sabato 27 novembre 2010

Valzer per un amore


Guarda che Fabrizio De André era un genio. Se tu corteggi una donna che ti rifiuta, cosa le dici? Insisti, accusi il colpo, fai la vittima, fai l’offeso, fai il superiore?
Il Faber le avrebbe detto queste parole:

“Quando carica d'anni e di castità

tra i ricordi e le illusioni

del bel tempo che non ritornerà,

troverai le mie canzoni,

nel sentirle ti meraviglierai

che qualcuno abbia lodato

le bellezze che allor più non avrai

e che avesti nel tempo passato

ma non ti servirà il ricordo,

non ti servirà

che per piangere il tuo rifiuto

del mio amore che non tornerà…
…vola il tempo lo sai che vola e va,

forse non ce ne accorgiamo

ma più ancora del tempo che non ha età,

siamo noi che ce ne andiamo

e per questo ti dico amore, amor

io t'attenderò ogni sera,

ma tu vieni non aspettare ancor,

vieni adesso finché è primavera”.

(Valzer per un amore)

lunedì 8 novembre 2010

hogs


Carol guarda dalla finestra: "papà, c'è la grina!"
Mi precipito, preoccupato di vedere in giardino un suino, o peggio.
"Cosa c'è, Carolina?"
"C'è la grina, sul prato"
"La brina, Carolina, la brina!"



Per chi vive lontano dalle terre di sua maestà il maiale (l’eventuale doppio senso è involontario… ;-) la "grina" è la femmina del "suino", "gogno" o "animale" che dir si voglia... per estensione, la grina è anche una femmina di facili costumi, una maiala, appunto.
Grina torna al maschile in grino, per indicare un maschio ma non tanto di vivaci appetiti erotici (in quel caso sarebbe più adatto il paragone con il toro) quanto insaziabile a tavola, sia pure senza essere un gourmet... nelle nostre campagne iniziano a sconfinare anche i cinghiali, in precedenza timidi abitatori della montagna abbandonata. Grini selvatici? Wild grins? Forse anche per questo il nostro gruppo di motociclisti si è scelto il soprannome di 45ers Motor Grins (o evergrins)…

giovedì 4 novembre 2010

guerra e pace


La guerra è sbagliata, la guerra non risolve i conflitti fra i popoli. Festeggiare la festa della vittoria è come festeggiare la guerra. Tutte le guerre sono sbagliate e la Grande Guerra più ancora delle altre. Non si sa perché è stata combattuta, è stata una carneficina, ha decimato una generazione a cui ha negato il futuro e la vita, ed è stata la miccia della II Guerra Mondiale.
Nelle piazze abbiamo edificato monumenti ai nostri caduti. In Austria ho visto i monumenti ai loro caduti. La demagogia degli eroi che hanno perso la vita è una beffa: coloro che hanno mandato i giovani a morire e hanno negato loro un futuro sono gli stessi che li usano come testimonial di guerra e patria.
Anche oggi il terrorismo non si combatte con le bombe; al contrario così lo si alimenta. Il terrorismo si combatte con il rispetto e con una politica estera che non sia non predatoria e imperialista. Facciamo la pace, non la guerra.

giovedì 2 settembre 2010

wc


sentito dire da una donna ad un’altra donna:

l’uomo è come il cesso
quando serve non lo trovi
quando lo trovi è occupato
quando è libero è ridotto in condizioni pietose”

lunedì 7 giugno 2010

gone country


Where in the world is Blue Bottazzi? Avete notato un brusco rallentamento nel ritmo di aggiornamento del/dei blog? Facciamo finta che lo abbiate notato. Sto spostandomi in campagna. I’m going country.
Ho sempre desiderato vivere in un posto a misura d’uomo. Anche in città ho sempre vissuto nel centro storico, che è in qualche modo un paese in mezzo alla città. Mi piace spostarmi a piedi o in bicicletta, e fare spesa al mercato coperto e in botteghe a gestione familiare.
Mi sarebbe piaciuto anche abitare in un paesino di mare di quelli che il turismo ha cancellato, come la Liguria di una volta. O sulle montagne di Heidi, come il Piemonte di prima del cemento. Ma siccome ho un lavoro stanziale, rimango dalle parti della via Emilia, o meglio della SS45 dove la pianura del Po lascia il posto alle colline dell’Appennino.

Pensavo di andare a vivere in una casa colonica, una casetta modesta tinta pastello e le persiane bianche con due stanze sotto e due sopra, un pergolato, uva fragola ed un dondolo alla Dinamite Bla. Veramente credevo che tutte le case di campagna fossero così. Invece non ce n’è così neanche una: c’è qualche vecchia casa ristrutturata, qualche bella villa Liberty o Deco in stato di abbandono e con il giardinetto ridotto a foresta (ma disponibile ad un milione di euro), e soprattutto ci sono schiere e schiere e schiere e schiere di casette da geometra sulla collinetta e con la discesa del garage in cemento.
Ed i prezzi, vogliamo parlarne? Forse che i coloni, cioè, i contadini, fossero tutti milionari per permettersi i prezzi a cui ti propongono un pollaio ai piedi di una collina? Non capisco nulla di economia, ma mi sono fatto l’idea che i prezzi del mercato immobiliare siano inventati dalle banche: le banche che ti fanno un mutuo che ti ci vuole una vita lavorativa per ripagare sono le stesse banche che prestano i soldi alle imprese che costruiscono la tua casa.
Le stesse banche e gli stessi soldi, che non si muovono dalle stesse cassaforti (e che magari neanche ci sono) e tutta la gente fuori a lavorare… c'è da scommetere che se vivessimo il triplo degli anni anche la casa costerebbe il triplo.
(Adesso c’è la crisi e le case dovrebbero costare meno, ma anche i soldi sono meno ed il risultato non cambia).

