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martedì 3 gennaio 2012

il mondo dei sogni



“Once I dreamed we were together again, baby you and me
Back home in those old clubs the way we used to be
We were standin' at the bar it was hard to hear
The band was playin' loud and you were shoutin' somethin' in my ear
You pulled my jacket off and as the drummer counted four
You grabbed my hand and pulled me out on the floor
You just stood there and held me, then you started dancin' slow
And as I pulled you tighter I swore I'd never let you go”


"Oggi ho imparato a volare 
e non me ne voglio più dimenticare 
da tutti i miei amici in visita andrò 
e alle loro finestre io busserò 
e dirò guarda ho imparato a volare "

Da bambino facevo sogni incredibili. Sogni in 4D. Nel senso che nei miei sogni avvertivo sensazioni realistiche come il calore della luce del sole o il suo profumo, sensazioni di cui conservo un vivido ricordo ancora oggi. Facevo sogni iperrealisti, in cui le sensazioni erano più vere del vero, i campi più verdi, il cielo più blu, le persone più reali e sincere.
Forse mi capitava perché ero un dormiglione, e si sa che i sogni più reali sono quelli della tarda mattinata. Ricordo che avevo persino catalogato il tipo dei sogni a seconda dell'ora in cui si lasciano sognare: appena addormentato arrivano i sogni surreali, alle 3 del mattino quelli bui e gli incubi, e nella mattinata quelli pieni di persone e di posti fantastici.
Da bambino sognare mi piaceva così tanto che credevo di aver codificato dei metodi per aiutare a scegliere il sogno desiderato (il metodo era pensare al soggetto al momento di dormire, ma solo per pochi attimi, quasi per non esaurirlo); e mi piaceva accorgermi di sognare durante il sogno (si chiama sogno lucido) per potermi muovere a piacere al suo interno. Mi domandavo, allora, se esistesse un mondo nei miei sogni, se ciò che sognavo fosse dotato di vita autonoma, oppure se fosse un'illusione e nel momento in cui giravo le spalle gli oggetti e le persone sparissero… Facevo sogni così belli che cercavo anche di riprenderne il filo nel caso mi svegliassi, e mi cullavo nel loro ricordo anche da sveglio, nella giornata.
Avevo ambientazioni ricorrenti, per esempio città imponenti; oppure sogni ricorrenti, come un incubo in cui l'ascensore che dopo aver pigiato il tasto invece di salire partiva verso il sottosuolo, e sapevo che le porte si sarebbero aperte nell'oscurità totale della cantina (molte volte da bambino ho avuto questo incubo, che per fortuna terminava puntualmente all’affacciarsi nel buio).
Il più bello fra i miei sogni ricorrenti era, anzi è, quello di volare. Nel sogno lo vivevo come una scoperta naturale, quasi una ri-scoperta di una facoltà naturale che per qualche motivo avevo scordato, a cui il tran tran quotidiano aveva impedito di pensare; ed il volare si associava sempre, ogni volta, con la massima felicità, addirittura il fondo scala della felicità! Deve essere per questo che nel Peter Pan letterario per volare era ingrediente necessario un pensiero felice. Nei sogni volo esattamente come fa Peter Pan, senza bisogno di battere le braccia ma semplicemente portandomi verso l'alto come se a sollevarmi fosse la materia della mia anima. Esco dalla finestra e oltrepasso i tetti delle case che mi sono familiari, quelle della mia città, che viste da questa prospettiva sembrano bellissime. Volo sui tetti e sopra le vie, ed arrivo ad oltrepassare un muro, oppure una collina, oltre il quale c'è un giardino, un giardino in cui sono totalmente felice, un giardino che in qualche modo coincide con un giardino di suore con grandi alberi che in qualche modo vedevo, o intuivo, dal balcone di casa mia da adolescente. La cifra ricorrente del mio sogno di volare è la felicità completa e la consapevolezza che ne sono capace da sempre e che d'ora in avanti non mi muoverò più camminando ma solo volando. Il risveglio da questo sogno è sempre un atterraggio così brusco ed una delusione così cocente che passo la giornata a rievocarne i particolari quasi a volerci rientrare a forza. 
Da bimbo sognavo molto, ed un caldo raggio di sole sulla pelle riusciva ad entrare nel mio sogno per farne parte. Ma proseguii a sognare con grande piacere anche da ragazzo. Da adolescente mi capitava di sognare la ragazza della mia cotta a scuola, e magari di baciarla, per la mia delusione al risveglio (al liceo ero piuttosto imbranato nei rapporti con le ragazze... e comunque i miei sogni erotici erano interrotti regolarmente sul più bello dal risveglio).
Si dice che se sogni di essere innamorato di una persona, ne rimani sensibile per giorni; più di recente mi capitò il contrario: una ragazza mi raccontò di aver sognato di fare l'amore con me, e che era stato straordinario. Con che coraggio avrei potuto farlo davvero nella realtà e confrontarmi con il super-me onirico rischiando di deluderla in quel ricordo virtuale?
Anche da più "grandicello" mi è capitato spesso di sognare il mio primo amore; nel sogno ogni volta chiarivamo i motivi che ci avevano portato a lasciarci e tornavamo felici come mai... Ho sognato, come immagino tutti, di parlare al nonno che non c'è più, o di accarezzare Reif, amatissimo pastore tedesco cresciuto con me ma inevitabilmente scomparso prima... tutti sogni pieni di sole e di felicità.

