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martedì 11 settembre 2012

the Jazz Café


C’è questo locale, il Jazz Café. Ha un aspetto minimale, essenziale, con pavimenti in parquet chiaro, pareti beige con appese copertine di dischi incorniciati ed una libreria su un lato ed una vetrata su un altro, lungo la cui parte bassa scorre una tendina che nasconde da fuori la vista dei tavolini e delle sedie moderne. È aperto dal mattino, quando alla musica hot di Louis Armstrong servono caffè lungo e cappuccino, krafen zuccherati, donuts, fette di torta (al limone, al cioccolato, cheese cake, con la meringa). Persino toast imburrati con marmellata di arance. Nella mattinata la musica diventa quella di Duke Ellington ed i tavolini si riempiono di dormiglioni che fanno colazione tardi, e di persone che si attardano sorseggiando un caffè mentre aggiornano FaceBook o leggono un libro (chi se la tira ostenta un kindle) o ancora ne scrivono uno su un portatile, un iPad o magari una poesia a penna su un moleskine. A pranzo servono piatti leggeri e gustosi a base di pollo, riso, carne e verdure, tartare, tonno alla griglia. Nel pomeriggio si beve qualche tea e la musica è cool-jazz che sotto sera, quando si riempie e cominciano a servire calici di vino rosso o pastis con tramezzini con pomodoro, formaggio e insalata, diventa più vivace be-bop. Dopo l’aperitivo è la volta del ristorante, con la cucina di verdure, piatti etnici e delizie a base di merluzzo o magari, in stagione, zuppa di castagne. Nella lunga serata qualche volta c’è musica dal vivo, oppure semplicemente hard-bop, free-jazz, fusion e cocktail a base di rhum, tequila e gin. Ci puoi trovare seduti a tutte le ore artisti, musicisti, giornalisti e qualsiasi tipo di persona con un filo di buon gusto e di creatività.

giovedì 24 dicembre 2009

snow


“Quella mattina lo svegliò il silenzio… aperse la finestra: la città non c’era più, era stata sostituita da un foglio bianco”. “Andò a lavorare a piedi; i tram erano fermi per la neve. Per strada, aprendosi lui stesso la sua pista, si sentì libero come non s’era mai sentito. Nelle vie cittadine ogni differenza tra marciapiedi e carreggiata era scomparsa, veicoli non ne potevano passare, e Marcovaldo, anche se affondava fino a mezza gamba ad ogni passo e si sentiva infiltrare la neve nelle calze, era diventato padrone di camminare in mezzo alla strada, di calpestare le aiuole, d’attraversare fuori delle linee prescritte, di avanzare a zig-zag. La città nascosta sotto quel mantello chissà se era sempre la stessa o se nella notte l’avevano cambiata con un’altra? Chissà se sotto quei monticelli bianchi c’erano ancora le pompe della benzina, le edicole, le fermate dei tram o se non c’erano che sacchi e sacchi di neve?” (da Marcovaldo, di Italo Calvino)

Venerdì è stata una bellissima nevicata. Una vera, grande nevicata è quanto di più efficace per riavvicinare l'uomo al suo vero io, almeno altrettanto quanto riesce a mettere in crisi la sghemba società industriale in cui ci siamo imprigionati.
Caso ha voluto che proprio la stessa sera in cui ha preso a nevicare anziché andare a dormire con le galline io avessi programmato di uscire con una rappresentanza degli amici che avevo da scapolo; il che mi ha permesso di assistere allo spettacolo incantato del paesaggio notturno imbiancato dalla neve mentre i fiocchi illuminati dalla luce dei lampioni cadevano larghi e fitti. Roba da voler camminare nella neve fino a rimanere intirizziti…
La mattina dopo in città bambini vestiti alla meglio da piccoli sciatori con l’abbigliamento dell’inverno precedente, accompagnati soprattutto dai papà - a casa dal lavoro perché era sabato - sciamavano sulla coltre bianca verso una discesa dietro il Pubblico Passeggio, improvvisata e gratuita pista dove slittini di ogni forma e colore, dalla padella al bob olimpionico, disegnavano le tracce delle discese.
I papà si presentavano e chiacchieravano, i bambini si sfidavano, qualcuno rotolava, faceva a pallate o provava ad organizzare un uomo di neve.
Niente televisione, niente videogames, niente abbonamenti per impianti di risalita, niente centri commerciali, niente marketing. Nessuno vendeva e nessuno comprava. Solo un po' di neve, sole, freddo, discese, capitomboli, sorrisi e piccole grida.
Più tardi, a chi tiene accesa la tv, i tg avrebbero raccontato con voce affranta di un’emergenza gelo, un’emergenza neve, un’emergenza ferrovie (dimenticandosi comunque dell’emergenza mal governo). A me invece la neve piace ancora.

