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sabato 11 agosto 2018
Dizionario di un discorso amoroso
Roland Barthes è (era) un filosofo francese, nato nel 1915 e morto nel 1980. Il suo libro “Frammenti di un discorso amoroso” è stato dato alle stampe nel 1977. È un libro complesso, letterario e filosofico, tutt’altro che banale, caratterizzato da una quantità sovrapposta di livelli di lettura. Non un libro facile. Eppure è un best seller da quando è uscito, ed ancora oggi, quarant’anni dopo, si trova esposto in primo piano negli scaffali principali di ogni libreria. Perché tanta presa sul pubblico?
Perché si tratta di una delle letture prescelte da ogni cuore infranto. E di cuori infranti ce n’è più che persone sulla Terra.
Per esempio, la dedica di mio pugno sulla mia copia del libro recita:
«Gaetano, estate 2018, lasciato dalla moglie dopo che lui l’ha allontanata in ogni modo, disperato di averla persa, mentre si consuma nell’attesa del suo ritorno»
Al livello di lettura più immediato, il libro è un dizionario di “luoghi tipici”, in realtà non dell’amore ma dell’innamoramento. Ed in un mondo dove “il discorso d’amore è di una estrema solitudine, parlato da migliaia di individui ma non sostenuto da nessuno”, leggere un dizionario di luoghi della passione che tutti abbiamo vissuto e sperimentato nel nostro cuore, è di maggior conforto dei frigidi libri di psicologia che sembrano rimproverarci di amare, costringendo l'amore all’interno degli steccati della “ragione”. Ragione che rappresenta tutto l’opposto dell’innamoramento.
Il libro è ancora protetto dai diritti d’autore, dunque non mi è consentito riportarne dei brani senza infrangere la legge. Ciò nonostante mi permetto ugualmente di farlo, citando (prendendomi qualche libertà) alcune voci che mi piace sottolineare. Confido che nel caso improbabile che l’editore Einaudi se ne avvedesse, voglia prendere la mia iniziativa come una reclame alle vendite e non un furto di parole.
(Nota bene: ho sforbiciato prendendomi qualche licenza. Gli originali sono sul libro).
Abbraccio. Per il soggetto, il gesto dell’abbraccio amoroso sembra realizzare, per un momento, il sogno di unione totale con l’essere amato.
Abito ...indossato nell’intento di sedurre l’amato.
Adorabile. “Nella mia vita, io incontro milioni di corpi; di questi milioni io posso desiderarne centinaia; ma di queste centinaia, io ne amo uno solo”
Affermazione. Il soggetto amoroso afferma l’amore come valore.
Appagamento. Ricerca di ottenere una totale soddisfazione del desiderio implicito nella relazione amorosa.
Attesa. Tumulto d’angoscia suscitato dall’attesa dell’essere amato in seguito a piccolissimi ritardi (appuntamenti, telefonate, lettere, [messaggi])
Capire. “Voglio capire! (cosa mi sta capitando)”
Catastrofe. Come in un vicolo cieco, il soggetto si vede destinato a una totale distruzione di sé.
Compassione. Un sentimento di compassione nei riguardi dell’oggetto amato ogni volta che lo vede, lo sente o lo sa infelice o minacciato da qualche cosa che è estraneo alla relazione amorosa in sé.
Corpo. Ogni pensiero, ogni emozione, ogni interesse suscitato nel soggetto amoroso dal corpo amato.
Dedica. Il regalo amoroso viene cercato, scelto e comperato in uno stato di grande eccitazione.
Dipendenza. Se io accetto la mia dipendenza è perché non è una debolezza né una meschinità; essa è un segno di forza.
Fading. Prova dolorosa con la quale l’essere amato sembra sottrarsi a qualsiasi contatto.
Fastidio. Sentimento di moderata gelosia che coglie il soggetto amoroso quando vede che l’interesse dell’essere amato è catturato e distolto da persone, oggetti o azioni che ai suoi occhi agiscono come rivali secondari. (“Tu appartieni anche a me” dice il mondo).
Gelosia. Sentimento che nasce dall’amore e che è cagionato dal timore che la persona amata preferisca qualcun altro.
Incontro. “Com’era azzurro il cielo”.
Io continuo.
Informatore. Figura amichevole che tuttavia sembra avere la costante funzione di ferire il soggetto amoroso dandogli, come se niente fosse, delle informazioni anodine sull’essere amato, il cui effetto è quello di guastare l’immagine che il soggetto ha di esso.
Insopportabile. “Così non può continuare”.
Languore. Intangibile condizione del desiderio amoroso provato nella sua carenza.
Luna di miele*. Il soggetto amoroso vive ogni incontro con l’essere amato come una festa.
Magia. Nella vita del soggetto amoroso, non importa a quale cultura esso appartenga, non mancano mai le consultazioni magiche, i piccoli riti segreti e le consultazioni votive.
Mutismo. Il soggetto amoroso è angosciato dal fatto che l’oggetto amato, risponda parsimoniosamente, o non risponda affatto, alle parole (discorsi o lettere [o messaggi]) che egli gli rivolge.
Oggetti. Ogni oggetto che sia stato toccato dal corpo dell’essere amato diventa parte di questo corpo, e il soggetto vi si attacca appassionatamente.
Pazzia. Il soggetto amoroso è colto dall’idea di diventare pazzo.
Perché?
Ricordo. “E lucean le stelle”.
Rimpianto. "Nessuno ha veramente bisogno di me".
Risonanza. Una parola, un’immagine si ripercuotono dolorosamente nella coscienza affettiva del soggetto.
Risveglio. Il soggetto amoroso si ritrova, al suo risveglio, nuovamente assalito dall’assillo della sua passione.
[Mi permetto il sacrilegio di aggiungere una variante mia personale: la consapevolezza dolorosa al risveglio di essere solo nel letto e di aver perduto, forse per sempre, l’oggetto amato]
Sensibilità del soggetto amoroso che lo rende vulnerabile anche alle ferite più lievi.
Sistemati. Il soggetto amoroso vede che intorno a lui tutti sono “sistemati” e gli sembra che ognuno disponga di un sistema affettivo da cui si sente escluso.
Unione. Sogno di unione totale con l’essere amato.
(da: Frammenti di un Discorso Amoroso, Roland Barthes, ET saggi, Einaudi, in libreria)
martedì 23 giugno 2015
Hemingway non faceva visite a domicilio
Ha scritto qualcuno che prima dei cinquant’anni non si ha niente da dire. È per l’appunto a quell’età che ho iniziato a scrivere libri. Il primo è stato la storia del rock che avrei voluto leggere da quando, a quattordicianni, acquistai quella di Rolf Ulrich Kaiser. Naturalmente mi sono preparato un business plan: sempre a quattordici (anni) acquistavo ogni settimana una rivista intitolata Ciao 2001. Era molto popolare fra gli adolescenti. Ogni giovedì (o era mercoledì?) qualche centinaio di migliaio di studenti delle superiori andava in edicola ad offrire il suo obolo per portarsi a casa il nuovo numero, da leggere avidamente. D’altra parte quelli erano gli anni in cui in Italia nelle prime cinque posizioni della hit parade trovavi Genesis, Van Der Graaf Generator, Jethro Tull, Pink Floyd, Deep Purple. Gentle Giant e King Crimson. Mike Oldfield. Relativamente assai meno copie vendevano riviste più intellettuali e politicizzate, come Muzak e Gong.
Nel ’78 la più autorevole rivista nazionale di musica rock era il Mucchio Selvaggio, che probabilmente vendeva (o forse semplicemente stampava) qualche cosa come trentamila copie al mese. Oggi i tempi sono cambiati, si sa, ed i giovani non leggono più riviste. Leggono sul web, o forse si collegano al web, soprattutto ai social come FaceBook e Instagram. Senza leggere. Però i cinquantenni, o porco di un cane, quelli che leggevano il Mucchio Selvaggio non sono mica tutti morti. Non saranno diventati analfabeti, dico. Non avranno smesso tutti di ascoltare musica.
