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domenica 29 novembre 2015
il film americano del batterista
Dunque, ieri sera (era sabato sera e siccome siamo in novembre, quasi dicembre, era già buio come se fosse notte, anche se i negozi sono ancora aperti), vedo la vetrina illuminata del negozio di dischi e penso che sia piacevole entrare per un saluto agli amici. Non era il sabato sera sfigato di un sabato sfigato: ho avuto i miei momenti sfigati, ma per fortuna invecchio bene come un vino toscano, e i miei sabati stanno andando a gonfie vele. Me ne tornavo da una splendida giornata in giro per una Modena prenatalizia (ed il centro di Modena prima di Natale è una meraviglia), mi ero fatto un bel po’ di autostrada con un’auto che gira rotonda che è un piacere, ed ero solo stanco e desideroso di godermi una serata di riposo sotto il piumone. Ma non sarebbe stato piacevole addormentarmi guardando un bel film, di quelli che ti riscaldano il cuore? Anche se purtroppo film buoni non ne girano più da un pezzo. Non sono mai stato uno da “andiamo al cinema a passare una serata in compagnia” ma uno da “andiamo a vedere un film”. C’è differenza: è come “facciamo una tavolata per stare assieme”, oppure “andiamo al ristorante a mangiare bene”. Si va al cinema per passare il tempo, e giusto per caso sullo schermo proiettano qualcosa; invece si va a vedere un film per vedere il film. Da giovane volevo fare il regista. Ho passato almeno dieci anni della mia infanzia a vedermi puntualmente un film al cinema ogni domenica; a sei anni con il nonno, a 13 con gli amici. Poi il lunedì, a scuola, durante l’ora di religione, raccontavo il film ai compagni. Lo raccontavo veramente, con gli alunni seduti a semicerchio attorno a me a bocca aperta in fondo all’aula. C’era chi sosteneva che fosse meglio ascoltare il film che vederlo al cinema. Poi il regista non l’ho fatto, ed il mondo ha di certo perso qualche cosa, ma insomma.
Questo per dire che il cinema per me è una specie di fatto religioso. Non riesco a vedere un film che non è bello, o meglio, non riesco a vedere un film che non mi piace. Esco a metà. Sai quanti amici si sono incazzati, quando fra il primo ed il secondo tempo annunciavo che sarei uscito dalla sala? Ma per me era importante, era come informare il regista che il suo film era una cagata. Se un film non mi piace, non c’è verso che io ne guardi il finale; sarebbe un’atto di viltà, sarebbe una resa della mia integrità nei confronti di questo entertainment di stampo televisivo.
Così il sabato sera entro nel negozio di dischi dei miei amici, con la vetrina illuminata che nella serata buia e gelida promette se non un nirvana almeno una dose di calore umano. Parlo di un negozio che esiste dai tempi buoni, dai giorni di gloria dei dischi e della musica rock. Dai giorni in cui le copertine avevano un profumo, e da prima che i film si potessero acquistare. Di questi tempi che i negozi di dischi non esistono più neanche a Londra e NYC, ogni volta che ne varco la soglia mi prende il sospetto che in realtà il negozio sia la copertura di qualche cosa di più remunerativo; non voglio insinuare il meretricio o lo spaccio di stupefacenti e neanche il gioco d’azzardo; penso a qualche cosa come la sede di una cellula del KGB. Tutte le volte mi stupisco invece di trovarlo ben pieno di cienti, con le persone in coda alla cassa con un CD in mano, a dispetto dell’esistenza di Spotify, o con un DVD, a dispetto di Sky. Un’umanità variegata, di cui i miei amici per assicurarsi la fama invece di vendere dischi dovrebbero scrivere la cronaca. Dunque entro, in attesa dell’arrivo di un appuntamento, con la vaga speranza di trovarmi per le mani un film che mi sorprenda, ma con la certezza che non succederà. Tutti i film che mi piacciono li hanno girati negli anni settanta, quando le telecamere era fisse e le sceneggiature erano la parte più importante. Quando le macchine americane nei film erano americane e non asiatiche. Gli ultimi film buoni che sono stati girati si intitolano Pulp Fiction (quando ancora io passeggiavo abbracciato con il primo amore), Eyes Wide Shut (quando ancora non mi ero mai sposato), e Tenebaum (e li in effetti era già il nuovo millenio). The Royal Tenebaum, un capolavoro, l’unico film di Wes Anderson che vale la pena di vedere e rivedere, perché gli altri sono solo dei tentativo zuccherosi di rifarlo, e perché dovresti guardare una copia mal riuscita se hai in mano l’originale?