venerdì 16 gennaio 2009

Moda is a four letter word


Sotto casa mia hanno aperto un negozietto di scarpe economiche. Vendono scarpe di tutte le fogge a prezzi che variano fra i 15 e i 30 euro. La fila dei clienti inizia al mattino prima dell'apertura, e quand'è sera, un'ora dopo la chiusura, c'è ancora gente che spinge la porta. Questo è ovviamente un segnale importante di come la gente faccia fatica a pagare le cifre che l'euro richiede per acquistare vestiti, scarpe e quant'altro, nella rete di distribuzione “normale“. Spendere 250 euro per un paio di scarpe significa ovviamente sborsare mezzo milione delle vecchie lire, una cifra che non solo non è banale, ma che tante famiglie non possono permettersi. 
Il rovescio della medaglia del negozietto è, naturalmente, che le scarpe sono di bassa qualità. Si risparmia sui materiali, si risparmia sulla manifattura, e le scarpe dopo una stagione sono da buttare. Ora, la notizia è che anche per fare le scarpe (e i vestiti) griffati da 250 euro si risparmia sui materiali e sulla manifattura, ed anche quelle scarpe dopo una stagione sono da buttare. Non c'è nessuna differenza. 
Una volta, quando i vestiti erano di sartoria, la differenza fra un abito costoso ed uno povero era la qualità del tessuto, la lana, le cuciture, l'abilità del sarto. La differenza era evidente. La firma del sarto era il suggello di tanto lavoro.
Oggi accade esattamente il contrario. La firma è diventata un modo per vendere roba scadente a prezzi esorbitanti. Gli abiti non vengono più prodotti in Italia, ma in Cina o in Romania. I jeans che arrivano dalla Cina costano un dollaro l'uno, prezzo che comprende il tessuto, la paga dell'operaio che lo ha realizzato, i vari passaggi di mano fino alla frontiera, qualche tassa locale, il viaggio fino all'Italia. Arrivato qui il nome di qualche stilista sponsorizzato dalla TV gli fa lievitare il prezzo fino a 100 o anche 200 e persino 300 euro. 
Qualche tempo fa era stato intercettato dalla Guardia di Finanza un carico di questi jeans venduti direttamente dai cinesi a un distributore diverso, per venderli a basso prezzo. Il reato non era quello di vendere merce scadente o falsificata, ma di usare una firma senza possederne i diritti. I jeans, naturalmente, erano gli stessi. 
Questo discorso mi viene alla mente ogni volta che mi si inceppa una cerniera lampo di bassa qualità o che un abito viene rovinato da un lavaggio. Non c'è un giubbotto per quanto la firma sia prestigiosa la cui zip non si inceppi. 
Proviamo a fare un confronto con gli abiti tecnici, quelli che si usano per andare in moto o per scalare le montagne. Una cerniera lampo che si inceppa fa la differenza fra la vita e la morte. Gli abiti tecnici sono costosi perché sono preparati in modo meticoloso, con materiali come Goretex o Cordura che migliorano la qualità della nostra vita, con cuciture che all'occorrenza possono essere usate per aggrapparci la nostra corda in una discesa d'emergenza. La firma non diventa il motivo del prezzo, ma la certificazione della qualità. 
Purtroppo nel nostro Bel Paese le nostre competenze, glorificate dai mass media, non sono tecniche, tecnologiche, innovative, all'avanguardia. Le nostre scuole non ci preparano al futuro e le nostre leggi non promuovono ricerca e innovazione. Questa non è la strada per il futuro.