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mercoledì 17 marzo 2021

Aspettando la Primavera

 


Quando mia figlia andava all’asilo, l’asilo era proprio di fronte a casa nostra. Ci eravamo inventati un gioco: ci raccontavamo quanto sarebbe stata lunga la strada per arrivarci, e che cosa avremmo incontrato sul nostro cammino. Ponti, valli, monti. Le sette colline fatate, le sette cascate. Fiumi, laghi, mari. Avremmo certamente dovuto procurarci una barca. Ogni mattina, uscendo, ci raccontavamo cosa avremmo dovuto superare per arrivare. Era un gioco divertente, ma molto breve, perché l’asilo compariva subito davanti ai nostri nasi. 

In Marzo avevamo fatto un’aggiunta. Uscendo di casa, ci chiedevamo se la Primavera fosse arrivata. 

Uscivamo, annusavamo l’aria speranzosi, ma no, ogni mattina l’aria era quella fredda e asettica dell’inverno. 

Ogni mattina uscivamo:

«Sarà arrivata la Primavera?»

«Annusiamo!»

«No, ancora non c’è. Si sarà attardata per strada. Magari, addirittura, si sarà persa!»


Fino a che, una mattina, annusando, ci sorprendemmo: l’aria era tiepida e profumata, sapeva di fiori, di sole e di felicità. 

La Primavera alla fine era arrivata. All’improvviso. 

giovedì 1 gennaio 2015

La storia di Natale del 2014


Immaginate. Immaginate di essere vecchi vecchi vecchi, al capolinea della vostra vita. In un letto.
Vi guardate le mani rattrappite dall’artrosi, e non ci potete credere. Una stanza bianca, che neanche riconoscete. Avete ricordi solo di quando eravate più giovani. Ricordate di quello che avevate e di quello che oggi non avete più. L’infermiera dice che è la notte di Natale. Vi fa pensare alle notte di Natale di tanto anni prima, quando magari passeggiare nella folla vi irritava, e gli alberi e le palline non vi dicevano niente. Pensate che quello che desiderereste davvero è una macchina del tempo, che vi riporti al Natale di quando eravate più giovani, alle persone che avete perso, al posto dove vivevate. Quando eravate felici senza neanche saperlo.
Ma tornare indietro nel tempo è impossibile, si sa...
Sicuri? Chiudete gli occhi e riapriteli.
Esauditi! Buon Natale.


P.S.: ok, leggete qui la storia di Natale di BEAT 


martedì 25 dicembre 2012

una storia di Natale


Mi ha sempre affascinato la capacità di scrivere una storia su ordinazione, come la storia di Natale che pubblicano i quotidiani americani. Questa l'ho pubblicata sul numero di SUONO in edicola in dicembre. Purtroppo la mia storia è la conferma di ciò che già sapevo, cioè che scrivere racconti non è il mio campo. Ma è solo per gioco.

Da qualche parte nei sobborghi, Charlie rientra a casa. Nella cassetta delle lettere, una busta con l'indirizzo scritto a mano. Viene da Minneapolis, e la calligrafia è di qualcuno che forse avrebbe preferito non dover ricordare. Si infila la busta nella tasca, la aprirà più tardi, dopo aver pranzato solo, sulla poltrona di fonte alla televisione spenta, con un bicchiere di Jack Daniels allungato. Charlie si infila gli occhiali e legge. “Ciao Charlie. Sai, adesso vivo proprio sulla nona strada, sopra quel negozio di libri polveroso fuori da Euclid Avenue. Non mi faccio più e non bevo più nemmeno whiskey. Ho un uomo, suona il trombone e ha un lavoro alle ferrovie. Mi ama, anche se quello che aspetto non è suo figlio, ma dice che crescerà come fosse il suo. Mi ha dato un’anello, era di sua madre, e ogni sabato sera mi porta fuori, a ballare…” Dalla finestra di fronte arriva il solito frastuono di quella giovane coppia di irlandesi che tanto per cambiare litiga. Lui è piccolo e sdentato, si da un sacco d’arie e veste una giacca consumata... 

continua a leggere la storia sul Blue Bottazzi BEAT.

domenica 11 novembre 2012

San Martino



La nebbia agli irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;

Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de’ tini
Va l’aspro odor de i vini
L’anime a rallegrar.

Gira su’ ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l’uscio a rimirar

Tra le rossastre nubi
Stormi d’uccelli neri,
Com’ esuli pensieri,
Nel vespero migrar.

(Giosuè Carducci)