Poi, un giorno, deve essere successo che ho smesso di sognare; o almeno ho smesso di sognare emozioni e colori. Oggi non saprei dire se di notte io sogni ancora: di certo se lo faccio sono sogni sbiaditi, grigi, faticosi, sgradevoli, senza molto senso, e li dimentico appena inghiottito dalla realtà del risveglio.
Insomma, per qualche motivo ho smarrito la chiave dell’ingresso del mondo dei sogni.

Fatte queste premesse non c’è da stupirsi che iscritto di fresco a Medicina fossi molto interessato alla neuro-fisiologia. Entrai nell'istituto da studente interno, con un grande interesse sull'attività onirica: in un primo momento mi chiedevo se fosse possibile ideare un metodo per "filmare" i sogni. In ogni caso volevo capire perché si sognasse. Per quanto possa sembrare strano, non si ha un'idea precisa nemmeno del perché noi si dorma. Gli esseri viventi più elementari non dormono: il dormire non compare fino ad un certo livello evolutivo, quando il cervello si fa complesso e dotato di corteccia cerebrale, che è il luogo della consapevolezza e del pensiero. Nemmeno si dorme per riposare il corpo, come il buon senso parrebbe suggerire: se rimanessimo sdraiati tutta la notte senza muoverci, al mattino saremmo comunque distrutti dalla fatica e dal sonno.
Quel che è certo è che si dorme per sognare, e durante il sogno il nostro cervello non riposa affatto, ma anzi ha una attività intensissima. Ai miei tempi la spiegazione ufficiale del sogno era che servisse per travasare i ricordi dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine: una specie di sbobinamento dell'esperienza diurna, forse per scegliere che cosa abbia importanza ricordare. Al momento mi parve una spiegazione accettabile, ma oggi mi domando perché mai dovremmo rivedere la nostra giornata sotto metafora invece che in chiaro.
Lasciato l'istituto, continuai a baloccarmi nel mio interesse per il mondo dei sogni nella letteratura (già da bambino avevo letto un libro che ricordo ancora: “l’omino che fermava i sogni”) e nel cinema, in quei rari film che hanno un contenuto fortemente onirico, come l’amato Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick. Ci ho ripensato di recente rivedendo uno splendido film che ha avuto scarso successo di pubblico, specie in Italia - forse anche a causa del titolo. Il film è Eternal sunshine of the spotless mind, una suggestiva storia sulla possibilità di cancellare i ricordi, che si svolge all'interno del sogno di un amante deluso che si affanna a mettere al riparo i propri ricordi che scioccamente aveva desiderato cancellare.
Perdere i ricordi di quello che abbiamo vissuto, anche dei momenti brutti, sarebbe come non aver vissuto affatto.

martedì 18 gennaio 2011

tomorrow never knows


Dove soffierà il vento domani nessuno lo sa
dove andrà il tuo dolce sorriso domani nessuno lo sa...
(bruce springsteen)

