lunedì 5 marzo 2012

il nostro disco che suona




“una rotonda sul mare
il nostro disco che suona…” 

Sapete quella cosa. “il nostro disco”… Di solito è la canzone che imperversava in una certa stagione, che ci porta alla mente un preciso momento, una certa estate, una certa spiaggia, un certo amore. Funzionava di più in epoche in cui le canzoni effettivamente “imperversavano” e in cui valeva la pena di ascoltarle. Io vivo di musica, da sempre. La TV non la posseggo neppure, ma è raro che mentre sia in casa non stia suonando della musica. Non dalla radio, perché non mi piacciono le canzoni che piacciono ai dj delle “radio private”. Ascolto musica anche in auto, anzi, c’è musica che è particolarmente adatta ad essere ascoltata on the road: provate a mettere Born To Be Wild degli Steppenwolf e capirete cosa voglio dire… Ascolto musica persino quando passeggio, dalle cuffiette Marshall del mio iPhone, ed è come aggiungere la colonna sonora ad un film.
In mezzo a tanta musica è difficile legare un momento ad una sola canzone. Ciò nonostante mi sono accorto che ho delle canzoni che mi parlano di un amore speciale che ho vissuto. Magari perché le ascoltavamo assieme, magari perché piacevano anche a lei, più spesso perché le parole in qualche modo mi parlano di lei.
Ricordo da ragazzo, avevo lasciato una ragazza e poi, come succede, l’avevo rimpianta. Era una canzone di Bruce a parlarmi di lei:

“Una volta ho sognato che eravamo ancora assieme io e te
a casa in quei club dove andavamo
eravamo in piedi al bar ed era difficile sentirsi parlare
We were standin' at the bar it was hard to hear
la band suonava forte e tu gridavi qualche cosa al mio orecchio 
mi hai tolto la giacca mentre il batterista contava il quattro 
mi hai preso la mano e mi hai portato sulla pista 
mi hai abbracciato e hai cominciato a ballare lentamente 
mentre ti stringevo stretta ho giurato di non lasciarti mai andare…”

L’ho fatto anch’io una volta un sogno così, sulla mia fidanzata americana, la mia rock & roll girl, e nel sogno ho pensato che non l’avrei mai lasciata andare…

La canzone che mi ricorda il mio primo amore è di Chris Rea:

“I just wanna be with you
No matter what they say
Just wanna be with you
Every night and every day
Cold nights, dark days
I wanna be with you”

come pure quella che mi ha parlato di lei dopo averla persa:

“il tempo passa, e ogni lacrima asciuga
e le notti da solo diventano stranamente accettate
e mentre gli anni passano, come dice la vecchia canzone
il dolore con il tempo se ne va, non può durare per sempre
ma poi un amico da stupido fa il tuo nome
giorni di sole, notti ebbre
tu che sorridi e mi dici che va tutto bene
com'è fredda, fredda la pioggia a sentir nominare il tuo nome
perdonami per favore
se stringo le spalle per non mettere a disagio gli amici
non è che invecchiando sia diventato più freddo
sono diventato bravo a nascondere
quello che sento senza confidarmi
ma è sempre lo stesso
quando sento fare il tuo nome”

La mia "rock & roll girl" è quella che mi ha dato più soddisfazione in fatto di canzoni (e non solo) perché amava Bruce Springsteen e soprattutto Tom Petty. Il nostro album era Tunnel Of Love, ma la nostra canzone era di Bryan Adams, il singolo “Please Forgive Me”:

“ancora mi sento come la prima notte assieme
mi sento come il nostro primo bacio
va meglio baby
la prima volta che i nostri occhi si sono guardati
sento la stessa sensazione
solo molto più forte
voglio amarti ancora
la tua fiamma è ancora accesa?
Così se ti senti sola, non farlo
per favore perdonami, ora so cosa fare
per favore perdonami, non posso smettere di amarti…”

Sono stato sposato anche, e la nostra canzone era quella che suonava pressoché ovunque in quei giorni, forse l’ultimo pezzo rock ad avere un peso nel mainstream. Il Santana di Love Of My Life (vocalist Mr. Dave Matthews) e Corazon Espinado. Però quello che mi è rimasto di lei lo ha cantato in italiano Francesco de Gregori nella sua canzone più bella:

“e cancello il tuo nome dalla mia facciata
e confondo i miei alibi e le tue ragioni
i miei alibi e le tue ragioni...
Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo
e la mia faccia sovrapporla a quella di chissà chi altro
ancora i tuoi quattro assi, bada bene di un colore solo
li puoi nascondere o giocare con chi vuoi...
E quando io senza capire ho detto sì
hai detto è tutto quel che hai di me
è tutto quel che ho di te…”

È coniugata in italiano anche l’ultima storia, ad opera di uno stornellista popolare di Trastevere con venature gitane e surreali, Mannarino.