Così butto l’occhio alle solite copertine, e mi fermo a leggere il retro dei soliti DVD, quelli di Woody Allen, di Almodovar o chessò io, domandandomi per esempio se valesse la pena di guardare Magic In The Moonlight. Anche se ultimamente sono diventato un cattivo cliente, i miei amici del negozio di dischi sono davvero gentili, e ce n’è sempre qualcuno che spreca il suo tempo con un consiglio. Veramente il socio mio coetaneo ci ha rinunciato, credo perché si sia offeso che gli abbia stroncato alcuni dei suoi film francesi preferiti. Da quando lo conosco va tutti gli anni a Cannes per il festival, il che lo rende suscettibile in fatto di pareri cinematografici. Il problema è che in realtà lui è eccitato dai film feticisti, che non sono davvero il mio genere. Ad un paio di calze autoreggenti ho sempre preferito una ragazza del tutto nuda. Però il socio giovane è davvero un entusiasta, ed è assolutamente certo che se gli dessi retta mi godrei un sacco di film che ignoro. Il problema con lui è che tutti i film che gli piacciono hanno dentro una pistola, un mitra, qualche rapinatore in giacca e cravatta e capigliatura alla moda, ed una macchina da presa che saltella. A me piacciono le riprese statiche, e non ne fanno più dall’arrivo di MTV. Però è così entusiasta che davvero non me la sento di deluderlo. Prima di vendere dischi e film vendeva strumenti musicali, ed è parecchio che mi consiglia un amico da cui prendere lezioni di batteria (oltre ad avermi informato che chi mi ha venduto il rullante, il charleston ed il piatto mi ha derubato, e su questo ha assolutamente ragione). Così ieri sera mi mette in mano un film che racconta la storia di un batterista di New York. Tombola! Sembra che questo film abbia vinto il Sundance, o l’Oscar, o entrambi, o ci sia arrivato vicino; il che non è naturalmente una garanzia di per sé, però può costituire un buon argomento di conversazione. Sono praticamente certo che lo acquisterò e lo guarderò, fino a che non leggo il riassunto della trama sul retro della confezione. Ora, non puoi giudicare un libro senza averlo letto, e questo vale senz’altro anche per un film senza averlo visto (a meno che non abbia sfumature di colore nel titolo), e non sto di certo giudicando il film del batterista in questo racconto, anche se in effetti poi non l’ho comperato né tanto meno visto. Anzi, quando il mio appuntamento è arrivato, ho reinfilato il dvd negli scaffali lesto come un ladro e sono uscito di soppiatto cercando di non essere notato - anche se in effetti un ladro di solito fa il contrario.
Secondo la copertina, il protagonista del film ha lo scopo nella vita di diventare il più bravo batterista del mondo. E già qui sono due universi che cozzano, il mio e quello dello sceneggiatore. Perché il mio eroe è il Drugo Lebowski, e nel mio universo mai un batterista vorrebbe essere il più bravo del cocuzzaro. Mai un musicista vorrebbe essere un fottuto virtuoso. Un giocatore di football americano vuole essere il migliore di tutti, non un musicista rock. Ecco perché ascolto la musica invece di guardare lo sport. Quando Jerry Garcia suonava il bluegrass con Dave Grisman, questo lo guardava negli occhi e gli diceva: “Jerry no, stai sbagliando, questo pezzo non si suona così” e Jerry gli rispondeva “Dave, rilassati e suona”. Perché la musica non è una questione di virtuosismo o di seguire le note giuste, è una questione di cuore e di anima.
Per tornare al nostro batterista “vorrei-essere-il-migliore”, sogna un posto nella prestigiosa orchestra jazz del prestigioso conservatorio di New York City. Il che è molto americano e sa molto di Saranno Famosi; fosse per me, io vorrei suonare con i Commitments in un garage di Dublino piuttosto che in mezzo a tizi eleganti in giacca e cravattivo. Al massimo al Ronnie Scott a Soho a Londra, di fronte al Caffé Italia.
C’è un maestro che lo mette sotto e lo fa impazzire; un deja-vu fra Full Metal Jacket e il film sulla squadra di football. Prima di un concerto importante qualcuno perde lo spartito. Lo spartito? Un batterista jazz? Charles Mingus lo spartito lo immaginava nella testa, Miles Davis suonava il pezzo con la bocca a Jimmy Cobb e poi se non era buona la prima lo era la seconda, per non perdere la freschezza. E questo trequarti si fa sanguinare le mani a furia di provare e deve seguire uno spartito? Paul McCartney neanche la sapeva scrivere la musica, però il suo batterista si chiamava Ringo Starr.
