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lunedì 3 settembre 2018

la felicità è il cammino


C'è questa parola che mi piace, ed è TAO. So che Tao in cinese significa sentiero e che è un concetto della filosofia buddista ma io non conosco il buddismo perché sono poco attratto dalle religioni, per cui posso solo raccontare cosa la parola Tao significhi per me. Io vedo il Tao come una corrente, oppure come un puzzle da comporre. Quando una persona segue la propria corrente è coerente con il proprio Tao ed è inserita al proprio posto nel puzzle dell'Universo. Seguire il proprio Tao significa realizzarsi e dunque raggiungere la felicità. È come quando ti accarezzano i capelli (o il pelo, se sei un cane).
Molti non seguono il proprio Tao perché non lo conoscono, cioè non si conoscono. Importano modelli dall'esterno, dalla società, dalla TV, da una persona forte che li circonda (il padre che vuole per te il posto in banca, la madre da cui non ti rendi indipendente, un amico da imitare…) e non stanno a guardarsi dentro.
Quando ero adolescente c'era quelli che dicevano: "scopri chi sei". Era una frase che mi faceva incazzare: cosa significava mai chi sono? Io ero io, facevo le cose che andavano fatte, seguivo le mode, mi mettevo le scarpe a punta e gli occhiali rayban e mi lasciavo crescere i capelli, seguivo gli amici, non capivo cosa significasse quel mantra. A guardarmi indietro, quelli del Liceo sono stati gli anni più confusi della mia vita. Anni in cui non sapevo appunto chi fossi, in cui non avevo una identità. Mi muovevo a caso ed ero obbligato a studiare nozioni inutili insegnate da chi nella vita non aveva mai fatto altro che quello.
Ho iniziato a trovare me stesso subito dopo, all'Università, vivendo fuori casa, fuori dalla famiglia, assieme ad altri amici, studiando quello che mi piaceva studiare e scoprendo me stesso attraverso le cose che mi piacciono: scrivere, ascoltare la musica, guardare le cose belle, che siano dipinti, case, paesaggi o belle ragazze. Ho scoperto l'amore, per esempio, e quello sicuramente era coerente con il mio Tao.
Non che trovare il proprio posto nell'Universo diventi cosa facile se solo ti conosci. Per esempio l'amore può tradirti e tu non puoi farci niente. Puoi perdere il lavoro, può morirti una persona cara, insomma, viaggiare lungo il proprio Tao non è una cosa automatica. Un ostacolo che allontana le persone dal proprio sentiero è immaginare la propria realizzazione come un traguardo. Questo è un concetto molto cristiano: subisci una vita di soprusi e di ingiustizie, ma tu più ne prendi più sei contento, senza volerne a chi abusa di te e a chi ti impedisce di essere felice e senza ribellarti alle regole che ti costruiscono attorno una gabbia, perché il premio è nel posto dove sei diretto. Che non è neppure in questa vita: è oltre, il paradiso del puro, dove gli ultimi saranno i primi, il riposo del guerriero. È facile vendere una cosa che non esiste, più difficile è comprarla: non conosco tanta gente che aspetta impaziente il momento di trapassare a "miglior" vita.
No, la felicità non sta nel traguardo né in un'obbiettivo, la felicità è nel sentiero, nel cammino, è lungo ogni passo della strada. La felicità è vivere giorno dopo giorno, non una settimana all'anno nella destinazione di un volo charter.
Non che il sentiero sia tracciato con chiarezza, così come non sempre noi vogliamo assecondare la corrente che ci trascina lungo la via, ma per qualche motivo ci ostiniamo a nuotare controcorrente con infelicità.
Se mi consentite di continuare ad utilizzare per metafora parole che non conosco veramente, il nostro timone per seguire il sentiero è il nostro carattere, il nostro yin ed il nostro yang. Lasciarsi sopraffare dall'una o dall'altra emozione, da tentazioni sbagliate, dall'odio, dal rancore, dall'orgoglio, dal desiderio incontrollato (i nonni ne avevano stilato un elenco: accidia, ira, superbia, avarizia, invidia, lussuria), gira il nostro timone troppo a destra o sinistra e ci porta dove non vorremmo, lungo strade che non sono le nostre. Scrivevo nel racconto "Il Ratto Baratto" (caspita, mi autocito!): Come si può sapere quale parte del corpo ha espresso il desiderio? È molto semplice: se vi capita di avere l’acquolina in bocca, allora è stata lo stomaco. Se vi sentite un prurito sul cuore, allora è stata l’anima… per il futuro non scordatevene, perché è un buon modo di sapere se state facendo la cosa giusta.

A volte credo di essere sulla strada giusta, a volte mi domando se non l'abbia persa. Ora vivo in campagna, l'ho sempre desiderato e ne sono felice. Credo di essermi sempre immaginato vivere in una casa colonica, con una moglie che amo, due bimbi, qualche animale ed una giardinetta (è il modo con cui una volta si chiamavano le station wagon, ai tempi di quelle americane con il legno sulle portiere). In campagna ci abito, di animali ho Jack (che più animale di lui...), la bimba è meravigliosa, amare ho amato e sono stato amato, ma ho sbagliato spesso e ora mi ritrovo solo. Ogni tanto credo di innamorarmi ma invece… "era un calesse". Amo la musica, amo scrivere e credo di avere abbastanza materiale da poter realizzare anche quello, amo muovermi in moto. La solitudine quella non mi appartiene, ma insomma si vede che il mio cammino sta attraversando quella regione. Spero si intrecci presto con un altro sentiero.