Il tempo corre rapido, e le cose cambiano. Non dovremmo affezionarci troppo alle cose, per adattarci meglio al nuovo che avanza. Dovremmo vivere senza memoria, come gli esseri viventi più elementari, oppure crogiolarci nei ricordi che custodiamo gelosamente nello scrigno del nostro cuore? Oppure dovremmo essere un po’ cinici, come quelli che dicono che il bello è nel cambiamento, o peggio come quelli che alla felicità neanche ci puntano?
Ci sono stati momenti nella mia vita in cui ho avuto un’epifania, un istante di lucida consapevolezza della precarietà del presente; in cui ho pensato: “il presente non esiste, è un’illusione…”. Forse accade nei momenti in cui per un attimo le cose sembrano essere perfette, ma forse nemmeno.
Mi affacciavo ai trent’anni, stavo passeggiando con l’amato Reif, il mio cane lupo, in una tiepida serata di primavera. Mentre mi sembra di essere felice un lampo di consapevolezza mi attraversa la mente: “sono giovane, Reif è vivo, i miei genitori sono vivi, amo la mia fidanzata. Arriverà necessariamente il momento in cui tutto questo non sarà più vero”.
Dissolvenza al bianco. Nuova scena. Lungo Ticino, darsena del Naviglio Grande. Sono abbracciato alla donna che amo (non è la stessa di prima), guardiamo assieme il cielo che si fa rosso. È una scena bucolica: c’è un pescatore, una barchetta, i rumori della città sono lontani, attutiti. Mi appare in sottotitolo la scritta: “quanti tramonti vedrò ancora abbracciato? Cento, dieci, uno?” Se ci pensi, alla fine quante volte ti è successo in passato? Dissolvenza. Sto passeggiando in un centro città affollato ed addobbato per le feste natalizie, in mezzo ad una folla in cerca di regali; sto preparandomi per il Natale in famiglia. Improvvisamente mi domando: “e se il Natale in famiglia dovesse finire? Se mi ritrovassi da solo a viverlo in un appartamento vuoto? O in un appartamento nuovo, un'altra casa?” (evidentemente il subcosciente stava cercando di farmi interpretare segnali evidenti che preferivo ignorare).

C’è un posto dove finiscono le cose perdute?

PS: (ri)leggi anche: l'isola che non c'è...

sabato 22 maggio 2010

figurine (forza Inter!)


lunedì, 23 aprile 2007:

"Nel 1964 facevo la prima elementare. Un giorno ero a letto con la febbre, ed un compagno di classe venne a casa a trovarmi. Già questo ricordo mi commuove, perché l’abitudine di noi genitori di oggi è di tenere i figli lontani dagli amici ammalati, giacché non si infettino a loro volta. L’amico non solo mi venne a trovare, ma non era neppure a mani vuote. Aveva un album delle figurine dei calciatori, di cui non avevo ancora mai sentito parlare (delle figurine; dei calciatori non so, non ricordo) e un mazzo di figurine “doppie”, che mi regalava. Non ricordo il nome del compagno (a cui vorrei mandare oggi i miei ringraziamenti) e neppure ricordo se con tutto questo ben di Dio arrivò anche la lattina di colla Coccoina, o se mia madre uscì per acquistarmela. Ricordo invece perfettamente il profumo di quella colla, e ricordo me e mio fratello intenti in uno dei momenti più divertenti della nostra vita, quello di trovare lo spazio giusto nella squadra giusta ad ognuno di quei mitici calciatori degli anni sessanta. Quell’anno al campionato di calcio arrivò prima la squadra dell’Inter, che vinse il campionato per quattro anni di seguito, oltre a vincere in quel 1964 anche la Coppa dei Campioni e la Coppa Intercontinentale. Inevitabile che fra i ragazzi del 1957 la gran parte decidesse di scegliere l’ Inter come squadra del cuore. Mio fratello scelse invece la Juventus, perché era la squadra di mio padre (appassionato di calcio al punto di essere presidente di un team di terza categoria). A conti fatti ebbe più soddisfazioni calcistiche lui.
A parte le emozioni degli anni delle elementari, non mi appassionai mai di calcio. In vita mia vidi solo due partite allo stadio. La prima. noiosissima, a San Siro, fu naturalmente Inter-Juve. La vidi con mio fratello e, con scorno di entrambi, fini zero a zero. Non ci furono né gol né vincitori a casa quella sera. La seconda fu umiliante, Piacenza-Vicenza e la squadra della mia città subì una quantità di gol ad opera di Paolo Rossi. Gol che io forse nemmeno vidi perché passeggiavo annoiato fra gli spalti.
Non ho mai più seguito il calcio, neppure della nazionale, e a mano a mano che dall’Inter sparivano i giocatori della mia gioventù (Sarti, Burgnich, Facchetti, Mazzola, Suarez, Boninsegna) smisi anche di provare quella speciale simpatia per i nerazzurri. Più che altro, delle figurine ricordo di quando fuori dalla scuola regalavano, come pusher innocui, l’album Panini assieme a una bustina di figurine per fidelizzare alla raccolta; gli scambi delle doppie (celò, celò, manca!); e alcune figurine che si chiamavano valide e addirittura bisvalide, probabilmente utili per qualche regalo che non vinsi mai.
Collegandomi questa mattina al blog di Beppe Severgnini, noto interista sfegatato, ho appreso che l’Inter ha vinto lo scudetto. E così questi sopiti ricordi sono affiorati alla mente".