Nella scena clou il tizio deve riuscire, perché in un caso sarà lo sgabello nella prestigiosa orchestra, nell’altro sarà la disoccupazione. Beh, che ci sarebbe di male in un dignitoso posto nei Faces?
Insomma, diciamocelo, uno sceglie di fare il batterista perché è un fancazzista e se la vuole godere, viceversa fa l’università e va a lavorare nell’ospedale di medici in prima linea. Il problema con questi film (e chi li guarda) non è un fatto di cinema, ma di sesso. Se vi piace il tizio che soffre per arrivare mentre il capo lo maltratta, delle due l'una: o da bambini avete visto troppi episodi di Dolce Remy, o siete dei masochisti, e quello che vorreste davvero non è un capo che vi insegni a fare il tre quarti, ma una valchiria che vi fustighi le natiche o un culturista borchiato che vi infili un pugno da dietro. Non è il mio genere.
venerdì 6 dicembre 2013
Blue Jasmine Woody Allen
La cose, si sa, cambiano, e da un certo punto in avanti hanno la tendenza a cambiare in peggio, se è vero che la gente passa la maggior parte del proprio tempo a rimpiangere gli happy days, quando era giovane e faceva chissà cosa. Per questo è bello attaccarsi alle abitudine rimaste. Un disco di Bob Dylan, un concerto degli Stones sono echi di un tempo che va ad esaurirsi. La stessa cosa vale per i film di Woody Allen. È da Manhattan in avanti che consumo il rito di "andare al cinema a vedere" il film nuovo di Allen.
È confortante che abbia potuto rinnovare l'abitudine anche ieri sera. Nonostante vada per gli ottanta (anni) il registra newyorchese è ancora spesso capace di sorprendermi. Se "Basta che funzioni" mi aveva irritato, "Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni" era gradevole e "Midnight In Paris" addirittura è uno dei miei preferiti. Lo scorso anno "To Rome With Love" era proprio brutto e rancoroso, come se Allen avesse voluto fare un dispetto alla città (ma cosa gli avranno fatto gli italiani?), "Blue Jasmine" mi è piaciuto. Tanto che all'uscita dal cinema, ed ancora quest'oggi, mi ritornavano alla mente i suoi personaggi, come sempre succede quando un film ha un suo peso specifico.
Come sempre la parte buona del film di Allen è il fatto che racconta storie di persone. Mentre tutto il resto del cinema di Hollywood è diventato una sottocultura tutta basato su fumetti, effetti speciali, storie di omicidi, rapine, fantascienza ed assurdità al cui confronto le soap opera sono letteratura.
Come sempre bella l'ambientazione (questa volta San Francisco) e belli i personaggi. A differenza della sua abitudine Allen non ci concede il lieto fine ed invece di chiudersi sui consueti toni lievi, buffi e speranzosi ci lascia invece con un'amarezza in bocca.
A parte la morale più elementare (i buoni vincono ed i cattivi perdono) è difficile tracciare la simbologia del nuovo film come non è evidente prevederne il finale, tanto che questa storia di ricchi infelici e poveri contenti lascia con la domanda se Allen non ci stia in realtà raccontando una vicenda che conosce. Nessun personaggio è veramente del tutto positivo o negativo ed ognuno (o quasi) ha se non le sue giustificazioni almeno le sue motivazioni. Forse gli unici due personaggi ingiustificabili sono... no, non posso svelarvelo (uno è il dentista, l'altro il diplomatico alla ricerca di una first lady da presentare in pubblico).
Allen ha dichiarato che non intende smettere di fare film fino alla fine della sua vita, e mi (e gli) auguro che sia davvero così il più a lungo possibile, visto che i risultati non gli mancano.
Ma è inevitabile pensare che ad una certa età ogni lavoro potrebbe essere l'ultimo e sarebbe allora lecito sperare in un gran finale, un'opera conclusiva che faccia da testamento spirituale, una sorta di amarcord. Anche se già sappiamo che raramente è così (penso a Lou Reed, che se ne è andato con un disco così debole come Lulu, ma in effetti sono tanti i capolavori da riascoltare che possiamo ben dichiararci comunque soddisfatti).
sabato 3 aprile 2010
Crazy Heart

Sono stato a vedere Crazy Heart, il film oscar sulla storia di un musicista americano country la cui carriera è al tramonto e la cui vita va a rotoli ma viene salvata da un amore.
Sono entrato al cinema per Jeff Bridges, o meglio per Jeff Drugo Lebowsky, come si chiamava il suo indimenticabile personaggio ne Il Grande Lebowsky dei fratelli Coen. Qualcuno (Paolo Vites) ha fatto notare come Drugo abbia avuto un’influenza su una quantità di noi, che siamo arrivati - immagino inconsciamente - a farci crescere il pizzetto come lui (e come il sergente Lorusso di Mediterraneo): il vero beautiful loser, quello che è scivolato dal mainstream della vita ma pur da perdente continua a essere un personaggio di scintillante bellezza, uno che alla fine non è in vendita a nessun prezzo.
