venerdì 29 gennaio 2010

Eataly


Torino è una città molto graziosa. Se può sembrare un aggettivo poco adatto ad una grande città aristocratica che è stata innumerevoli volte capitale - fra cui la prima capitale del Regno d’Italia - si tratta solo di abbandonare le seriose strade del centro storico per una passeggiata lungo il Po, che qui è un piccolo fiume aggraziato su cui è normale vedere sfrecciare le sottili barche dei canottieri e una ricca fauna di uccelli. Oppure arrampicarsi sul colle di Superga per osservare da sopra la nebbia la città incoronata dalle Alpi innevate.
Torino è anche una città vivace: nella cultura, nell’arte, nell’architettura. Nel recupero dell’architettura industriale, come sta facendo nella zona del Lingotto, sede di un vecchio stabilimento di automobili della FIAT.
Proprio in una fabbrica del Lingotto, quello della Carpano (che non solo produceva il vermouth ma che addirittura ne inventò il nome), ha preso sede uno strano supermercato, il più possibile antitetico dai supermercati della grande distribuzione. Questo “mercato” si è dato il nome di Eataly e lo slogan: “mangiare meno ma mangiare meglio”. In pratica raccoglie piccole aziende di misura artigianale il cui scopo è soprattutto salvaguardare il Sapore, oggi sacrificato sull’altare della produzione industriale e di norme igieniche della produzione del cibo che salvaguardano la produzione asettica ma certo non il sapore. Eataly è riuscito a distogliere l’attenzione dei clienti dal prezzo (basso) per portarla alla qualità (alta), in una società dove viceversa il quanto ha preso il sopravvento sul quale.

La vera mossa vincente di Eataly è stata però dotare i vari banchi del mercato in altrettanti banchi di ristorante dove mangiare a buon mercato sul luogo quanto viene prodotto, dal pesce crudo al baccalà, dalla costata alla pasta fresca, dalla focaccia al tartufo bianco, così come capita di fare nei mercati coperti specialmente del Nord Europa.
Non che sia facile mangiare ad Eataly, perché i banchi dei ristoranti sono letteralmente presi d’assalto - e anche perché non aprono che verso le sette di sera anziché funzionare per tutto il giorno - ma vale assolutamente la pena di organizzarsi una gita a Torino, visitare la Mole Antonelliana, passeggiare lungo il fiume dal Valentino a piazza Vittorio Veneto, prendere l’aperitivo nel quadrilatero romano ed infine sgomitare per uno sgabello ad uno dei banchi di Eataly per concludere infine, con le difese immunitarie ridotte da un paio di bicchieri di Arneis o di Barolo, riempiendo un carrello di formaggi e di salumi di pregio.
Si può persino accedere ad una stanza dedicata alla stagionatura dei formaggi e dei salumi dove persino respirare sfiora il piacere erotico.

lunedì 25 gennaio 2010

mercanti di neve


Non riesco ad arrendermi al cibo industriale del supermercato: mi piace ancora andare per antiche botteghe e per produttori artigianali. Nella mia città non ce n'è più ma basta raggiungere le valli che non è difficile trovare una vecchia bottega che sopravvive all'assalto dei primi piccoli supermercati.
C'è un pastore sardo che un giorno ha portato le sue pecore a vivere su un prato delle nostre fredde colline, che produce pecorino fresco e stagionato. Solo bisogna andarselo a prendere a casa delle sue pecore, seguendo la via indicata da un cartello di legno scritto a mano.
Di tutti i negozietti il mio preferito è una salumeria familiare in Val Trebbia, dove artigianato alimentare e vecchia bottega trovano la loro definizione. In Emilia siamo consumatori di salumi: in Val di Ceno chiamano il maiale "Sua Maestà" e nel nostro dialetto le mucchie si chiamavano "le bestie" ma il maiale "l'animale". Da noi vicino al Po si produce salame, coppa e pancetta, a Parma prosciutto crudo e culatello, più in la da Reggio a Modena zampone, a Bologna la mortadella, a cui hanno dato il nome stesso della loro città.