Mia nonna abitava sulla pianura del Po, con tutta la famiglia Bottazzi. Con il nonno, di cui porto il nome, e lo zio, Giuseppe Bottazzi, non per caso omonimo del Peppone di Guareschi. Per mia nonna la parola sanmartino era sinonimo di trasloco. Perché in campagna, all’epoca della mezzadria, il contadino (che lei chiamava fittavolo) che lavorava la terra ma non la possedeva, poteva spostarsi da un podere all’altro solo aver concluso il ciclo naturale dell’anno, cioè dopo che ciò che era stato seminato l’anno precedente era stato raccolto ed utilizzato. Per molti versi il giorno di San Martino era il primo (o l’ultimo) giorno dell’anno solare. Un esempio di trasloco di San Martino è nel toccante film L’Albero degli Zoccoli dei fratelli Olmi, che si svolge per l’appunto nell’arco di un anno da un San Martino a quello successivo. Però il ricordo più vivo che ho di questa data risale alla mia infanzia, quando a noi bambini veniva somministrato un racconto che ha sempre provocato il mio stupore, se non un po’ della mia ingenua infantile indignazione. La storia che veniva raccontata a scuola o in chiesa, fino a che l’ho frequentata, era più o meno questa. C’era questo soldato romano, di nome Martino (nomen omen), che a cavallo incrocia un poveretto semiignudo che sta morendo nel freddo novembrino. A volte in alternativa Martino era un nobile, a volte già un santo, o almeno tale io dovevo figurarmelo dal momento che suppongo venisse presentato dal narratore proprio come “San” Martino. Comunque fosse, un notabile, un happy-few, un raccomandato, uno che piaceva alla dirigenza. Questo Martino vede il povero mezzo nudo (non tutto nudo che sarebbe stato sconveniente), si commuove, si cava di dosso il proprio mantello (che io a questo punto immaginavo un caldo ermellino) e con un preciso gesto di spada lo taglia in due. Metà lo consegna al povero perché si copra, metà lo tiene per sé perché comunque freddo fa freddo. Finisse qui, sarebbe un bel racconto, educativo, formativo, istruttivo. Ma qui avviene il fattaccio, uno dei tanti che avrebbe contribuito a far franare un giorno la mia fiducia nella costruzione. La povertà, il freddo, la sofferenza ci sta tutto, fa parte del modo in cui il mondo funziona. Il passo falso è questo: Dio, che è ovunque, ha visto il bel gesto di Martino, se ne commuove e lascia spuntare il sole a riscaldare un po’ la terra ed i suoi sofferenti abitanti. Non solo, a imperituro ricordo di quel gesto, da allora ogni anno all’inizio del mese di Novembre ci sarebbe stato un giorno di caldo, di sole, dalla gente chiamato l’estate di San Martino. Fine del racconto edificante, la morale è che la bontà paga e c’è un tornaconto nell’essere generoso. Ma a me i conti non tornavano neanche un po’: ma come, Dio non è neutrale, può intervenire per sedare la sofferenza e fare del bene. Ma se è così perché non ha allora fatto sbucare il sole prima dell’arrivo di Martino, per riscaldare l’ignudo e far cessare la sua pena? E già allora che c’è, perché io pensavo in grande, se è nelle sue possibilità, perché mai donare al mondo un’inverno gelido (o una canicola) quando potrebbe realizzare un’eterna primavera? La riposta l’intuivo: perché il povero non contava nulla, ma Martino era uno dei suoi, un raccomandato, un notabile, uno per cui creare regole ad-personam, uno che non gli piaceva veder soffrire.

Caino uccise Abele, Seth non sapeva perché
se i figli di Israele dovevano moltiplicarsi
perché uno dei bambini doveva morire?
Così lo chiese al Signore
e il Signore gli rispose:

"L'uomo che non significa niente per me  
meno dell’ultimo fiore di cactus
o dell’umile albero di yucca
Mi cercate nel deserto
perché pensate che io abiti li
è per questo che amo l’Umanità… 

”Signore, la peste è nel mondo
Signore, nessun uomo è libero
i templi che abbiamo costruito per Voi
sono crollati nel mare
Signore, se non vi prendete cura di noi
non potreste per favore almeno lasciarci vivere? "

E il Signore disse:

"Ho bruciato io le vostre città - quanto siete ciechi
vi ho preso i figli e voi dite quanto siamo fortunati
dovete essere del tutto pazzi per riporre la vostra fiducia in me
ecco perché amo l'Umanità
avete davvero bisogno di me
ecco perché amo l'Umanità "

(Randy Newman)

Detto questo, buon San Martino a tutti e vivano l'estate di San Martino, le nostre tradizioni ed il nostro lunario, come lo chiamava la nonna.

mercoledì 10 agosto 2011

Notte di San Lorenzo


«I've seen a shooting star,
and I thought of you» (Bob Dylan)

«ho visto cadere una stella
e ho desiderato te» (Il Ratto Baratto)

Il desiderio fa parte della natura umana. Vedere cadere una stella mi da diritto ad esprimere un desiderio. Sin da bambino, allora il dieci di agosto si era al mare in Versilia, mi si diceva: "hai visto una stella cadente? Esprimi un desiderio". La notte di San Lorenzo è un rito, e sono i riti e le ricorrenze che rendono l’anno più interessante. Nel passato ho caricato in auto amici, fidanzate, famiglia, per raggiungere la collina dove il cielo è più pulito e nero per godere dello spettacolo del cielo stellato che in città non si può vedere.

Una notte, quando ero giovane e bello, stavo dormendo in una sperduta sede di Guardia Medica, sull’Appennino fra la pianura padana ed il Mar Ligure. All’improvviso senza una ragione al mondo, apro gli occhi: la piccola finestra è aperta e nell’oscurità il cielo appare blu. Non ho neanche il tempo di rendermi conto che non sto dormendo quando vedo per un istante, nitida e precisa, la scia luminosa una stella cadente tagliare da una parte all’altra proprio quel minuscolo pezzetto di cielo. Davvero ho visto una stella cadente? Mi sono svegliato esattamente nel momento preciso in cui cadeva una stella? Ancora oggi io credo di averla vista per davvero, di non essermela sognata e di avere, suggestionato, in realtà aperto gli occhi solo dopo. Il pensiero corre al primo amore, finito da poco per correre più libero e leggero lungo la vita che ho davanti. Nella notte perso che mi manca, che vorrei poterla abbracciare ancora e ‘desidero’ che lei sia di nuovo mia. Il giorno dopo le telefono, la cerco, la raggiungo, ed evidentemente il primo amore non era ancora del tutto esaurito per nessuno dei due. (È per lei che anni dopo ho scritto Il Ratto Baratto).

Sono passati anni. 

