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venerdì 14 gennaio 2022

Figurine #2

 


Nel 1964 frequentavo la prima elementare. Un pomeriggio ero a casa, a letto con la febbre, e un compagno di classe venne a trovarmi, in visita di cortesia. 

Evidentemente allora non era tenuto in così gran conto il concetto di malattia infettiva; i bambini venivano portati persino in ospedale in visita ai parenti ammalati. 

L’amico non solo venne, ma non era neppure a mani vuote. Aveva un album delle figurine dei calciatori, di cui non avevo ancora mai sentito parlare (delle figurine. Dei calciatori non so) e un mazzo di figurine “doppie”, che mi regalava. In realtà ne aveva addirittura due, uno destinato a mio fratello, più piccolo di un anno. 

Non ricordo chi fosse quel compagno, ma fu un bel gesto. Ricordo il profumo della colla, la lattina di Coccoina con la piccola scansia per il pennello. Ricordo me e mio fratello intenti a uno dei momenti più divertenti della nostra vita, quello di trovare lo spazio giusto nella squadra giusta ad ognuno di quei mitici calciatori degli anni sessanta. 


Quell’anno al campionato di calcio arrivò al primo posto la squadra dell’Inter, che vinse il campionato per quattro anni di seguito, oltre a vincere in quel 1964 anche la Coppa dei Campioni e la Coppa Intercontinentale. Inevitabile che fra i ragazzi del 1957 la gran parte decidesse di tifare l’ Inter. Mio fratello scelse invece la Juventus, perché era la squadra di mio padre (che era presidente di una squadra amatoriale di terza categoria). A conti fatti avrà avuto più soddisfazioni calcistiche lui.

Non mi appassionai mai al calcio. Naturalmente a scuola partecipavo alle trattative “celò, celò, manca!” con i compagni, ma di calcio vero, niente. Se si giocava in cortile con la palla, c’era sempre qualche befana pronta ad affacciarsi al balcone per farci smettere. 

Penso di aver visto solo due partite allo stadio, entrambe noiose. Un Inter-Juve a San Siro, zero a zero, neanche un gol, ed una umiliante Piacenza-Vicenza, dove la squadra della mia città subì una quantità di gol ad opera di Paolo Rossi. Gol che io nemmeno vidi perché passeggiavo annoiato fra gli spalti. Alla TV ricordo Italia-Messico in bianco e nero; era estate, ero al mare a Forte dei Marmi, pomeriggio e bandiera tricolore cucita dalla sarta, soffrimmo e perdemmo. Ma anche un’Italia-Germania 4 a 3, la partita del secolo, avevo 12 anni. 

Mano a mano che dall’Inter sparivano gli eroi delle mie figurine (Sarti, Burgnich, Facchetti, Mazzola, Suarez, Boninsegna...) persi ogni residuo interesse anche per la squadra. Al massimo si compilava la schedina a due colonne il sabato. 


Al Liceo, per qualche curiosa coincidenza, in classe erano tutti come me: a nessuno fregava un fico secco del calcio, anzi, proprio dello sport. Niente Giochi della Gioventù, niente discussioni sulle partite. Ascoltavamo invece Pop Off e Alto Gradimento alla radio, e organizzammo una gita in treno per vederci, mezza classe, Ultimo Tango a Parigi al cinema (e una delegazione più ristretta, la settimana dopo rifece il tragitto per Quel Gran Pezzo dell’Ubalda). Erano tempi in cui ci interessavano più Carmelo Bene ed Edvige Fenech della Nazionale di calcio. 

Una volta ci misero con le spalle al muro, costringendoci a presentare una squadra per una partita del campionato scolastico. Noi della III E dello Scientifico contro una classe dell’Itis. Loro avevano la maglia regolamentare, credo blu, noi non ricordo, forse sì (il nostro colore era il granata, come il grande Torino) ma più probabilmente no. 

Scegliemmo di malavoglia il ruolo, io presi il portiere, perché non avevo voglia di correre. Lasciai entrare in rete 13 pallonate - riuscivo a scansarmi appena per tempo da quelle cannonate (di cuoio) a tutta forza. Qualcuno salvò l’onore con il gol della bandiera, ma non ricordo chi fu. Onore a te. Uscimmo così subito e senza rimpianti da quel torneo, per non presentarci mai più su un campo di calcio. 


Sono appassionato di due ruote, e anche d’automobili di quegli anni, ma non mi è mai passato per la mente di subirmi la telecronaca di un moto GP. Ho goduto invece più di una volta della proiezione del film Le Mans con Steve McQueen. 