È probabile che siamo in molti a sentirci un po' così giunti al mezzo secolo.
Per tornare a Crazy Heart sono entrato nel cinema pieno di pregiudizi: verso la musica country (credo che oggi potrei sopportare giusto Steve Earle o Dwight Yoakam), verso Hollywood e verso una trama scontata come una cambiale. Sulla trama non mi sbagliavo (e neanche su Hollywood); anzi, il film è ancora più didascalico e fastidioso nell’affrontare il babau puritano dell’alcolismo, che è sempre stato una demonio per gli anglosassoni e purtroppo oggi lo è diventato anche da noi, dove per un paio di birre prima di guidare ti assimilano ad uno stupratore (Drugo, di qualcosa!).
Però ci sono delle cose gradevoli. Jeff Bridges, che a sessant’anni assomiglia un po’ troppo a Nick Nolte, ma insomma è pur sempre lui. I dialoghi, che sono insolitamente realistici per uno script di Hollywood. Le (poche) scene on the road. Ma soprattutto la vita routinaria di chi vive di musica senza essere in vetta alle classifiche e le scene dei concerti, le migliori che a memoria mia siano state girate in un film, quasi emozionanti.
Anche il finale è meno zuccheroso di quanto temessi (ma neanche poi tanto divertente). Non comprerò la colonna sonora del film, ma Jeff come cantante non se la cava male, e Ryan Bingham (che canta sui titoli di coda) anche meglio (1).
Non è il migliore film su un musicista che sia mai stato girato - ne ricordo per esempio uno sui Temptations visto di notte alla TV. Ma comunque è uno dei film migliori che si possa vedere in una sala di questi tempi. Però mi domando perché Hollywood faccia così fatica a girare film sulla gente comune invece di inventarsi fiction su superfumetti, pistoleri, banditi, vampiri, donne in menopausa. Basterebbe leggere i testi delle canzoni del rock & roll.
(nota 1: preferisco comunque riascoltarmi Your Country di Graham Parker)
giovedì 11 marzo 2010
View Master

Una delle cose che più ha contribuito a procurarmi i brividi lungo la schiena mentre seduto sulla poltrona del cinema mangiavo con gli occhi il Paese delle Meraviglie di Alice, è stata la visione 3D. Avevo già visto film 3D ma solo in cartoni animati. È la prima volta che vedo un film in 3D con attori in carne ed ossa. Non sono le tre dimensioni della realtà. Non è un altezza - larghezza - profondità, ma piuttosto una serie di fondali messi in prospettiva a distanze diverse. Sono le tre dimensioni di quei magici libri diorama che si aprono mostrando la scena di una fiaba, quei libri che lasciano senza fiato i bambini e con cui io stesso da bambino potevo giocare per ore senza stancarmi.
Fosse stato per me, avrei voluto che Alice in Wonderland consistesse in una lunga passeggiata di Alice e del Cappellaio Matto per il Paese delle Meraviglie senza permettere a nessuna storia di distrarmi.
Questa Alice in 3D mi ha risvegliato un ricordo dimenticato, quello di un regalo meraviglioso ricevuto da bambino che mi faceva vivere esperienze del tutto identiche: si chiamava View Master e si trattava di una sorta di binocolo con il quale si leggevano diapositive binoculari che danno alle immagini una sorprendente prospettiva 3D. Le foto stavano su un cerchio di cartone che si infilava nell’apparecchio come un DVD in un lettore, ma il risultato era meglio di un DVD.
In un’epoca senza TV a colori e senza film registrati, era assolutamente magico vivere una favola o un racconto attraverso le immagini tridimensionali e dai colori vivaci del view master.
Credo che negli USA vendessero addirittura macchine fotografiche per creare fotografie 3D da leggere con il VM. Poi questo magico apparecchio è scivolato nel dimenticatoio. Non se n’è più visti nei negozi di giocattoli come non se ne ho mai letto in quegli articoli vintage sulle riviste.