“Quando io sono solo con te
sogno immerso in una tazza di tea
ma che caldo qua dentro
ma che bello il momento
Quando sono con te non so più chi sono perché
crolla il pavimento e mi sciolgo qui dentro
Quando penso a te mi sento denso perché
io ti tengo qua dentro di me
io ti porto qua dentro con me
Me so' 'mbriacato de 'na donna
quanto è bbono l'odore della gonna
quanto è bbono l'odore der mare
ce vado de notte a cerca' le parole…”

Anche se poi va sempre a finire in Amore Nero…

giovedì 1 marzo 2012

piume



Dice il mio saggio amico Camillo, filosofo e neurolinguista, che l’essere umano è la donna. L’uomo è una specializzazione atta alla riproduzione ed alla caccia. Per questo, al contrario del luogo comune, il sesso romantico e quello che si innamora è il maschio. Deve essere abbastanza romantico da corteggiare la femmina ed abbastanza innamorato da tornare a casa per dividere la scarsa preda anziché mangiarsela tutta ed andarsene libero come l'aria. La femmina è pragmatica e pratica e mostra romanticismo solo come un fiore carnivoro, per attirare la propria preda.
Non è un caso che in natura quello che ha il sedere e le piume colorati è il maschio, non la femmina.

domenica 26 febbraio 2012

il linguaggio nel paleolitico


Per non ripetermi troppo sui mie consueti argomenti, per questo post lascio volentieri la parola a Carol.


Ricerca di Storia: 
il linguaggio nel paleolitico. 

Non conosciamo il linguaggio degli uomini del paleolitico, perché siccome non esisteva ancora la scrittura non possiamo sapere come si esprimevano quei nostri antenati. Però io e papà abbiamo compiuto una ricerca ed abbiamo scoperto quali erano le frasi più usate nel loro linguaggio, e quelle che invece non si potevano esprimere.

Le frasi che il linguaggio del paleolitico non era in grado di esprimere:

Non c'è campo. 
Che numero di scarpe porti? 
Attraversa sulle strisce pedonali. 
Per me pasta al pomodoro. 
Non ti scordare l'ombrello. 
Hai tu le chiavi di casa? 
Ho montato le gomme da neve. 
Aprite il libro a pagina 12. 
È il mio film preferito. 
Che brutta calligrafia! 
Devo studiare storia. 

ma anche Falso come Giuda, Veloce come un razzo (però era in uso veloce come una lepre), …

Le frasi più frequenti nel linguaggio del paleolitico:

Non colpire con la clava il tuo compagno. 
Ci sono dei peli nella mia bistecca. 
Mangiate pure con le mani. 
Tonto come un Dodo 
Papà, mi racconti ancora la fiaba del mammouth? 
Se non fai il bravo ti mangia lo smilodonte. 
Che bei lombi. 

Una barzelletta del paleolitico. Un bambino torna a casa con la pagella scolastica. La mamma guarda la pagella e poi dice: "capisco italiano, il linguaggio è appena stato inventato; capisco matematica, non abbiamo neanche i numeri. Ma storia, storia sono solo quattro stupidaggini!"