Se i miei articoli sul Mucchio li compravano in trentamila e li leggevano, diciamo, in diecimila, il business plan eccolo fatto. Io il mio libro lo comprerei. Dunque, se lo comprano in diecimila, fra eBook e cartaceo, il planning era di camparci onestamente per sei mesi (non ho gusti sofisticati, e non cerco il lusso). Siccome scrivere il primo libro aveva dato la stura ad una cascata di cose di dire, avevo (ho) una bella sfilza di libri da scrivere. L’idea era che vendendone diecimila di ogni titolo, alla media di due libri all’anno avrei potuto lasciare il lavoro e diventare uno scrittore di nicchia di professione. Anzi, l’avevo pensata un po’ più in grande: uno scrittore senza domicilio, in giro per il mondo, un po’ in moto, un po’ come capita, a battere sulla tastiera consunta di un vecchio MacBook sul davanzale di posti come il Tropicana Hotel. Come Hemingway. Ditemi se non era un buon business plan.
Dicono che in Italia non leggano più, e meno che mai ascoltino musica rock. Sì va beh, ma allora cosa fanno? Guardano il derby su Sky Sport? Mettono dei mi piace sui post di FaceBook? Ma quelli come me, sono finiti tutti all’ospizio? Un po’ presto, non vi pare?
Immaginavo che avrei venduto un sacco di eBook, e anche un po’ di libri di carta per i nostagici del passato.
Quando mi sono trovato al numero 1 della classifica dei libri di argomento musicale venduti su Amazon, ho pensato di cercare una Porsche cabrio vintage, come quella che guida Springsteen. Prima però ho verificato il numero di vendite: una dozzina. In quella occasione ho imparato che quello elettronico in Italia non è ancora un mercato maturo. Ma restano pur sempre le librerie, quelle che non hanno ancora chiuso, ed i libri di carta, con il profumo inconfondibile e la copertina da piegare. Per arrivare in libreria i libri devono essere distribuiti: ho pensato a Feltrinelli. Non riesci neanche a parlarci. Probabilmente ti serve prima una recensione su Repubblica, e a me dei quotidiani ha recensito solo Il Fatto Quotidiano (grazie). Ho pensato allora alla autodistribuzione. Anzi, per un attimo l’idea mi ha elettrizzato: portare in giro i miei libri per tutta Italia su un furgoncino VolksWagen o una Multipla, sai che esperienza, una vera e propria scelta di vita. Roba da scriverci un diario. E materiale per le interviste, quando sei arrivato al successo. Ho pensato: apro una casa editrice, dichiaro i guadagni, tolgo le spese, su quello che resta pago (volentieri) le tasse. Ma il commercialista mi ha detto che è una pazzia: per imbarcarti in un’impresa del genere devi avere qualche centinaio di migliaia di euro come capitale, solo per le tasse occulte da pagare. Ma se avessi qualche centinaio di migliaia di euro, non avrei bisogno di imbarcarmi in nessuna impresa. C’è qualche cosa che non funziona nel mondo del lavoro di questo paese, indipendentemente dal fatto che il presidente del consiglio sia settantenne o quarantenne.
Che poi, a dirla tutta, la distribuzione non è la madre di tutti i problemi. Perché non è che se il libro riesci ad esporlo sullo scaffale di un negozio di libri, quello si metta a vendere. L’unico che me li vende con una certa regolarità è il mio amico che gestisce una libreria Mondadori. Dove regolarmente significa una dozzina di copie ogni sei mesi. Che all’inizio mi vergognavo, ma mi ha spiegato che i numeri sono questi. E anche lui con la libreria è in perdita, e non si sa fino a quando riuscirà a resistere. Ogni tanto passo alla libreria dell’IperCoop, che ho scoperto ha esposto quattro copie del mio Long Playing, la storia del rock. Sono sempre esposte, e grosso modo sono sempre quattro. Non so se c’è un ricambio, mi vergogno a chiedere. Come mi vergogno ad andare a chiedere come vanno le vendite in quella mezza dozzina di librerie indipendenti in cui ho tenuto qualche presentazione. Esposti non li sono più: venduti o passati in magazzino?
Insomma, più che sulle diecimila copie a libro, siamo sul centinaio (che son comunque sempre più dei venticinque del Manzoni). Che vuol dire che il mio posto di lavoro non posso lasciarlo, a meno che non mi licenzino. E che i libri non li posso scrivere al Tropicana Hotel, ma a casa mia nei momenti di quiete, fra il lavoro, il pranzo, la cena, la doccia, il letto e qualche pizza.
Ma non demordo, perché i libri sono come figli, e premono per uscire, mica li posso abortire. Magari invece di due all’anno, farò uno solo. Dopo Long Playing e Perché non lo facciamo per la strada, quest’anno tocca a Il Ritorno del Rock, che è un capolavorone, un libro con dentro David Bowie, le New York Dolls, Springsteen, Patti Smith, Warren Zevon, Tom Waits, Ramones e Sex Pistols, gli Smiths, R.E.M., Green On Red, Nirvana, Phish e Dave Matthews Band, Wilco e Black Crowes, e dozzine e dozzine di altri, tutti quanti in un libro solo. Non so se mi spiego.
Perché non lo facciamo per la strada è piaciuto molto ai lettori rock. È piaciuto anche ai lettori non rock, ma si sono lamentati che c’erano dentro troppi nomi di cantanti e di dischi e di canzoni. Così l’anno prossimo toccherà a un libro intitolato Blue Motel, con dentro i giovani degli anni cinquanta e sessanta e settanta, ma senza titoli di dischi. E l’anno dopo dopo sarà la volta di Il TAO della Motocicletta, dove il TAO è sia la strada fisica dove corrono le due ruote, che la filosofia del motociclista. E poi ancora, dopo, premono I Ruggenti Anni Settanta, e La Musica Pop (che non è quella leggera, ma quella d’avanguardia come la si chiamava ai tempi), e Muzak e altro ancora.
Io li scrivo. Voi leggeteli. E se per caso avete una grossa casa editrice, o una gran bella catena di librerie, contattatemi.
Nel ’78 la più autorevole rivista nazionale di musica rock era il Mucchio Selvaggio, che probabilmente vendeva (o forse semplicemente stampava) qualche cosa come trentamila copie al mese. Oggi i tempi sono cambiati, si sa, ed i giovani non leggono più riviste. Leggono sul web, o forse si collegano al web, soprattutto ai social come FaceBook e Instagram. Senza leggere. Però i cinquantenni, o porco di un cane, quelli che leggevano il Mucchio Selvaggio non sono mica tutti morti. Non saranno diventati analfabeti, dico. Non avranno smesso tutti di ascoltare musica.
Se i miei articoli sul Mucchio li compravano in trentamila e li leggevano, diciamo, in diecimila, il business plan eccolo fatto. Io il mio libro lo comprerei. Dunque, se lo comprano in diecimila, fra eBook e cartaceo, il planning era di camparci onestamente per sei mesi (non ho gusti sofisticati, e non cerco il lusso). Siccome scrivere il primo libro aveva dato la stura ad una cascata di cose di dire, avevo (ho) una bella sfilza di libri da scrivere. L’idea era che vendendone diecimila di ogni titolo, alla media di due libri all’anno avrei potuto lasciare il lavoro e diventare uno scrittore di nicchia di professione. Anzi, l’avevo pensata un po’ più in grande: uno scrittore senza domicilio, in giro per il mondo, un po’ in moto, un po’ come capita, a battere sulla tastiera consunta di un vecchio MacBook sul davanzale di posti come il Tropicana Hotel. Come Hemingway. Ditemi se non era un buon business plan.
Dicono che in Italia non leggano più, e meno che mai ascoltino musica rock. Sì va beh, ma allora cosa fanno? Guardano il derby su Sky Sport? Mettono dei mi piace sui post di FaceBook? Ma quelli come me, sono finiti tutti all’ospizio? Un po’ presto, non vi pare?
Immaginavo che avrei venduto un sacco di eBook, e anche un po’ di libri di carta per i nostagici del passato.