Dello sport mi piace il lato romantico, non quello competitivo. Gianni Brera e le sue epiche narrazione di mitici giocatori, e di Giri d’Italia in rosa. La Mille Miglia, Enzo Ferrari, la 24 ore di Le Mans, le storie dei giorni di gloria delle grandi squadre, il fascino delle divise di una volta: quella granata, la nerazzurra, Genoa, Samp, Fiorentina, Palermo, Spal, Lanerossi... Insomma, la storia. 


mercoledì 21 gennaio 2009

fitness


Ho un fisico che non si allena. Nel senso che non mi è mai successa quella cosa che la prima settimana fai fatica, dopo un mese ti senti in forma e dopo un anno sei un campione. Non sono mai stato una grande “sportivo”, di quelli che appena arrivano ad una spiaggia si mettono a giocare a calcio e si informano su tutti i tornei in programma. Io ho sempre preferito la meditazione e la lettura. E, da scapolo, la ricerca di compagnia.
Non ho neanche avuto una di quelle famiglie che da bambino ci tiene al fatto che tu porti a casa una coppa. Ricordo di essermi iscritto alla maratona non competitiva Bobbio-Penice, tredici chilometri di salita per un dislivello di almeno settecento metri. È stata una faticata al di la di quanto avessi immaginato, ma l’immagine che mi è rimasta impressa è mia madre che negli ultimi due chilometri, quando come Fantozzi avevo ormai visioni mistiche, mi gridava dal finestrino dell’auto: “basta, smetti, sali in auto!”. Deprimente, lo giuro. Da ragazzo ho fatto una sola partita di calcio, la mia classe del liceo contro qualcun altro. Avevo scelto di stare in porta perché ad occhio e croce mi pareva meno faticoso. Abbiamo perso 13 a 1, ma chi si sarebbe sognato di fermare un pallone di cuoio calciato a tutta forza da pochi metri? Da adolescente ho anche fatto parte di un team di “quattro con” di canottaggio, sport notoriamente molto duro. L’allenatore passava tutto il tempo a cercare di convincermi a fare il timoniere. Ho giocato a baseball in una squadra della mia città. L’avevo scelto per via del fatto che leggevo Linus, e Charlie Brown era un pessimo giocatore di baseball. Io anche. Anni dopo ho avuto modo di assistere negli USA all’allenamento scientifico con cui tirano su i ragazzini fin dalla prima elementare. Da noi niente, non ti spiegavano neanche le regole, era tutto un riscaldamento, correre attorno al campo e perdere le partite. Il mio ruolo era esterno destro, che giocato in una squadra di dilettanti è deprimente. Significa che passi gran parte del tempo a guardare la partita dai bordi del campo come uno spettatore non pagante e poi, quando alla fine ti distrai e guardi gli spalti, la palla arriva finalmente proprio a campanile su di te e ti rimbalza vicino, mentre tutti ruggiscono di rabbia e tu ricordi che stavi giocando una partita.
Poi un po’ di equitazione, ma era soprattutto il cavallo a fare esercizio. Sci alpino, ero bravino, però si fa più affidamento sulla forza di gravità che la forza fisica. In palestra andavo a fare qualche manubrio per i bicipiti al sabato pomeriggio, tanto per avere i muscoli un pochino gonfi al sabato sera. Poi magari era un problema persino aprire lo sportello dell’auto.
Non mi diverto a nuotare, ma per colpa di un mal di schiena recidivante qualche anno fa mi sono deciso a frequentare una piscina. All’inizio era faticoso, non mi divertivo per niente e l’unica cosa che potevo fare era contare le (poche) vasche. Ma pensavo “si sa, dopo un mese si comincia ad andare meglio”. Dopo un mese facevo la stessa fatica. Allora ho pensato che di mesi ce ne volessero tre per apprezzare i risultati di un allenamento costante. Ma dopo tre mesi continuavo a fare la stessa fatica, così come dopo sei mesi e lo stesso dopo nove. Intanto dovevo trovare il tempo di andare in piscina tre volte alla settimana, entrare nell’acqua fredda e convincermi a nuotare per mille metri. Dopo dieci mesi mi è tornato il mal di schiena e ho chiuso con il nuoto. Da allora non ho fatto più di dieci vasche. In tutto. Sì perché il problema è che non riesco a migliorare, ma purtroppo riesco a peggiorare quando non faccio niente. Un allenamento al contrario. Quando di recente ho ripreso ad arrampicare in palestra ho scoperto di non riuscire più nemmeno a fare quelle “vie” che un paio di anni fa mi riuscivano facili.
Ma, avete sentito i telegiornali, per Natale gli italiani sono ingrassati di media due chili a testa. Ecco, io questa media l’ho sostenuta con molto altruismo. Per cui mi sono deciso a ripresentarmi, come tanti, alle porte della Palestra. Questa volta non farò sala pesi, o programmi d’allenamento su cyclette e tapis roulant, perché so che non durerei una settimana nella noia della sala. Mi iscriverò ad uno di quei corsi aerobici collettivi dove hai appuntamenti e orari da rispettare e istruttori che si informano sulle tue assenze. Una volta questi corsi si chiamavano di “aerobica”, ed avevo un amico che non se ne perdeva uno: si metteva in fondo ad una sala gremita di ragazze con tute neanche aderenti -- ginecologiche, e vi assicuro che è uno spettacolo ai limiti della legalità. Ma i tempi procedono rapidi e ora ci sono corsi di pilates, di aero dance, di cardio step e di cardio latino. Corsi di fat burning (non daranno fuoco ai clienti sovrappeso?), di GAG (significa glutei, addominali e gambe, per gli altri muscoli rivolgersi al corso successivo), di hip hop, di capoeira, di emotional balance.
Io, dopo un colloquio con il mio personal trainer avrei scelto fitboxe, tone e spinning. Vi saprò dire, ma non ci conto molto. Ho un fisico che non si allena.