Comunque alla fine una casetta l’ho trovata, in un posto che assomiglia al Paradiso (più caldo del Paradiso, però). È una casetta dove ci entri di traverso, ma è molto carina, ha il suo giardino ed il suo tetto per cui mi va benissimo e mia figlia l’ha battezzata Villa Charlotte, nome che sa di Louisiana e piace anche a me. Pagare non l’ho ancora pagata, per cui...

sabato 22 maggio 2010

figurine (forza Inter!)


lunedì, 23 aprile 2007:

"Nel 1964 facevo la prima elementare. Un giorno ero a letto con la febbre, ed un compagno di classe venne a casa a trovarmi. Già questo ricordo mi commuove, perché l’abitudine di noi genitori di oggi è di tenere i figli lontani dagli amici ammalati, giacché non si infettino a loro volta. L’amico non solo mi venne a trovare, ma non era neppure a mani vuote. Aveva un album delle figurine dei calciatori, di cui non avevo ancora mai sentito parlare (delle figurine; dei calciatori non so, non ricordo) e un mazzo di figurine “doppie”, che mi regalava. Non ricordo il nome del compagno (a cui vorrei mandare oggi i miei ringraziamenti) e neppure ricordo se con tutto questo ben di Dio arrivò anche la lattina di colla Coccoina, o se mia madre uscì per acquistarmela. Ricordo invece perfettamente il profumo di quella colla, e ricordo me e mio fratello intenti in uno dei momenti più divertenti della nostra vita, quello di trovare lo spazio giusto nella squadra giusta ad ognuno di quei mitici calciatori degli anni sessanta. Quell’anno al campionato di calcio arrivò prima la squadra dell’Inter, che vinse il campionato per quattro anni di seguito, oltre a vincere in quel 1964 anche la Coppa dei Campioni e la Coppa Intercontinentale. Inevitabile che fra i ragazzi del 1957 la gran parte decidesse di scegliere l’ Inter come squadra del cuore. Mio fratello scelse invece la Juventus, perché era la squadra di mio padre (appassionato di calcio al punto di essere presidente di un team di terza categoria). A conti fatti ebbe più soddisfazioni calcistiche lui.
A parte le emozioni degli anni delle elementari, non mi appassionai mai di calcio. In vita mia vidi solo due partite allo stadio. La prima. noiosissima, a San Siro, fu naturalmente Inter-Juve. La vidi con mio fratello e, con scorno di entrambi, fini zero a zero. Non ci furono né gol né vincitori a casa quella sera. La seconda fu umiliante, Piacenza-Vicenza e la squadra della mia città subì una quantità di gol ad opera di Paolo Rossi. Gol che io forse nemmeno vidi perché passeggiavo annoiato fra gli spalti.
Non ho mai più seguito il calcio, neppure della nazionale, e a mano a mano che dall’Inter sparivano i giocatori della mia gioventù (Sarti, Burgnich, Facchetti, Mazzola, Suarez, Boninsegna) smisi anche di provare quella speciale simpatia per i nerazzurri. Più che altro, delle figurine ricordo di quando fuori dalla scuola regalavano, come pusher innocui, l’album Panini assieme a una bustina di figurine per fidelizzare alla raccolta; gli scambi delle doppie (celò, celò, manca!); e alcune figurine che si chiamavano valide e addirittura bisvalide, probabilmente utili per qualche regalo che non vinsi mai.
Collegandomi questa mattina al blog di Beppe Severgnini, noto interista sfegatato, ho appreso che l’Inter ha vinto lo scudetto. E così questi sopiti ricordi sono affiorati alla mente".

Per cui, lasciatemi gridare per una volta, ad uso del giovanissimo Gaetano: “Forza Inter!”

22 maggio 2010: cinque scudetti consecutivi e questa sera la Coppa dei Campioni. È come avere ancora sei anni!

sabato 3 aprile 2010

Crazy Heart


Sono stato a vedere Crazy Heart, il film oscar sulla storia di un musicista americano country la cui carriera è al tramonto e la cui vita va a rotoli ma viene salvata da un amore.
Sono entrato al cinema per Jeff Bridges, o meglio per Jeff Drugo Lebowsky, come si chiamava il suo indimenticabile personaggio ne Il Grande Lebowsky dei fratelli Coen. Qualcuno (Paolo Vites) ha fatto notare come Drugo abbia avuto un’influenza su una quantità di noi, che siamo arrivati - immagino inconsciamente - a farci crescere il pizzetto come lui (e come il sergente Lorusso di Mediterraneo): il vero beautiful loser, quello che è scivolato dal mainstream della vita ma pur da perdente continua a essere un personaggio di scintillante bellezza, uno che alla fine non è in vendita a nessun prezzo.
È probabile che siamo in molti a sentirci un po' così giunti al mezzo secolo.

