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giovedì 14 gennaio 2016

So long, David Bowie


L’8 gennaio 2016, giorno del suo sessantanovesimo compleanno, Bowie ha dato alle stampe Blackstar, un disco che ha ricevuto un'istantanea accoglienza di cui si era persa la memoria dai giorni della beatlemania. Io scrissi che per la sua carica di innovazione si trattava del primo disco del XXI secolo (nonostante fosse iniziato da ormai sedici anni) e che era un disco seminale, che auspicavo ispirasse all’emulazione qualche giovane talento. E che ero impaziente di ascoltarne il seguito, ed il seguito ancora. Invece si trattava del Gran Finale.
Due giorni dopo, con un sincronismo spiazzante (e improbabile), l’artista venuto da Marte lasciava il nostro mondo, compiendo il percorso artistico prefigurato da Ziggy Stardust e dall’uomo che cadde sulla terra. Il rise and fall di David Bowie, un cerchio completo se si chiude fra Space Oddity e Blackstar, la stessa canzone dopo un raggio di dieci lustri.
Una uscita di scena senza precedenti, che piega alla sua teatralità persino la morte. L’arte applicata alla vita fino alla morte.
Il clamore scatenato dal nuovo disco divenne un tutt’uno con l’ondata di lutto collettivo di due o tre generazioni di ex ragazzi, mano a mano che increduli ne apprendevano la notizia. Un senso di appartenenza collettivo che non si provava dal giorno della morte di John Lennon.

Per chi era un teenager negli anni settanta, nessun artista è stato intimamente specchio del proprio intimo quanto David Bowie. Io ne ho scritto la mia testimonianza nel libro Perché non lo facciamo sulla strada?

In epitaffio a Bowie, anticipo su BEAT il capitolo a lui dedicato sull'ancora inedito Long Playing, una storia del Rock, lato B: il ritorno del Rock. Il libro è in uscita in qualche momento di questo 2016.