Sto viaggiando in auto nella notte, con un amore nuovo, di ritorno da una pizzeria in collina. Realizzo che è il dieci di agosto, e infilo l’auto in una stradina fra i campi. Un vento furioso agita l’erba e ci colpisce il viso con ondate di aria calda. Il cielo è limpido e pulito più che mai e sembra una volta di stelle. Stelle che cadono che sembrano fuochi d’artificio. Potrebbero non realizzarsi i desideri espressi in una notte magica come quella? Desidero di avere una famiglia tutta mia e desidero di avere dei figli. Non c’è nulla di particolarmente irrealizzabile in un desiderio così, ma ho pensato spesso a quella notte quando ho avuto una moglie ed una figlia (no, non con lo stesso amore di quella notte). Ci ho pensato ogni volta che ho portato la mia famiglia sulla collina nella notte di San Lorenzo.

Poi, ad un certo punto, la famiglia si è dissolta. L’anello inaspettatamente difettoso è saltato e la catena si è spezzata. Oggi ho una figlia ma non ho più una famiglia. Immagino di non poter recriminare nulla a quelle stelle: il desiderio dopo tutto era stato realizzato. Sono stato con mia figlia sulla collina: c’era un profumo di buono, una tiepida aria estiva ed una vista delle luci nella pianura che sembrava di essere a Los Angeles sulle Hollywood Hills. Ma il cielo era così nuvoloso che si intuiva a malapena la luna. Neanche una stella.
Questa sera è nuovamente, una volta di più, la Notte di San Lorenzo.

“Tonight I'll be on that hill 'cause I can't stop,
I'll be on that hill with everything I got,
Lives on the line where dreams are found and lost,
I'll be there on time and I'll pay the cost,
For wanting things that can only be found
In the darkness on the edge of town”

"Questa notte sarò su quella collina perché non posso fermarmi, sarò su quella collina con tutto ciò che ho, vite sul confine dove i sogni si trovano e si perdono, sarò là per tempo per pagare il prezzo di volere cose che possono essere trovate solo nell’oscurità ai bordi della città” (Bruce Springsteen, 1978)

giovedì 11 febbraio 2010

XI Febbraio


Vi siete mai domandati perché in ogni città italiana una via del centro si chiama via (o corso, o piazza) “XX Settembre”?
Siamo così abituati fin da piccoli a vie con un nome di data che non ci facciamo nessun caso, ma abbiamo un’idea del perché queste date siano state immortalate in una strada e portate fino a noi?

I Maggio: questa la sappiamo tutti, perché il Primo Maggio è festa e se le date combinano e il tempo aiuta si fa il ponte al mare. Il 1 Maggio è la Festa del Lavoro, dalla grande manifestazione che si tenne il 1 Maggio 1866 a Chicago nel giorno in cui in Illinois fu introdotta la giornata lavorativa di otto ore: “otto ore per lavorare, otto per svagarsi, otto per dormire”.

XXIV Maggio: l’Italia dichiara guerra all’Austria Ungheria, 1915 (la Grande Guerra, la più sanguinosa). C’è la via, ma vivaddio non si festeggia.

X Giugno: nel 1946 Pietro Nenni proclama la Repubblica Italiana. (In seguito, il 10 Giugno 1968 la nazionale italiana di calcio vince il suo unico campionato europeo di calcio, ma la via esisteva già).

XX Settembre: Breccia di Porta Pia, 1870. I bersaglieri entrano in Roma, completando l’unificazione d’Italia e ponendo fine al millenario potere temporale della Chiesa. Non si festeggia. Forse perché in Vaticano non è festa?

IV Novembre: fine della Prima Guerra Mondiale, 1918 (armistizio austriaco). Non c’è da stupirsi invece che non esistano vie 8 Settembre.

È raro, ma in certi piccoli paeselli la strada che porta alla chiesa prende il nome di XI Febbraio. Che data misteriosa è mai questa? La data dei Patti Lateranensi, quando il Duce, per assicurarsi l'appoggio della chiesa cattolica vendette la laicità dello Stato Italiano, vanificando di fatto il XX settembre. Non l'avesse fatto lui lo farebbero di questi tempi.

lunedì 25 gennaio 2010

mercanti di neve


Non riesco ad arrendermi al cibo industriale del supermercato: mi piace ancora andare per antiche botteghe e per produttori artigianali. Nella mia città non ce n'è più ma basta raggiungere le valli che non è difficile trovare una vecchia bottega che sopravvive all'assalto dei primi piccoli supermercati.
C'è un pastore sardo che un giorno ha portato le sue pecore a vivere su un prato delle nostre fredde colline, che produce pecorino fresco e stagionato. Solo bisogna andarselo a prendere a casa delle sue pecore, seguendo la via indicata da un cartello di legno scritto a mano.
Di tutti i negozietti il mio preferito è una salumeria familiare in Val Trebbia, dove artigianato alimentare e vecchia bottega trovano la loro definizione. In Emilia siamo consumatori di salumi: in Val di Ceno chiamano il maiale "Sua Maestà" e nel nostro dialetto le mucchie si chiamavano "le bestie" ma il maiale "l'animale". Da noi vicino al Po si produce salame, coppa e pancetta, a Parma prosciutto crudo e culatello, più in la da Reggio a Modena zampone, a Bologna la mortadella, a cui hanno dato il nome stesso della loro città.