Non ricordavo più del View Master fino a quando Tim Burton mi ha offerto il 3D di Alice. Ma con il DVD come la mettiamo?
domenica 7 marzo 2010
Alice

Il Paese delle Meraviglie (del film di Tim Burton) è bellissimo. Non la storia, ma le immagini. Già parte bene, ambientato in quell’Inghilterra Vittoriana che abbiamo imparato ad amare al cinema. Ma diventa addirittura straordinario dal momento della presentazione dell’adolescente bellezza di Alice, alla comparsa del bianconiglio, alla caduta nel buco fino alla famosa stanzetta della porticina, la chiave, la bottiglietta bevimi ed il dolcetto mangiami. E si trasforma in sinfonia all’ingresso nel Paese delle Meraviglie. Perché per me il segreto di Alice è tutto qui: il genio di Tim Burton che solletica i miei sensi mostrandomi come se sognassi ciò che ho sempre solo immaginato o vissuto in bozza nei disegni di Disney. Il paese delle Meraviglie è meraviglioso. La storia è nulla, i personaggi tutto: il Bianconiglio, lo Stregatto, il Brucaliffo, lo straripante Cappellaio Matto, la Regina Rossa, e persino l’airone rosa che fa da mazza da croquet ed il riccio che fa la palla.
La storia è stata riscritta e costituisce una sorta di ritorno a Wonderland di una Alice cresciuta, un po’ lo stesso espediente applicato anni fa ad un’altro eroe della nostra infanzia, il Peter Pan di Hook. Fino a che costituisce un espediente per giustificare il viaggio attraverso luoghi e personaggi la nuova storia funziona, poi si sviluppa banalizzando un po’ Alice attraverso lo specchio fino ad una battaglia alla Signore degli Anelli ed un deludente finale di Alice che si trasforma in astuta affarista e donna di mondo. Poco male: basta cancellare dalla mente gli ultimi minuti di film -- anche se fino alla fine contavo su Tim Burton per un colpo di scena che davo per certo ma che è mancato del tutto.
Quello che mi è mancato del cartone animato è il viaggio che Alice compiva, on the road nel Paese delle Meraviglie, e quella follia psichedelica proto-lisergica che pervadeva il film. Del libro di Lewis Carroll i giochi sulle parole e sulle poesie (anche se è splendida la poesia di parole inventate pronunciata dal Cappellaio Matto).
Del Tim Burton che mi aspettavo mi è mancata un po’ di malizia (malice) e la capacità di sorprendermi. Ma quello che ho avuto mi è bastato. Un bel sogno, ed una rapsodia per i miei occhi.

giovedì 12 novembre 2009
cinema #3 : i preferiti

ho provato a mettere “nero su bianco” i miei film preferiti. Un’impresa impossibile, anche perché molti film “preferiti” sono film minori da vedere magari una volta sola, ma gustosissimi, come può esserlo un film con Walter Matthau o Jean Paul Belmondo.
Inoltre me ne sono probabilmente dimenticati una quantità: non sono nemmeno riuscito a creare un minimo di ordine nella lista, che fosse diverso da quello in cui mi sono venuti in mente...
Significativi, invece, il primo e l’ultimo, che sono il primo e l’ultimo capolavoro che ho visto in ordine cronologico, entrambi del mio regista preferito a 18 anni come a 49: Stanley Kubrick.
PS: aggiungete i vostri titoli nei commenti...
Stanley Kubrick: Arancia Meccanica
Billy Wilder: A qualcuno piace caldo
Jack Nicolson: L'ultima corvè
Martin Scorsese: Taxi Driver
Cher: Stregata dalla luna
Harvey Keitel: Smoke
Jim Jarmusch: Dead Man
Quantin Tarantino: Pulp Fiction
Neil Jordan: In compagnia dei lupi, La moglie del soldato
Ridley Scott: Alien, Blade Runner
Ermanno Olmi: L'albero degli zoccoli
Gabriele Salvatores: Marrakech Express, Mediterraneo
Bill Murray: Ricomincio da capo
John Landis, John Belushi: Animal House, Blues Brothers
Woody Allen: Manhattan, Hannah e le sue sorelle (e tutti gli altri)
Jean-Pierre Jeunet: Il favoloso mondo di Amelie
Nicole Kidman: The Others
John Carpenter: La cosa
Cochi Ponzoni, Aldo Maccione: Travolti da cocente destino
Fellini: Amarcord
Pasolini: Il fiore delle mille e una notte
Fernandel, Gino Cervi: Don Camillo
Bertolucci, Marlon Brando, Maria Schneider: Ultimo tango a Parigi
John Milius: Conan il barbaro
Ugo Tognazzi: Romanzo popolare, Amici miei, Venga a prendere il caffè da noi
Claude Lelouch: Un uomo una donna
Spielberg: Lo squalo
David Lynch: Velluto blu
Ingrid Bergman: Il settimo sigillo
Roman Polanski: Per favore, non mordermi sul collo
Dustin Hoffman: Il laureato
Fratelli Coehn: Il Grande Lebowsky, Fratello dove sei (e tutti gli altri)
Clint Eastwood: i Dirty Harry, Un mondo perfetto
Kevin Costner: Fandango
Wim Wenders: Paris Texas
Walter Matthau: È ricca, la sposo, l'ammazzo; Chi ucciderà Charley Varrick
Francis Ford Coppola: Peggy Sue si è sposata
Spike Lee: The Original Kings Of Comedy
i film con Walter Matthau, con Elliot Gould...
i film con Gérard Depardieu, Jean Paul Belmondo, Jean Gabin...