Quando mi sono trovato al numero 1 della classifica dei libri di argomento musicale venduti su Amazon, ho pensato di cercare una Porsche cabrio vintage, come quella che guida Springsteen. Prima però ho verificato il numero di vendite: una dozzina. In quella occasione ho imparato che quello elettronico in Italia non è ancora un mercato maturo. Ma restano pur sempre le librerie, quelle che non hanno ancora chiuso, ed i libri di carta, con il profumo inconfondibile e la copertina da piegare. Per arrivare in libreria i libri devono essere distribuiti: ho pensato a Feltrinelli. Non riesci neanche a parlarci. Probabilmente ti serve prima una recensione su Repubblica, e a me dei quotidiani ha recensito solo Il Fatto Quotidiano (grazie). Ho pensato allora alla autodistribuzione. Anzi, per un attimo l’idea mi ha elettrizzato: portare in giro i miei libri per tutta Italia su un furgoncino VolksWagen o una Multipla, sai che esperienza, una vera e propria scelta di vita. Roba da scriverci un diario. E materiale per le interviste, quando sei arrivato al successo. Ho pensato: apro una casa editrice, dichiaro i guadagni, tolgo le spese, su quello che resta pago (volentieri) le tasse. Ma il commercialista mi ha detto che è una pazzia: per imbarcarti in un’impresa del genere devi avere qualche centinaio di migliaia di euro come capitale, solo per le tasse occulte da pagare. Ma se avessi qualche centinaio di migliaia di euro, non avrei bisogno di imbarcarmi in nessuna impresa. C’è qualche cosa che non funziona nel mondo del lavoro di questo paese, indipendentemente dal fatto che il presidente del consiglio sia settantenne o quarantenne.
Che poi, a dirla tutta, la distribuzione non è la madre di tutti i problemi. Perché non è che se il libro riesci ad esporlo sullo scaffale di un negozio di libri, quello si metta a vendere. L’unico che me li vende con una certa regolarità è il mio amico che gestisce una libreria Mondadori. Dove regolarmente significa una dozzina di copie ogni sei mesi. Che all’inizio mi vergognavo, ma mi ha spiegato che i numeri sono questi. E anche lui con la libreria è in perdita, e non si sa fino a quando riuscirà a resistere. Ogni tanto passo alla libreria dell’IperCoop, che ho scoperto ha esposto quattro copie del mio Long Playing, la storia del rock. Sono sempre esposte, e grosso modo sono sempre quattro. Non so se c’è un ricambio, mi vergogno a chiedere. Come mi vergogno ad andare a chiedere come vanno le vendite in quella mezza dozzina di librerie indipendenti in cui ho tenuto qualche presentazione. Esposti non li sono più: venduti o passati in magazzino?
Insomma, più che sulle diecimila copie a libro, siamo sul centinaio (che son comunque sempre più dei venticinque del Manzoni). Che vuol dire che il mio posto di lavoro non posso lasciarlo, a meno che non mi licenzino. E che i libri non li posso scrivere al Tropicana Hotel, ma a casa mia nei momenti di quiete, fra il lavoro, il pranzo, la cena, la doccia, il letto e qualche pizza.
Ma non demordo, perché i libri sono come figli, e premono per uscire, mica li posso abortire. Magari invece di due all’anno, farò uno solo. Dopo Long Playing e Perché non lo facciamo per la strada, quest’anno tocca a Il Ritorno del Rock, che è un capolavorone, un libro con dentro David Bowie, le New York Dolls, Springsteen, Patti Smith, Warren Zevon, Tom Waits, Ramones e Sex Pistols, gli Smiths, R.E.M., Green On Red, Nirvana, Phish e Dave Matthews Band, Wilco e Black Crowes, e dozzine e dozzine di altri, tutti quanti in un libro solo. Non so se mi spiego.
Perché non lo facciamo per la strada è piaciuto molto ai lettori rock. È piaciuto anche ai lettori non rock, ma si sono lamentati che c’erano dentro troppi nomi di cantanti e di dischi e di canzoni. Così l’anno prossimo toccherà a un libro intitolato Blue Motel, con dentro i giovani degli anni cinquanta e sessanta e settanta, ma senza titoli di dischi. E l’anno dopo dopo sarà la volta di Il TAO della Motocicletta, dove il TAO è sia la strada fisica dove corrono le due ruote, che la filosofia del motociclista. E poi ancora, dopo, premono I Ruggenti Anni Settanta, e La Musica Pop (che non è quella leggera, ma quella d’avanguardia come la si chiamava ai tempi), e Muzak e altro ancora.
Io li scrivo. Voi leggeteli. E se per caso avete una grossa casa editrice, o una gran bella catena di librerie, contattatemi.
domenica 15 marzo 2015
Puerto Escondido
Vedere il film di un libro è sempre un problema. Lo stesso problema è leggere il libro di un film così fondamentale. Puerto Escondido è stato l’ultimo di quella straordinaria sequenza di film di Salvatores & compagni che per la mia generazione hanno assunto lo status di cult. Trilogia della fuga, sono stati definiti, anche se i film in effetti sono quattro; ma lo trovo corretto, perché la trilogia della fuga per me è costituita da Marrakech Express, Mediterraneo e Puerto Escondido, mentre Turné in realtà è un film sull’amore e l’amicizia. Dopo Puerto Escondido, anno 1992 (ventitré anni fa, non so se mi rendo conto di quello che dico) non mi pare che nessun film italiano abbia più avuto lo stesso peso per la generazione Beat.
Quando siamo andati al cinema a vedere il film, il libro di Pino Cacucci non lo aveva praticamente letto nessuno. Ed anche dopo non è diventato un best seller.
Cacucci è un tipo particolare. Classe ’55, ligure di adozione ed anche un po’ bolognese, è in realtà più messicano che italiano, sia di cuore che di viso. A proposito di fuga, Cacucci è un fuggitivo, che in Italia non aveva messo radici, e che ha trovato in Messico una inusuale terra promessa. Di lui va letto senz'altro La Polvere del Messico, per come riesce a contagiare il lettore con la sua passione verso un paese che in realtà di noi italiani non aveva mai attirato nessuno, sin dai tempi di Zorro e degli spaghetti western. Insomma: chi voleva essere il messicano?
All’epoca Diego Abatantuono ha letto il libro di Cacucci (Puerto Escondido, non la polvere del Messico), lo ha portato a Salvatores e, zac, è nata l’idea del seguito di Mediterraneo. Ma la Mondadori, la casa editrice di Cacucci, non ha spinto il libro e nemmeno l’ha più ristampato, per cui è diventato l’unico dei suoi romanzi a diventare introvabile. Oggi, che è stato stampato di nuovo da Feltrinelli, l’ho finalmente letto anch’io. Con, ça va sans dire, grandi aspettative. Pensavo naturalmente di avere fra le mani un potenziale libro di culto, e di rivivere le vicende del film. È il problema dei film tratti dai libri: non c’è verso di essere imparziali.
Perché il racconto del libro, ho scoperto, non è quello del film. Il film è stato generato dall’idea del libro, ma il racconto è tutt’altro. Ed i personaggi sono altri. Nel libro non ci sono i personaggi del film. Non c’è Mario, non ci sono Alex, Anita e il commissario Viola. Non c’è neppure il gallo. Il protagonista del film è un milanese perfettamente integrato, imbruttito diremmo oggi, che il destino porta di violenza in un mondo che non è suo, ed in cui non vuole integrarsi. Quello del libro è facile immaginarlo, è il Pino stesso, straniero in patria, che trova la terra promessa in Messico. La storia è diversa, la trama è diversa, il senso è diverso. E quanto la storia del film era agile e scattava con un meccanismo ad orologeria a la Pulp Fiction (un gran lavoro di sceneggiatura), tanto il racconto di Cacucci è un giallo complesso e complicato, pieno di tornanti, come tipico dei suoi romanzi, che qualcuno ama, ed altri trovano eccessivi. C’è persino una intera parte decisamente fuori tema, quella a Barcellona, che è facile immaginare come un diario personale dello stesso autore, una specie di prova generale de La Polvere del Messico, ma senza la stessa riuscita.
Non un brutto libro, anzi. Tutt’altro. Ma, non per colpa sua: eretico. Io mi sono fermato a pagina 333 (su 398). Perché quando il protagonista chiede a tre tizi e non al commissario Viola di aiutarlo nell’impresa di salvare l’amico arrestato dalla polizia messicana, ecco, io lì non ce l’ho fatta a proseguire. Era chiedermi troppo.
martedì 24 dicembre 2013
Racconto di Natale: the making of Long Playing (una storia del rock)
Il mio racconto di Natale è su come ho scritto il libro «Long Playing una storia del Rock».
Bel racconto! direte voi, stai solo maldestramente cercando di farti pubblicità, tante grazie di niente, il racconto se non ti dispiace te lo leggi tu.