Paths that cross… 

AddendumQueste parole, un po' solitarie, le scrivevo nella primavera di 6 anni fa, quando, senza saperlo, ero alla vigilia di un grande cambiamento. Due grandi amori dopo, e dopo tanti avvenimenti, soprattutto felici quando non addirittura straordinari, mi ritrovo da capo. A cercare il mio TAO. Forse quello che non avevo capito è che il cammino si percorre in due, non da soli, e per farlo è necessario prestare ascolto anche alle esigenze ed ai bisogni dell'altro, del compagno.

It takes one for the running
but two for the road

si scappa da soli 
ma la strada si percorre in due

martedì 30 ottobre 2012

Portovenere


Era il 7 gennaio 2011, il giorno dopo l’epifania. Lo so perché c’è scritto di fianco alle fotografie che avevo postato allora su FaceBook. Una mattinata nuvolosa di pioggia sottile e ghiacciata, e io accompagnavo mia figlia a casa di sua madre, dopo aver speso con lei la prima settimana dell’anno. Per l'ennesima volta il sottile dolore del distacco e poi mi ero ritrovato di nuovo solo, in auto, mentre il parabrezza si confondeva di microscopiche gocce di pioggia fra un colpo e l'altro del tergicristalli. Non ero per niente sicuro di aver voglia di tornare in campagna a casa mia, nella Big Pink a Woodstock, Val Trebbia, una casa calda e accogliente ma vuota, ancora di più con fuori il gelo e la pioggia. Non era li che volevo tornare e così, senza neanche deciderlo, mi trovavo a puntare il volante sulla strada verso un confine più lontano: l’autostrada che valica l’Appennino, verso Genova, dove la temperatura non ti impedisce in nessun momento dell’anno di passeggiare. Non ricordo i dettagli, immagino di essere uscito a Genova e di aver imboccato quella suggestiva sopraelevata dove le auto e le moto ti sorpassano nervose da destra e da sinistra come in un grand prix, di aver fiancheggiato il matitone e il porto vecchio per dirigermi poi verso strade tanto suggestive quanto anguste, dai nomi di Nervi, Bogliasco, Recco… Senz’altro ho percorso il levante fino a Sestri, ho parcheggiato l’auto sul lungomare di fronte al Pescatore e sotto una pioggia sottile ma non più fredda ho passeggiato fino alla Baia del Silenzio. Ho camminato con le scarpe dalle suole di gomma sulla sabbia scura e compatta di quella spiaggia così bella da toccarti l’anima, sono salito da solo verso il convento, da cui c’è una visione d’insieme della deliziosa baia, con poche barche di pescatori e le finestre delle case perlopiù chiuse.
Il sole non avrebbe potuto toccarmi l’anima più di quella pioggia, che invece di dar fastidio era come il tocco gentile di un cielo che mi capiva, empatico, un cielo coerente, un cielo che mi faceva sentire affamato, pieno d’amore per la vita e di amore da dare e da ricevere. Ho passeggiato a lungo sotto la pioggia prima di risalire in auto, cercare l’autostrada e raggiungere La Spezia, una città assolutamente di mare che si sviluppa attorno al suo porto militare, da cui è ripagata da una lunga muraglia che le nasconde la vista della costa. Spezia, come la chiamano i suoi abitanti, per chi l’attraversa senza neppure fermarsi è come un’isola felice, uno scalo verso posti dell’immaginazione come le 5 Terre, Portovenere, oppure Livorno e la Versilia Toscana e le Apuane. Io quel pomeriggio, che ormai imbruniva perché all’inizio di gennaio il sole non dura (e quel giorno meno che mai, nascosto dalle nuvole) seguii tutto quanto il lungo mare, girai a destra in fondo al viale lungo il porto militare e poi a sinistra al semaforo seguendo il lungo periplo della muraglia per tutta la sua estensione fino a dove la città finisce ed un bivio preso verso il basso ti porta su una strada che arriva solo a Portovenere e li si ferma.
Portovenere non è un semplice suggestivo paesino di mare. È un’esperienza onirica, e quando non ci sono troppi turisti nella passeggiata verso la cattedrale sullo scoglio, anche un po’ mistica. È un paese che sfida la verosimiglianza della geometria e della fisica, un posto come lo puoi vivere in sogno, con quell’isola che incombe così vicina che ti sembra di toccarla eppure irraggiungibile se non in barca. Con la fila serrata di case altissime da vertigine che guardano il mare che sembrano le ombre dipinte di una parete dolomitica. Una lunga scalinata nascosta che appare all’improvviso un po’ misteriosa senza indicazioni, e se l’arrampichi ti porta nel cuore del paese, che a sua volta è una strada che esce dalle case, sfiora le vertigini della grotta di Lord Byron e prosegue per la punta, uno scoglio circondato da tutti i lati da un mare sconfinato, su cui sorge dalla roccia una cattedrale gotica attorno alla quale ancora si arrampica una scaletta viscida che porta a quello che ti pare la cima al mondo (a meno che tu non ti arrampichi verso il castello dall’aspetto moresco, così in alto sulle rocce che da lì quella che ti pareva la cima del mare è invece una scoglio laggiù, ma lì non ci arrivano o quasi turisti). Sul fianco di una barca da pescatori una mano ha dipinto la scritta: “Signore, un mare così grande, una barca così piccola”.
Essere del tutto solo, nel buio della notte di inizio d’anno, sulla piattaforma viscida della terrazza della cattedrale, circondato solo da un mare che più che lasciarsi vedere senti e avverti, senza nessuno a casa ad aspettarti, ti da l’impressione di essere molto lontano dal mondo e (in quel silenzio) molto vicino a te stesso, tanto che è difficile risolverti a interrompere quel momento così unico e tornare, fradicio di acqua salmastra, verso le luci per quanto fioche del paese degli uomini. Quella sera entravo così in una taverna, piccola ma piena di tavoli di legno e di bottiglie, uno di quei ristoranti di cucina ligure, che non è di pesce nobile (che pure cucinano meglio di qualunque altro posto al mondo) ma di acciuge e di pesto. Nel locale non c’erano che la cameriera, molto giovane ma dalla grinta piratesca, e la musica di De André, canzoni che lei accompagnava sottovoce e che mi veniva da pensare avevo ascoltato prima che lei nascesse. Un bicchiere di pigato per scaldarmi, poi uno di vermentino per viziarmi ed un piatto di spaghetti olio e acciughe - che mi sembrarono buonissimi, mentre De André cantava Dolcenera e adesso lo accompagnavo anch’io senza vergognarmi della mia voce stonata. Una giornata inaspettatamente stregata, che dimostra come può esserci bellezza anche nella solitudine, ma che pure non vedevo l’ora di potere prima o poi condividere di nuovo con qualcuno. Qualcuna che avevo sempre saputo esistere in qualche posto, ignaro io del suo nome e lei del mio, ma la cui esistenza in quel giorno pure fra milioni di donne mi sembrava così improbabile. Qualcuna che invece esisteva davvero, che anche mi cercava con la mia stessa difficoltà perché anche lei non conosceva il mio nome, e che avrei incrociato ed avrei riconosciuto di lì a più di un anno. (Ma quanto conta il tempo?)
È con lei che ieri, in una giornata non più di pioggia ma di sole e di cielo dai colori di una bellezza irreale, sono tornato sugli stessi passi. Dalla spiaggia scura della baia del silenzio, questa volta calda nel tepore del sole di fine ottobre, dove ad un tavolino all’aperto abbiamo gustato quel vermentino che è così assolutamente delizioso solo quando lo bevi in una brocchetta da mezzo o da quarto di litro ad accompagnare qualche oliva, qualche pezzo di focaccia ed uno spaghetto allo scoglio. E poi rigorosamente Spezia, il muro del porto e su e giù fino a Portofino. In un passeggiare abbracciati che profuma di felicità.