Sabato ho voluto vedere le colline imbiancate e sono arrivato fino a quella salumeria in cerca di salame e salsiccia (trasformata a sera in un risotto).
So che prima o poi andrò a vivere in un paese: mi è bastato varcare la soglia per trovare i ritmi di chi non ha bisogno di correre, un salumiere ammiccante in vena di facezie con la moglie, un avventore pigro che non ha nessuna fretta di concludere gli acquisti, e chiacchiere in libertà sulle novità che novità non sono mai, ma sono al contrario tradizione, come quando si nomina il freddo pungente e i giorni della merla, che ancora sono da venire. Ed è a questo punto che ho sentito una frase che avevo dimenticato da decenni: i mercanti di neve. È bastata la parola per portarmi alla mente i ricordi, le sensazioni e gli odori della crepuscolare campagna innevata sbirciata delle finestre della casa di campagna della nonna, al calore di una stufa a legna.
I mercanti di neve sono alcuni dei santi del calendario, anzi del lunario, che scandiscono il ritmo circolare dell'anno. Dicono in salumeria che la primavera è lontana e che manca ancora all'appello più di un mercante da neve: lunedì, per esempio, San Paolo, sarà un mercante da neve. Non c'è niente di meno che scientifico in queste ricorrenze secolari, solo un calcolo probabilistico, come del resto probabilità sono quelle che regolano le più blasonate previsioni del tempo.

E chissà perché quando questa mattina, giorno di San Paolo, affacciandomi dalla finestra ho visto qualche fiocco di neve cercare di svolazzare nell'aria, non mi sono affatto sorpreso.

martedì 19 gennaio 2010

gennaio


L’ho scritto l’anno scorso, l’ho scritto l’anno prima, lo riscrivo ora: gennaio è l’unico mese non bello di tutto l’anno. La neve l’abbiamo già vista, le feste sono terminate, ora desideriamo solo rivedere il sole ma ancora dobbiamo doppiare i gelidi giorni della merla.
Lo sappiamo, prima o poi tornerà la primavera, la più bella di tutte le stagioni, metafora della vita che torna, ogni anno, ciclicamente, a darci speranza che lo stesso possa avvenire per la nostra vita medesima. Quello che però trascuriamo di osservare è che non torna proprio uguale ogni anno: ogni volta siamo noi ad essere un po’ più vecchi, e non è divertente.
Se proprio la vogliamo buttare in metafora, l’autunno è bellissimo, ma è meno amato della primavera. È l’età in cui se non proprio più saggi almeno siamo un po’ più padroni di noi stessi. Però l’autunno non lo amiamo come la primavera perché: primo, da ragazzini finivano le vacanze e si tornava a scuola (e questo all’autunno non glielo perdoniamo). Secondo, anticipa il freddo che verrà.
Cinquant’anni non è una brutta età, mi credano i più giovani. È il pensiero di quello che viene dopo che mi fa girare le palle.

P.S.: volete leggere i vecchi post sul Calendario?

martedì 12 gennaio 2010

Paperbond


Nel recente post Fumetti rievocavo i miei personaggi preferiti di Topolino, finendo per ricordare: "Sherlock Bondes, un'oca sicuramente interpretata da Peter Sellers, che non si ricorda più nessuno, ma proprio nessuno. Non è che me la sono immaginata dopo aver letto una storia di Paperoga?"
Dopo molte indagini e proprio quando stavo per perdere ogni speranza mi sono imbattuto fortunosamente in una storia del 1968, intitolata Il ritorno di 01 Paperbond, dove questa surreale oca detective si è infine materializzata davanti ai miei occhi. Il bandolo della matassa è che non si chiamava dunque Bondes (quello era Shamrock Bondes, un altro personaggio assai meno interessante, ed oltretutto un segugio, non un'oca) ma Bond, 01 Paperbond, ispirato ad un più recente investigatore di Sua Maestà Britannica. Realizzato dagli stessi autori di Paperoga (il primo papero a farsi le canne) è un surreale personaggio, un'oca dal carattere serafico, che utilizza strabilianti strumenti tecnologici d'avanguardia, si accompagna ad una graziosa assistente dal nome Mata Harrier, riceve ordini da un invisibile capo attraverso una radio pipa e combatte un irriducibile nemico genio del male, Blonk.
Stonato quasi quanto Paperoga, Paperbond (il cui nome originale è 0. 0. Duck) è irresistibile perché un po' come il personaggio dei cartoni animati Mr. Magoo risolve ogni caso in modo assolutamente inconsapevole, senza minimamente rendersi conto dei guai in cui si caccia e meno che mai dei meccanismi dei casi che svela, sempre in modo completamente fortuito. Chi lo circonda si rende conto della realtà delle cose ma è comunque soddisfatto perché tutto è bene ciò che finisce bene.
Paperbond è senza dubbio il più dimenticato dei personaggi della famiglia Disney, ha vissuto solo un pugno di storie nella seconda metà degli anni sessanta e lo stesso Google non ne sa nulla. Vuoi vedere che in realtà Bond è un agente segreto in realtà così astuto da essere riuscito a mantenere la propria identità ignota persino al gigante della ricerca del world wide web?