No, davvero, non sto facendomi pubblicità. Cioè, se andate a comprare il libro mi fate piacere, perché ho una certa lista di desideri da biffare, ma questo racconto non è marketing per il libro. Long Playing non l'ho scritto per avere un prodotto da vendere. L'ho scritto perché dovevo assolutamente raccontare questa storia. L'ho scritto perché è la mia testimonianza giurata. La musica Rock è stata decisiva nella mia vita e determinante nel plasmare la mia personalità. Mi ci sono perfino ribattezzato Blue sulla copertina di Blue Valentine di Tom Waits.
La storia della nostra musica, che poi è la storia dei nostri musicisti, dei generi, delle scene, delle vite di chi cantava, di chi c'era attorno e di chi ascoltava, l'ho sempre voluta scrivere. Solo che prima ne conoscevo solo un pezzetto, e poi un po' di più, ma mai l'ho saputa tutta come ora. Così l'ho scritta adesso, che la musica rock non interessa più a nessuno. Magari a scriverla negli anni novanta mi ci comperavo un Duetto Alfa Romeo usato...
(leggi tutto su BEAT)
lunedì 15 luglio 2013
Blue Motel
Ho finito il primo libro. E adesso?
Il mio iPad è disseminato di applicazioni per la scrittura, di raccoglitori di "idee", di grafiche, di outliners. Su tutte queste app ho preso nota dei nomi dei libri che avrei scritto, sempre gli stessi, ripetutamente gli stessi titoli. I libri che avevo da scrivere, le cose che avevo da dire. Da ragazzo avrei voluto diventare uno scrittore, ma era un desiderio un po' generico. Volevo diventare uno scrittore, ma non avevo un'idea precisa di cosa avrei voluto scrivere. Per esempio, quando persi il primo amore scrissi per lei La Ballata del Ratto Baratto (ma il nome del ratto l'ho copiato).
Poi ho scritto un racconto, Pretty Flamingo, ispirato dall'intensità di una canzone che ascoltavo tutti i giorni, ma non quella dei Manfred Mann, bensì la cover di Rod Stewart. Mi piaceva così tanto da metterla su una cassetta in un lettore che si accendeva ogni mattina per darmi la sveglia. Ogni mattina mi svegliavano quei colpi di batteria che introducono Pretty Flamingo. In effetti tutte le cassette che registravo iniziavano con Pretty Flamingo, e a seguire Let's Stick Together nella versione di Bryan Ferry. Non mancava mai neppure Jersey Girl di Tom Waits (mai la versione di Springsteen, che è diluita e manca del ritmo secco del r&r), e almeno un pezzo di Le Chat Bleu dei Mink DeVille. Altri brani che negli anni furono standard nelle mie compilation sono Callin' Out To Carol di Stan Ridgway, I Wanna Be With You di Chris Rea (parlando di Chris Rea, quanto sono belle The Mention Of Your Name e Tell Me There's a Heaven?), la cover di Willy DeVille di Could You Would You dei Them, Have I Told You Lately That I Love You di Van Morrison, Bad Time dei Jayhawks, Two Hearts di Chris Isaak (a rotazione con la sua cover di Solitary Man di Neil Diamond), Only The Lonely di Roy Orbison.
In Pretty Flamingo, il racconto, non c'erano dialoghi, perché i dialoghi non li so scrivere. Lo spedii a qualche rivista glamour, me la pubblicò Subway, numero speciale estivo. Poi basta, non ne scrissi altri, racconti. Qualcuno ha detto che non hai niente da dire prima dei cinquant'anni. Adesso ho cinquant'anni ed ho in effetti un sacco di cose da dire. Ho almeno cinque libri da scrivere, già pronti con il loro titolo, e persino di più. Scrivo mentre ascolto canzoni (come in questo momento, Forever Blue di Chris Isaak), mi riempiono di emozioni come una pentola e pressione, che incanalo nelle cose che ho da dire. Da teenager pensavo di suonarle queste canzoni, prima di rendermi conto con orrore di non aver orecchio musicale, e che non sarei mai riuscito a suonare uno strumento musicale, né la Gibson Les Paul che avrei voluto, né il Fender Jazz bass che mi tenni come seconda scelta, tanto meno il sassofono. Non ho ancora del tutto rinunciato all'idea della batteria, che acquisterò quando sarò diventato ricco come scrittore famoso.
I miei scrittori preferiti erano (e ancora sono, almeno credo) gli affabulatori, Georges Simenon e Piero Chiara, e i romantici mitteleuropei, tipo Thomas Mann (La Morte a Venezia) e Arthur Schnitzler. Naturalmente leggendoli mi rendevo conto che non sarei mai stato capace di scrivere così; pensai che forse le storie degli altri avrei potuto raccontarle nei film facendo il regista, ma alla fine ero troppo borghese per osare e andò a finire che dopo la maturità mi iscrissi a Medicina. Negli anni scrissi sempre, soprattutto di musica (ma non solo), ed ebbi la fortuna di farlo al momento giusto (il 1978) sulla rivista giusta (Il Mucchio Selvaggio, il Rolling Stone italiano) ma non nel posto giusto (se già l'Italia è la periferia dell'Impero, la mia provincialissima cittadina in Val Padana è la periferia della periferia).
Fu quando mi capitò di leggere Nick Hornby che capii: questo lo so scrivere anch'io, mi dissi. Era la mia cultura, la mia generazione (stesso anno di nascita), la mia musica. Non è Alessandro Manzoni ma vende. Se l'ha fatto lui...
Allora, i titoli dei libri da scrivere, che sto scrivendo, che ho scritto, tutti assieme, in parallelo, su un'applicazione del MacBook Air che si chiama Scrivener. Perché non è che la decisione di scrivere preceda il contenuto: neanche per un attimo mi sono mai messo a pensare "cosa possa scrivere?". È il contrario: ho un sacco di cose da raccontare e devo trovare il posto giusto dove metterle, il cassetto in cui infilarle.
Per prima cosa ho scritto la storia della musica che ha segnato la mia vita ("her life was saved by rock'n'roll": Sweet Jane, Velvet Underground, Lou Reed). Il racconto della storia di quella musica. Il titolo non l'ho mai rivelato, come di tutti gli altri libri, perché pensavo che appena conosciutolo un esercito di scribacchini si sarebbe precipitato a copiarlo, a intitolare così il manoscritto nel cassetto. Lo rivelo qui per la prima volta, e se lo copiate, questo pezzo testimonia che siete degli infami. Long Playing, Side A: 1954-1976. Fossi stato inglese l'avrei intitolato The Long Play, ma in italiano LP va meglio. Esiste anche un Side B: 1977-2000, che è separato per qualche ottima ragione. Intanto perché il libro sarebbe stato troppo pesante e troppo costoso, e voi lettori non l'avreste acquistato. Invece così ne acquisterete due, un'astuzia di mio conio. Poi perché i due volumi, o meglio i due "lati", sono scritti in un timbro diverso. Il primo racconta della musica che ho scoperto a posteriori, quella che già esisteva quando ho iniziato ad acquistare dischi, i musicisti e gli album che già facevano parte della mitologia. Il secondo di quella che ho visto crescere con me, gli esordienti che scoprivo nel negozio di dischi, che si chiamassero Tom Petty, Steve Forbert, Willie Nile, Mink DeVille, Clash, Elvis Costello… Li racconto con uno stile differente, con deferenza i primi, con familiarità i secondi.
Poi c'è una raccolta di storie rock, cose vissute dal punto di vista troppo personale per far parte di una "storia" del rock. Per andare avanti ad ispirarsi a Hornby, il mio "31 canzoni". Si intitola "Perché non lo facciamo per la strada?" dal titolo del racconto conclusivo (e dalla canzone del White Album). Non è la Divina Commedia, è un raccontare leggero ma immagino significhi qualche cosa per chi ha respirato la mia stessa cultura.
Il quarto libro non racconta di musica rock, ma di motociclette.
Una filosofia pratica della motocicletta, il tentativo di svelare la filosofia che si cela dietro la passione, attraverso una raccolta di racconti di moto. Perché c'è una felicità atavica legata all'andare in moto, che suggerisce che la moto sia una creatura di Dio.