 



mercoledì 27 giugno 2012

the love you take is equal to the love you make




"…and in the end the love you take is equal to the love you make" cantavano i Fab Four prendendo commiato dal pubblico sul loro ultimo disco (Abbey Road: Let It Be è uscito dopo ma era stato registrato prima). Avevano ragione anche quella volta. Favolosi quattro, perché ci avete abbandonati in questo mondo di biechi blu, in questo mondo di stronzi e di capitalisti? Dove sono oggi i nostri guru? "L'amore che ricevi è pari all'amore che dai" (loro dicono fai, che è ancora più interessante). Ed è vero e lo confermo, si tratta solo di continuare a crederci e di non perdersi per strada.
So di aver vissuto una vita felice, ma nel maggio di un anno fa mi ero ritrovato a scrivere: "Michele aveva perso le sue biglie. Io ho perso la mia felicità. A scopo simbolico potrei dire dal giorno del mio cinquantesimo compleanno. Non l’avrei pensato davvero quella sera: guardavo il sole tramontare nell’oceano, da una spiaggia di sabbia, dove sotto il riparo di un gazebo in legno mangiavo scampi alla griglia pescati di fresco. Questo per dire che non puoi mai dire, nella vita. Ma non mi sono perso d’animo: conto ancora di ritrovarla, con gli interessi maturati".

Scrivevo sei mesi dopo: "…è stato per me un anno determinante anche come persona. È l'anno in cui sono stato messo a knock-out, in cui mi sono rialzato e in cui ho ripreso a camminare, walk like a man, camminare come un uomo, direbbe il mio amico di Asbury Park. È stato l'anno in cui ho attraversato il purgatorio per arrivare al paradiso. Ho cercato e trovato il coraggio di lasciare una vita che aveva preso una direzione sbagliata  e ricominciare tutto da capo. È stato l'anno in cui mi sono trovato solo, in cui tutto ciò in cui credevo pareva non avere più valore, l'anno in cui ho conosciuto la disonestà, il tradimento, la solitudine, l'anno in cui ho capito cosa significa il vecchio blues "nobody wants you when you're out and down", l'anno in cui ho dovuto riscrivere la lista dei miei amici, in cui ho dovuto guardarmi negli occhi allo specchio per ritrovare la fiamma. Ma non ho rinunciato neppure per un attimo ai miei valori ed alle cose in cui credo, ed anzi proprio a quelli mi sono aggrappato. L'anno in cui ho vissuto nella mia Big Pink nella mia Woodstock, anche se la casa è gialla e il basement è sotto il tetto e Woodstock la via Emilia. L'anno in cui potevo trovarmi da solo sotto la pioggia, ma proprio in quel momento mi sentivo più umano e più vivo che mai, più felice di vivere ed affamato d'amore. L'anno in cui dopo troppo tempo ho ritrovato le cose che contano. Un anno fa a Natale mi sentivo come Dan Aykroid vestito da babbo natale che fa cilecca con la pistola. Questo Natale tocco il cielo con un dito".

Ancora sei mesi ed il ciclo era compiuto: succedeva quello che, da ascoltatore di tanti 45 giri dal cuore rock, avevo sempre saputo. Che siamo la metà di un intero e che da qualche parte la fuori esiste l'altra metà, che vive, respira, mangia, dorme, lavora, gioisce, soffre, ride, piange e, senza darlo nell'occhio, anche lei ci cerca. Lo sapevo ma non ero più tanto sicuro che l'avrei trovata, forse non in questa vita. Lo so oggi perché l'ho trovata. E lei ha trovato me e ci siamo riconosciuti, subito. Lei aveva una giacca rossa, da mod. Io un giubbotto di pelle, da rocker. Ci siamo visti, ci siamo salutati, abbiamo mangiato una pizza in una improbabile pizzeria cinese come in un film. Ci siamo baciati ed eravamo già innamorati, perché lo eravamo prima ancora di incrociarci. Perché lei è la mia metà. È scrittrice (in effetti è la più grande scrittrice rock di questo paese), è giornalista, è musicista, è bella, è madre, è innamorata, è amata. È Alice nel Paese delle Meraviglie. È Eleonora.