Per tornare a Crazy Heart sono entrato nel cinema pieno di pregiudizi: verso la musica country (credo che oggi potrei sopportare giusto Steve Earle o Dwight Yoakam), verso Hollywood e verso una trama scontata come una cambiale. Sulla trama non mi sbagliavo (e neanche su Hollywood); anzi, il film è ancora più didascalico e fastidioso nell’affrontare il babau puritano dell’alcolismo, che è sempre stato una demonio per gli anglosassoni e purtroppo oggi lo è diventato anche da noi, dove per un paio di birre prima di guidare ti assimilano ad uno stupratore (Drugo, di qualcosa!).

Però ci sono delle cose gradevoli. Jeff Bridges, che a sessant’anni assomiglia un po’ troppo a Nick Nolte, ma insomma è pur sempre lui. I dialoghi, che sono insolitamente realistici per uno script di Hollywood. Le (poche) scene on the road. Ma soprattutto la vita routinaria di chi vive di musica senza essere in vetta alle classifiche e le scene dei concerti, le migliori che a memoria mia siano state girate in un film, quasi emozionanti.
Anche il finale è meno zuccheroso di quanto temessi (ma neanche poi tanto divertente). Non comprerò la colonna sonora del film, ma Jeff come cantante non se la cava male, e Ryan Bingham (che canta sui titoli di coda) anche meglio (1).

Non è il migliore film su un musicista che sia mai stato girato - ne ricordo per esempio uno sui Temptations visto di notte alla TV. Ma comunque è uno dei film migliori che si possa vedere in una sala di questi tempi. Però mi domando perché Hollywood faccia così fatica a girare film sulla gente comune invece di inventarsi fiction su superfumetti, pistoleri, banditi, vampiri, donne in menopausa. Basterebbe leggere i testi delle canzoni del rock & roll.

(nota 1: preferisco comunque riascoltarmi Your Country di Graham Parker)

martedì 30 marzo 2010

balla coi lupi


Oggi mi sento un po’ triste. Vagamente in lutto. Sono giornate in cui invece di scrivere dovrei rimanere in silenzio.
Sono quelle giornate in cui ti chiedi se valga la pena di nuotare sempre contro-corrente. Se valga la pena mettere sempre avanti i valori e continuare a rimanere dalla parte dei buoni come quando da bambini si giocava a guardie e ladri o si leggevano i libri con una morale.
Sempre dalla parte della minoranza. Non però dalla parte del torto. È che sono sempre arrivato in anticipo; gli altri arrivano dopo senza neanche scusarsi. Quando gli italiani erano tutti balilla io non c’ero, ma ricordo quando i miei compagni di liceo in eskimo si proclamavano maoisti e i dissidenti si prendevano del fascista. Ricordo quando esistevano il muro di Berlino ed i paesi oltre cortina. Ricordo quando mi stavano sulle palle Craxi e i socialisti, mentre gli altri prendevano la tessera per passare i concorsi (italiani brava gente).
O quando ero l’unico ad usare il Macintosh. O quando ero l’unico a non guardare la TV… ah già, sono ancora l’unico a non guardare la TV.

È in giornate come questa che mi domando: ma perché non mando affanculo i miei valori e non salgo anch’io sul carrozzone a infilare le mani nella marmellata?
Dalla parte dei Berluscoleghisti non ce la farei, troppe differenze etiche e culturali. Non mi ci vedo in sede a prendere per il culo i lavoratori immigrati e a darmi pacche sulle spalle in dialetto. Ma perché non salire sulla corazzata Potemkin? Magari diventerei persino "assessore alla cultura" e avrei finito di lavorare…

Sono tutti incazzati con Beppe Grillo, uno che ha rinunciato al successo per stare dalla parte dei propri ideali. Sono incazzati perché a sentir loro avrebbe contribuito alla sconfitta del PD di D’Alema. Come se Grillo fosse dalla parte del PD. Come se chi lo vota avesse voluto votare Bersani ma fosse stato fuorviato dalle cattive compagnie. Come se uno si incazzasse con il Palermo perché ha fatto perdere la Juventus.
Io ho la certezza che non volevo votare Bersani: io non voglio respirare l'aria degli inceneritori, non voglio le centrali nucleari, non mi piace la gestione dei Comuni a tutto favore delle cooperative, non sono d’accordo con gli appalti, sollevo la questione morale e non volevo l’indulto… perché mai avrei voluto votarlo?

Dunque non ostinatevi a contare i voti a cinque stelle come voti rubati al PD. Io non voglio Berlusconi in Italia, ma neanche Bersani in Piemonte, e se è per questo non lo vorrei neppure in Emilia Romagna. Sarei addirittura stato deliziato se il PD avesse perso l’Emilia e il PDL la Lombardia… un pareggio ma con un guadagno per tutti, ve lo immaginate lo sconquasso?