Sabato ho voluto vedere le colline imbiancate e sono arrivato fino a quella salumeria in cerca di salame e salsiccia (trasformata a sera in un risotto).
So che prima o poi andrò a vivere in un paese: mi è bastato varcare la soglia per trovare i ritmi di chi non ha bisogno di correre, un salumiere ammiccante in vena di facezie con la moglie, un avventore pigro che non ha nessuna fretta di concludere gli acquisti, e chiacchiere in libertà sulle novità che novità non sono mai, ma sono al contrario tradizione, come quando si nomina il freddo pungente e i giorni della merla, che ancora sono da venire. Ed è a questo punto che ho sentito una frase che avevo dimenticato da decenni: i mercanti di neve. È bastata la parola per portarmi alla mente i ricordi, le sensazioni e gli odori della crepuscolare campagna innevata sbirciata delle finestre della casa di campagna della nonna, al calore di una stufa a legna.
I mercanti di neve sono alcuni dei santi del calendario, anzi del lunario, che scandiscono il ritmo circolare dell'anno. Dicono in salumeria che la primavera è lontana e che manca ancora all'appello più di un mercante da neve: lunedì, per esempio, San Paolo, sarà un mercante da neve. Non c'è niente di meno che scientifico in queste ricorrenze secolari, solo un calcolo probabilistico, come del resto probabilità sono quelle che regolano le più blasonate previsioni del tempo.

E chissà perché quando questa mattina, giorno di San Paolo, affacciandomi dalla finestra ho visto qualche fiocco di neve cercare di svolazzare nell'aria, non mi sono affatto sorpreso.

martedì 19 gennaio 2010

gennaio


L’ho scritto l’anno scorso, l’ho scritto l’anno prima, lo riscrivo ora: gennaio è l’unico mese non bello di tutto l’anno. La neve l’abbiamo già vista, le feste sono terminate, ora desideriamo solo rivedere il sole ma ancora dobbiamo doppiare i gelidi giorni della merla.
Lo sappiamo, prima o poi tornerà la primavera, la più bella di tutte le stagioni, metafora della vita che torna, ogni anno, ciclicamente, a darci speranza che lo stesso possa avvenire per la nostra vita medesima. Quello che però trascuriamo di osservare è che non torna proprio uguale ogni anno: ogni volta siamo noi ad essere un po’ più vecchi, e non è divertente.
Se proprio la vogliamo buttare in metafora, l’autunno è bellissimo, ma è meno amato della primavera. È l’età in cui se non proprio più saggi almeno siamo un po’ più padroni di noi stessi. Però l’autunno non lo amiamo come la primavera perché: primo, da ragazzini finivano le vacanze e si tornava a scuola (e questo all’autunno non glielo perdoniamo). Secondo, anticipa il freddo che verrà.
Cinquant’anni non è una brutta età, mi credano i più giovani. È il pensiero di quello che viene dopo che mi fa girare le palle.

P.S.: volete leggere i vecchi post sul Calendario?

martedì 5 gennaio 2010

la Befana



Dice Carolina che a Babbo Natale piace farsi vedere, alla Befana no; a Santa Lucia meno che mai. È che Babbo Natale ha una fabbrica intera di giocattoli, mentre la Befana è povera e ha le scarpe rotte, ma le piace ugualmente portare qualche cosa ai bambini, magari anche solo caramelle.
Invece: chi da i soldi a Santa Lucia per fare gli acquisti?

venerdì 1 gennaio 2010

Buon anno #3


La notte dell'ultimo dell'anno mi è sempre stata un po' sulle palle. Non solo perché raramente mi sono divertito; non solo perché il conto alla rovescia per la mezzanotte sa un po' di "Fantozzi - trenino - brigittebardotbardot"; non solo perché il primo giorno dell'anno ti svegli fuori tempo massimo con la nausea, un cerchio alla testa ed un magone così.
Mi sta sulle palle soprattutto perché non capisco cosa ci sia da festeggiare in un altro anno che se ne va. Siamo sulla terra il tempo di un soffio di vento, i decenni ci scappano dalle mani come sabbia e noi lo festeggiamo pure?
I deficienti che alla mezzanotte strillano, sbraitano, suonano il clacson, perdono il senso della misura e della dignità mi ricordano quelli che festeggiano perché qualcun altro ha vinto dieci milioni di euro alla lotteria, oppure perché undici milionari in mutande hanno vinto una partita di pallone.
Mi si dice che si festeggi la speranza che l'anno che verrà porterà tutte le cose belle che fino ad ora ci sono state negate. Ma allora la memoria storica?

Il peggior capodanno che ricordi l'ho passato in un villaggio vacanza all'estero a sei ore di fuso orario dall'Italia, dove i deficienti di cui sopra hanno festeggiato rumorosamente nel pomeriggio il capodanno italiano e a mezzanotte quello caraibico, tuffandosi in piscina vestiti sotto gli occhi compassionevoli dei camerieri che ovunque avrebbero voluto essere tranne che a far da balia a turisti italiani ubriachi di alcolici "full inclusive"...

P.S.: auguri di buon anno nuovo! ;-)

domenica 27 dicembre 2009

Santo Stefano


Il 26 dicembre, giorno di Santo Stefano, è terra di nessuno.
Ricordo più di un 26 dicembre di tanti anni fa, da solo in Guardia Medica in campagna per 21 ore consecutive. C'era la neve (un paesaggio di commovente bellezza, e più era bello più ti commuovevi a guardarlo da solo) e tutto il Natale era definitivamente finito. I negozi chiusi, i bar chiusi, i ristoranti chiusi. Rischiavi seriamente di restare a digiuno. Gli unici contatti con il genere umano: telefonate di persone che stavano male. Magari perché avevano fatto indigestione. (Triste).

Ricordo invece di una Guardia Medica nella notte di San Valentino. Da solo in pizzeria, fui invitato ad una tavolata di ragazze in festa. Che poi si rivelarono essere infermiere. Quella fu una guardia più divertente della media.