Il quinto è un annuario, o meglio, per rivelarne il titolo, un lunario, come quello che la Nonna Maria aveva appeso in cucina. Ogni capitolo è un mese, ed ogni mese è dedicato ad un tema, ad una argomento che ho da raccontare. Quel genere di cose che penso, e che talvolta racconto a qualche amico che è abbastanza sfortunato di trovarsi assieme a me alla sera quando olio un po' gli ingranaggi con un vino buono o un buon rum. Però sotto c'è anche una storia, che trapela mese per mese e si realizza al compiersi dell'anno. Sì, è una cosa un po' autobiografica. Tipo Blue Motel. Ma non si intitola Blue Motel, perché quello è il titolo del romanzo, non ancora scritto, che arriverà per ultimo, dopo che l'esperienza degli altri cinque lavori mi avrà affinato un po' il mestiere. Racconta di un bravissimo ragazzo, nato alla fine degli anni cinquanta e cresciuto in questo Paese con l'idea di andarsene, senza mai avere alla fine il coraggio di farlo. L'autobiografia di una persona non illustre. Ogni riferimento a persone o cose reali è puramente casuale.
Ho finito il primo libro. E adesso?
sabato 8 giugno 2013
il mattino ha l'oro in bocca
Scrivo. Mi spingo ad affermare di essere in dirittura finale, se non fosse che è un rettilineo molto molto lungo, ed anche un po' in salita... un falso-piano insomma.
Scrivevo di musica alla fine degli anni '70 ed all'inizio degli '80, soprattutto su Il Mucchio Selvaggio di Max Stéfani, allora la più autorevole rivista italiana di musica rock. Ho scritto nei '90 per Feedback, un'ottima rivista con Marco Denti e Mauro Zambellini che non ricorda nessuno perché è vissuta "solo un giorno, come le rose". Sono stato uno dei primi autori ad approfittare del web, dal 1986 con un sito dal nome di Texas Tears on line, fino all'attuale BEAT blog, che mi ha dato soddisfazioni come seguito di lettori, ma che "professionalmente" non porta nessun guadagno in tasca - e come è noto non si vive di sole soddisfazioni. Un'appendice a BEAT è infine arrivata su FaceBook, che ha rimpiazzato il vecchio sistema dei commenti del blog.
Da un anno a questa parte mi è piaciuto tornare anche ai "vecchi" media, vale a dire alla carta stampata, grazie anche alla collaborazione con Eleonora Bagarotti. Per ora si tratta della parte musicale della rivista SUONO, storica testata di hi-fi da molti decenni (ci avevo già collaborato quando la rubrica musicale si chiamava Music Box). A Giugno si aprirà poi una nuova avventura, sotto forma di una rivista in parte su carta ed in parte elettronica, che rappresenta una bella scommessa di questi tempi in cui leggere non pare essere più una necessità.
Ma la mia personale priorità è diventata quella dei libri. Probabilmente per il desiderio nato con gli anni di lasciare una testimonianza un po' più solida, perché se "verba volant, scripta manent" un po' volatili sono anche le parole che pubblichiamo sui giornali... who wants yesterday papers, cantavano gli Stones, nobody in the world...
Di questi libri sono vicino al traguardo del primo, che è di gran lunga il più corposo. Il titolo non lo posso ancora rivelare, ma si tratta alla fin fine di una storia del rock, o meglio della mia testimonianza alla storia della musica e della cultura della mia generazione. Niente di palloso né di enciclopedico: mi è piaciuto dare un taglio un po' cinematografico a questa storia, o a queste storie. Di romanzarlo un po' il rock, insomma. Certo c'è un sacco da raccontare perché di musica ne è stata suonata dal 1954 al 2013.
La prima stesura è finita, sono al secondo passaggio, quello che tappa i buchi che avevo lasciato (una groviera), e seguirà la correzione definitiva.
A lavoro terminato l'idea è infine di non cercarmi un editore ma di autopubblicarmi (al plurale, perché è parte dell'impresa anche Eleonora Bagarotti, che ha già stampato in modo tradizionale ben otto libri di musica rock). Un'idea un po' scomoda quella della pubblicazione autarchica(o indie), ma di questi tempi percorribile. Certo, consegnare il manoscritto finito all'editore è più comodo e segna il momento conclusivo di un lavoro, gratificato persino da un modesto anticipo, mentre autoprodursi è solo l'inizio di un secondo lavoro con tante incognite, ma mantenere il controllo totale sul proprio libro mi sembra un vantaggio per cui valga la pena di sforzarsi.
Abbiano poi trovato un nome così bello alle edizioni (che saranno sia in e-book che su carta, magari non distribuite in tutte le librerie ma solo in alcune selezionate) che varrebbe la pena di provarci solo per quello.
Il libro sulla "storia del rock" è solo il primo di quattro progetti in cantiere, tutti in fase avanzata di preparazione, come pure in dirittura finale è il romanzo di Eleonora (di cui non vedo l'ora di poter svelare l'intrigante titolo) che ha in fila altre due cose: un libro sul rock femminile (inteso come artiste ma anche come donne che hanno gravitato attorno ai musicisti)e la riedizione, riscritta e ampliata, del suo Diario di una Groupie.
I miei libri successivi saranno: una raccolta più lieve di storie sul rock, spesso più dalla parte dell'ascoltatore che da quella del musicista. L'idea mi è venuta leggendo Alta Fedeltà di Nick Hornby, mentre stavo riflettendo sulla misera audience dei libri rock e sulle deboli prospettive di vendita. Alta Fedeltà è stato un best-seller, sia pure più all'estero che in Italia, per cui: "se lo ha fatto lui, perché non posso io?". Se non crediamo noi nei nostri mezzi, chi lo farà? Io sono il mio fan #1 ;-)
Seguirà una storia motociclistica (la mia altra passione), che odora di asfalto, di sterrato, di benzina ma anche di filosofia...
Da ultimo uno zoom all'indietro su tutto: Blue Motel, parole di una generazione di ex-giovani, non solo musica, non solo moto, ma anche tutto il resto, compresi, perché no, politica, amore, sesso...
Spero di essere in grado di rispettare i miei buoni propositi già dalla fine dell'estate, ma ora mi scuserete perché devo riprendere a scrivere. Non è facile quando non ci si può permettere di farne il proprio lavoro, ma la scrittura deve necessariamente prendere ogni ritaglio, strappando tempo al riposo, passeggiate, giri in moto e ronfate al sole sulla sdraio:
"il mattino ha l'oro in bocca
il mattino ha l'oro in bocca
il mattino ha l'oro in bocca
il mattino ha l'oro in bocca
il mattino ha l'oro in bocca
il mattino ha l'oro in bocca
il mattino ha l'oro in bocca
il mattino ha l'oro in bocca
il mattino ha l'oro in bocca
il mattino ha l'oro in bocca
il mattino ha l'oro in bocca
il mattino ha l'oro in bocca
il mattino ha l'oro in bocca
il mattino ha l'oro in bocca
il mattino ha l'oro in bocca
il mattino ha l'oro in bocca
il mattino ha l'oro in bocca
il mattino ha l'oro in bocca
il mattino ha l'oro in bocca..."
sabato 24 novembre 2012
Autori indipendenti
Il grande nulla, dopo cinema, tv e dischi, è giunto alle librerie. In libreria non si vendono più libri, a meno di essere votati all’estinzione come il dodo. In libreria si vendono oggetti di moda fatti di carta, una sorta di souvenir adatti soprattutto ai piccoli regali, oggetti non destinati alla lettura (almeno non oltre il primo capitolo) ma all’arredamento di tavolini e librerie, dai titoli che evocano sfumature di grigio, cucina cool per l’happy hour, dolcetti di cioccolato, architettura nel mondo, biografie VIP, 50 anni di Rolling Stones, le frivolezze del rock. La letteratura non esiste più e dunque non serve distribuirla. I libri in generale non vengono più scritti da un autore, ma da una redazione, un pool di ghost writers dopo un braistorming con il commercialista, e si lanciano sul mercato come oggetti di moda tramite il giusto salotto televisivo, per essere divorati il giorno successivo e infine digeriti, seppelliti e dimenticati.
