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giovedì 14 dicembre 2017
Coney Island
I miei tempi si stanno sbriciolando, sciogliendosi come neve al sole, inghiottiti dal nulla che avanza. E purtroppo non passera poi troppo tempo prima che non ci sia più neanche più nessuno a ricordarli [anche per questo mi piacerebbe scriverne una testimonianza, in un paio di libri intitolati Blue Motel e I furiosi anni settanta].
Nulla del mondo che mi circonda è più in sintonia con la mia sensibilità. O quasi.
Mentre passeggiavo per il centro, la mia attenzione è stata attirata da un manifesto, una locandina cinematografica (erano lustri che non accadeva, suppongo dai tempi di Eyes Wide Shut...). Una foto perfettamente coerente con la mia sensibilità, la mia esperienza, la mia mitologia, il mio gusto, le mie aspettative. Una bella donna, provocante, di fronte alla finestra di quello che sembra essere un piccolo appartamento vecchio stile di NYC, da cui si vede la ruota del luna park di Coney Island. In automatico nelle mie orecchie attacca a suonare una colonna sonora dei Blasters, o se preferite dei Mink DeVille o dei Drifters.
E poi me ne accorgo: è il nuovo film di Woody Allen. Non a caso, un santi dei miei giorni (ed uno dei miei tre registi preferiti). Grande Woody, fino a che sei uno dei vivi andrò a vederlo. Fosse anche il più brutto dei tuoi film, parlerà ancora la mia lingua.
martedì 14 luglio 2015
Time
(Nick Cave)
Ai (bei) tempi dell’Università, a Parma, mi capitava spesso di pranzare fuori con mio fratello. Lui ordinava sempre lo stesso piatto: era certo della riuscita, e ne era sempre soddisfatto. Io ero consapevole del fatto che sarebbe stata la scelta migliore, ma andava sempre a finire che la curiosità mi trascinava ad ordinare qualche cosa di diverso. Un piatto che non avevo ancora assaggiato, un nome che mi attirava, una curiosità da soddisfare. Quasi sempre lui mangiava meglio di me, eppure non potevo fare a meno di continuare a cambiare.
Quello che allora non sapevo è che quella sarebbe stata la metafora delle nostre vite.
Persino la strada fra casa ed il lavoro non riesco a tenerla costante: l’idea di ripetere all’infinito il già vissuto mi soffoca, e così va a finire che certi giorni faccio il doppio dei chilometri solo per cambiare, per prendere un diverso tragitto, per essere in un posto diverso.
A questa cosa pensavo oggi, quando sul social network ho trovato la pagina di un vecchio e caro amico, uno con cui ho vissuto e con cui sono stato, come si dice, culo e camicia, ma che di questi giorni non vedo più. Sai com’è, quando ti rivedi: uno sfacelo. Invece no: lui è bello, con un’aria addirittura intellettuale, sorridente in tutte le foto, circondato dalla famiglia. La moglie è la stessa che ai tempi era la sua fidanzata; ingrigita ma pure bella e sorridente. Ed i post, neanche uno dei deliri tipici di facebook, ma un piccolo mondo antico fatto di provincia nel senso più romantico e nostalgico del termine; vita sociale, partecipazione, amore per il proprio territorio. Una delle vite che avrei voluto vivere.
E intanto pensavo, ho avuto tanto amore, e tanti amori lasciati indietro, tante curve, tanti cambiamenti, la voglia di assaggiare tutto e forse un poco di rimpianto di aver sempre mollato tutto. Ho scelto una strada che forse non era la mia, per mancanza di coraggio ma anche perché all’epoca sembrava (ed era) decisamente più bella di quello che è diventata di questi giorni deludenti. Ho sognato tanti sogni, che si sono realizzati solo a spizzichi e bocconi, ho percorso tante strade, che pure ancora mi sembrano decisamente troppo poche rispetto alle infinite strade del mondo. Non ho vissuto nel paese alla Piero Chiara che le mie radici avrebbero voluto, ma neanche ho fatto il giro del mondo. Ho vissuto come ho potuto e non ho mai smesso di desiderare l’orizzonte. Forse ho preso più amore di quello che ho dato, e di questo immagino dovrò rispondere alla fine al mastro di chiavi.
L’unico rimpianto vero è di non aver abbastanza vita. Tante cose da fare ed una vita così breve. Come diceva Lorusso, ogni volta che vedo un tramonto mi girano le balle. Perché è passato un altro giorno.
mercoledì 8 aprile 2015
il tempo
«Beato te che non capisci niente».
Vero. Il mondo è dei semplici, di chi si fa poche domande e si da ancora meno risposte. C’è qualche cosa nell’intelligenza che arriva ai confini del lecito, e che l’evoluzione stessa deve tenere a freno. L’idiota non lo ammazzi, lui sa tutto quello che deve sapere e non perde il tempo a masturbarsi la mente sulle cose che non lo riguardano e soprattutto che non lo aiuteranno a stare meglio.