"Eleonora è un angelo" ha scritto Pete Townshend che le ha dedicato più di una canzone. "Eleonora è Alice nel Paese delle Meraviglie" aggiungo io. Alice che passeggia nel mondo del rock attraversando traversie e situazioni e incontrando ogni tipo di persone colorando, come i Beatles in Yellow Submarine, tutto e tutti con la propria poesia, la propria meraviglia, la propria gioia di vivere, e tutto e tutti contagia in questa sua visione, conquistandosi un lasciapassare che la rende immune da ogni pericolo. Eleonora è Alice che canta: "di rosso le coloriam!" senza timore della Regina di Cuori. Eleonora è Alice che non chiede nulla se non il permesso di guardare e di bearsi della bellezza che vede in ogni cosa.
Eleonora è stata fan e groupie, ha conquistato chi l'ha incontrata e si è trasformata un passo dopo l'altro in corrispondente, giornalista, scrittrice, musicista (classica), e nel frattempo donna, strappando più di un cuore e ribaltando con la sua innocenza il rapporto fra fan e divo. Nel 2004 suonava Tommy alla Royal Albert Hall con gli Who, nel 2008 (il 31 dicembre) a Liverpool suonava il White Album.
Io sono il suo uomo. Perché alla fine l'amore che ricevi è uguale all'amore che dai (e che fai).


mercoledì 10 agosto 2011

Notte di San Lorenzo


«I've seen a shooting star,
and I thought of you» (Bob Dylan)

«ho visto cadere una stella
e ho desiderato te» (Il Ratto Baratto)

Il desiderio fa parte della natura umana. Vedere cadere una stella mi da diritto ad esprimere un desiderio. Sin da bambino, allora il dieci di agosto si era al mare in Versilia, mi si diceva: "hai visto una stella cadente? Esprimi un desiderio". La notte di San Lorenzo è un rito, e sono i riti e le ricorrenze che rendono l’anno più interessante. Nel passato ho caricato in auto amici, fidanzate, famiglia, per raggiungere la collina dove il cielo è più pulito e nero per godere dello spettacolo del cielo stellato che in città non si può vedere.

Una notte, quando ero giovane e bello, stavo dormendo in una sperduta sede di Guardia Medica, sull’Appennino fra la pianura padana ed il Mar Ligure. All’improvviso senza una ragione al mondo, apro gli occhi: la piccola finestra è aperta e nell’oscurità il cielo appare blu. Non ho neanche il tempo di rendermi conto che non sto dormendo quando vedo per un istante, nitida e precisa, la scia luminosa una stella cadente tagliare da una parte all’altra proprio quel minuscolo pezzetto di cielo. Davvero ho visto una stella cadente? Mi sono svegliato esattamente nel momento preciso in cui cadeva una stella? Ancora oggi io credo di averla vista per davvero, di non essermela sognata e di avere, suggestionato, in realtà aperto gli occhi solo dopo. Il pensiero corre al primo amore, finito da poco per correre più libero e leggero lungo la vita che ho davanti. Nella notte perso che mi manca, che vorrei poterla abbracciare ancora e ‘desidero’ che lei sia di nuovo mia. Il giorno dopo le telefono, la cerco, la raggiungo, ed evidentemente il primo amore non era ancora del tutto esaurito per nessuno dei due. (È per lei che anni dopo ho scritto Il Ratto Baratto).

Sono passati anni. 

Sto viaggiando in auto nella notte, con un amore nuovo, di ritorno da una pizzeria in collina. Realizzo che è il dieci di agosto, e infilo l’auto in una stradina fra i campi. Un vento furioso agita l’erba e ci colpisce il viso con ondate di aria calda. Il cielo è limpido e pulito più che mai e sembra una volta di stelle. Stelle che cadono che sembrano fuochi d’artificio. Potrebbero non realizzarsi i desideri espressi in una notte magica come quella? Desidero di avere una famiglia tutta mia e desidero di avere dei figli. Non c’è nulla di particolarmente irrealizzabile in un desiderio così, ma ho pensato spesso a quella notte quando ho avuto una moglie ed una figlia (no, non con lo stesso amore di quella notte). Ci ho pensato ogni volta che ho portato la mia famiglia sulla collina nella notte di San Lorenzo.

Poi, ad un certo punto, la famiglia si è dissolta. L’anello inaspettatamente difettoso è saltato e la catena si è spezzata. Oggi ho una figlia ma non ho più una famiglia. Immagino di non poter recriminare nulla a quelle stelle: il desiderio dopo tutto era stato realizzato. Sono stato con mia figlia sulla collina: c’era un profumo di buono, una tiepida aria estiva ed una vista delle luci nella pianura che sembrava di essere a Los Angeles sulle Hollywood Hills. Ma il cielo era così nuvoloso che si intuiva a malapena la luna. Neanche una stella.
Questa sera è nuovamente, una volta di più, la Notte di San Lorenzo.