Certo, un Partito Democratico alla Obama mi piacerebbe, a chi no? Ma non questo partito. Quello di Ignazio Marino lo avrei provato volentieri, magari avrei dato fiducia anche a quello della Bonino.
E magari ci avrebbero provato anche gli italiani, per una volta.

giovedì 11 marzo 2010

View Master


Una delle cose che più ha contribuito a procurarmi i brividi lungo la schiena mentre seduto sulla poltrona del cinema mangiavo con gli occhi il Paese delle Meraviglie di Alice, è stata la visione 3D. Avevo già visto film 3D ma solo in cartoni animati. È la prima volta che vedo un film in 3D con attori in carne ed ossa. Non sono le tre dimensioni della realtà. Non è un altezza - larghezza - profondità, ma piuttosto una serie di fondali messi in prospettiva a distanze diverse. Sono le tre dimensioni di quei magici libri diorama che si aprono mostrando la scena di una fiaba, quei libri che lasciano senza fiato i bambini e con cui io stesso da bambino potevo giocare per ore senza stancarmi.
Fosse stato per me, avrei voluto che Alice in Wonderland consistesse in una lunga passeggiata di Alice e del Cappellaio Matto per il Paese delle Meraviglie senza permettere a nessuna storia di distrarmi.
Questa Alice in 3D mi ha risvegliato un ricordo dimenticato, quello di un regalo meraviglioso ricevuto da bambino che mi faceva vivere esperienze del tutto identiche: si chiamava View Master e si trattava di una sorta di binocolo con il quale si leggevano diapositive binoculari che danno alle immagini una sorprendente prospettiva 3D. Le foto stavano su un cerchio di cartone che si infilava nell’apparecchio come un DVD in un lettore, ma il risultato era meglio di un DVD.
In un’epoca senza TV a colori e senza film registrati, era assolutamente magico vivere una favola o un racconto attraverso le immagini tridimensionali e dai colori vivaci del view master.
Credo che negli USA vendessero addirittura macchine fotografiche per creare fotografie 3D da leggere con il VM. Poi questo magico apparecchio è scivolato nel dimenticatoio. Non se n’è più visti nei negozi di giocattoli come non se ne ho mai letto in quegli articoli vintage sulle riviste.

Non ricordavo più del View Master fino a quando Tim Burton mi ha offerto il 3D di Alice. Ma con il DVD come la mettiamo?

domenica 7 marzo 2010

Alice

Il Paese delle Meraviglie (del film di Tim Burton) è bellissimo. Non la storia, ma le immagini. Già parte bene, ambientato in quell’Inghilterra Vittoriana che abbiamo imparato ad amare al cinema. Ma diventa addirittura straordinario dal momento della presentazione dell’adolescente bellezza di Alice, alla comparsa del bianconiglio, alla caduta nel buco fino alla famosa stanzetta della porticina, la chiave, la bottiglietta bevimi ed il dolcetto mangiami. E si trasforma in sinfonia all’ingresso nel Paese delle Meraviglie. Perché per me il segreto di Alice è tutto qui: il genio di Tim Burton che solletica i miei sensi mostrandomi come se sognassi ciò che ho sempre solo immaginato o vissuto in bozza nei disegni di Disney. Il paese delle Meraviglie è meraviglioso. La storia è nulla, i personaggi tutto: il Bianconiglio, lo Stregatto, il Brucaliffo, lo straripante Cappellaio Matto, la Regina Rossa, e persino l’airone rosa che fa da mazza da croquet ed il riccio che fa la palla.
La storia è stata riscritta e costituisce una sorta di ritorno a Wonderland di una Alice cresciuta, un po’ lo stesso espediente applicato anni fa ad un’altro eroe della nostra infanzia, il Peter Pan di Hook. Fino a che costituisce un espediente per giustificare il viaggio attraverso luoghi e personaggi la nuova storia funziona, poi si sviluppa banalizzando un po’ Alice attraverso lo specchio fino ad una battaglia alla Signore degli Anelli ed un deludente finale di Alice che si trasforma in astuta affarista e donna di mondo. Poco male: basta cancellare dalla mente gli ultimi minuti di film -- anche se fino alla fine contavo su Tim Burton per un colpo di scena che davo per certo ma che è mancato del tutto.

Quello che mi è mancato del cartone animato è il viaggio che Alice compiva, on the road nel Paese delle Meraviglie, e quella follia psichedelica proto-lisergica che pervadeva il film. Del libro di Lewis Carroll i giochi sulle parole e sulle poesie (anche se è splendida la poesia di parole inventate pronunciata dal Cappellaio Matto).
Del Tim Burton che mi aspettavo mi è mancata un po’ di malizia (malice) e la capacità di sorprendermi. Ma quello che ho avuto mi è bastato. Un bel sogno, ed una rapsodia per i miei occhi.

mercoledì 17 febbraio 2010

il turista sciatore


“in questi luoghi pieni di bellezza spirituale
chi ha fede prega
chi non ce l’ha contempla
chi è deficiente scrive il proprio nome” (*)

Premesso che se uno è un coglione in città lo è anche in montagna... e che scio da quando avevo 11 anni...