sabato 12 dicembre 2009

in concerto


Stento a togliere Soft Machine Fourth dallo stereo dell'auto mentre imbocco l'autostrada A21 per raggiungere l'appuntamento con il concerto di Peter Hamill di questa sera. Elton Dean, Hugh Hopper, Mike Ratledge e Robert Wyatt ci stanno dando dentro ed è un peccato interromperli. Ma devo ripassare: non mi sento abbastanza preparato e mi sono registrato un CD con i pezzi che Peter Hammill ha suonato un paio di sera fa a Roma secondo la scaletta gentilmente inviatami dall'ottimo Simone Cavatorta.
Mi sento un po' stanco: ieri sera ho assistito al concerto di un buon gruppo amatoriale di Lodi, che si è esibito in un locale credo dell'Alabama con chili obbligatorio (nel senso che per vederli bisognava mangiare…), e alla mia età i tempi di recupero cominciano ad essere lunghetti. Per fortuna non ho bevuto molto a causa della inquietante presenza di un paio di carabinieri di ronda che si annoiavano facendo avanti ed indietro lungo una deserta statale padana, e non avrei voluto far loro da diversivo. Si sa che in questo folle mondo fuori controllo bere due bicchieri è ormai omologato allo stupro. La band era quella dei Big Sur, bravi a eseguire cover di una lontana west coast anche se con un repertorio poco coraggioso (con un chitarrista solista così dovrebbero suonare i Grateful Dead non gli Eagles). E poi ieri sera erano orfani della cantante Elisa, il che rendeva lo show un po' come ascoltare i Big Brothers senza Janis Joplin…
Questa sera sono diretto a Seriate, nome che mi incute un po' di timore. L'atavico timore di essere assalito dagli Unni all'autogrill. Ed in effetti a quest'ora della sera la periferia moderna attorno al teatro Gavazzeni ha affinità con quella in viveva l'Alex di Arancia Meccanica.
Ma nel teatro è un'altra musica. Arrivo con molto anticipo perché non ho il biglietto (come se si fosse mai sentito un sold out di Peter Hammill). Il pubblico è per la gran parte composto di pacifici ragazzi degli anni sessanta (e cinquanta). Ce n'è uno in tenuta da bancario, non avrà avuto il tempo di passare a casa a cambiarsi. Due cinquantenni eleganti si sono ritrovati qui per una botta di vita: uno ha visto altre volte Hammill in concerto, il suo amico ha invece un vago ricordo dei vinili dei Van Der Graaf. Qualcuno è l'attuale evoluzione di un liceale in eskimo degli anni settanta, con i capelli brizzolati ancora più sul lungo che corto. Bellissime le loro compagne, ancora le stesse dell'epoca, con i capelli argentati e la borsa indiana. Mi sento a mio agio. C'è anche qualche rocker un po' più giovane con maglietta con le scritte e capelli raccolti in coda di cavallo. Qualcuno ha portato la fidanzata giovane e la rassicura: "ma che musica fa?" "vedrai, ti piacerà". Di fianco a me qualche cosa di affine ad una giornalista è molto profumata, ma non è patchouli. Errore. Qualcuno si è dato appuntamento da mezza Italia e si abbraccia commosso. Io sono solo perché il mio socio Camillo mi ha dato buca all'ultima momento. Ma lui non ha dischi di Peter Hammill in casa.
Si intuisce che dietro alle apparenze siamo tutti emozionati. Sappiamo che stiamo per assistere ad un rito, non fosse che per l'importanza che ha avuto la voce di Peter Hammill nella nostra vita. E non sono pochi ad essere convinti che PH sia uno dei geni della musica del nostro secolo.
Negli ultimi minuti non si parla più, siamo tutti seduti in silenzio sulle nostre poltroncine di velluto rosso ad aspettare che lo sciamano arrivi. Sul palco una luce bianca illumina un pianoforte a coda, una chitarra acustica ed un leggio.
Quando entra, all'improvviso, ha davvero qualche cosa di non terreno, Peter, sottile, leggero, in abito di lino azzurro, con un sorriso gentile ed una chioma candida. Ma il concerto lo racconto altrove.

mercoledì 30 settembre 2009

ieri, 29 settembre


Ieri, 29 settembre... (“seduto in quel caffé, io non pensavo a te...”)

Se l’avete riconosciuta, vuol dire che siete vecchi. Vecchi abbastanza da ricordare il 1967. Tutto doveva ancora succedere.
Questi ovviamente erano solo l’Equipe 84 (non ho nostalgia del bit italiano, che banalizzava in chiave leggera le canzoni di una musica rock che diventava adulta), ma la canzone era firmata da un giovane Lucio Battisti, l’unico tentativo di rivoluzione della musica leggera italiana (musica leggera che per altro non fu capace di farsi influenzare da Battisti, come invece il beat britannico dai Beatles e il rock USA da Dylan).

Su Anni Rock ho pubblicato un elenco di dischi usciti nel 1967:

45:
Pink Floyd > Arnold Layne; See Emily Play (Columbia EMI)
Jimi Hendrix > Purple Haze; Foxy Lady (Polydor)
Beatles > Strawberry Fields Forever; Penny Lane; All You Need Is Love (Parlophone)
Rolling Stones > Ruby Tuesday; We Love You; She's A Rainbow (Decca)
Who > Substitute; The Kids Are Allright
Turtles > Happy Together
Wilson Pickett > Everybody Needs Somebody to Love

LP:
Pink Floyd > The Piper At The Gates Of Dawn (Columbia EMI)
Jimi Hendrix > Are You Experienced (Polydor)
Beatles > Sgt. Pepper (Parlophone)
The Who > Sells Out (Track)
Cream > Disraeli Gears (Reaction)
Doors (Elektra)
Velvet Underground > And Nico (Verve)
Traffic > Mr. Fantasy (Island)