“Tonight I'll be on that hill 'cause I can't stop,
I'll be on that hill with everything I got,
Lives on the line where dreams are found and lost,
I'll be there on time and I'll pay the cost,
For wanting things that can only be found
In the darkness on the edge of town”

"Questa notte sarò su quella collina perché non posso fermarmi, sarò su quella collina con tutto ciò che ho, vite sul confine dove i sogni si trovano e si perdono, sarò là per tempo per pagare il prezzo di volere cose che possono essere trovate solo nell’oscurità ai bordi della città” (Bruce Springsteen, 1978)

mercoledì 18 maggio 2011

era una notte buia e tempestosa



Michele aveva perso le sue biglie. Io, da qualche anno, ho perso la mia felicità. A scopo simbolico potrei dire dal giorno del mio cinquantesimo compleanno. Non l’avrei pensato davvero quella sera: guardavo il sole tramontare nell’oceano, da una spiaggia di sabbia, dove sotto il riparo di un gazebo in legno mangiavo scampi alla griglia pescati di fresco. Questo per dire che non puoi mai dire, nella vita. Ma non mi sono perso d’animo: conto ancora di ritrovarla, con gli interessi maturati.
Intanto ho acquistato un MacBook Air (quello che avevo me lo hanno portato via i ladri, dalla mansarda). Ci ho caricato un programma, Scrivener, e ho scritto quattro titoli. Di libri. Da scrivere. In qualche modo più o meno incastrati l’uno nell’altro, o quasi.
Non so se riuscirò a scrivere il primo, ma ho intenzione di provarci. So cosa raccontare ed ho anche trovato uno stile (da copiare) per farlo.
Nel frattempo immagino che non aggiornerò il blog, o magari di rado. Però ci sono, sto battendo sui tasti del portatile. Aspettatemi.

martedì 18 gennaio 2011

tomorrow never knows


Dove soffierà il vento domani nessuno lo sa
dove andrà il tuo dolce sorriso domani nessuno lo sa...
(bruce springsteen)

Il tempo corre rapido, e le cose cambiano. Non dovremmo affezionarci troppo alle cose, per adattarci meglio al nuovo che avanza. Dovremmo vivere senza memoria, come gli esseri viventi più elementari, oppure crogiolarci nei ricordi che custodiamo gelosamente nello scrigno del nostro cuore? Oppure dovremmo essere un po’ cinici, come quelli che dicono che il bello è nel cambiamento, o peggio come quelli che alla felicità neanche ci puntano?
Ci sono stati momenti nella mia vita in cui ho avuto un’epifania, un istante di lucida consapevolezza della precarietà del presente; in cui ho pensato: “il presente non esiste, è un’illusione…”. Forse accade nei momenti in cui per un attimo le cose sembrano essere perfette, ma forse nemmeno.
Mi affacciavo ai trent’anni, stavo passeggiando con l’amato Reif, il mio cane lupo, in una tiepida serata di primavera. Mentre mi sembra di essere felice un lampo di consapevolezza mi attraversa la mente: “sono giovane, Reif è vivo, i miei genitori sono vivi, amo la mia fidanzata. Arriverà necessariamente il momento in cui tutto questo non sarà più vero”.
Dissolvenza al bianco. Nuova scena. Lungo Ticino, darsena del Naviglio Grande. Sono abbracciato alla donna che amo (non è la stessa di prima), guardiamo assieme il cielo che si fa rosso. È una scena bucolica: c’è un pescatore, una barchetta, i rumori della città sono lontani, attutiti. Mi appare in sottotitolo la scritta: “quanti tramonti vedrò ancora abbracciato? Cento, dieci, uno?” Se ci pensi, alla fine quante volte ti è successo in passato? Dissolvenza. Sto passeggiando in un centro città affollato ed addobbato per le feste natalizie, in mezzo ad una folla in cerca di regali; sto preparandomi per il Natale in famiglia. Improvvisamente mi domando: “e se il Natale in famiglia dovesse finire? Se mi ritrovassi da solo a viverlo in un appartamento vuoto? O in un appartamento nuovo, un'altra casa?” (evidentemente il subcosciente stava cercando di farmi interpretare segnali evidenti che preferivo ignorare).

C’è un posto dove finiscono le cose perdute?

PS: (ri)leggi anche: l'isola che non c'è...

lunedì 7 giugno 2010

gone country


Where in the world is Blue Bottazzi? Avete notato un brusco rallentamento nel ritmo di aggiornamento del/dei blog? Facciamo finta che lo abbiate notato. Sto spostandomi in campagna. I’m going country.
Ho sempre desiderato vivere in un posto a misura d’uomo. Anche in città ho sempre vissuto nel centro storico, che è in qualche modo un paese in mezzo alla città. Mi piace spostarmi a piedi o in bicicletta, e fare spesa al mercato coperto e in botteghe a gestione familiare.
Mi sarebbe piaciuto anche abitare in un paesino di mare di quelli che il turismo ha cancellato, come la Liguria di una volta. O sulle montagne di Heidi, come il Piemonte di prima del cemento. Ma siccome ho un lavoro stanziale, rimango dalle parti della via Emilia, o meglio della SS45 dove la pianura del Po lascia il posto alle colline dell’Appennino.

Pensavo di andare a vivere in una casa colonica, una casetta modesta tinta pastello e le persiane bianche con due stanze sotto e due sopra, un pergolato, uva fragola ed un dondolo alla Dinamite Bla. Veramente credevo che tutte le case di campagna fossero così. Invece non ce n’è così neanche una: c’è qualche vecchia casa ristrutturata, qualche bella villa Liberty o Deco in stato di abbandono e con il giardinetto ridotto a foresta (ma disponibile ad un milione di euro), e soprattutto ci sono schiere e schiere e schiere e schiere di casette da geometra sulla collinetta e con la discesa del garage in cemento.
Ed i prezzi, vogliamo parlarne? Forse che i coloni, cioè, i contadini, fossero tutti milionari per permettersi i prezzi a cui ti propongono un pollaio ai piedi di una collina? Non capisco nulla di economia, ma mi sono fatto l’idea che i prezzi del mercato immobiliare siano inventati dalle banche: le banche che ti fanno un mutuo che ti ci vuole una vita lavorativa per ripagare sono le stesse banche che prestano i soldi alle imprese che costruiscono la tua casa.
Le stesse banche e gli stessi soldi, che non si muovono dalle stesse cassaforti (e che magari neanche ci sono) e tutta la gente fuori a lavorare… c'è da scommetere che se vivessimo il triplo degli anni anche la casa costerebbe il triplo.
(Adesso c’è la crisi e le case dovrebbero costare meno, ma anche i soldi sono meno ed il risultato non cambia).