domenica 19 febbraio 2012

gone country #2





Mi sono reso conto di essere diventato country un paio di stagioni dopo essermi trasferito a vivere in campagna. Stavo guidando una domenica mattina verso il paese, i finestrini erano abbassati e lasciavano entrare un tiepido profumo d'autunno. Lascio cadere l'occhio sul tachimetro per accorgermi che sto procedendo a 60 chilometri all'ora. Cazzo, ero veramente diventato country! Di quelli che alla domenica mattina fanno un giro sulla piazza del paese che mi ricorda la Provenza: macellaio, panettiere e poi un caffé al bar, quello con la barista formosa non quello dei turisti, e magari anche quattro chiacchiere con un amico ed una fetta di crostata. Il country lo distingui subito: ha una camicia tecnica, magari rossa di flanella, jeans Levi's e scarpe gialle Timberland. Indossa accessori marchiati Columbia, North Sails o alla peggio Decatlon. È completamente diverso dal redneck. Il redneck è nato in campagna, da una famiglia nata in campagna. In italiano redneck suonerebbe villico, o villano, ma per essere politically correct useremo il termine campagnolo. Qualcosa fra Dinamite Bla ed Un Tranquillo Weekend di Paura. Invece il country nasce cittadino, ma siccome ama la primavera, il profumo di erba tagliata e la neve d'inverno si è spostato alla fine a vivere in campagna, di solito in un rustico riadattato, anche se cercava una casa colonica, una piccola fattoria che esiste solo nei film sui vigneron francesi. 
Il country d.o.c. sogna il chiantishire, ma nel mio caso si è accontentato del trebbiashire. Il country ed il redneck sono due personaggi all'antitesi, al limite del compatibile. Anzi, a pensarci hanno varcato quella linea. Il country degli anni novanta guidava una Volvo Polar rossa. Oggi non ha proprio una auto dedicata, va bene qualsiasi station-wagon purché abbastanza stagionata (e con un adesivo apple sul lunotto) oppure un fuoristrada che non sia in odore di SUV. Personalmente mi piacerebbe un Mercedes GLK in tinta opaca, ma non credo di potermela permettere. Il redneck degli anni novanta guidava una Opel, perché era l'auto di una certa dimensione venduta al prezzo più basso. Oggi guida rigidamente macchine cinesi, spesso SUV ingombranti come trattori che guida pure alla velocità di un trattore, cioè raramente sopra i 30 km/h. Veramente il cucciolo di redneck guida minuscole utilitarie settate da rally tipo Peugeot 105, sempre a tutta manetta rispettando solo due regole: mai rallentare in paese e mai mettere una freccia prima di curvare. Ma quando raggiunge l'età adulta anche lui toglie il piede dall'acceleratore e si mette a guidare osservando i campi ai bordi della strada come se fosse in bicicletta. Bicicletta che peraltro il redneck autentico schifa nel modo più assoluto. Il redneck non toglie mai il culo dal sedile dell'auto a meno di appoggiarlo su quello del Massey Ferguson, ma mai e poi mai lo appoggerebbe sul sellino della bicicletta che era l'unico mezzo di trasporto del nonno povero. Il redneck arriva nella piazza del paese in auto, piazza che a nessun sindaco redneck verrebbe in mente di chiudere al traffico. Lascia il suv cinese con il motore diesel acceso di fianco al giornalaio per comprare il giornale locale, quello con la pagina dei morti, e poi riparte rigorosamente in auto per raggiungere il caffè a una distanza di trenta metri.
Al contrario il country snobba l'auto. Adora usarla per caricare qualche cosa di voluminoso nel bagagliaio, il massimo è la raccolta differenziata per la discarica, ma il country adora la bicicletta, magari non quella nera del nonno del redneck ma una color verde acqua della Bianchi o una bici da corsa o meglio ancora una mountain bike. Al country piace andare in bicicletta al paese distante cinque chilometri per comprare il pane, e colpirebbe con un bazooka i suv cinesi parcheggiati in paese lungo il bordo della strada.
Nalla campagna sono persino apparsi, sia pur nei posti più scomodi e improbabili, anche i bidoni della raccolta differenziata. Quello blu della plastica, il giallo della carta e quello marrone del vetro, ma mai tutti e tre assieme, solo due alla volta. Puoi mettere carta e plastica, ma per il vetro devi fare ancora un paio di chilometri; oppure vetro e carta, ma di plastica non se ne parla. La regola è mai tutta la differenziata assieme; tanto il redneck non la userebbe comunque. Il redneck si serve solo del bidone nero dell'indifferenziata, raccogliendo la pattumiera rigorosamente in sacchetti di plastica che da quando sono fuori legge acquista sottobanco dal droghiere. A volte lascia dei cartoni voluminosi ai piedi del raccoglitore della carta, ma mai dentro e soprattutto mai e poi mai userebbe il bidoncino della frazione umida, che gli ricorda troppo dolorosamente quando il nonno buttava l'immondizia sul mucchio del letame (allora la carta non si buttava e la plastica era di la da venire). In campagna sono apparse anche le isole ecologiche, cioè le discariche, ma sono frequentate solo dalle station del country. Le lavatrici arrugginite il redneck le lancia in certe scarpate appositamente segnalate da cartelli con la scritta "vietato gettare i rifiuti".
Il redneck una volta abitava in casette coloniche scomparse o vendute al country per il restauro. In proprio ha provveduto prima a sostituire i poco pratici serramenti in legno colorati in calde tinte verdi con cornici in ottone che resiste meglio agli spifferi, poi ha acquistato una villetta a schiera costruita sulla collinetta erbosa. La collinetta avvolge una cantina dove la famiglia del redneck vive come gli hobbit, mentre la casa che spunta da sopra come un fungo funge da mausoleo per i posteri. In campagna sopravvivono ancora negozietti familiari dove vendono merce a chilometri zero, ma come gli animali selvatici vengono mano a mano costretti a migrare verso la spopolata montagna per essere sostituiti dai piccoli supermercati in franchising dove si preparano i formaggi ed i salumi sottovuoto per i turisti di Milano. Anche se il sogno nel cassetto di ogni giunta comunale redneck è un vero centro commerciale come nelle periferie della città, un ipercoop con tanto di parcheggio asfaltato e carrelli all'esterno. Dove abito io, in un angolo di paradiso terrestre fra la Val Trebbia e la Val Luretta, la giunta ha già deliberato per due volte la costruzione di un simile ecomostro al posto di deprimenti campi coltivati e boschetti, e solo il veto della regione ha impedito che le ruspe si mettessero davvero al lavoro. Maledetti verdi, sempre contrari ad ogni progresso.
Sentivo due anziani redneck chiacchierare all'osteria, sui vantaggi dei viadotti che permettono di sorvolare gli Appennini senza nemmeno vederli per arrivare al mare in auto in sessanta minuti. Loro a Genova ci erano stati al massimo per il servizio militare, ma erano entusiasti del fatto che asfaltassero delle strade e raddrizzassero delle curve per arrivare il prima possibile evitando "il viaggio".
Il redneck non ama la campagna, ne ha le palle piene. Il suo sogno è trasferirsi nel centro residenziale alla periferia della città, quello che non è servito che da un autobus all'ora ma a lui non importa tanto si sposterebbe comunque in auto cercando parcheggio lungo i marciapiedi ai confini della ztl. Mentre il cittadino si trasferisce in campagna a fare il country ed il centro storico viene occupato dagli emigrati sudamericani.
Sia il country che il redneck posseggono un cane. Dalla razza del cane country puoi capire quanti anni ha. All'inizio il country aveva un pastore tedesco, poi per un fuggevole attimo è stata la volta del dalmata, subito sostituito dal labrador color champagne, a lungo il vero cane country per eccellenza. Poi il beagle, il jack russell, che però scava i buchi nel giardino e scappa, e ora è piuttosto di moda adottare un cagnolino del canile. Il punto di ritrovo del country cinofilo è il poliambulatorio veterinario il sabato mattina. Per il redneck il cane è rigorosamente un bracco da caccia che vive in un recinto oppure un meticcio da pagliaio che vive alla catena. Se in campagna capita di imbattersi in un doberman o un dogo, è del turista. Perché qui in campagna il redneck ed il country non sono le uniche specie umane, ma ci vive anche il turista, specie d'estate e nel week-end. È milanese, frequenta bar approntati appositamente che si distinguono dall'osteria per la lavagnetta all'esterno con la scritta happy hour, e fa la spesa in spacci alimentari dove preparano il cibo in buste sotto vuoto. Ama la campagna, il golf e la piscina del bed & breakfast.