Passava una cometa. Cinquanta milioni di uomini pensano alla sfortuna, al fato, agli dei. Uno la riconosce come un fenomeno celeste, ne calcola l’orbita e ne predice persino il ritorno qualche secolo dopo, quando nessuno dei presenti sarà vivo a vederla. Chi sta meglio? Immagino l'uomo con addosso una tonaca, e che ha visto (e mostrato) nell’evento un segno del potere del dio che rappresenta. Perché a pensare, non arrivi da nessuna parte. Ogni risposta che trovi contiene due nuove domande. Perché il nostro orizzonte delle conoscenze è limitato, e troppo ce n’è, oltre (ed oltre, ed oltre). Mentre noi siamo piccoli così. Prendi il tempo, per esempio. Non puoi fartene una ragione del tempo, non puoi comprenderlo: è troppo fuori dalla nostra esperienza. È infinito il tempo? Dura per sempre, e prosegue sempre nella medesima direzione? Se il tempo fosse infinito, questo preciso istante lo dividerebbe a metà. Due metà di infinito che, la matematica ci insegna, sono altrettanti infiniti. Anche il mezzo tempo prima di questo istante sarebbe infinito. Ma se così fosse, se prima di questo istante ci fosse un infinità di tempo, questo istante non sarebbe mai arrivato, perché ci sarebbe sempre un tempo infinito prima di adesso.
Sarebbe dunque il tempo finito?
Sferico magari, come la superficie di un pianeta o di una stella, per citare i corpi celesti più tipici dell’Universo? E su questa sfera noi non saremmo più che fuscelli, trasportati dalla corrente di un insignificante ruscello, per l’attimo minuscolo della nostra vita? E poi?
Come dice Woody Allen: «Non ho niente contro la morte, è solo che si muore per troppo tempo». Come si può concepire di esistere per un tratto minuscolo di tempo, per poi scomparire per sempre. Sempre sempre. O per dirla meglio: non tornare mai più? Inconcepibile. Per forza le persone devono crearsi un aldilà, ed un Dio. Si muore in questa valle di lacrime, ma solo per tornare nel più desiderabile dei villaggi vacanza. Tutto gratis, felicità per sempre. Sempre: di nuovo il tempo.
Ti svegli, San Pietro ti da il benvenuto, e ti ritrovi in un mondo di perfetta beatitudine. In Paradiso non sei né bello né brutto, né figo né storpio, né intelligente né idiota, sei pura essenza, pura anima, assolutamente felice, come sotto eroina. Per sempre.
Non avrai rancore, e neanche amore specifico. Non per la moglie che hai amato, ma che dopo la tua morte si è risposata e si trova qui in Paradiso con il secondo marito. Non per la donna che non ti ha voluto, e che anche in Paradiso ha di meglio da fare. Neanche rancore per Adolfo Hitler, o per il tuo assassino. Perfettamente felice, e basta. Assolutamente felice per dieci giorni, anche se non c’è nulla da fare. Perfettamente beato. Per dieci anni. Per dieci decadi. Per dieci secoli. Per dieci millenni… Comincia a farsi lunga. Ed è solo l’inizio dell’infinità del tempo. E dopo 100000000000000000000000000 infinità, è ancora solo l’inizio. No, non può essere così, troppo noioso per qualsiasi standard.
Forse non sarà dunque il Paradiso. Forse sarà il ciclo delle eterne rinascite. Quante rinascite? Perché fra 4 miliardi di anni non ci sarà più una Terra su cui rinascere, perché sarà stata incenerita dal Sole. Si potrebbe sempre rinascere da un’altre parte. Fino che, ad un certo punto, non esisterà più neanche un Universo. Ma nessuno ha in effetti sostenuto che il ciclo delle rinascite sarà senza fine. Ad un certo punto, a furia di vivere ci saremo abbastanza purificati da sublimarci, innalzarci e fonderci nel Nirvana, perdendo la nostra limitata individualità per fonderci nel Tutto. Dove il tempo, finalmente, non esiste. E che in vita non possiamo neppure provare a concepire. Ed allora, perché perdere tempo a calcolare il moto delle comete, quando possiamo ubriacarci, accoppiarci, amarci, ed ascoltare il rock’n’roll?
domenica 8 marzo 2009
il sabato del villaggio

La donzelletta vien dalla campagna
in sul calar del sole,
col suo fascio dell'erba; e reca in mano
un mazzolin di rose e viole,
onde, siccome suole, ornare ella si appresta
dimani, al dí di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
su la scala a filar la vecchierella,
incontro là dove si perde il giorno;
e novellando vien del suo buon tempo,
quando ai dí della festa ella si ornava,
ed ancor sana e snella
solea danzar la sera intra di quei
ch'ebbe compagni nell'età piú bella.