Comunque alla fine una casetta l’ho trovata, in un posto che assomiglia al Paradiso (più caldo del Paradiso, però). È una casetta dove ci entri di traverso, ma è molto carina, ha il suo giardino ed il suo tetto per cui mi va benissimo e mia figlia l’ha battezzata Villa Charlotte, nome che sa di Louisiana e piace anche a me. Pagare non l’ho ancora pagata, per cui...

venerdì 1 gennaio 2010

Buon anno #3


La notte dell'ultimo dell'anno mi è sempre stata un po' sulle palle. Non solo perché raramente mi sono divertito; non solo perché il conto alla rovescia per la mezzanotte sa un po' di "Fantozzi - trenino - brigittebardotbardot"; non solo perché il primo giorno dell'anno ti svegli fuori tempo massimo con la nausea, un cerchio alla testa ed un magone così.
Mi sta sulle palle soprattutto perché non capisco cosa ci sia da festeggiare in un altro anno che se ne va. Siamo sulla terra il tempo di un soffio di vento, i decenni ci scappano dalle mani come sabbia e noi lo festeggiamo pure?
I deficienti che alla mezzanotte strillano, sbraitano, suonano il clacson, perdono il senso della misura e della dignità mi ricordano quelli che festeggiano perché qualcun altro ha vinto dieci milioni di euro alla lotteria, oppure perché undici milionari in mutande hanno vinto una partita di pallone.
Mi si dice che si festeggi la speranza che l'anno che verrà porterà tutte le cose belle che fino ad ora ci sono state negate. Ma allora la memoria storica?

Il peggior capodanno che ricordi l'ho passato in un villaggio vacanza all'estero a sei ore di fuso orario dall'Italia, dove i deficienti di cui sopra hanno festeggiato rumorosamente nel pomeriggio il capodanno italiano e a mezzanotte quello caraibico, tuffandosi in piscina vestiti sotto gli occhi compassionevoli dei camerieri che ovunque avrebbero voluto essere tranne che a far da balia a turisti italiani ubriachi di alcolici "full inclusive"...

P.S.: auguri di buon anno nuovo! ;-)

lunedì 5 ottobre 2009

Win For Life

“mamma mia! sei appena tornata a casa e sei già al computer?”

“seconde te, la signora Manzoni diceva a suo marito ‘mamma mia, Alessandro, sei già al computer?’ mentre lui scriveva i Promessi Sposi?”

Era venerdì un attimo fa, un sabato del villaggio tutto da vivere, e dopo un attimo è di nuovo lunedì, il giorno più insopportabile della settimana.
Oddio, so che la settimana sarà più breve del previsto, sarà di nuovo venerdì e ancora troppo presto lunedì. , Natale, l’ultimo dell’anno,Pasqua, ferragosto... I capelli grigi, l’artrosi, la vista più corta.
Che fregatura bruciarsi i giorni rimasti compiendo ogni giorno il lavoro usato, quasi a scontare un ergastolo per qualche crimine che non ci si ricorda di aver commesso.

Ma oggi ho avuto un’idea. A me piace, non so se a voi piace. Creiamo una fondazione. Chiamiamola, per esempio, “fondazione Blue Bottazzi”. Lo scopo della Fondazione è quello di raccogliere i fondi per pagarmi diciamo tremila euro al mese perché io possa scrivere il blog. Io aggiorno quotidianamente i miei quattro, cinque o sei blog senza essere distratto da un lavoro o da necessità mondane, e la fondazione mi fornisce di che sopravvivere. Non sono un ragazzo esoso, non indosso scarpe costose, non voglio una villa a Forte dei Marmi e non guiderei mai una Ferrari. Mi basta scrivere i miei post, fare un po’ di turismo in moto e crescere Carolina. Magari in una casetta di campagna tutta rossa. Per questa cifra vi scrivo anche un paio di libri.
Allora, si fa?

P.S.: mi hanno detto di questa nuova lotteria che fa proprio al caso mio, si chiama Win For Life perché si vince una rendita di quattromila euro mensili per la bellezza di vent'anni. Vuoi vedere che è la volta che compro il mio primo biglietto della lotteria?

giovedì 16 luglio 2009

Azzurro


Una domenica di mezza estate, da solo: l'estate quella vera, con l'afa, il sole a picco e le cicale...
Mi metto in moto all'orario sbagliato e senza un costrutto, tanto che invece di cercare il fresco delle colline, a pranzo mi ritrovo nella piatta Pianura Padana, lungo il Po, ad un ristorante con un pergolato lungo il grande fiume. Il cielo è bianco per l'umidità, le cicale friniscono assordanti, la coscienza si assopisce mentre i camerieri si danno un gran da fare per servire le famiglie in gita. Di fronte ad un profumato piatto di gnocchi al pomodoro, anche non volendo non posso fare a meno di origliare i discorsi e le vite degli altri.
Da qualche parte dietro di me un bambino deve aver mangiato la videocassetta di un cartone animato che racconta di una banda di animali dello zoo in fuga su un'isola africana, e la recita in modo fedele battuta per battuta. Ad un altro tavolo due coppie che hanno fatto conoscenza al mare, immagino in qualche villaggio turistico, si sono già dati appuntamento qui oggi. Due fidanzati si sorridono. Indossano le stesse ciabatte di gomma, azzurre e bianche. Se sono sposati, sembrerebbe un matrimonio riuscito.
Una nuora rassegnata accompagna al bagno la suocera con la cataratta, che teme un gradino nascosto.
Bevo il caffè, rinuncio a chiudere la giacca e inforco la moto. Davanti ai miei occhi l'immagine di un viale deserto tremola per il caldo. È un momento così suggestivo che invece di fuggire la canicola, mi butto per le piccole strade comunali della bassa, attraversando paesini dimenticati con lunghe strade di casette rosa, azzurre, bianche. Ogni tanto incontro una bella villa di inizio novecento lasciata andare in rovina; fioriscono invece orribili casette bifamiliari da geometra. Beata ignoranza.
Dovrei essere malinconico, ed invece mi sembra di essere felice. È grave?