mercoledì 15 febbraio 2012

amore, non amore


Sostenere che di una persona ci si innamora dell'anima, della sua essenza, significherebbe barare. Perché non è la mente a mediare l'attrazione amorosa, quanto un misterioso e atavico richiamo la cui natura è tanto oscura quanto imprevedibile. Quando scatta l'attrazione per un'altra persona ancora non la conosciamo abbastanza e di certo non ne conosciamo l'intimità. Semplicemente scatta un interruttore che ci accende ad uno stato nascente ricco di emozioni, di desiderio, di energia, di struggimento, di nuove priorità. E di corteggiamento.
Non è un processo né volontario né scelto: per quanto possiamo stimare una persona e persino ritenerla ideale, non c'è verso di poterci innamorare a forza. Ci si può legare per interesse (interesse persino nobile ma più spesso ignobile), ma per interesse non ci si innamora. Certo ci sono dongiovanni (e seduttrici) che per piacere di conquista simulano l'innamoramento ma si tratta per l'appunto di una commedia, di una sciarada, non di uno stato reale. Il dongiovanni è innamorato solo di sè stesso e incapace di coniugarsi al plurale.
Lo stato nascente è una stato ancora personale, che cioè riguarda il singolo: ci sentiamo attratti, languidi e portati al corteggiamento, ma non c'è nessuna garanzia che l'altro ci ricambierà del medesimo desiderio. Se in effetti non siamo ricambiati e l'oggetto della nostra attrazione resta indifferente (quando non ostile), ci troviamo a dover soffocare più o meno rapidamente o lentamente e con più o meno successo lo stato nascente per tornare in stand-by, di nuovo disponibili ai maneggi di Cupido. Non essere capaci di spegnere il desiderio per una persona che non ci ricambia può costituire una specie di errore comportamentale, quello che è alla base dell'atteggiamento degli stalker - anche se non mancano aneddoti (rari) su corteggiamenti andati in porto contro ogni previsione ("chi la dura la vince"). Di solito chi ha avuto più esperienze amorose e tende ad avere più successo in amore, con più facilità si ritira di fronte all'insuccesso; mentre chi è timido o inesperto è più prono a cristallizzare il proprio desiderio in un amore platonico.
Se il nostro stato nascente è ricambiato accendendo un desiderio nella persona che corteggiamo, entriamo nel campo dell'amore attraverso la porta dell'innamoramento. L'innamoramento non è più uno stato confinato al singolo ma partecipa di una serie di interazioni non solo fra i due partner ma persino con l'ambiente, la società nella quale gli innamorati vivono (per esempio i genitori, i figli, eventuali partner pre-esistenti, barriere geografiche o sociali…). Questa magica esperienza dell'amore, la più dolce, la "luna di miele", è un momento magico, che non capita troppo spesso di vivere, un momento di profondo appagamento, di gioia, di energia, di fantasia, di benessere che costituisce un tesoro personale che tendiamo nel tempo a ricordare e a rimpiangere. Giorni magici in cui la sensibilità si acuisce, la sensualità esplode, la fantasia e l'energia prendono il sopravvento.
Nel corso della luna di miele la figura ideale del partner, all'inizio fatta non di materia ma di pura astrazione, comincia a sovrapporsi in un lungo processo di dissolvenza alla persona reale in carne ed ossa, quella vera che già esisteva prima che noi la incontrassimo, quella con la sua storia personale, con il suo preciso carattere, con i propri problemi e la propria personale interazione con l'ambiente che lo circonda.
Scrive acutamente lo scrittore Andrea De Carlo nel romanzo Tecniche di Seduzione: "Non è incredibile come quando ti innamori di una donna ti sembra che lei viva d'aria, senza peso e senza fatica, senza nemmeno bisogno di mangiare, alimentata solo dalle sue qualità sorprendenti? Sei così pieno di entusiasmo che dedichi tutte le tue energie a renderla una parte permanente della tua vita, e non ti rendi conto di come in questo modo aiuti il suo peso a venire fuori. Vengono fuori le sue malattie psicosomatiche e vengono fuori i suoi genitori, vengono fuori i suoi difetti fisici e i suoi difetti di carattere e le sue richieste…" 
Ed ancora: "siamo noi che cerchiamo di fermare le cose che ci piacciono, renderle più permanenti e sicure possibili, sottrarle ai pericoli del tempo e delle trasformazioni e dei cambiamenti d'umore. Ed è anche bella l'idea che due persone possano vivere insieme sicure e fiduciose, senza i sospetti e i giochi di contrappeso e i ricatti e le lusinghe…" 
In questo processo la persona ideale che ha acceso i nostri sensi si trasforma nella persona reale di cui ci troviamo ad essere innamorati. Forse è in questo processo che consiste la trasformazione dell'innamoramento in amore. L'operazione può andare liscia, anzi può essere una bella trasformazione; può darsi che quell'aspetto fisico che ci aveva attratti (c'è sempre una forte fisicità fra le regole, per quanto ignote, dell'attrazione), magari quel sorriso, quello sguardo, o perché no quel seno arrogante, trovino una completa soddisfazione nella materia di cui è fatto il partner. Che gli indizi di simpatia, di vivacità, di creatività, di intelletto (o anche di stupidità: uno stupido può ben essere attratto da un suo simile) si rivelino prove di un carattere davvero stimolante. Come può succedere il contrario, che la realtà sia diversa dalle nostre (o dalle sue) aspettative, e che parti del carattere della persona ci risultino fastidiose o addirittura incompatibili. Questo può fare crollare il castello di carte e traformare il miele in fiele (o più banalmente in noia) o può portarci a creare false aspettative, come quella classica di chi si è così affezionato alla propria storia d'amore da volersi illudersi di riuscire nel tempo a "cambiare" il partner. Si dice sia una prerogativa più femminile quella di cercare di cambiare l'uomo, salvo rinfacciargli, una volta riuscita nell'impresa, di "essere cambiato". Effettivamente le persone possono cambiare, ma di solito in peggio…
La natura sembra aver previsto un'età in cui sintonizzare due persone è più semplice e naturale, ed è la giovinezza, quella in cui si formano le prime coppie. La maturità, al contrario, porta con sè l'esperienza di amori perduti e di conseguenza la consapevolezza dell'importanza dell'amore, della gratitudine che si deve al partner e della necessità di valorizzarlo e non di sottomertelo, ma anche la difficoltà a mutare abitudini ormai inveterate e di accettare una persona in qualche modo troppo diversa da noi.