The Rocky Horror Picture Show
Aldo Giovanni e Giacomo: Chiedimi se sono felice
(Un pesce di nome Wanda, Ritorno al futuro, Guerre Stellari, I predatori dell'arca perduta, La febbre del sabato sera...
tutti i film degli anni settanta...
i primissimi film di Renato Pozzetto)
Stanley Kubrick: Eyes Wide Shut
giovedì 5 novembre 2009
Hollywood

Una volta un appassionato di motori fondava la FIAT nella sua officina. Un appassionato di musica troppo stonato per cantare creava una casa discografica e la chiamava “Virgin Records”. Un appassionato di cartoni animati fondava la Disney.
Ai nostri giorni non funziona più così. Non è più un appassionato di musica a decidere di mettere assieme un’etichetta discografica ma se ne occupa un amministratore delegato laureato ad Harvard, che l’anno scorso era a capo di una multinazionale di saponette e l’anno prossimo sarà il CEO di un’azienda telefonica. Lo stesso si può dire per le Major che producono i film di Hollywood (cioè quelli che proietteranno nei nostri cinema e sulle nostre televisioni).
È un meccanismo che spiega tante cose.
La musica ha attraversato gli straordinari anni sessanta e i grandi anni settanta, per poi arenarsi quando la sua distribuzione è diventato mercato per le Multinazionali. Lo stesso può dirsi del cinema, che è passato dai miti degli anni settanta alla foschia di oggi.
Perché? Perché la testa d’uovo che decide non si limita a “registrare” i movimenti artistici che nascono giù in città. No, per lui il pubblico è mercato, e le persone clienti. Esegue ricerche di mercato per scoprire quale musica vuole ascoltare il pubblico, inventa artisti e produttori per creare questa musica, radio per trasmetterla, riviste per parlarne e catene di negozi per venderli.
Quando i dischi non vendono, non gli viene il dubbio di avere sbagliato metodo. Al contrario, crea sistemi di protezione ai dischi (“non vendo perché mi piratano”, pensa); raddoppia i prezzi passando dal LP al CD, e sogna rifarlo inventando un nuovo formato DVD-audio che non una persona all’universo vuole comprare; acquista le stazioni radio e non trasmette altro che i suoi dischi; crea catene di negozi che vendono i suoi dischi; insomma ricorre a tutta l’arroganza del Monopolio.
La stessa sorte è toccata alla settima musa, l’Arte delCinema, che non è più neppure Artigianato ma l’Industria del Cinema. La testa d’uovo indaga quale film possa piacere al “mercato”: il film non nasce più dalla fantasia di uno scrittore, uno sceneggiatore o un regista, ma viene modellato da stampi predefiniti a misura delle indagini di mercato.
C’è spazio solo per tre o quattro modelli prefabbricati a cui adattare la forma del nuovo prodotto e lo sprazzo di fantasia è concesso solo ai primi venti minuti del film.
Sceneggiatura: ho un film su una ragazza madre che fa la lap dance in un night club. Bello spunto, è interessante scavare nelle motivazioni di una ragazza che per sbarcare il lunario balla nuda, e sbirciare la sua vera vita dietro alle apparenze. Macché, cosa avete capito: la ballerina assiste ad un omicidio e l’assassino cercherà di farla fuori, i poliziotti non le danno retta tranne uno a cui a un certo punto tolgono il distintivo. Arrivano nell’ordine: il finale d’azione, il colpo di scena, e il tutti felici appena prima dei titoli di coda.
Sceneggiatura tipo B: è il film sulla mafia italo americana con De Niro o Al Pacino o Joe Pesci.
Tipo C, il complotto politico ai danni (oppure ad opera) del presidente degli Stati Uniti (con Gene Hackman, che fa il Presidente o il Cattivo o il Presidente cattivo).
Tipo D: i due professionisti di New York oppure (in alternativa) di Los Angeles (a NYC lui è George Clooney, ad LA è Richard Gere) che si odiano ma poi si innamorano, poi succede una cosa che lei lo odia, allora lui le fa un “discorso” in pubblico sui buoni sentimenti allora si amano.