Già tutta l'aria imbruna,
torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
giú da' colli e da' tetti,
al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
della festa che viene;
ed a quel suon diresti
che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
su la piazzuola in frotta,
e qua e là saltando,
fanno un lieto romore;
e intanto riede alla sua parca mensa,
fischiando, il zappatore,
e seco pensa al dí del suo riposo.
Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
e tutto l'altro tace,
odi il martel picchiare, odi la sega
del legnaiuol, che veglia
nella chiusa bottega alla lucerna,
e s'affretta, e s'adopra
di fornir l'opra anzi al chiarir dell'alba.
Questo di sette è il più gradito giorno,
pien di speme e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l'ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno.
Garzoncello scherzoso,
cotesta età fiorita
è come un giorno d'allegrezza pieno,
giorno chiaro, sereno,
che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo'; ma la tua festa
ch'anco tardi a venir non ti sia grave.
mercoledì 18 febbraio 2009
ricordi di seconda mano

Ho letto in un’intervista questa frase: “di mio padre ho solo ricordi vaghi, perché è morto quando io avevo solo sei anni”.
Sono parole che mi hanno turbato, non perché non mi senta bene o abbia qualche motivo speciale di dubitare della mia sopravvivenza, ma perché mi hanno fatto riflettere su quanto poco riescano ad andare indietro i miei ricordi. Il primo ricordo strutturato che ho è di quando avevo sei anni. Stavo giocando “al giornalaio” con una pila di riviste lasciati in fondo alle scale della amata casa di Santimento, quando improvvisamente arriva mio padre per annunciare che è nata Alessandra, la sorellina. E io che sento le lacrime colarmi lungo il viso per l’emozione, senza che possa trattenerle, anche se non afferro fino in fondo la dimensione della notizia. E per l’emozione, immagino, riesco a scolpire il momento nella mia memoria a lungo termine.
Ricordi precedenti forse ce ne sono, ma sono più sensazioni, odori, colori confusi che ricordi veri e propri. Mia madre che mi infila le calze, la sabbia calda di Forte dei Marmi, il verde di un prato ad Oulx, il profumo di una stalla di montagna lungo un sentiero di ciottoli, il sedile posteriore di una Fiat 500 su cui salto con mio fratello (cintura di sicurezza neanche a parlarne), una bicicletta rossa appena regalata, io che con quella bicicletta mi infilo in un fitto di alberi perché non so fermarmi. Io sulla aia assolata che imparo a pedalare senza rotelle, mio fratello che piange perché la giostra della fiera del paese ha chiuso all’ora di pranzo...
Ora mia figlia ha sei anni. A rigore non ricorderà nulla di quello che le è successo fino ad oggi. Delle centinaia di cose che abbiamo fatto assieme: le nostre vacanze al mare ed in montagna, le passeggiate a cavallo o nello zaino, le nuotate assieme nel mare di Sardegna, le gite, la nostra auto (Isotta) e la moto (Pimpa). I film che abbiamo visto al cinema, i ristoranti, gli zoo…
Alcuni dei momenti più belli della nostra vita, che al momento si ricorda senza difficoltà, ma che ad un certo punto andranno inevitabilmente perduti. E con essi i ricordi di questo padre così presente e di questa famiglia così unita.
La guardo e mi domando: "quando dimenticherà?" come se potesse accadere all’improvviso, quasi per rito iniziatico del crescere.
Certo, so bene che tutto quanto ha vissuto, anche se dimenticato, influenzerà per sempre la persona che diventerà, spero in meglio. Ma proprio mi dispiace che dimentichi i singoli fatti.
Per fortuna, dove non arriva la natura arriva la tecnologia. Se la nostra mente, per qualche bizzarro motivo, non ha abbastanza spazio per archiviare tutti i bei ricordi, qualcuno ha rimediato inventando uno straordinario apparecchio che registra i momenti e li rievoca a piacere. Di quale diavoleria sto parlando? Di quelle semplici telecamere digitali che vendono al centro commerciale per meno di 399 euro.
Così di sera, quando gli altri sono già a letto, scarico le immagini dalla telecamera e le metto in fila sul mio Mac, ordinandole con programmi come iMovie per realizzare film tecnicamente un po’ sotto Stanley Kubrick ma un po’ meglio di Martin Scorsese. Film che Carolina ama guardare ora ma che, credo, adorerà domani.
