e infilandole nel portafogli con teatralità, fra l’antipatia di tutti. Era un’atmosfera inusuale: io l’unico con l’umore alle stelle, gli altri infastiditi e scontrosi.
Fu una forte emozione, e una gran serata, ma non cercai mai di riviverla; da allora non giocai mai più alle carte per denaro, neanche una volta. Anche se credo di aver promesso la rivincita per la settimana successiva, nessuno del mio gruppo si presentò (e meno che mai io). La serata di poker era uscita dalle nostre abitudini.

giovedì 14 gennaio 2016

So long, David Bowie


L’8 gennaio 2016, giorno del suo sessantanovesimo compleanno, Bowie ha dato alle stampe Blackstar, un disco che ha ricevuto un'istantanea accoglienza di cui si era persa la memoria dai giorni della beatlemania. Io scrissi che per la sua carica di innovazione si trattava del primo disco del XXI secolo (nonostante fosse iniziato da ormai sedici anni) e che era un disco seminale, che auspicavo ispirasse all’emulazione qualche giovane talento. E che ero impaziente di ascoltarne il seguito, ed il seguito ancora. Invece si trattava del Gran Finale.
Due giorni dopo, con un sincronismo spiazzante (e improbabile), l’artista venuto da Marte lasciava il nostro mondo, compiendo il percorso artistico prefigurato da Ziggy Stardust e dall’uomo che cadde sulla terra. Il rise and fall di David Bowie, un cerchio completo se si chiude fra Space Oddity e Blackstar, la stessa canzone dopo un raggio di dieci lustri.
Una uscita di scena senza precedenti, che piega alla sua teatralità persino la morte. L’arte applicata alla vita fino alla morte.
Il clamore scatenato dal nuovo disco divenne un tutt’uno con l’ondata di lutto collettivo di due o tre generazioni di ex ragazzi, mano a mano che increduli ne apprendevano la notizia. Un senso di appartenenza collettivo che non si provava dal giorno della morte di John Lennon.

Per chi era un teenager negli anni settanta, nessun artista è stato intimamente specchio del proprio intimo quanto David Bowie. Io ne ho scritto la mia testimonianza nel libro Perché non lo facciamo sulla strada?

In epitaffio a Bowie, anticipo su BEAT il capitolo a lui dedicato sull'ancora inedito Long Playing, una storia del Rock, lato B: il ritorno del Rock. Il libro è in uscita in qualche momento di questo 2016.