Se la libreria è ormai per lo shopping, chi legge deve rivolgersi piuttosto all’acquisto per posta (su Amazon) o in elettronico (su kindle e apple store). In teoria nel formato e-book trovi tutto e sempre, anche di notte insonne nel tuo letto. In pratica invece almeno dalle nostre parti le case editrici non sono ancora convinte del mezzo virtuale, che bypassa la distribuzione controllata. Anche perché a guardarci bene per un libro venduto in digitale, la casa editrice a cosa serve? Senza doversi far carico della stampa su carta e della distribuzione, rappresenterebbe poco più di un pappone che in cambio di un piccolo anticipo all’autore affamato si tiene tutto il resto, compresi i diritti.
Scrivere un libro oggi è impresa dalle scarse prospettive, se non si conosce la persona giusta nell’ufficio giusto della casa editrice giusta. Senza la “conoscenza” non c’è più neanche la speranza di farsi leggere il manoscritto, figurarsi di vederselo stampare. Ma anche a libro stampato manca ancora tutto il percorso della distribuzione fino ai banchi della libreria e magari le vetrine: il distributore difficilmente si fa carico di acquistare una quintalata di pagine di uno sconosciuto da portare alle migliaia di librerie dello stivale. Preferisce lavorare sui titoli sicuri, quelli che vengono presentati da Fazio, e per il resto limitarsi agli ordini. Ma chi potrebbe ordinare un libro di cui non conosce nemmeno l’esistenza e perciò condannato all’oblio sin dalla nascita?
La distribuzione digitale permette di bypassare a basso costo questi ostacoli: pubblicare su kindle e su iPad è possibile, sia pure con qualche contorsione tecnica, ed un libro elettronico su amazon o su apple store non va esaurito e non deve essere trasportato. La promozione è lasciata alla creatività ed alla abilità dell’autore (e dell’editore elettronico), alla sua capacità di farsi notare su canali alternativi come il web, FaceBook, YouTube, i blog ed il passa-parola. Un vero percorso underground di contro-cultura, percorribile non per raccomandazioni ma per contenuti. Se si ha un messaggio, si troveranno le orecchie che lo ascoltino.
Certo per un autore avere in mano un proprio libro profumato della stampa della casa editrice importante è gratificante per l’ego. Ma le frustrazioni iniziano subito dopo averlo infilato in libreria ed aver regalato ai parenti e agli amici intimi le dieci copie messe a disposizione dall’editore. Il guadagno difficilmente va molto oltre l’anticipo e magari un primo assegno. Anzi, senza i bollini SIAE che certificano le copie vendute non ci va mai. Dopo un paio di mesi scompare dalle librerie, per non tornarci neanche quando ne trarrebbe giovamento, per esempio in occasione della recensione su un quotidiano, o per il tour del gruppo di cui nel nostro libro si parla. Un caro amico ha avuto un libro sugli Stones stampato da un grosso editore, e un paio d’anni fa per Natale era nelle vetrine della catena dei negozi di quel marchio. Ma già quest’anno in cui gli scaffali si sono riempiti di libri per i 50 anni della band di Jagger e Richard, il suo libro non c’era. Non è stato ristampato e lui non può farci niente, perché i diritti non sono nelle sue mani.
Io ho avuto stampati tre libri a cavallo del ’90, tre titoli di informatica per due prestigiose case editrici, oggi entrambe scomparse (e almeno della seconda, che mi ha pagato pochissimo, non sento affatto la mancanza). Poi, in epoca web, scrivo portando avanti da più di una decade una quantità di blog. Di recente ho acquistato un MacBook Air, ho caricato un programma adatto alla scrittura creativa e ho messo nero su bianco il titolo di quattro libri - ed almeno di tre non sono lontano dalla fine. Eleonora ha pubblicato negli anni duemila ben otto libri, molti dei quali sono già fuori catalogo. Ha già pronti nuovi titoli molto promettenti: un romanzo divertente sulle esperienze (le disavventure?) di tre ragazze italiane a Londra, un libro sulle donne del rock e un diario sulla propria esperienza (di certo fuori dal comune) nel mondo del rock. Siccome ha una forte creatività li ha anche battezzati con tre titoli che da soli sono garanzia di successo. Sebbene trovare un editore tradizionale sarebbe gratificante, stiamo immaginando di tentare una via più originale: farci da editori da soli, facendoci carico di tutta la parte relativa alla distribuzione, che non sarà certamente una passeggiata ma che ci vedrà assai più motivati di quanto lo possono essere degli estranei. Stiamo immaginando una casa editrice indipendente, una casa di autori. Una distribuzione in e-book attraverso tutti i canali di una certa presenza, come kindle, iPad e si valuterà quali altri. E anche una distribuzione cartacea in un numero limitato attraverso canali di acquisto per posta (sto pensando naturalmente ad Amazon.it): oggi esistono stamperie on demand che non obbligano a ordinare diecimila copie da stipare in cantina, ma anche solo cento alla volta, per rispondere alle necessità momento per momento. La promozione avverrà totalmente via web, sfruttando FaceBook e la rete dei blog e delle riviste digitali dei tanti creativi che popolano la rete, un passa-parola di utenti di prim’ordine. Va da sé che il pubblico non è quello della TV della domenica pomeriggio, ma non è effettivamente a quelle persone che si rivolgono le nostre pagine, quanto piuttosto a quella generazione a cui manca la “contro-cultura” di una volta. Per esempio i born in the fifties, sixties e seventies che acquistano i dischi. Chi lo sa, da un successo “locale” magari si potrà trattare anche con qualche catena per una distribuzione più vasta: chissà se a Feltrinelli interesserebbe distribuire le nostre edizioni? Personalmente vedo più in la, perché la nostra mission non è di far soldi vendendo saponette, ma stampare quei libri che noi stessi avremmo voglia di leggere. E allora quanti autori underground conosciamo a cui proporre questa via di distribuzione una volta rodata e oliata? Penso a Zambellini, a Vites e a tanti altri.
Gli ostacoli non mancheranno. Per esempio ci servirà almeno un grafico e un informatico, perché stranamente la strada per pubblicare un e-book è cosparsa di pietre (penso al magnifico Aldus PageMaker con cui era così semplice lavorare nei primi anni del desktop publishing, e mi domando perché non stia comparendo nulla di simile per agevolare questa nuova rivoluzione). Poi penso alla burocrazia fiscale nazionale: partite iva, commercialisti, dichiarazioni dei redditi, soldi che escono quando ancora non ne sono entrati - mentre i contributi se li pappano i truffatori legati ai partiti politici. Ma alla fine: you cannot win if you do not play! Se Woz e Jobs sono partiti finanziandosi con la vendita di una calcolatrice tascabile Hewlett Packard usata, beh, questa volta dobbiamo provarci anche noi…
È tutto? Non ancora, perché mettere limiti alla creatività? Si sa che le riviste sono in crisi e che vivono solo di contributi statali. Ma dove sono le riviste che a me piacerebbe leggere? Dove sono i Gong, i Muzak, le riviste della mia “cultura” che io non trovo, quelle che non parlano dei tre tenori o che non si riferiscono a Patti Smith chiamandola: “la poetessa del rock”? Magari un bel pool di quegli scrittori di Milano, di Torino, di Roma, di Palermo potrebbero essere interessati a provarci. E qualcuno potrebbe anche aver voglia di leggere una rivista, magari tutta elettronica, scritta con in mente il lettore e non i pubblcitari… Che dite, siete con noi? Siete con… (no, il nome della “casa editrice che non c’è” non posso svelarlo ancora…)
di Blue Bottazzi
mercoledì 23 maggio 2012
Simenon
Il primo romanzo che lessi di Georges Simenon si intitolava Betty e mi fu regalato da una ragazza a cui piacevo che si chiamava appunto Betty. Il secondo, immediatamente dopo, fu La Marie del Porto. Da allora ho probabilmente considerato Simenon il mio scrittore preferito, per la sua straordinaria bella scrittura. Simenon era dotato del talento di una creatività unica: acquistava un quaderno, estraeva la penna stilografica e scriveva un romanzo dalla prima all'ultima parola. In questo modo ne scrisse a centinaia, così numerosi che prima che diventasse famoso fu costretto anche a nascondersi dietro a pseudonimi per poter stampare in contemporanea con più di un editore.