L’alpinista è silenzioso. Guarda la montagna senza parlare, e quando parla lo fa di argomenti tecnici: una vetta, una parete, un passaggio.
Andare per rifugi, ghiacciai, vette o anche sentieri ci trasporta in un altro “luogo” della nostra persona, e cancella, per il tempo che passiamo in quota, l’eco della nostra vita quotidiana. Credo che in questo stia il fascino della montagna e il benessere che ci dona.

Lo sciatore parla, in continuazione. Sghignazza, schiamazza, racconta a non finire di sè, sugli impianti di risalita e nelle baite, dei propri sci, della propria auto, del proprio lavoro.
Il fatto che la pista si trovi in montagna è incidentale, lo sciatore ci trasporta la propria vita, deturpando la montagna, perché cerca di renderla simile alla propria città, dai ristoranti dove mangia alle discoteche dove balla.
Ho visto paesi di montagna che potrebbero essere un quartiere di Milano, e tangenziali che proiettano dall'autostrada all'impianto di risalita.
Ho visto un posto allucinante: una baita lungo una pista da sci, con musica “disco” all’aperto e idioti che ballavano sui tavoli. Il gestore ha scritto: questo rifugio è come una film dei Vanzina. Verissimo: solo che lui non lo dice come una critica.
Purtroppo gli sciatori si fanno anche derubare volentieri, e per questo chi vive in montagna non ha difficoltà a vendere la propria identità e a rovinare il proprio ambiente.

Per carità, non c’è niente di male nello sciare, anzi, mia figlia si diverte come mi divertivo io. Però, il turista sciatore, che pena...

giovedì 11 febbraio 2010

XI Febbraio


Vi siete mai domandati perché in ogni città italiana una via del centro si chiama via (o corso, o piazza) “XX Settembre”?
Siamo così abituati fin da piccoli a vie con un nome di data che non ci facciamo nessun caso, ma abbiamo un’idea del perché queste date siano state immortalate in una strada e portate fino a noi?

I Maggio: questa la sappiamo tutti, perché il Primo Maggio è festa e se le date combinano e il tempo aiuta si fa il ponte al mare. Il 1 Maggio è la Festa del Lavoro, dalla grande manifestazione che si tenne il 1 Maggio 1866 a Chicago nel giorno in cui in Illinois fu introdotta la giornata lavorativa di otto ore: “otto ore per lavorare, otto per svagarsi, otto per dormire”.

XXIV Maggio: l’Italia dichiara guerra all’Austria Ungheria, 1915 (la Grande Guerra, la più sanguinosa). C’è la via, ma vivaddio non si festeggia.

X Giugno: nel 1946 Pietro Nenni proclama la Repubblica Italiana. (In seguito, il 10 Giugno 1968 la nazionale italiana di calcio vince il suo unico campionato europeo di calcio, ma la via esisteva già).

XX Settembre: Breccia di Porta Pia, 1870. I bersaglieri entrano in Roma, completando l’unificazione d’Italia e ponendo fine al millenario potere temporale della Chiesa. Non si festeggia. Forse perché in Vaticano non è festa?

IV Novembre: fine della Prima Guerra Mondiale, 1918 (armistizio austriaco). Non c’è da stupirsi invece che non esistano vie 8 Settembre.

È raro, ma in certi piccoli paeselli la strada che porta alla chiesa prende il nome di XI Febbraio. Che data misteriosa è mai questa? La data dei Patti Lateranensi, quando il Duce, per assicurarsi l'appoggio della chiesa cattolica vendette la laicità dello Stato Italiano, vanificando di fatto il XX settembre. Non l'avesse fatto lui lo farebbero di questi tempi.

venerdì 29 gennaio 2010

Eataly


Torino è una città molto graziosa. Se può sembrare un aggettivo poco adatto ad una grande città aristocratica che è stata innumerevoli volte capitale - fra cui la prima capitale del Regno d’Italia - si tratta solo di abbandonare le seriose strade del centro storico per una passeggiata lungo il Po, che qui è un piccolo fiume aggraziato su cui è normale vedere sfrecciare le sottili barche dei canottieri e una ricca fauna di uccelli. Oppure arrampicarsi sul colle di Superga per osservare da sopra la nebbia la città incoronata dalle Alpi innevate.
Torino è anche una città vivace: nella cultura, nell’arte, nell’architettura. Nel recupero dell’architettura industriale, come sta facendo nella zona del Lingotto, sede di un vecchio stabilimento di automobili della FIAT.
Proprio in una fabbrica del Lingotto, quello della Carpano (che non solo produceva il vermouth ma che addirittura ne inventò il nome), ha preso sede uno strano supermercato, il più possibile antitetico dai supermercati della grande distribuzione. Questo “mercato” si è dato il nome di Eataly e lo slogan: “mangiare meno ma mangiare meglio”. In pratica raccoglie piccole aziende di misura artigianale il cui scopo è soprattutto salvaguardare il Sapore, oggi sacrificato sull’altare della produzione industriale e di norme igieniche della produzione del cibo che salvaguardano la produzione asettica ma certo non il sapore. Eataly è riuscito a distogliere l’attenzione dei clienti dal prezzo (basso) per portarla alla qualità (alta), in una società dove viceversa il quanto ha preso il sopravvento sul quale.