lunedì 2 febbraio 2009

neve


Vorrei vivere nel paese dei Puffi. Vorrei vivere in un mondo perfetto dove non solo la gente fosse di buona volontà, ma anche gli eventi fossero coerenti. Per esempio, il tempo atmosferico: a me piace che d’inverno ci sia la neve, sui tetti della case come sui campi e persino sulle strade quando le auto perdono la spavalderia e la fretta di tutti i giorni per procedere caute quasi assaggiando la strada. Mi piace che in primavera il sole ed i prati in fiore invoglino alle scampagnate, nonostante il polline nell'aria; in estate mi piacciono quei temporali brevi e intensi che profumano l'aria di ozono e spezzano l'afa per una sera; e d’autunno, naturalmente, voglio foglie dorate a tappezzare le valli. 
Insomma, amo che il tempo sia come ci si aspetta. Quest’anno è andata proprio così: non so di quella cosa del riscaldamento globale, ma quest'anno è stato inverno vero e credo che accoglieremo la primavera facendole festa.

Ricordo l’inverno del 1986, quando la nevicata a Milano ha tenuto l’auto sepolta per due settimane ad un giovane e spensierato Blue Bottazzi ufficiale medico di complemento. La primavera del 2003, quando abbiamo avuto neve sui monti della provincia fino a maggio e a passeggiare ancora sprofondavi. Anche non più di un paio di anni fa a novembre la città era completamente imbiancata e Don Luigi spalava la neve dal sagrato per non far scivolare i fedeli. E io, Carolina e Lalla, equipaggiati di tutto punto invece di andare in montagna siamo arrivati solo ai giardinetti pubblici ad affondare nella neve fino alle ginocchia, e nei supermercati non si trovava più neppure una slitta.

mercoledì 24 dicembre 2008

Buon Natale


Perché i commenti degli amici in questi giorni sono pieni di "detesto il Natale" ?
Sembra cinismo ma non lo è. Anzi, è il contrario. Sotto la nostra scorza dura, quella di ci siamo ricoperti per sopravvivere, credo che sia proprio amore per il Natale che ci fa scrivere queste frasi di insoddisfazione. Perché non è questo il Natale che vogliamo.
Quella che esprimiamo è la frustrazione per la differenza che passa fra il Natale che viviamo e quello che dentro di noi eravamo abituati ad amare. Il Natale "di quando eravamo innocenti" contro quello degli show alla TV, del traffico che intasa le strade, del centro affollato, del regalo che la nostra anima vorrebbe e che non è quello incartato che ci si offre.
La frustrazione perché la felicità di oggi non è quella, completa e senza condizioni, di ieri.

I più felici del Natale sono quelli fra di noi che lo festeggiano con i figli (quelli ancora abbastanza piccoli di viverlo con noi). Perché in questo caso riusciamo a cogliere nei loro occhi il riflesso di quel Natale che abbiamo imparato ad amare e che ci manca.
Io credo in un Natale di semplicità. Sono stato a vedere Carolina cantare (o qualche cosa del genere) in chiesa con i suoi piccoli amici, a dar vita a Gesù Bambino, i pastori, i re magi e tutto il resto. Ero li in questo ambiente a me estraneo, con tutto il mio cinismo e il mio agnosticismo, e fra quei bambini e quei genitori sono riuscito ad avvertire un po' il sapore del Natale. Niente a che fare con la religione, non è che mi sia messo a credere in Dio, nella Trinità e tutto il resto della storia... Al contrario è proprio nel mio non credere, nella mia consapevolezza di mortalità, di fragilità, di piccoli uomini di passaggio che si stringono a guardare i figli che ho sentito un po' di gioia del Natale.
E quando più tardi eravamo tutti assieme nell'oratorio (che non ho mai frequentato neanche da bambino) tutte quelle persone semplici mi sono sembrate in qualche modo bellissime. Perché è di semplicità e di persone vere che abbiamo bisogno, non di soldi, di lusso, di vacanze al caldo, di un nuovo TV con maxi schermo.
È la stessa differenza che coglievo fra la bellissima montagna del CAI, quella vissuta in silenzio con gente semplice nei rifugi, e quella grassa, rumorosa e ricca della montagna sugli sci ad Ortisei.

Vorrei che la nostra società, che comincia a riscoprirsi un po' meno ricca di quanto pensasse, ritrovasse il piacere della piccola comunità, degli anziani seduti sulla sedia sulla strada davanti alla porta di casa, dell'osteria, al posto di questa schiavitù del produrre in cui ci siamo andati a cacciare, da "poveri dentro".