NB: la foto è autentica. Riuscite ad intravvedere il riflesso della targhetta da "medico in visita" sul parabrezza? Provate per un attimo a pensare ai medici di guardia come persone...

venerdì 30 ottobre 2009

il giorno dei morti



Il giorno dei morti ci si mette il cappotto, perché l'aria si è fatta fredda ed è arrivata la nebbia. Il giorno dei morti si guardano sulle tombe quelle foto tonde con piccoli volti in bianco e nero di un tempo che non c'è più, che sorridono lontani perché a loro niente importa più. E quando esci dal cimitero non vedi i campi perché la bruma copre anche il sole.
Mia nonna che leggeva il quotidiano solo se lo teneva disteso sul tavolo del pranzo; e leggeva praticamente solo la pagina dei morti come se fosse stata facebook per vedere se ci fosse qualcuno che conosceva. E io che me ne ridevo, perché avevo sei anni.
Reif che con i suoi occhi innocenti correva a rincorrere qualsiasi cosa gli lanciassi, completamente felice solo perché io ero li.
E il mio cappottino, che sentivo pesante perché era il primo giorno che lo mettevo.

giovedì 29 ottobre 2009

anta ++


Ci sono due date in cui non trovo molto da festeggiare: il 31 dicembre ed il compleanno. Però se le ignori del tutto poi ci resti male...

mercoledì 30 settembre 2009

ieri, 29 settembre


Ieri, 29 settembre... (“seduto in quel caffé, io non pensavo a te...”)

Se l’avete riconosciuta, vuol dire che siete vecchi. Vecchi abbastanza da ricordare il 1967. Tutto doveva ancora succedere.
Questi ovviamente erano solo l’Equipe 84 (non ho nostalgia del bit italiano, che banalizzava in chiave leggera le canzoni di una musica rock che diventava adulta), ma la canzone era firmata da un giovane Lucio Battisti, l’unico tentativo di rivoluzione della musica leggera italiana (musica leggera che per altro non fu capace di farsi influenzare da Battisti, come invece il beat britannico dai Beatles e il rock USA da Dylan).

Su Anni Rock ho pubblicato un elenco di dischi usciti nel 1967:

45:
Pink Floyd > Arnold Layne; See Emily Play (Columbia EMI)
Jimi Hendrix > Purple Haze; Foxy Lady (Polydor)
Beatles > Strawberry Fields Forever; Penny Lane; All You Need Is Love (Parlophone)
Rolling Stones > Ruby Tuesday; We Love You; She's A Rainbow (Decca)
Who > Substitute; The Kids Are Allright
Turtles > Happy Together
Wilson Pickett > Everybody Needs Somebody to Love

LP:
Pink Floyd > The Piper At The Gates Of Dawn (Columbia EMI)
Jimi Hendrix > Are You Experienced (Polydor)
Beatles > Sgt. Pepper (Parlophone)
The Who > Sells Out (Track)
Cream > Disraeli Gears (Reaction)
Doors (Elektra)
Velvet Underground > And Nico (Verve)
Traffic > Mr. Fantasy (Island)

martedì 1 settembre 2009

Buon Anno!


Già: "buon anno!" perché è l’anno nuovo non inizia al primo gennaio, che è un giorno proprio identico al 31 dicembre.
Il nuovo anno inizia al primo lunedì di settembre, dura fino a luglio e si sospende in agosto.
È non lo accogliamo festeggiando come idioti ubriachi, scombinati e rumorosi, ma riflettendo nel nostro intimo, tirando qualche somma e organizzando qualche proposito.

E mentre facciamo propositi per l’anno nuovo cerchiamo di non farci influenzare dalla sindrome del “primo ottobre” e cerchiamo di goderci questi mesi di Vendemmiaio, Brumaio e Frimaio, fra i più belli e sottovalutati dell’anno.

sabato 15 agosto 2009

non c'è più il ferragosto di una volta


“È stata un'estate splendida qui a sud delle Alpi e ogni giorno, da due settimane a questa parte, sentivo il recondito timore della sua fine, quel timore che per me è aggiunta e condimento segreto di tutto ciò che è bello. Temevo soprattutto ogni accento di temporale perché dalla metà di agosto in poi un temporale può facilmente degenerare, durare giorni, e poi l'estate è finita anche se il tempo si riprende. 

Proprio qui nel sud è quasi una regola che l'estate venga messa in ginocchio da un simile temporale, che debba trovare una molta repentina, fiammeggiante e convulsa. Poi, quando gli spasmi del temporale sono passati, quando i lampi, i tuoni, gli scrosci di tiepida pioggia si sono via via smorzati, un mattino o un pomeriggio fa capolino dalle nubi un cielo fresco e tenero di un colore radioso pregno d'autunno...”

(Hermann Hesse)

martedì 14 aprile 2009

Giorno di festa


Le mie feste preferite sono quelle dalle radici pagane, le feste in relazione con le stagioni e con il ciclico rinnovarsi della vita. Feste da festeggiare nell'intimità del proprio animo piuttosto che nel consumismo mondano.

Se "ciclo" deve essere, allora si inizi con l'inizio dell'anno. Con tutta evidenza l'anno nuovo non inizia il primo gennaio, giornata esattamente identica al 31 dicembre, non fosse che per un poco di mal di testa da cattiva digestione, soprattutto da alcolici. Alle nostre latitudini di paese mediterraneo l'anno termina con luglio, resta sospeso in agosto, e inizia di nuovo il primo di settembre. Ai tempi della scuola avrei detto il primo ottobre, ma oggi anche la scuola non inizia più in ottobre. Naturalmente non c'è niente da festeggiare in un nuovo anno che arriva ed un altro anno che se ne va, lasciandoci un poco più vecchi. Ed anche per quello che riguarda le grandi aspettative per l'anno nuovo, l'esperienza ci avrà bel insegnato qualche cosa... Dunque, primo settembre anno nuovo, ma senza festa.