Innamorarsi è bellissimo, disinnamorarsi è deludente.



mercoledì 18 gennaio 2012

se questo amore è un treno


"Se questo amore è un treno vorrei salirci su
filare via ai duecento e non tornare più
Se questo amore è un treno vorrei guidassi tu
ho gli occhi così stanchi ho il cuore così giù
Se questo amore è un treno vorrei portasse al caldo
ho preso troppa pioggia ho preso troppo freddo
Se questo amore è un treno tu portami laggiù
dove l'inverno è breve e il cielo è sempre blu


Passeremo montagne, passeremo città
spazzeremo via i dubbi e le perplessità
Passeremo l'inferno bevendo champagne
busseremo ai cancelli dell'eternità
e lontano al tramonto ci potremo fermare
ai confini del mondo per poterlo cantare"

martedì 3 gennaio 2012

il mondo dei sogni



“Once I dreamed we were together again, baby you and me
Back home in those old clubs the way we used to be
We were standin' at the bar it was hard to hear
The band was playin' loud and you were shoutin' somethin' in my ear
You pulled my jacket off and as the drummer counted four
You grabbed my hand and pulled me out on the floor
You just stood there and held me, then you started dancin' slow
And as I pulled you tighter I swore I'd never let you go”


"Oggi ho imparato a volare 
e non me ne voglio più dimenticare 
da tutti i miei amici in visita andrò 
e alle loro finestre io busserò 
e dirò guarda ho imparato a volare "