Il tipo E , molto in voga fra i teen: c’è un cacciatore di vampiri, oppure un cacciatore di lupi mannari, oppure un cacciatori di alieni, oppure un cacciatore di giapponesi, oppure un cacciatore di terroristi, oppure un cacciatore di nazisti (o se proprio siamo alla frutta un cacciatore di uno psicopatico che prima di uccidere gli telefona per dargli un indizio e poi alla fine vuole uccidere sua moglie che è rimasta in casa da sola) che si sparano e si tagliuzzano per tutto il film fino alla scena finale con il colpo di scena (il cattivo non era morto morto, si rialza ma comunque poi lo ammazzano meglio).
Schemi di film che non mettono a disagio lo spettatore che va al cinema al sabato sera, con parti che non solo ha già visto ma, per maggiore sicurezza, sono recitate anche dagli stessi attori. Così siamo sicuri che anche il pubblico più ritardato capisca.
Non c’è spazio per il cinema alternativo. Se per errore riesce a intrufolarsi con successo un film “diverso” gli si crea un sequel che riprenda le regole d’oro.
E il Cinema Italiano? Ancora più semplice, gli schemi si riducono a due o tre: il format con gli interpreti isterici, già girato per la tv; il film dell’agenzia di viaggi per le vacanze estive ed invernali; la pubblicità del mulino bianco, tagliata a filo per la nomination.
Se c’è “crisi” si lasciano chiudere i cinema indipendenti e si aprono multisala all’interno di centri commerciali, e non si proietta altro: prendere o lasciare.
Stessa logica per la pubblicazione dei DVD: se vuoi vedere “Venga a prendere il caffè da noi” con Tognazzi ti attacchi al tram, però c’è Die Hard da I a IX in omaggio con il videoregistratore.
I film sono già girati anche per essere venduti alle TV, sono sicuro che seguano tempi preconfezionati studiati per gli spazi pubblicitari. Anche per la pubblicità non c’è problema, le riviste di cinema appartengono al distributore, e quotidiani e telegiornali non parleranno che del film (non si chiama barare ma pubblicità redazionale) e delle “polemiche” preconfezionate ad hoc dall’ufficio stampa.
E io volevo fare il regista.
domenica 25 ottobre 2009
Basta che funzioni

Non so se chi scrive le recensioni per i film lo faccia ancora per passione o se sia solo un impiegato mercenario. Non so neppure se il film, di cui avevo letto bene, sia davvero noioso o se così mi sia parso perché Woody Allen l'ho visto troppo e l'ho amato troppo per apprezzarne questa continua ricapitolazione.
Perché Basta che Funzioni non è un film di Woody Allen, ma un film su Woody Allen. C'è anche un attore che non è lui ma che recita la sua parte, e per la sceneggiatura hanno preso tutte le sceneggiature dei film precedenti, li hanno messi in un tritadocumenti e hanno incollato quello che è venuto fuori. Ci sono le scene dei vecchi film recitate da questo finto Woody Allen, ma proprio le stesse: per esempio quella dove si sveglia urlando di notte perché ha paura di morire è identica a… era Hannah e le sue sorelle?.
Ma forse non è neanche questo: forse è che quell'insopportabile vecchio finto Woody Allen, un mostro di antipatia, non dice solo le cose che diceva Woody Allen vero. Dice anche quelle che dico io, compreso il post che ho già scritto per capodanno e che è in attesa di pubblicazione.
Vuoi dire che mi sto antipatico?

P.S. da vedere assolutamente:
Amore e Guerra (Love and Death) (1975) e anche quelli prima...
Io e Annie (Annie Hall) (1977)
Manhattan (1979)
Zelig (1983)
Broadway Danny Rose (1984)
Hannah e le sue sorelle (Hannah and Her Sisters) (1985)
Harry a pezzi (Deconstructing Harry) (1997)
martedì 20 ottobre 2009
Volevo fare il regista

Da bambino avevo un rito domenicale. Dopo il pranzo di famiglia in campagna (anolini in brodo e cappone ripieno) andavo in città con mio nonno, che portava il mio stesso nome, e si andava al cinema. Non so esattamente perché mio nonno andasse al cinema, probabilmente per il piacere di stare con me, perché appena le luci si spegnevano lui chiudeva gli occhi e si addormentava. Così il film lo sceglievo io, per lui era lo stesso. All’epoca non si entrava al cinema all’inizio del film, si entrava in qualsiasi momento e lo si guardava fino a quello stesso punto. Una frase che sentivi dire nelle poltrone vicino era: “ecco, siamo entrati qua” e poi “permesso, permesso” uscivano. Ma siccome mio nonno dormiva, io non lo svegliavo e ne approfittavo per vederne un extra, una ripetizione in un’epoca in cui l’home cinema non era neppure immaginato.