La vera mossa vincente di Eataly è stata però dotare i vari banchi del mercato in altrettanti banchi di ristorante dove mangiare a buon mercato sul luogo quanto viene prodotto, dal pesce crudo al baccalà, dalla costata alla pasta fresca, dalla focaccia al tartufo bianco, così come capita di fare nei mercati coperti specialmente del Nord Europa.
Non che sia facile mangiare ad Eataly, perché i banchi dei ristoranti sono letteralmente presi d’assalto - e anche perché non aprono che verso le sette di sera anziché funzionare per tutto il giorno - ma vale assolutamente la pena di organizzarsi una gita a Torino, visitare la Mole Antonelliana, passeggiare lungo il fiume dal Valentino a piazza Vittorio Veneto, prendere l’aperitivo nel quadrilatero romano ed infine sgomitare per uno sgabello ad uno dei banchi di Eataly per concludere infine, con le difese immunitarie ridotte da un paio di bicchieri di Arneis o di Barolo, riempiendo un carrello di formaggi e di salumi di pregio.
Si può persino accedere ad una stanza dedicata alla stagionatura dei formaggi e dei salumi dove persino respirare sfiora il piacere erotico.

lunedì 25 gennaio 2010

mercanti di neve


Non riesco ad arrendermi al cibo industriale del supermercato: mi piace ancora andare per antiche botteghe e per produttori artigianali. Nella mia città non ce n'è più ma basta raggiungere le valli che non è difficile trovare una vecchia bottega che sopravvive all'assalto dei primi piccoli supermercati.
C'è un pastore sardo che un giorno ha portato le sue pecore a vivere su un prato delle nostre fredde colline, che produce pecorino fresco e stagionato. Solo bisogna andarselo a prendere a casa delle sue pecore, seguendo la via indicata da un cartello di legno scritto a mano.
Di tutti i negozietti il mio preferito è una salumeria familiare in Val Trebbia, dove artigianato alimentare e vecchia bottega trovano la loro definizione. In Emilia siamo consumatori di salumi: in Val di Ceno chiamano il maiale "Sua Maestà" e nel nostro dialetto le mucchie si chiamavano "le bestie" ma il maiale "l'animale". Da noi vicino al Po si produce salame, coppa e pancetta, a Parma prosciutto crudo e culatello, più in la da Reggio a Modena zampone, a Bologna la mortadella, a cui hanno dato il nome stesso della loro città.

Sabato ho voluto vedere le colline imbiancate e sono arrivato fino a quella salumeria in cerca di salame e salsiccia (trasformata a sera in un risotto).
So che prima o poi andrò a vivere in un paese: mi è bastato varcare la soglia per trovare i ritmi di chi non ha bisogno di correre, un salumiere ammiccante in vena di facezie con la moglie, un avventore pigro che non ha nessuna fretta di concludere gli acquisti, e chiacchiere in libertà sulle novità che novità non sono mai, ma sono al contrario tradizione, come quando si nomina il freddo pungente e i giorni della merla, che ancora sono da venire. Ed è a questo punto che ho sentito una frase che avevo dimenticato da decenni: i mercanti di neve. È bastata la parola per portarmi alla mente i ricordi, le sensazioni e gli odori della crepuscolare campagna innevata sbirciata delle finestre della casa di campagna della nonna, al calore di una stufa a legna.
I mercanti di neve sono alcuni dei santi del calendario, anzi del lunario, che scandiscono il ritmo circolare dell'anno. Dicono in salumeria che la primavera è lontana e che manca ancora all'appello più di un mercante da neve: lunedì, per esempio, San Paolo, sarà un mercante da neve. Non c'è niente di meno che scientifico in queste ricorrenze secolari, solo un calcolo probabilistico, come del resto probabilità sono quelle che regolano le più blasonate previsioni del tempo.

E chissà perché quando questa mattina, giorno di San Paolo, affacciandomi dalla finestra ho visto qualche fiocco di neve cercare di svolazzare nell'aria, non mi sono affatto sorpreso.

martedì 19 gennaio 2010

gennaio


L’ho scritto l’anno scorso, l’ho scritto l’anno prima, lo riscrivo ora: gennaio è l’unico mese non bello di tutto l’anno. La neve l’abbiamo già vista, le feste sono terminate, ora desideriamo solo rivedere il sole ma ancora dobbiamo doppiare i gelidi giorni della merla.
Lo sappiamo, prima o poi tornerà la primavera, la più bella di tutte le stagioni, metafora della vita che torna, ogni anno, ciclicamente, a darci speranza che lo stesso possa avvenire per la nostra vita medesima. Quello che però trascuriamo di osservare è che non torna proprio uguale ogni anno: ogni volta siamo noi ad essere un po’ più vecchi, e non è divertente.
Se proprio la vogliamo buttare in metafora, l’autunno è bellissimo, ma è meno amato della primavera. È l’età in cui se non proprio più saggi almeno siamo un po’ più padroni di noi stessi. Però l’autunno non lo amiamo come la primavera perché: primo, da ragazzini finivano le vacanze e si tornava a scuola (e questo all’autunno non glielo perdoniamo). Secondo, anticipa il freddo che verrà.
Cinquant’anni non è una brutta età, mi credano i più giovani. È il pensiero di quello che viene dopo che mi fa girare le palle.