Più che scrivere Simenon dipinge: nonostante uno stile asciutto, essenziale, crudo persino, le sue parole sono fotografie che mostrano vivide immagini. Anziché leggere delle parole al lettore pare di assistere alla proiezione di un film: i paesaggi descritti, con romanticismo anche quando sono poveri o squallidi, le case, le stanze e gli arredamenti, le persone. Persone che vengono ritratte vive, fornite di un carattere e di una storia; persone scrutate, spiate e studiate, per le quali l'autore non fa mistero di antipatia (generalmente per i notabili, gli arroganti ed i potenti) o simpatia (spesso per gli umili e gli ultimi, anche quando sono colpevoli o viziosi). Le storie che narra avanzano con lentezza, eppure fanno scivolare il lettore per l'inarrestabile pendio della bella scrittura, l'affabulazione, il racconto trascinante. I posti stessi, le scenografie, sono vive, che si tratti di Parigi o di paesini della Provenza e/o del mare, al punto che più di una volta ho dovuto intraprendere un viaggio reale per vederli con i miei occhi - come la bella isola di Porquerolles. Così come mi mette una sete reale la descrizione del piacere che i suoi presonaggi traggono da una birra gelata od un Pernod quando pigramente siedono ad un caffè nelll'ombra di una giornata afosa o nel buio di un locale malfamato nella notte.
Sui romanzi di Simenon aleggia spesso (se non sempre) una malinconica aria di ineluttabilità del destino, una tristezza cosmica che tutto pervade a dispetto dell'amore che adopera nelle descrizioni, un'aria di incombente tragedia a cui i protagonisti non provano neppure a sfuggire. I protagonisti sono di frequente un uomo ed una donna, non di rado dei fuggiaschi: lui uomo rassegnato e apatico, lei donna forte ma segnata da un passato squallido e da un futuro incerto. Simenon descrive i suoi personaggi come incidendo le parole nel legno con un punteruolo affilato, e non c'è scampo per ogni debolezza e vizio, che viene implacabilmente scovata e descritta, ma mai però giudicata. È qualche cosa di non dissimile dallo stile di un altro cantore di vite metropolitane che appartiene ad una generazione successiva, il Lou Reed delle canzoni ambientate a New York City.
Tutto di può dire di Simenon tranne che fosse un moralista, ed anzi è proprio la sua apparente indifferenza per la morale dei personaggi a costituire per l'epoca in cui si muove (il novecento) un carattere ribelle. Sotto le ceneri dei suoi racconti vibra anche un erotismo sottile, non esplicito, che denuncia la passione dello scrittore per il corpo femminile (e per il piacere in generale, dalla buona tavola al buon tabacco).
Alla lunga, uno dopo l'altro i suoi romanzi, difficilmente brevi, abitualmente lenti e quasi mai destinati ad un lieto fine, hanno il peccato di ripetersi, e se la bellezza dei più riusciti (fra gli altri Tre camere a Manhattan, Il clan dei Mahé, Le campane di Bicetre…) riconcilia con gli elementi più reiterati, quelli che invece stentano a decollare (ed è evitabile che ce ne siano, nella sua sterminata produzione, per esempio gli insopportabili Cargo o Colpo di Luna) vengono in uggia e mi è capitato di interromperne la lettura, spesso in rotta di collisione con l'insopportabile carattere del protagonista.
Simenon ha anche narrato sé stesso in due autobiografie (Pedigree e Memorie Intime) ma è significativo il fatto che tanto è lucido ed implacabile a sezionare l'umanità dei personaggi nei suoi romanzi, altrettanto si rivela miope e persino molle nel descrivere sé stesso e le sue compagne.
Se la reputazione di Simenon come uno dei massimi scrittori del novecento si va costruendo solo ai giorni nostri, tanto da noi che in patria, il suo successo commerciale e la sua ricchezza economica (fu uno dei pochi scrittori a diventare smisuratamente ricco, acquistò ville ed addirittura castelli, anche se visse lutti come la morte del fratello nella Legione Straniera e il suicidio della figlia) sono dovuti all'invenzione di una produzione "minore", i libri gialli popolari che hanno come protagonista l'ispettore Maigret, commissario della polizia giudiziaria del Quai des Orfèvres, che nel bel numero di settantacinque ebbero un successo planetario. Scritti in gran fretta, scegliendo i nomi dei protagonisti sull'elenco del telefono ed ideandone la trama senza tante invenzioni, i Maigret costituivano per l'autore un lavoro ben remunerato e sono sempre stati considerati dai lettori opera di un Simenon minore. Eppure mano a mano che accumulo la lettura dei suoi romanzi "importanti" e mi capita di veder crescere la mia insofferenza per la cronica ignavia dei suoi protagonisti, per la loro rassegnazione (una vera e propria ribellione di lettore per storie destinate a tutti i costi all'infelicità), al tempo stesso va aumentando, giallo dopo giallo, il piacere del break rilassante di una delle storie di Maigret, che ho promosso romanzo dopo romanzo dal rango di lettura sotto l'ombrellone a vero e proprio prime time, fino al punto di lasciarmi intuire in alcune delle sue "storielle" meglio narrate, assolutamente la stoffa del capolavoro. Il mio Georges Simenon favorito di oggi, ancora uno dei miei scrittori preferiti, è diventato quello dei lievi gialli di Jules Maigret.
Le storie di Maigret non sono romanzi gialli nel senso tradizionale del termine: non c'è un assassino da smascherare nell'ultima pagina, e se anche c'è è irrilevante. Quello che conta in Maigret non è il punto di arrivo (che non è mai un colpo di scena od un crescendo narrativo) ma il cammino, la deliziosa narrazione che pervade ogni pagina, un'affabulazione irresistibile, la narrazione romantica (generalmente) di una Parigi che fu e che non è più possibile ritrovare nella geografia, fatta di grandi boulevard come di squallide periferie, di giardinetti ombrosi che portano frescura nell'afa dell'estate (è spesso estate nelle storie di Maigret), di desiderabili bistrot in cui sorseggiare senza fretta Pernod, ristoranti da due lire sulla riva del fiume in cui il cameriere è uomo vissuto e affabile ed il menu delizioso e coronato da un cognac o da un calvados. Non c'è solo Parigi ma tutta quanta la Francia: capita che Maigret con qualche espediente letterario sia coinvolto in occasionali trasferte nella provincia, che viene dipinta con immenso amore e la maestria di un pittore fiammingo. Le inchieste del commissario Maigret non sono in definitiva che alibi per descrivere i personaggi, di una totale umanità, personaggi vivi e vividi dove spesso gli ultimi saranno i primi e i potenti e gli arroganti trovano la loro nemesi ed la loro mercé. Primo fra tutti l'irresistibile figura dello stesso commissario Jules Maigret, corpulento, di origine contadine, calmo, tranquillo ma inarrestabile, forte e pericoloso come un rinoceronte, un uomo pacato e misurato che non rinuncia mai ad una birrà o un liquore in più e che non avanza per sterile intelligenza ma per fiuto innato e per la conoscenza e l'osservazione dell'animo umano. E dietro di lui sul palcoscenico piccoli furfanti, prostitute dal cuore grande, piedipiatti un po' tristi, poveretti che cercano senza dar disturbo una propria piccola tana nella vita; così come arcigni e potenti arroganti destinati al giudizio del lettore e del giudice.
Non ho letto tutti i Maigret e spero bene che molti gioielli ancora mi aspettino. Fra quelli che posso suggerire, i miei preferiti sono stati La balera da due soldi, Il Cane Giallo, Maigret si diverte, la prima inchiesta di Maigret, Maigret e la stangona, la ballerina del Gai-Moulin… e voi?
mercoledì 18 maggio 2011
era una notte buia e tempestosa

Michele aveva perso le sue biglie. Io, da qualche anno, ho perso la mia felicità. A scopo simbolico potrei dire dal giorno del mio cinquantesimo compleanno. Non l’avrei pensato davvero quella sera: guardavo il sole tramontare nell’oceano, da una spiaggia di sabbia, dove sotto il riparo di un gazebo in legno mangiavo scampi alla griglia pescati di fresco. Questo per dire che non puoi mai dire, nella vita. Ma non mi sono perso d’animo: conto ancora di ritrovarla, con gli interessi maturati.
Intanto ho acquistato un MacBook Air (quello che avevo me lo hanno portato via i ladri, dalla mansarda). Ci ho caricato un programma, Scrivener, e ho scritto quattro titoli. Di libri. Da scrivere. In qualche modo più o meno incastrati l’uno nell’altro, o quasi.