In questo modo ho visto centinaia di film, forse dagli otto anni ai tredici. A quattordici ho cominciato a frequentare il cinema con gli amici, prima i film con Terence Hill e Bud Spencer, poi Laura Antonelli, Alain Delon e infine Fellini (Amarcord) e Pasolini (Il Fiore delle Mille e una notte) e Stanley Kubrick (Arancia Meccanica).
Avevo deciso che dopo il Liceo sarei andato a Roma alla Scuola di Regia, e sui banchi di scuola scrivevo una sceneggiatura: avevo letto quella dell’ “Uomo che cadde sulla terra” e la scimmiottavo con molto impegno. Franco lo ricorderà perché l’obbligai a sorbirsi il risultato finale (si vendicò con una critica severa...)
Poi mi sono iscritto a Medicina, ma la passione per il cinema non si è spenta.
Andavo a “vedere un film” e non “al cinema” tanto per andare, è diverso (magari con l’eccezione di qualche volta che sono entrato solo per baciare una ragazza) e non sono mai riuscito a restare fino in fondo se un film proprio non mi piaceva: come sanno gli amici, mi sembrava di esprimere al regista il mio dissenso uscendo dopo il primo tempo del suo film.
Con gli amici progettavamo di “rigirare” gli script di Andy Warhol senza aver mai visto gli originali, ma nessuno di noi aveva una cinepresa.
Solo in tempi (relativamente) recenti sono arrivate le telecamere, le telecamere digitali, i Macintosh, i DVD rescrivibili e la possibilità di diventare registi casalinghi, ma ormai l’illusione di poter girare un film vero era venuta meno.
Ho registrato film degli amici e dei miei viaggi, con una cura maniacale che mi prende anche mesi per montare un solo film, ed ora giro i film di e per Carolina.
Perché ve lo racconto? Per far capire che non ho scritto il post “Hollywood” per qualunquismo, ma per troppo amore. Per un cinema che non c’è più.
venerdì 24 aprile 2009
erano aaaanni
"Erano aaaanni che non mi divertivo così"
Si celebrano i vent'anni di uno dei rari film italiani generazionali: Marrakech Express. Un film che raccontava di noi trentenni di allora (noi che oggi siamo approdati ai cinquanta).
C'è un modo migliore di festeggiarlo che con un viaggio a Marrakech (o quasi) ? Il viaggio in moto in Marocco è un mito per i motociclisti, ma non si può fare in meno di quindici giorni. Ma con una settimana a disposizione si può comunque ripiegare sulla più vicina Tunisia.
Così ho colto l'occasione, messo a punto la moto, preso le ferie e mi sono iscritto
allo Stelvio Ride in Tunisia per il ponte del 25 Aprile. E quando sono stato avvisato che il Ride era spostato all'autunno (per carenza di iscrizioni: per forza, è stato organizzato praticamente in gran segreto!) ormai l'energia era tanta che, dopo una breve ricerca sul web, mi sono aggregato al tour della Tunisia organizzato negli stessi giorni da Motorrizonti.
Sabato caricherò la moto, prenderò la Val Trebbia fino al Porto di Genova e poi via su un cargo per la Tunisia (ok, un traghetto veloce...). Montagne del sud, deserto del Sahara.
Appuntamento su questo blog. Se fra dieci giorni non leggete niente, venitemi a cercare.
Come in Marrakech Express.
domenica 21 dicembre 2008
giovedì 11 dicembre 2008
il tempo fugge
"Una vita è troppo poco, una vita sola non mi basta
se li conti bene non sono neanche tanti giorni
troppe cose da fare, troppe idee
sai che ogni volta che vedo un tramonto mi girano i coglioni?
perché penso che è passato un altro giorno..."
giovedì 20 novembre 2008
American Beauty
martedì 7 ottobre 2008
donne #1

Ho rivisto il film Anything Else di Woody Allen (è quello con Cristina Ricci). È la più corrosiva satira che maschio abbia rivolto alla Donna. Sarà per questo che mi è piaciuto così tanto?
"Ti ho tradito, ma solo a scopo terapeutico. In fondo l'ho fatto per te, volevo sapere se riuscivo ancora ad avere orgasmi multipli"
"Sono cotta di te da quando ci siamo conosciuti. Non l'hai capito da come ti ignoravo?"
Ma come sempre la vita supera la finzione. Che ne dite di:
"Ti ho tradito ma è colpa tua"
"Ti ho tradito per farti ingelosire"
"Non capisci che sono stata con lui perché amo te?"
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