In ogni caso questo post e le sue immagini sono il mio piccolo contributo ad uno dei più grandi agenti segreti della letteratura a fumetti: Bond... PaperBond!

giovedì 7 gennaio 2010

la città che vorrei


"Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po'

e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.

Da quando sei partito c'è una grossa novità,

l'anno vecchio è finito ormai

ma qualcosa ancora qui non va". (Lucio Dalla, l'anno che verrà)

"i vigili cercavano di salvare la circolazione e sfruttare a senso alternato l'unica corsia libera… già solo questa era una sensazione esilarante: fermare le macchine in una società che le teneva tanto più in considerazione dei suoi abitanti" (Andrea di Carlo, due di due)

La Città che vorrei non è fatta per le automobili ma per le persone. Nella città che vorrei la gente cammina per le strade e gli anziani sono seduti sulle panchine o sulla sedia di fronte alla porta di casa. Nella città che vorrei esistono tram puliti, comodi e confortevoli con cui la gente si sposta quando deve andare in un quartiere lontano. Chi li attende non è in piedi sotto la pioggia, ma seduto sotto una bella veranda e ogni cinque minuti passa un moderno tram che invece di correre sui binari segue una linea ottica. Non si deve comprare il biglietto perché i trasporti pubblici si pagano con una tassa, allo stesso modo di come si paga il servizio di nettezza urbana.
Le automobili naturalmente ci sono e, al di fuori del centro storico, si possono usare, ma siccome si può parcheggiare solo sotto casa è molto più comodo salire sui mezzi pubblici.

Anche per raggiungere un’altra Città non è necessario prendere l’auto perché proprio nel centro della città che vorrei c’è una bellissima stazione, un edificio deco o liberty pulito e curato che rappresenta la porta della città ed il suo biglietto da visita per chi viene da fuori, che quando esce dal treno si trova immerso nella bellezza del centro storico. Da quella stazione partono puntuali treni confortevoli come quelli svizzeri (con tanto di vagone per le biciclette) che arrivano alla bella stazione deco o liberty dell’altra città dove devo andare, dove pure mi aspettano i mezzi pubblici.

Nel Paese che vorrei posso prendere l’auto o la moto, ma solo per divertimento e non per imbottigliarmi in autostrada. Per lavorare o anche per andare in vacanza prendo il treno che è molto più comodo e confortevole, e non ho timore a spostarmi anche con la famiglia o i bambini perché nel Paese che vorrei usare il treno non è una avventura sfibrante o pericolosa o sudicia da quarto mondo.

Nella città che vorrei gli assessori ed il sindaco non possono usare l’auto blu né hanno permessi speciali di parcheggio neanche vicino al Palazzo del Comune, ma si muovono sempre e solo con i mezzi pubblici - così ascoltano la gente e capiscono cosa non va.
Nel Paese che vorrei neppure parlamentari e senatori si muovono con mezzi diversi da tutti gli altri cittadini e non hanno paura della gente perché non hanno la coscienza sporca.

La città che vorrei non ha un piccolo centro ed una enorme periferia dormitorio, ma è fatta di tanti Quartieri come quelli di Parigi o di Londra. Ogni quartiere ha il suo nome, il suo punto vitale, i negozi, il giardino, magari l’asilo e la scuola ed un posto dove trovo sempre i vigili urbani. Ed una comoda fermata dei mezzi pubblici con cui raggiungere gli altri quartieri.