Non so se riuscirò a scrivere il primo, ma ho intenzione di provarci. So cosa raccontare ed ho anche trovato uno stile (da copiare) per farlo.
Nel frattempo immagino che non aggiornerò il blog, o magari di rado. Però ci sono, sto battendo sui tasti del portatile. Aspettatemi.
giovedì 24 settembre 2009
la stella d'oro serie azzurra

Un paio di anni fa ho preso la decisione di non leggere più romanzi. Penserete che non è una grande comunicazione quella che vi faccio: in giro c’è un sacco di gente che di romanzi non ne legge mai e senza neanche averlo deciso. Ma il fatto è che dall’età di sei anni sono sempre stato un lettore accanito.
Come regalo della promozione in prima elementare ebbi l’abbonamento a Topolino, quello mitico degli anni sessanta, ed ho vividi ricordi di me seduto su un gradino a leggere le avventure del commissario Basettoni mentre gli altri bambini “perdevano tempo” a giocare con le figurine o a passarsi un pallone (forse per questo molti anni dopo ho apprezzato tanto la lettura di “Quella vacca di Nonna Papera” di Claudio Bisio). Da allora non ho mai smesso di divorare libri. Adoravo dei libricini della Mondadori chiamati Stella d’Oro, divisi in due serie, azzurra per letture fino a dieci anni e rossa per bambini più grandi. Inutile dire come la serie azzurra fosse di gran lunga più interessante. Ho un ricordo di me bambino a Forte dei Marmi sdraiato sotto l’ombrellone a leggere i racconti di Edgar Allan Poe anziché giocare con le biglie dei ciclisti.
In tutti quegli anni non ho mai imparato a “gestire” la lettura di un libro. Invece di tenermi un capitolo al giorno, sono uno di quei lettori che arrivati alla fine del capitolo decidono di leggere ancora la prima pagina del successivo. Poi finisco anche quello e sbircio la prima pagina del successivo ancora, fino a perdere l’intera notte (e a rimpiangere il sonno perduto ed il libro finito il mattino seguente).
Ora che la mia carriera di lettore è "finita" potrei dire che il mio romanzo che ho preferito leggere potrebbe essere “La Morte a Venezia” di Thomas Mann e in generale tutta la mia letteratura preferita è stata romantica e d’atmosfera, quella mitteleuropea di Arthur Schnitzler (Il ritorno di Casanova), Sàndor Màrai, Arlen Roth (la Cripta dei Cappuccini), forse anche Herman Hesse.
I due scrittori che amo sopra gli altri non sono però tedeschi o austriaci, bensì i due grandi affabulatori del XX secolo, due racconta-storie di quelli che non ti stancheresti mai di ascoltare: Piero Chiara, con le vicende che si svolgono lungo le rive del suo malinconico Lago Maggiore, e Georges Simenon, scrittore così bravo che non puoi fare a meno di figurartelo mentre scrive i suoi quattrocento romanzi con la penna stilografica, direttamente in bella copia e senza rileggerli.
Mi piace che si racconti di "posti", persi in un tempo in cui erano carichi di fascino, che si tratti di Venezia, Mantova, Vienna, Luino o Parigi.
Ma la vita è troppo breve e le cose da fare sono troppe. Stendersi sul lettino ai bordi di una piscina con un romanzo nuovo e null’altro da fare può sembrare un programma allettante, ma non è più gratificante lo stesso pomeriggio passarlo a giocare con la propria figlia? O se la figlia non ha voglia di giocare con noi, che ne dite di un giro in moto, scalare una montagna, fare una merenda in provincia? Fra leggere e vivere, alla mia età preferisco vivere.
Non è che sia riuscito davvero a non leggere più: leggo meno romanzi. Mi piace leggere storie sul web (almeno quanto mi piace scrivere storie sul web). Blog di persone.
Il tempo che spendo al computer è quello che guadagno non guardando la TV. Come ha detto Steve Jobs, “la gente davanti alla televisione spegne il cervello, di fronte al computer lo accende”. E pare che di questi tempi non ci sia bisogno di altre persone con il cervello spento.
P.S: a proposito di lettura, mi è piaciuto inaugurare una Antologia di Blog in cui segnalare quotidianamente le cose migliori che leggo nella blogosfera. Se anche a voi piace leggere on line, vi farà piacere trovare qualche indicazione stradale...
giovedì 27 agosto 2009
sulla strada
Jack Kerouac. Sulla Strada. È il titolo sulla copertina di una pila di Oscar Mondadori che fronteggia su uno scaffale del centro commerciale dove mi sono rifugiato in cerca di aria condizionata e di fast food. Anche se la copertina non è più la stessa, e persino l'editore, è un titolo che mi porta lontano.
Non solo perché On The Road è la bibbia di una generazione che quando Jack Kerouac scriveva queste pagine autobiografiche negli anni cinquanta era ancora da venire: la generazione rock, il '68, il movimento hippie, tutti noi "venuti dopo", diversi dai nostri padri.
Non solo perché la copertina riporta l'annotazione "con un saggio di Fernanda Pivano", quanto mai attuale nei giorni della sua scomparsa.
Ma soprattutto perché mi riporta ai giorni in cui lo lessi, nel lontano 1976, nelle giornate calde in cui preparavo, o meglio dovrei dire "avrei dovuto preparare", l'esame di maturità. Un esame così poco sentito che invece di mandare a memoria testi di fisica e matematica leggevo senza fretta le pagine di una vecchia edizione di questo libro con una copertina verde, più perché già allora fosse un mito che per convinzione. All'esame uscii malamente, e devo probabilmente la mia promozione solo alla mia buona conoscenza della lingua inglese, ma non passarono che poche ore dalla pubblicazione dei voti nella bacheca del Liceo che già mi trovavo io stesso "on the road" su una spaziosa vecchia Peugeot bianca per un mio viaggio iniziatico attraverso la Francia, dove mi sentii molto boehemienne a dormire in un sacco a pelo sui marciapiedi di Parigi e a passeggiare per Montmatre (ma ricordo che la prima sera finii in un cinema a vedere Histoire d'O con Corinne Clery, da noi censurato), e attraverso lo stretto della Manica fino all'East di Londra, dove mi recai in pellegrinaggio alla ricerca del primo negozietto della Virgin Records, che allora era un'etichetta di rock d'avanguardia in procinto di firmare un contratto ai Sex Pistols.
Viaggiavamo io e un amico con una tenda ed un grosso zaino militare comprato ad un mercatino, in cui feci compiere tutto il viaggio con me alla mia copia del libro di Kerouac. A Londra abbandonammo l'idiota proprietario della Peugeot, raggiungemmo la Cornovaglia e l'East End (la fine estrema del mondo prima dell'Oceano), baciai una ragazza così graziosa che in seguito ebbe l'onore di fare la modella sulla copertina di una rivista (no, non Playboy) e tornammo carichi di dischi in treno. Ricordo anzi che invece di arrivare a casa decisi di scendere, notte tempo, in un paesino della Val di Susa...
Così oggi sto rileggendo Sulla Strada. Non l'avevo più fatto da allora. Devo confessare che non ricordo praticamente nulla, nemmeno quanto fosse straordinariamente coinvolgente. Anche perché quando lo leggevo allora i nomi degli stati e delle città da NYC a San Francisco non mi dicevano nulla, mentre oggi li ho visti praticamente quasi tutti. Ma la cosa che più mi ha sorpreso è che molte cose che leggo in quelle pagine pensavo di averle pensate io. Per esempio, quante volte mi è capitato di raccontare "ho dormito così profondamente che al risveglio non riuscivo neppure a ricordare chi fossi... e quando mi è venuto in mente ci sono restato male".
Beh, Jack scrive: "mi svegliai che il sole stava diventando rosso; e quello fu l'unico preciso istante della mia vita, il più assurdo, in cui dimenticai chi ero - lontano da casa, stanco e stordito per il viaggio, in una povera stanza d'albergo che non avevo mai visto, colsibilo del vapore fuori - e guardai il soffitto alto e screpolato e davvero non riuscii a ricordare chi ero per almeno quindici assurdi secondi".
È la stessa sensazione che ha provato mia moglie quando, vedendo per la prima volta Marrakech Express, si accorse che metà delle frasi che ripeto non sono mie ma di quel film. E spero che non legga On The Road, per scoprire che anche l'altra metà non è mia...
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