Da bambino facevo sogni incredibili. Sogni in 4D. Nel senso che nei miei sogni avvertivo sensazioni realistiche come il calore della luce del sole o il suo profumo, sensazioni di cui conservo un vivido ricordo ancora oggi. Facevo sogni iperrealisti, in cui le sensazioni erano più vere del vero, i campi più verdi, il cielo più blu, le persone più reali e sincere.
Forse mi capitava perché ero un dormiglione, e si sa che i sogni più reali sono quelli della tarda mattinata. Ricordo che avevo persino catalogato il tipo dei sogni a seconda dell'ora in cui si lasciano sognare: appena addormentato arrivano i sogni surreali, alle 3 del mattino quelli bui e gli incubi, e nella mattinata quelli pieni di persone e di posti fantastici.
Da bambino sognare mi piaceva così tanto che credevo di aver codificato dei metodi per aiutare a scegliere il sogno desiderato (il metodo era pensare al soggetto al momento di dormire, ma solo per pochi attimi, quasi per non esaurirlo); e mi piaceva accorgermi di sognare durante il sogno (si chiama sogno lucido) per potermi muovere a piacere al suo interno. Mi domandavo, allora, se esistesse un mondo nei miei sogni, se ciò che sognavo fosse dotato di vita autonoma, oppure se fosse un'illusione e nel momento in cui giravo le spalle gli oggetti e le persone sparissero… Facevo sogni così belli che cercavo anche di riprenderne il filo nel caso mi svegliassi, e mi cullavo nel loro ricordo anche da sveglio, nella giornata.
Avevo ambientazioni ricorrenti, per esempio città imponenti; oppure sogni ricorrenti, come un incubo in cui l'ascensore che dopo aver pigiato il tasto invece di salire partiva verso il sottosuolo, e sapevo che le porte si sarebbero aperte nell'oscurità totale della cantina (molte volte da bambino ho avuto questo incubo, che per fortuna terminava puntualmente all’affacciarsi nel buio).
Il più bello fra i miei sogni ricorrenti era, anzi è, quello di volare. Nel sogno lo vivevo come una scoperta naturale, quasi una ri-scoperta di una facoltà naturale che per qualche motivo avevo scordato, a cui il tran tran quotidiano aveva impedito di pensare; ed il volare si associava sempre, ogni volta, con la massima felicità, addirittura il fondo scala della felicità! Deve essere per questo che nel Peter Pan letterario per volare era ingrediente necessario un pensiero felice. Nei sogni volo esattamente come fa Peter Pan, senza bisogno di battere le braccia ma semplicemente portandomi verso l'alto come se a sollevarmi fosse la materia della mia anima. Esco dalla finestra e oltrepasso i tetti delle case che mi sono familiari, quelle della mia città, che viste da questa prospettiva sembrano bellissime. Volo sui tetti e sopra le vie, ed arrivo ad oltrepassare un muro, oppure una collina, oltre il quale c'è un giardino, un giardino in cui sono totalmente felice, un giardino che in qualche modo coincide con un giardino di suore con grandi alberi che in qualche modo vedevo, o intuivo, dal balcone di casa mia da adolescente. La cifra ricorrente del mio sogno di volare è la felicità completa e la consapevolezza che ne sono capace da sempre e che d'ora in avanti non mi muoverò più camminando ma solo volando. Il risveglio da questo sogno è sempre un atterraggio così brusco ed una delusione così cocente che passo la giornata a rievocarne i particolari quasi a volerci rientrare a forza. 
Da bimbo sognavo molto, ed un caldo raggio di sole sulla pelle riusciva ad entrare nel mio sogno per farne parte. Ma proseguii a sognare con grande piacere anche da ragazzo. Da adolescente mi capitava di sognare la ragazza della mia cotta a scuola, e magari di baciarla, per la mia delusione al risveglio (al liceo ero piuttosto imbranato nei rapporti con le ragazze... e comunque i miei sogni erotici erano interrotti regolarmente sul più bello dal risveglio).
Si dice che se sogni di essere innamorato di una persona, ne rimani sensibile per giorni; più di recente mi capitò il contrario: una ragazza mi raccontò di aver sognato di fare l'amore con me, e che era stato straordinario. Con che coraggio avrei potuto farlo davvero nella realtà e confrontarmi con il super-me onirico rischiando di deluderla in quel ricordo virtuale?
Anche da più "grandicello" mi è capitato spesso di sognare il mio primo amore; nel sogno ogni volta chiarivamo i motivi che ci avevano portato a lasciarci e tornavamo felici come mai... Ho sognato, come immagino tutti, di parlare al nonno che non c'è più, o di accarezzare Reif, amatissimo pastore tedesco cresciuto con me ma inevitabilmente scomparso prima... tutti sogni pieni di sole e di felicità.

Poi, un giorno, deve essere successo che ho smesso di sognare; o almeno ho smesso di sognare emozioni e colori. Oggi non saprei dire se di notte io sogni ancora: di certo se lo faccio sono sogni sbiaditi, grigi, faticosi, sgradevoli, senza molto senso, e li dimentico appena inghiottito dalla realtà del risveglio.
Insomma, per qualche motivo ho smarrito la chiave dell’ingresso del mondo dei sogni.

Fatte queste premesse non c’è da stupirsi che iscritto di fresco a Medicina fossi molto interessato alla neuro-fisiologia. Entrai nell'istituto da studente interno, con un grande interesse sull'attività onirica: in un primo momento mi chiedevo se fosse possibile ideare un metodo per "filmare" i sogni. In ogni caso volevo capire perché si sognasse. Per quanto possa sembrare strano, non si ha un'idea precisa nemmeno del perché noi si dorma. Gli esseri viventi più elementari non dormono: il dormire non compare fino ad un certo livello evolutivo, quando il cervello si fa complesso e dotato di corteccia cerebrale, che è il luogo della consapevolezza e del pensiero. Nemmeno si dorme per riposare il corpo, come il buon senso parrebbe suggerire: se rimanessimo sdraiati tutta la notte senza muoverci, al mattino saremmo comunque distrutti dalla fatica e dal sonno.
Quel che è certo è che si dorme per sognare, e durante il sogno il nostro cervello non riposa affatto, ma anzi ha una attività intensissima. Ai miei tempi la spiegazione ufficiale del sogno era che servisse per travasare i ricordi dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine: una specie di sbobinamento dell'esperienza diurna, forse per scegliere che cosa abbia importanza ricordare. Al momento mi parve una spiegazione accettabile, ma oggi mi domando perché mai dovremmo rivedere la nostra giornata sotto metafora invece che in chiaro.
Lasciato l'istituto, continuai a baloccarmi nel mio interesse per il mondo dei sogni nella letteratura (già da bambino avevo letto un libro che ricordo ancora: “l’omino che fermava i sogni”) e nel cinema, in quei rari film che hanno un contenuto fortemente onirico, come l’amato Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick. Ci ho ripensato di recente rivedendo uno splendido film che ha avuto scarso successo di pubblico, specie in Italia - forse anche a causa del titolo. Il film è Eternal sunshine of the spotless mind, una suggestiva storia sulla possibilità di cancellare i ricordi, che si svolge all'interno del sogno di un amante deluso che si affanna a mettere al riparo i propri ricordi che scioccamente aveva desiderato cancellare.
Perdere i ricordi di quello che abbiamo vissuto, anche dei momenti brutti, sarebbe come non aver vissuto affatto.