L'inverno bello, quello della prima neve e della mitologia, si festeggia all'altezza del solstizio. Direi, data l'importanza della festa, dal 13 dicembre Santa Lucia al 25 dicembre giorno di Natale, con un eco fino al 31 dicembre e all'epifania, che tutte le feste si porta via.

L'inverno di gennaio è invece freddo, interminabile e noioso. La prima voglia di festa è rappresentata dai tre Giorni della Merla, il 29, 30 e 31 gennaio, che essendo secondo la tradizione i giorni più rigidi dell'anno rappresentano anche il traguardo, il punto di non ritorno oltre il quale si comincia ad attendere l'arrivo della primavera e dei giorni più caldi. Più precisamente dalla Candelora, 2 febbraio.

Pasqua è la festa della primavera, della rinascita, della speranza. La stagione più bella dell’anno e della vita (e la più rimpianta). Ma il bello è che ritorna tutti gli anni. Come l’alba segue sempre alla notte, la primavera segue sempre all’inverno. Chissà che anche una nuova vita non segua a questa.
Pasqua è la festa della rinascita e della speranza, e non a caso a caso si festeggia la risurrezione. Significativamente cade la prima domenica (giorno di Dio) dopo la prima luna piena dopo l'equinozio di primavera, il giorno dal quale le ore di buio diventano meno di quelle di luce. da quel momento si esce dalla stagione buia e fredda, l'inverno per entrare nella assolata e calda primavera.
Pasqua è il sabato del villaggio, e come tale la festa più bella dell'anno (anche se poi va spesso a finire che piove).

Il primo maggio è la festa del lavoro, che va festeggiata nel suo significato originale, quello che ci ricorda che la nostra giornata quotidiana è composta di lavoro per non più di otto ore, riposo per non meno di otto e infine di otto ore dedicate a noi stessi. A ricordarci che la felicità deve essere quotidiana. Anche il primo maggio è una festa antichissima, celebrata in epoca pre-cristiana come festa dei fiori, inizio dell'estate, festa di Walpurgis per i Vichinghi e inizio del mese di Maria per i Cristiani (e non va dimenticato che Maria, Nostra Signora, è perlomeno in tutta europa la Dea della Fertilità, divenuta madre di Cristo per sincretismo).

L'estate si festeggia la notte di San Lorenzo, il 10 agosto, quando è fatto obbligo ad ogni persona con un minimo di poesia nel cuore di andare a cercare una vetta da dove scrutare il cielo e godere del magico spettacolo della pioggia di stelle cadenti. Un avvenimento che ci fa sentire al tempo stesso così piccoli nell'universo e così importanti da vivere sotto un cielo così bello.

Manca qualche festa? Fosse per me, festeggerei la Presa della Bastiglia (14 luglio), come festa della Rivoluzione e dell'Illuminismo, a ricordarsi di restare sempre un po' rivoluzionari, e di non dimenticare dell'importanza dei diritti civili conquistati a fatica da qualcuno prima di noi. È ben vero che in quel giorno io lavoro, ma per una fortunata coincidenza la festa del patrono della mia città si tiene pochi giorni prima, il 4 di luglio, che oltreoceano è anche la Festa dell'Indipendenza di una nazione la cui anima poggia proprio sui principi dell'Illuminismo. Così non mi manca occasione di festeggiare anche la Rivoluzione.

Resta il compleanno. Ognuno ha il suo, un po' chiassoso, più o meno festeggiato. Ma siccome ad ogni compleanno mi ritrovo di un anno più vecchio, va a finire che quello che mi piace celebrare, per qualche istante dentro di me nel momento in cui me ne ricordo, è la più modesta ricorrenza dell'onomastico, che nessuno mai si ricorda di augurarci. 


sabato 21 febbraio 2009

Mardi Gras


Il martedì grasso è l'ultimo giorno della settimana di carnevale e, per i cattolici, il giorno degli ultimi bagordi e pasti “grassi” prima della quaresima pasquale. Seguiranno il mercoledì delle ceneri e i quaranta(quattro) giorni di digiuno e penitenze della quaresima (che a occhio ricorda un po' il ramadan) fino alla Pasqua, festa delle resurrezione.
Nonostante la Pasqua cristiana celebri una ricorrenza, non cade sempre nello stesso giorno, ma nella domenica successiva alla prima luna piena che segue l'equinozio di primavera.
A parte il fatto che la Pasqua cristiana trae origine dalla precedente Pasqua ebraica (che celebra l'esodo del popolo di Israele dall'Egitto), lo stretto legame con i cicli della luna e del sole la mettono in evidente relazione con una celebrazione pagana.
L'equinozio di primavera (21 marzo) è infatti il giorno in cui la durata del giorno è finalmente uguale a quella della notte: da quel momento si esce dalla stagione buia e fredda, l'inverno per entrare nella assolata e calda primavera.
L'abitudine di assorbire le festività delle culture e delle religioni precedenti prende il nome di sincretismo ed è stato utilizzato largamente dalla giovane chiesa di Roma -- ma anche dai romani pre-cristiani, se gli dei della Roma antica sono gli stessi dei dell'Olimpo. Molti dei primi santi hanno nomi di derivazione pagana, come Santa Brigida d'Irlanda, che prende il posto della celtica Brigida, o il culto di Notre Dame in Gallia che prende il posto della dea della fertilità. Una posizione che oltre di sincretismo fu spesso anche una necessità dei popoli a cui dopo il decreto di Teodosio del 392 fu proibito il culto di religioni diverse da quella cristiana (nemmeno ottant'anni dopo che i cristiani avevano ottenuto per sè la libertà di culto).
Martedì grasso è l'ultimo giorno del riso e dello scherzo, l’ultimo giorno in cui è consentito venir meno alle gerarchie per mascherarsi da qualcuno che non siamo.
Pasqua è una festa pagana molto cristiana. Carnevale una festa cristiana molto pagana.