Buon Natale :-)

giovedì 11 dicembre 2008

il tempo fugge



"Una vita è troppo poco, una vita sola non mi basta
se li conti bene non sono neanche tanti giorni
troppe cose da fare, troppe idee
sai che ogni volta che vedo un tramonto mi girano i coglioni?
perché penso che è passato un altro giorno..."

sabato 11 ottobre 2008

L'Isola che non c'è


C’è. L’Isola che non c’è. Per esserci c’è. Solo che non è facile trovarla, neanche se si sa dov’è. Perché le coordinate puntano allo spazio e al tempo. Cioè, l’isola è in un certo posto, ma anche in un certo momento. Se arrivi al posto giusto ma nel momento sbagliato, non c’è niente da fare, l’isola non la trovi.
Lo so perché ci sono stato. All’Isola che non c’è.
Per esempio, tanti anni fa, con il primo amore. Io avevo appena finito il Corso Allievi Ufficiali medici di complemento a Costa San Giorgio a Firenze... (sembra assurdo, ma a ripensarci oggi persino il Corso AUC a Costa San Giorgio, sul Giardino dei Boboli e a 25 anni era l’Isola che non c’è).
Comunque non è quello che volevo raccontare: dicevo, ho appena finito i settanta giorni di Corso, è Natale e ho 15 giorni di licenza prima di prendere incarico come sottotenente medico nella mia caserma (che poi era il distretto militare a Pagano, Milano, negli anni ottanta: mica male). Ho questa nuova fidanzata, giovane e dolce, non sapevo ancora che sarebbe stata il Primo Amore, ed io la sto raggiungendo in auto per passare assieme i quindici giorni. È nevicato parecchio, c’è neve letteralmente dappertutto, ma ora il sole splende nell’aria frizzante del mattino; io oltrepasso questo piccole ponte innevato e di fronte a me appare questa casetta, un cagnetto nero che mi corre incontro (Lucky) e sugli scalini è seduta lei, sorridente, che mi aspetta.
Neanche Francis Ford Coppola l’ha mai girata una scena così.
Quella era l’Isola che non c’è. Ci sono tornato a quella casa, tante volte negli anni, ma l’isola non c’è più.

E ancora, sempre neve, una bufera di neve in autostrada e noi due che cerchiamo di arrivare a Milano. Per la neve esco a Casalpusterlengo (che il casello veramente è quasi a San Colombano) e, in mezzo a tutti questi fiocchi di neve che scendono fitti fitti dal cielo, per qualche motivo mi dirigo invece verso Pavia. Pavia sotto la neve, o nella nebbia, è molto romantica. Sia sul lungo Ticino, come nella darsena del Naviglio o nella piazza del centro dove è crollata la torre. E così, completamente di sorpresa, senza programmarlo, eccoci a rincorrerci infreddoliti nel centro imbiancato di Pavia, giovani e felici. Eravamo approdati all’Isola che non c’è.

Non che l’Isola si trovi solo con l’Amore. Ricordo che mi piaceva scoprire in bibicletta il basso lodigiano, lungo i suoi tanti corsi d’acqua, e c’erano volte in cui era davvero magico. Magico era stato scoprire Pizzighettone, lungo l’Adda, con i suoi ponti sul fiume, le cascate, le case matte, i lampioni del borgo vecchio, il villaggio operaio. Anche li avevo intercettato l’Isola.

(Anche la mia Carolina di cinque anni sa accompagnare all’Isola che non c’è, non c’è che da tenerla per mano).

Ma “spazio-tempo”: questa sera non ero ancora sazio dei chilometri macinati in questa giornata di sole sulla Guzzi Stelvio bianca (che infatti si chiama Bianca-Neve). Così all’ora del tramonto mi sono presentato, un po’ mogio, davanti al Ponte di Pizzighettone. Molto bello, come sempre, ma l’isola non c’era.

venerdì 3 ottobre 2008

La felicità è la strada #1


Viene buio presto ormai. Oggi poi pioviggina anche, per cui c'è ancora più buio...
Mi stringo nella giacca di velluto mentre passeggio sul marciapiede lucido; poca gente, qualche ombrello, vetrine illuminate poco convinte. Ecco il portone di casa. Non ho voglia di rientrare. Penso che questo è un "momento". Un momento che sto vivendo.
"La felicità è la strada" è quella frase che mi piace tanto; non significa forse che non è tanto dove arriviamo quello che conta, ma la strada che percorriamo per arrivarci? In altre parole, della vita va vissuto e goduto ogni momento, perché li sta la felicità. Decisamente meglio che soffrire per tutto il percorso sperando in chissà quale ricompensa divina...

Dunque, questo è un momento, anche piuttosto cinematografico direi. Potrei entrare in un bar, farmi servire un aperitivo e guardare le persone, proprio come se stessi guardando un film. Ma non ne ho proprio voglia. E non mi sento affatto felice. Guardo le finestre di casa, illuminate. Mi fermo a scrutarle, non so neanch'io perché. È come se mi aspettassi di vedere dietro le tende le ombre della mia famiglia felice, me compreso, fare qualche cosa di molto casalingo, di molto cinematografico. Ma io sono qui, e comunque le tende non fanno trasparire nulla. Mi giro a guardare la vetrina di una libreria; non sono sicuro di guardare qualche cosa in effetti. Probabilmente sto solo prendendo tempo. Perdendo tempo. Philip Roth... una copertina molto moderna... ma non era uno scrittore mitteleuropeo, roba di un secolo fa? Roth... Arlen Roth. No, quello è un chitarrista, raffinato, quello di The Kids On The Block. Newyorchese, forse. O forse no.
Ah ecco, si chiamava Joseph Roth, La cripta dei cappuccini. Bellissimo romanzo, romantico, decadente, proprio qualche cosa di adatto al mio stato d'animo attuale.
Fa freddo ed è inutile che continui a stare qui fuori a perdere tempo. Tanto non ci vado a bere un aperitivo. Entro nel portone. Entro in casa. La voce di mia figlia che mi chiama, felice. Mi butta le braccia al collo.

"Ciao ciccia, ti va una pizza o un Mc Donalds?"
"No voglio mangiare in casa"
"Che c'è di buono?"
"La mamma ha fatto il minestrone"
"Allora mi sa che ci vado davvero a mangiare una pizza"