sabato 26 novembre 2011

La Ballata del Ratto Baratto (parte 4/4)




(3 - continua)

Capitolo 4

La vita è così più strana di come la gente possa immaginare, sia che si tratti di persone, cani, gatti, civette, ratti, anguille, coccinelle o bombus terrestris. Il Ratto Baratto riebbe la Topina Dorata, la Felicità e l’Amore. Anzi, ne ebbe (dal suo cuore, almeno) molto più di prima. E allora? Perché la storia non si ferma qui come tutte le storie che si rispettano, con un bel:
…si sposarono, ebbero 4 vispi topini, e vissero felici e contenti.

The End

In effetti il ratto aveva già ordinato un finale siffatto quando… ma andiamo con ordine. Tutti noi abbiamo, sotto sotto, nascosti da qualche parte, un angioletto e un diavoletto. Uno serve all’altro per fare di noi un essere che ne valga il nome. Cosa spinge una tenera mamma a gettarsi nelle fauci della Faina per salvare i suoi piccoli? Cosa spinge il Vampiro ad aprire gli occhi quando cala il sole ed emerge l’oscurità? Cosa fa coprire di peli il lupo mannaro nelle notti di luna piena, e lo spinge a cercare carne e sangue? I loro angeli e i loro diavoli. Fu il suo diavoletto che quella notte svegliò dal sonno il Ratto Baratto e gli fece abbracciare la sua topina per condurla nella campagna, per un baratto. E nel buio fu il suo piccolo angelo che lo chiamò e lo mise di fronte alla sua colpa. Il ratto si guardò attorno rabbrividendo. Per nulla al mondo avrebbe rinunciato alla topina dorata. Per nulla al mondo avrebbe veramente fatto quello che stava per fare. Si riavviò al buco sotto il granaio, in silenzio per non svegliarla. Ma non fece abbastanza in silenzio, la topina si svegliò, ed era nel mezzo della campagna anziché nel giaciglio di quella che credeva essere la propria tana.
Gli parlò con tristezza: «Lo hai rifatto. Mi hai barattata, mi hai abbandonata. Cosa hai avuto, almeno, in cambio?»
Il Ratto Baratto ebbe un sobbalzo (di quelli che hanno i ratti quando qualcuno gli parla all’improvviso di notte…). Cercò con dolcezza gli occhi della topina e le si avvicinò per strofinare il tartufo:
«Perdonami. Ma non ti ho barattata, non l’ho fatto. E ti sto riportando a casa» .
Ma la topina ritirò il piccolo muso. Aggiunse solo: «No. Non ti perdono più. Questa volta è un addio» .
«Non puoi farlo: sai, è il cuore che non te lo permetterà. Prima si riempirà di marmellata, che poi diventerà melassa e…»
«Quello che vale per un ratto non è detto che sia vero anche per un topo. Se tu non sei capace di imbrigliare il cuore, non è detto che non la sia io. Non voglio dar ascolto ad un piccolo stupido cuore, per svegliarmi una notte sola nel bosco, mentre la Civetta mi vola sulla testa con l’acquolina in bocca. Me ne vado, per il bosco da sola, è vero, ma per trovarmi un buco tutto mio, magari al sicuro sotto una Quercia»


La piccola topina color dell’oro si girò e si mise a camminare (morbida e col piccolo codino come sempre, ma con gli occhi molto meno innocenti) da sola verso l’oscurità della notte. Il Ratto Baratto non la seguì.
Tornò invece nel suo piccolo giaciglio nel piccolo buco sotto il granaio, e si accorse che si era già fatto molto freddo. Al mattino il suo cuore era immerso nella marmellata. In capo a una settimana nuotava in una melassa ancora più densa della Nostalgia: il fango della Sofferenza. Camminò e camminò, per cercare la topina e riportarla sotto il granaio. Era certo che il suo non fosse l’unico cuore a soffrire.
Cercò e cercò, ma non la trovò. Tornò nel granaio, cercò quello che era rimasto della pergamena (il solito pezzo di giornale), scrisse un poco di quello che sgorgava dal piccolo cuore, e lo affidò ad un corvo fidato, che volando alto sulle ali la potesse trovare.