P.S.: volete leggere i vecchi post sul Calendario?

martedì 12 gennaio 2010

Paperbond


Nel recente post Fumetti rievocavo i miei personaggi preferiti di Topolino, finendo per ricordare: "Sherlock Bondes, un'oca sicuramente interpretata da Peter Sellers, che non si ricorda più nessuno, ma proprio nessuno. Non è che me la sono immaginata dopo aver letto una storia di Paperoga?"
Dopo molte indagini e proprio quando stavo per perdere ogni speranza mi sono imbattuto fortunosamente in una storia del 1968, intitolata Il ritorno di 01 Paperbond, dove questa surreale oca detective si è infine materializzata davanti ai miei occhi. Il bandolo della matassa è che non si chiamava dunque Bondes (quello era Shamrock Bondes, un altro personaggio assai meno interessante, ed oltretutto un segugio, non un'oca) ma Bond, 01 Paperbond, ispirato ad un più recente investigatore di Sua Maestà Britannica. Realizzato dagli stessi autori di Paperoga (il primo papero a farsi le canne) è un surreale personaggio, un'oca dal carattere serafico, che utilizza strabilianti strumenti tecnologici d'avanguardia, si accompagna ad una graziosa assistente dal nome Mata Harrier, riceve ordini da un invisibile capo attraverso una radio pipa e combatte un irriducibile nemico genio del male, Blonk.
Stonato quasi quanto Paperoga, Paperbond (il cui nome originale è 0. 0. Duck) è irresistibile perché un po' come il personaggio dei cartoni animati Mr. Magoo risolve ogni caso in modo assolutamente inconsapevole, senza minimamente rendersi conto dei guai in cui si caccia e meno che mai dei meccanismi dei casi che svela, sempre in modo completamente fortuito. Chi lo circonda si rende conto della realtà delle cose ma è comunque soddisfatto perché tutto è bene ciò che finisce bene.
Paperbond è senza dubbio il più dimenticato dei personaggi della famiglia Disney, ha vissuto solo un pugno di storie nella seconda metà degli anni sessanta e lo stesso Google non ne sa nulla. Vuoi vedere che in realtà Bond è un agente segreto in realtà così astuto da essere riuscito a mantenere la propria identità ignota persino al gigante della ricerca del world wide web?

In ogni caso questo post e le sue immagini sono il mio piccolo contributo ad uno dei più grandi agenti segreti della letteratura a fumetti: Bond... PaperBond!

giovedì 7 gennaio 2010

la città che vorrei


"Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po'

e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.

Da quando sei partito c'è una grossa novità,

l'anno vecchio è finito ormai

ma qualcosa ancora qui non va". (Lucio Dalla, l'anno che verrà)

"i vigili cercavano di salvare la circolazione e sfruttare a senso alternato l'unica corsia libera… già solo questa era una sensazione esilarante: fermare le macchine in una società che le teneva tanto più in considerazione dei suoi abitanti" (Andrea di Carlo, due di due)

La Città che vorrei non è fatta per le automobili ma per le persone. Nella città che vorrei la gente cammina per le strade e gli anziani sono seduti sulle panchine o sulla sedia di fronte alla porta di casa. Nella città che vorrei esistono tram puliti, comodi e confortevoli con cui la gente si sposta quando deve andare in un quartiere lontano. Chi li attende non è in piedi sotto la pioggia, ma seduto sotto una bella veranda e ogni cinque minuti passa un moderno tram che invece di correre sui binari segue una linea ottica. Non si deve comprare il biglietto perché i trasporti pubblici si pagano con una tassa, allo stesso modo di come si paga il servizio di nettezza urbana.
Le automobili naturalmente ci sono e, al di fuori del centro storico, si possono usare, ma siccome si può parcheggiare solo sotto casa è molto più comodo salire sui mezzi pubblici.

Anche per raggiungere un’altra Città non è necessario prendere l’auto perché proprio nel centro della città che vorrei c’è una bellissima stazione, un edificio deco o liberty pulito e curato che rappresenta la porta della città ed il suo biglietto da visita per chi viene da fuori, che quando esce dal treno si trova immerso nella bellezza del centro storico. Da quella stazione partono puntuali treni confortevoli come quelli svizzeri (con tanto di vagone per le biciclette) che arrivano alla bella stazione deco o liberty dell’altra città dove devo andare, dove pure mi aspettano i mezzi pubblici.

Nel Paese che vorrei posso prendere l’auto o la moto, ma solo per divertimento e non per imbottigliarmi in autostrada. Per lavorare o anche per andare in vacanza prendo il treno che è molto più comodo e confortevole, e non ho timore a spostarmi anche con la famiglia o i bambini perché nel Paese che vorrei usare il treno non è una avventura sfibrante o pericolosa o sudicia da quarto mondo.