Carnevale quest'anno è arrivato troppo presto. Il tempo è freddo, il sole è basso, e non è ancora il momento di chiamarci fuori dall'inverno. I bimbi sono in costume ugualmente, ma a noi grandi, seri e seriosi, la stupidità del carnevale non diverte più. Quando al mercoledì (delle ceneri) prendeva inizia la quaresima, questo martedì era il martedì grasso perché bisognava dare fondo alla dispensa, e alla follia. Non sentiamo più il carnevale perché ormai ogni giorno licet insanire, ed io potrò liberamente scrivere le mie stupidate sul blog anche nei prossimi quaranta giorni.

sabato 14 febbraio 2009

innamorati


Questa cosa dell’innamoramento è potentissima, ma non è una nostra esclusiva: anche gli animali si innamorano, e per amore fanno pazzie persino superiori alle nostre, del tipo di prendersi a cornate con la rincorsa. Ricordo un bastardino di nessuna speranza che passava giornate intere a digiuno a struggersi d’amore di fronte al portone della casa dove abitava la barboncina di cui s’era incautamente invaghito.
Forse la differenza è che agli animali l’innamoramento dura un po’ meno che a noi. La maggior parte di essi infatti si innamora solo durante l’estro, cioè il periodo in cui la femmina è in calore. L’animale si innamora solo per riprodursi; dopo essersi accoppiato cambia idea sul fascino della compagna e si allontana senza rimorsi. E se anche la femmina non dovesse concedergli le sue grazie, alla fine dell’estro decide comunque che non vale la pena di languire dietro ad una femmina capricciosa, e al motto di "chi non ci ama non ci merita", dimentica le pene d’amore e si da ad attività più virili, come la caccia.

Anche per noi umani questo fenomeno dell’innamoramento è un imbroglio, una illusione ottica per farci accoppiare. Però il progetto è quello di rimanere assieme anche dopo aver generato una progenie, ed è per questo che ci innamoriamo e ci accoppiamo indipendentemente dal calendario, in ogni giorno dell’anno.

Cosa ci spinga ad innamorarci di una persona anziché un’altra rimane un mistero irrisolto. Sono d’accordo che è probabilmente più facile perdere la testa per Nicole Kidman che per la Litizzetto, o George Clooney invece di Paolo Villaggio, ma non è questo il punto. Esiste un’attrazione elettrica o chimica che ci scatta per una certa persona, e che resta assolutamente invisibile agli altri. I più romantici sostengono che ci sia una predisposizione dettata dal destino, un’anima gemella che in qualche luogo attende proprio noi. Ma proprio in questa attrazione elettrochimica si cela una delle più grosse fregature dell’innamoramento. Perché questo meccanismo non è stato progettato bene: il fatto che scatti il meccanismo a uno, non corrisponde necessariamente allo scatto dell’altro. Voglio dire: se un’attrazione fra anime affini esiste, sarebbe corretto che fosse reciproca. Invece mentre uno comincia a sentir suonare le campane, l’altra può rimanere del tutto indifferente, se non addirittura infastidita dal corteggiamento.
Questo mal funzionamento del meccanismo dell’innamoramento è la causa dei più grossi struggimenti (potrei dire dolori) dell’adolescenza. Chi non ha pianto perché lei (o lui) rimaneva indifferente al proprio amore? Pare impossibile che mentre una persona è agitata dal rimescolamento violento degli ormoni, l’altra di questo frastuono non avverta nemmeno il fruscio. Anzi, per qualche crudele motivo, da adolescenti immaturi eravamo soliti morire per chi non ci voleva (quasi sempre una stronza) e trattavamo con freddezza o cattiveria chi invece ci apprezzava. È il cinismo de: “in amore vince chi fugge”.

Non c’è regalo che tenga: che c’è di peggio di presentare con tutto il proprio amore un regalo, per quanto prezioso, a chi volta lo sguardo dall’altra parte? Non potrò dimenticare il giovane e totalmente inesperto me stesso adolescente che torna da una gita scolastica a Firenze con una cintura di Gucci in tasca, e che viene lasciato (veramente allora si diceva piantato) dalla sua fidanzatina proprio all’appuntamento in cui avrebbe dovuto consegnargliela. Mi credete se vi dico che nel juke box suonava “Quando finisce un amore”, la canzone che porta sfiga più di ogni altra nella storia della musica leggera?
Le donne hanno sempre un gusto crudele nella scelta dei momenti cruciali.

Non è che fosse più facile lasciare la ragazza venuta a noia. La frase chiave era: “ti devo parlare”. Ecco, fra persone intelligenti sarebbe bastata quella password per capirsi e passar oltre. Invece no, fra innamorati bisognava spiegarsi, farsi del male, ricorrere al repertorio del “sono in crisi”, “ho bisogno di tempo per pensare”, “ti meriti di più” o “vorrei solo sapere il perché”. Persone della cui intelligenza non dubito, che le stesse frasi avevano già usato in proprio per scaricare fidanzati usati, da innamorate confidavano seriamente all’amica “sai, ha bisogno di tempo per pensare...”. O, ancora più deprimente, “ci siamo presi un po’ di tempo per pensare”.