«La gente parla di come erano diversi
i giorni che sono passati
di come le cose andassero bene
di come le cose avessero un sapore
nei giorni che sono passati
ma è perché hanno dimenticato
è perché se lo sono immaginato
di come stavano nei giorni che sono passati.
Eppure io so che avevo te
nei giorni che sono passati
e so che ero felice
e darei la vita per riavere
i giorni che sono passati»

Il Corvo trovò la topina dorata e le passò la piccola poesia senza rime. La risposta non venne mai. Venne invece la Notizia che mai il Ratto Baratto sarebbe stato capace di immaginare.
La piccola topina dorata aveva trovato casa e assistenza presso un gatto giù in paese. Un cosa? Già, un grasso, unto, infido, GATTO. Non c’è peggiore incubo per un Ratto Baratto. Così, quatta quatta, era arrivata una nuova lezione, anche se questa volta troppo tardi. La Felicità è un intero. E il Ratto Baratto si sentiva una metà: la metà spaiata di qualche cosa che solo intera aveva significato vivere. Anche quando era stato separato la prima volta dalla sua topina, anche quando non sapeva dove lei fosse, anche quando la stava tradendo nella notte, aveva sempre saputo che da qualche parte, sulla terra o nel cielo, al buio o alla luce c’era l’altra metà. (Ora vedeva con chiarezza che lo aveva saputo perfino prima di incontrare per la prima volta sulla neve la sua topina dorata).
Ma ora lui solo era una metà, mentre lei era la metà di un’altra cosa, di un’altra felicità, di un altro amore. La cui altra metà era un gatto. I conti del mondo non tornavano più. Per quanto si fossero potuti contare e ricontare ratti, topi, mammiferi, animali, esseri viventi, molecole, atomi, stelle, il risultato sarebbe stato sempre e inequivocabilmente uno e uno solo per il Ratto Baratto. Un numero dispari, un numero spaiato, un numero e metà: una metà di troppo per la simmetria dell’Universo. Il ratto si sentiva un pezzo di ricambio per una macchina che non ne aveva alcun bisogno. Non c’era che una cosa da fare. Tornare nella valle, attendere la notte e invocare una Stella Cadente.

Ma non ci fu nessuna stella quella notte, come non ce ne furono per tutto il tempo della neve. Arrivò il disgelo, e ancora il ratto passava ogni notte con il muso alzato a scrutare il cielo. Non ci furono stelle cadenti quella primavera e non ce ne furono quell’estate: non se ne videro neppure nella Notte di San Lorenzo. In realtà il Ratto Baratto non vide più una stella cadere (come non riebbe più la Felicità).



Epilogo

La morale potrebbe essere: questa vita è già abbastanza avara. Non molti hanno la fortuna di incontrare la Felicità, pochi la ritrovano se la gettano. Nessuno può riaverla una terza volta. Se vi sembra una storia troppo malinconica da essere raccontata, sappiate che le parti più tristi vi sono state risparmiate. Per esempio, quel che fece il povero Ratto Baratto quando gli giunse la notizia che la topina si sposava con il gatto di campagna…


Un altro epilogo?

Veramente esiste più di un finale a questa storia. Per esempio c’è quello (intitolato La Triste Storia Della Topina Dorata) in cui il finale è visto dagli occhi della topina. Qui si scopre che in realtà la topina non aveva mai guardato con molta attenzione il Ratto Baratto, tanto da non essersi neppure accorta che fosse un Ratto. Prova che non narro bugie è che non vi aveva visto nessuna differenza con il proprio gatto di paese.
Non c’è niente di strano in tutto questo: spesso i topini (e non solo loro) quando guardano non vedono quello che c’è ma quello che vogliono vedere; e capita che guardando un ratto non vadano oltre le prima tre dita delle zampine e diano per scontato il resto. Ma i nostri sensi sono dispettosi, almeno quanto i cuori. E così capitò che, un brutto giorno per la topina, la Fata dei Ratti decise di mettere fine alle sofferenze del Ratto Baratto.
«Hai peccato di stupidità e ingordigia, e lo hai fatto due volte» gli disse la fatina in sogno (alla fine infatti, sul far del nuovo autunno, il ratto aveva infine rinunciato a scrutare il cielo in cerca di una stella cadente e si era lasciato cadere addormentato) «però hai dimostrato un cuore puro, tenace e fedele al tuo sentimento. Ti perdono, e credo davvero che sarà l’ultima ultima ultima ultima ultima ultimissima volta che ne avrai bisogno» 
Gli passò una mano sul cuore, per pulirlo dalla marmellata che ne traboccava.
Quando il Ratto Baratto si svegliò, davanti ai suoi occhi stava (dolce, tenera, morbida, con gli occhi innocenti e il codino corto) una tenera topina, bianca e lucida come una stella che cade.
E… meraviglia, se ne innamorò all’istante (questa volta sapeva cosa fosse l’Amore e lo riconobbe subito). Fu quando la Topina Dorata lo seppe che i suoi sensi, forse in combutta con il cuoricino (che tutto sommato anche lei aveva, piccino piccino e nascosto dietro lo stomaco) finalmente videro il Ratto Baratto così com’era, così come lo avevano visto forse una volta sola, tanto tanto tanto tanto tempo prima, in mezzo alla neve: aveva graziose orecchie sensibili, morbidi baffetti sensuali, un elegante pelo argenteo, unghie lunghe e curate e, alla fine, un cuore sincero.
Qualche cosa a che fare con il suo gatto di paese? Il suo cuore si riempì all’istante di marmellata densa e malinconica, e fu allora che andò a rileggere le traballanti poesie senza rime di quello che una volta era stato il suo Ratto Baratto. Ma non fu più in grado di ritrovarle, e non ne ebbe mai più altre, perché i mici di paese, si sa, non solo non conoscono le rime, ma non sanno neppure scrivere.

Qualsiasi sia il vostro finale preferito, la morale non cambia: la vita è sempre avara. Non molti hanno la fortuna di incontrare la Felicità, pochi la ritrovano se la buttano.

(fine)