Nella città che vorrei gli assessori ed il sindaco non possono usare l’auto blu né hanno permessi speciali di parcheggio neanche vicino al Palazzo del Comune, ma si muovono sempre e solo con i mezzi pubblici - così ascoltano la gente e capiscono cosa non va.
Nel Paese che vorrei neppure parlamentari e senatori si muovono con mezzi diversi da tutti gli altri cittadini e non hanno paura della gente perché non hanno la coscienza sporca.

La città che vorrei non ha un piccolo centro ed una enorme periferia dormitorio, ma è fatta di tanti Quartieri come quelli di Parigi o di Londra. Ogni quartiere ha il suo nome, il suo punto vitale, i negozi, il giardino, magari l’asilo e la scuola ed un posto dove trovo sempre i vigili urbani. Ed una comoda fermata dei mezzi pubblici con cui raggiungere gli altri quartieri.

Nella città che vorrei le strade pedonali, che sarebbero la maggior parte delle strade, hanno delle panchine nel centro perché le persone possano sedersi a chiacchierare e gli anziani non siano costretti a restare a casa a guardare la TV o andare dal medico della mutua a prendere pillole per la depressione senile.
Nella città che vorrei la gente usa la bicicletta e continua ad usarla anche quando attraversa la campagna per andare nei paesi vicini perché ci sono piste ciclabili in ogni direzione e non tangenziali che feriscono il territorio e bloccano il transito a qualsiasi mezzo che non inquini l’aria che respiriamo.
Nella città che vorrei la gente va a lavorare passeggiando. Passeggia alla sera alla luce dei lampioni ed al sabato e alla domenica può fare gite in bicicletta lungo il fiume anziché imprigionarsi in enormi centri commerciali sulla tangenziale. E alla fine della gita va a mangiare cibi artigianali in una trattoria sotto il pergolato, perché le leggi e l'ufficio d'igiene non obbligherebbero la produzione di cibo industriale asettico e insipido.

Nella città che vorrei ci sono giardini, ponti pedonali sul fiume e tanti lampioni romantici.

Nella città che vorrei è obbligatorio che le case siano costruite belle almeno quanto solide. Il comune costruirebbe scuole ed uffici belli da vedere come quelli che i Comuni hanno costruito dal rinascimento fino ai primi del novecento, e non quelle insultanti palazzine di cemento da socialismo reale (che tanto loro hanno la villa in Sardegna).
Nella città che vorrei si rispetta l’architettura locale e non si possono costruire palazzine anonime. Tanto meno sul lungo mare.
Nella città che vorrei le aiuole e gli alberi sono obbligatori ovunque e anche la zona industriale non è una disumana distesa da Terminator ma è immersa in un bosco come fanno in Irlanda. Nella città che vorrei la gente respira aria pulita perché non ci sono inceneritori (neanche costruiti dalle cooperative) ma solo raccolta differenziata e riduzione dello spreco.

Nella città che vorrei l’amore sarebbe un dato di fatto e non una presa per il culo per gli allocchi.

martedì 5 gennaio 2010

la Befana


Dice Carolina che a Babbo Natale piace farsi vedere, alla Befana no; a Santa Lucia meno che mai. E che Babbo Natale ha una fabbrica intera di giocattoli, mentre la Befana è povera e ha le scarpe rotte, ma le piace ugualmente portare qualche cosa ai bambini, magari anche solo caramelle.
Invece: chi da i soldi a Santa Lucia per fare gli acquisti?

venerdì 1 gennaio 2010

Buon anno #3


La notte dell'ultimo dell'anno mi è sempre stata un po' sulle palle. Non solo perché raramente mi sono divertito; non solo perché il conto alla rovescia per la mezzanotte sa un po' di "Fantozzi - trenino - brigittebardotbardot"; non solo perché il primo giorno dell'anno ti svegli fuori tempo massimo con la nausea, un cerchio alla testa ed un magone così.
Mi sta sulle palle soprattutto perché non capisco cosa ci sia da festeggiare in un altro anno che se ne va. Siamo sulla terra il tempo di un soffio di vento, i decenni ci scappano dalle mani come sabbia e noi lo festeggiamo pure?
I deficienti che alla mezzanotte strillano, sbraitano, suonano il clacson, perdono il senso della misura e della dignità mi ricordano quelli che festeggiano perché qualcun altro ha vinto dieci milioni di euro alla lotteria, oppure perché undici milionari in mutande hanno vinto una partita di pallone.
Mi si dice che si festeggi la speranza che l'anno che verrà porterà tutte le cose belle che fino ad ora ci sono state negate. Ma allora la memoria storica?

Il peggior capodanno che ricordi l'ho passato in un villaggio vacanza all'estero a sei ore di fuso orario dall'Italia, dove i deficienti di cui sopra hanno festeggiato rumorosamente nel pomeriggio il capodanno italiano e a mezzanotte quello caraibico, tuffandosi in piscina vestiti sotto gli occhi compassionevoli dei camerieri che ovunque avrebbero voluto essere tranne che a far da balia a turisti italiani ubriachi di alcolici "full inclusive"...

P.S.: auguri di buon anno nuovo! ;-)