“Laura?”
“Ci siamo lasciati”
“Tu o lei?”
“Io. È scappata con un pianista e io l’ho lasciata”

Con gli anni qualcuno di noi ha imparato a controllarsi, qualcuno a corteggiare, qualcuno è diventato un professionista dell’innamoramento, qualcun altro del tradimento. Ma gli ostacoli non sono finiti. L'esperienza più dura è quando il meccanismo dell'innamoramento sembra scattare da entrambe le parti, la storia prende piede, le difese vengono abbassate e ci si lascia andare anima e corpo alla love story. Che è sempre un po’ sbilanciata da una parte, anche se è quella di Romeo e Giulietta. Si fanno progetti, si conta sul proprio amore. Fino a che uno dei due si accorge di essersi sbagliato. Sì, quella è la parte più dura: “quando finisce un amore”.

Anche qui c’è il repertorio:
“Non voglio nessuna se non posso avere lei”
“il mare è pieno di pesci”
“no, non capisci, per me c’è solo lei”
E in casa a soffrire.

Ricordo di una storia d’amore particolarmente passionale. Poi la storia finisce e io sono solo a casa a piangermi addosso. Passano i soliti amici e mi portano in discoteca, che è un posto già abbastanza odioso di per sè, ma diventa insopportabile quando sei triste. Sono lì come un idiota in silenzio con un gin tonic in mano (nessuno beve più gin tonic dagli anni settanta) a guardare nel vuoto, quando fa il suo ingresso una ragazza molto attraente, con un seguito di pretendenti. Mi riprendo, perché questa ragazza mi aveva corteggiato qualche mese prima, ma io niente perché ero già innamorato e soddisfatto (sono un tipo di indole fedele). Bene, mi avvicino, sfodero la cosa più vicina al sorriso che riesco ad esibire e pronuncio un “ciao” che vorrebbe essere affascinante (che nel frastuono della discoteca devi gridare, ed è molto difficile fare la voce gigiona che affascina urlando).
Lei mi guarda sorpresa, mi squadra da capo a piedi e butta li un: “come sei ridotto male”
Ecco, le donne sono così: annusano il successo e annusano la sfiga. E quella proprio non la vogliono. Inutile dire che sono uscito dalla discoteca in quello stesso istante per mai più tornarci.

Comunque essere innamorati è bellissimo. Ti fa sentire inserito nell’universo, in pace con la vita, ti fa sentire realizzato, ti fa godere di particolari che di solito neanche vedi, un lampione acceso, una panchina sotto la neve, un angolo romantico, una spiaggia che porterai nei tuoi ricordi per sempre. E i week-end giapponesi, quelli che passi senza alzarti dal letto neppure per mangiare, ti fai due spaghetti senza metterti le mutande e poi ancora a baciarti senza stancarti. Non ne abbiamo molte di vere-storie-d’Amore in una vita, e la cosa bella è che non le dimentichiamo più. Rimangono nostre comunque, perché le abbiamo vissute.

Però non confondiamo l'innamoramento con l'amore.

P.S.: poi ci sarebbe anche da sviscerare il capitolo del tradimento e dei traditori, che di fuori assomigliano agli esseri umani ma dentro ne sono completamente differenti. Ma toccherà ad un prossimo post...

giovedì 29 gennaio 2009

i giorni della merla


Le mie feste preferite sono pagane. Perché sono ricorrenze che festeggio nel mio intimo, senza il clamore e il consumismo che circonda le feste “comandate”.

Nella tradizione popolare i tre ultimi giorni di gennaio sono considerati i tre giorni più freddi dell'anno. Dal due di febbraio poi (la festa della Candelora) l'inverno un po' alla volta allenta la sua morsa, fino a regalare qualche giorno di sole attorno a Carnevale e arrendersi alla primavera nel mese di Marzo. Queste tradizioni erano particolarmente vive ai tempi dei nostri nonni, sia perché si viveva assai più a contatto con la natura ed i suoi ritmi, sia perché senza il riscaldamento centralizzato il freddo faceva più impressione.
Ho sentito innumerevoli versioni della storia dei merli, che a volte sono due (marito e moglie, maritati di fresco nel paese di lei vicino al Po) e volte tre (con il piccolo merlottino). Spesso sono storie tristi, di quella crudeltà che hanno i racconti e le ballate popolari d'altri tempi, con i merli che non sopravvivono a questo finale d'inverno. Quando alla fine in febbraio arriva il sole, i merli non ci sono più per accoglierlo.
La versione che preferisco me l'ha raccontata un'amica: c'è questa giovane famiglia di merli, merlo il papà, merla la mamma, merlino il figliolo, e sono tutti e tre di un colore bianco candido come la neve. Vivono su un tetto, nel gelido inverno padano. Il 29 di febbraio il freddo si è fatto così intenso che il papà sposta la famiglia vicino ad un grosso camino fumante, per godere di un po' del suo tepore. Poi si allontana in cerca di cibo. Torna il 31, arriva sul tetto, trova il camino ma sulle prime non riconosce la sua famiglia. Infatti mamma e figlio sono diventati tutti neri per la fuliggine. Racconta la storia che da allora tutti i merli nacquero neri.
In una versione di questa storia letta sul web ho trovato persino la localizzazione precisa del tetto, in Porta Nuova a Milano. Ma io credo piuttosto che si trattasse di un paesino di campagna lungo il Po, di quelli con quattro case lungo la strada imbiancata...