Nella città che vorrei le strade pedonali, che sarebbero la maggior parte delle strade, hanno delle panchine nel centro perché le persone possano sedersi a chiacchierare e gli anziani non siano costretti a restare a casa a guardare la TV o andare dal medico della mutua a prendere pillole per la depressione senile.
Nella città che vorrei la gente usa la bicicletta e continua ad usarla anche quando attraversa la campagna per andare nei paesi vicini perché ci sono piste ciclabili in ogni direzione e non tangenziali che feriscono il territorio e bloccano il transito a qualsiasi mezzo che non inquini l’aria che respiriamo.
Nella città che vorrei la gente va a lavorare passeggiando. Passeggia alla sera alla luce dei lampioni ed al sabato e alla domenica può fare gite in bicicletta lungo il fiume anziché imprigionarsi in enormi centri commerciali sulla tangenziale. E alla fine della gita va a mangiare cibi artigianali in una trattoria sotto il pergolato, perché le leggi e l'ufficio d'igiene non obbligherebbero la produzione di cibo industriale asettico e insipido.

Nella città che vorrei ci sono giardini, ponti pedonali sul fiume e tanti lampioni romantici.

Nella città che vorrei è obbligatorio che le case siano costruite belle almeno quanto solide. Il comune costruirebbe scuole ed uffici belli da vedere come quelli che i Comuni hanno costruito dal rinascimento fino ai primi del novecento, e non quelle insultanti palazzine di cemento da socialismo reale (che tanto loro hanno la villa in Sardegna).
Nella città che vorrei si rispetta l’architettura locale e non si possono costruire palazzine anonime. Tanto meno sul lungo mare.
Nella città che vorrei le aiuole e gli alberi sono obbligatori ovunque e anche la zona industriale non è una disumana distesa da Terminator ma è immersa in un bosco come fanno in Irlanda. Nella città che vorrei la gente respira aria pulita perché non ci sono inceneritori (neanche costruiti dalle cooperative) ma solo raccolta differenziata e riduzione dello spreco.

Nella città che vorrei l’amore sarebbe un dato di fatto e non una presa per il culo per gli allocchi.

martedì 5 gennaio 2010

la Befana


Dice Carolina che a Babbo Natale piace farsi vedere, alla Befana no; a Santa Lucia meno che mai. E che Babbo Natale ha una fabbrica intera di giocattoli, mentre la Befana è povera e ha le scarpe rotte, ma le piace ugualmente portare qualche cosa ai bambini, magari anche solo caramelle.
Invece: chi da i soldi a Santa Lucia per fare gli acquisti?

venerdì 1 gennaio 2010

Buon anno #3


La notte dell'ultimo dell'anno mi è sempre stata un po' sulle palle. Non solo perché raramente mi sono divertito; non solo perché il conto alla rovescia per la mezzanotte sa un po' di "Fantozzi - trenino - brigittebardotbardot"; non solo perché il primo giorno dell'anno ti svegli fuori tempo massimo con la nausea, un cerchio alla testa ed un magone così.
Mi sta sulle palle soprattutto perché non capisco cosa ci sia da festeggiare in un altro anno che se ne va. Siamo sulla terra il tempo di un soffio di vento, i decenni ci scappano dalle mani come sabbia e noi lo festeggiamo pure?
I deficienti che alla mezzanotte strillano, sbraitano, suonano il clacson, perdono il senso della misura e della dignità mi ricordano quelli che festeggiano perché qualcun altro ha vinto dieci milioni di euro alla lotteria, oppure perché undici milionari in mutande hanno vinto una partita di pallone.
Mi si dice che si festeggi la speranza che l'anno che verrà porterà tutte le cose belle che fino ad ora ci sono state negate. Ma allora la memoria storica?

Il peggior capodanno che ricordi l'ho passato in un villaggio vacanza all'estero a sei ore di fuso orario dall'Italia, dove i deficienti di cui sopra hanno festeggiato rumorosamente nel pomeriggio il capodanno italiano e a mezzanotte quello caraibico, tuffandosi in piscina vestiti sotto gli occhi compassionevoli dei camerieri che ovunque avrebbero voluto essere tranne che a far da balia a turisti italiani ubriachi di alcolici "full inclusive"...

P.S.: auguri di buon anno nuovo! ;-)