Chi di noi non vorrebbe rivedere la propria vita di bambino al posto del film di Rai Uno?
lunedì 2 febbraio 2009
neve

Vorrei vivere nel paese dei Puffi. Vorrei vivere in un mondo perfetto dove non solo la gente fosse di buona volontà, ma anche gli eventi fossero coerenti. Per esempio, il tempo atmosferico: a me piace che d’inverno ci sia la neve, sui tetti della case come sui campi e persino sulle strade quando le auto perdono la spavalderia e la fretta di tutti i giorni per procedere caute quasi assaggiando la strada. Mi piace che in primavera il sole ed i prati in fiore invoglino alle scampagnate, nonostante il polline nell'aria; in estate mi piacciono quei temporali brevi e intensi che profumano l'aria di ozono e spezzano l'afa per una sera; e d’autunno, naturalmente, voglio foglie dorate a tappezzare le valli.
Insomma, amo che il tempo sia come ci si aspetta. Quest’anno è andata proprio così: non so di quella cosa del riscaldamento globale, ma quest'anno è stato inverno vero e credo che accoglieremo la primavera facendole festa.
Ricordo l’inverno del 1986, quando la nevicata a Milano ha tenuto l’auto sepolta per due settimane ad un giovane e spensierato Blue Bottazzi ufficiale medico di complemento. La primavera del 2003, quando abbiamo avuto neve sui monti della provincia fino a maggio e a passeggiare ancora sprofondavi. Anche non più di un paio di anni fa a novembre la città era completamente imbiancata e Don Luigi spalava la neve dal sagrato per non far scivolare i fedeli. E io, Carolina e Lalla, equipaggiati di tutto punto invece di andare in montagna siamo arrivati solo ai giardinetti pubblici ad affondare nella neve fino alle ginocchia, e nei supermercati non si trovava più neppure una slitta.
giovedì 29 gennaio 2009
i giorni della merla

Le mie feste preferite sono pagane. Perché sono ricorrenze che festeggio nel mio intimo, senza il clamore e il consumismo che circonda le feste “comandate”.
Nella tradizione popolare i tre ultimi giorni di gennaio sono considerati i tre giorni più freddi dell'anno. Dal due di febbraio poi (la festa della Candelora) l'inverno un po' alla volta allenta la sua morsa, fino a regalare qualche giorno di sole attorno a Carnevale e arrendersi alla primavera nel mese di Marzo. Queste tradizioni erano particolarmente vive ai tempi dei nostri nonni, sia perché si viveva assai più a contatto con la natura ed i suoi ritmi, sia perché senza il riscaldamento centralizzato il freddo faceva più impressione.
Ho sentito innumerevoli versioni della storia dei merli, che a volte sono due (marito e moglie, maritati di fresco nel paese di lei vicino al Po) e volte tre (con il piccolo merlottino). Spesso sono storie tristi, di quella crudeltà che hanno i racconti e le ballate popolari d'altri tempi, con i merli che non sopravvivono a questo finale d'inverno. Quando alla fine in febbraio arriva il sole, i merli non ci sono più per accoglierlo.
La versione che preferisco me l'ha raccontata un'amica: c'è questa giovane famiglia di merli, merlo il papà, merla la mamma, merlino il figliolo, e sono tutti e tre di un colore bianco candido come la neve. Vivono su un tetto, nel gelido inverno padano. Il 29 di febbraio il freddo si è fatto così intenso che il papà sposta la famiglia vicino ad un grosso camino fumante, per godere di un po' del suo tepore. Poi si allontana in cerca di cibo. Torna il 31, arriva sul tetto, trova il camino ma sulle prime non riconosce la sua famiglia. Infatti mamma e figlio sono diventati tutti neri per la fuliggine. Racconta la storia che da allora tutti i merli nacquero neri.
In una versione di questa storia letta sul web ho trovato persino la localizzazione precisa del tetto, in Porta Nuova a Milano. Ma io credo piuttosto che si trattasse di un paesino di campagna lungo il Po, di quelli con quattro case lungo la strada imbiancata...
lunedì 19 gennaio 2009
calzoni di lana

Non fanno più pantaloni invernali.
Una volta d'inverno c'erano i calzoni di lana. Di lana più o meno nobile, più o meno morbida, ma comunque bei calzoni caldi. Adesso i calzoni sono griffati. Significa che costano perché hanno un marchio di moda, ma che sono prodotti in Cina e valgono 1 dollaro l'uno, cifra che comprende i tessuti, la manifattura ed il viaggio. E sono in cotone, come i calzoni che mettiamo a ferragosto, uguali che di ci siano cinque gradi sottozero o trentasette...
Devo essere l'unico ad avvertire questo problema perché non ho trovato calzoni caldi nei negozi di moda e non ne ho trovati neppure nei negozi sportivi, a meno di voler girare in città con i calzoni da sci... credo che metterò la calzamaglia come faceva mio nonno. Tanto non se ne accorgerà nessuno...
mercoledì 22 ottobre 2008
Dieci anni
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