Per cui, lasciatemi gridare per una volta, ad uso del giovanissimo Gaetano: “Forza Inter!”

22 maggio 2010: cinque scudetti consecutivi e questa sera la Coppa dei Campioni. È come avere ancora sei anni!

giovedì 11 marzo 2010

View Master


Una delle cose che più ha contribuito a procurarmi i brividi lungo la schiena mentre seduto sulla poltrona del cinema mangiavo con gli occhi il Paese delle Meraviglie di Alice, è stata la visione 3D. Avevo già visto film 3D ma solo in cartoni animati. È la prima volta che vedo un film in 3D con attori in carne ed ossa. Non sono le tre dimensioni della realtà. Non è un altezza - larghezza - profondità, ma piuttosto una serie di fondali messi in prospettiva a distanze diverse. Sono le tre dimensioni di quei magici libri diorama che si aprono mostrando la scena di una fiaba, quei libri che lasciano senza fiato i bambini e con cui io stesso da bambino potevo giocare per ore senza stancarmi.
Fosse stato per me, avrei voluto che Alice in Wonderland consistesse in una lunga passeggiata di Alice e del Cappellaio Matto per il Paese delle Meraviglie senza permettere a nessuna storia di distrarmi.
Questa Alice in 3D mi ha risvegliato un ricordo dimenticato, quello di un regalo meraviglioso ricevuto da bambino che mi faceva vivere esperienze del tutto identiche: si chiamava View Master e si trattava di una sorta di binocolo con il quale si leggevano diapositive binoculari che danno alle immagini una sorprendente prospettiva 3D. Le foto stavano su un cerchio di cartone che si infilava nell’apparecchio come un DVD in un lettore, ma il risultato era meglio di un DVD.
In un’epoca senza TV a colori e senza film registrati, era assolutamente magico vivere una favola o un racconto attraverso le immagini tridimensionali e dai colori vivaci del view master.
Credo che negli USA vendessero addirittura macchine fotografiche per creare fotografie 3D da leggere con il VM. Poi questo magico apparecchio è scivolato nel dimenticatoio. Non se n’è più visti nei negozi di giocattoli come non se ne ho mai letto in quegli articoli vintage sulle riviste.

Non ricordavo più del View Master fino a quando Tim Burton mi ha offerto il 3D di Alice. Ma con il DVD come la mettiamo?

martedì 1 dicembre 2009

fumetti


A sei anni, in occasione della promozione della prima elementare, ebbi in regalo l'abbonamento a Topolino. Sto parlando del Topolino degli anni sessanta, secondo solo a quello dei decenni precedenti. Fu un regalo azzeccatissimo: ho il ricordo di un me piccolo (e bello) seduto su un gradino a leggere queste incredibili storie mentre gli altri bambini perdevano tempo a cercare di colpire con un pallone la porta di un garage.
Amavo le indagini di Topolino, soprattutto quelle un po' dark in cui assieme al suo tonto partner Pippo e al posto dell'inefficiente commissario Basettoni dava la caccia al genio criminale un po' paranormale di Macchia Nera. Oppure le incredibili traversie di un Paperino inviato dal taccagno zio ai quattro angoli del mondo, dal Tibet alle Isole del Capo Verde, e da cui ne ritornava solo grazie alla collaborazione di Qui Quo Qua. Ma i miei personaggi preferiti erano, già allora, gli outsider: lo stonato Paperoga che nel backstage si faceva le canne prima di andare in scena; Nonna Papera e Ciccio che, come scrisse un altro nato nel 57, Claudio Bisio, nel suo trattato Quella Vacca di Nonna Papera, era certamente affetto da cretinismo delle valli; Dinamite Bla, precursore di Un Tranquillo Week-end di Paura; e un incontenibile Sherlock Bondes, (Paper Bond, ndr), un'oca sicuramente interpretata da Peter Sellers, che non si ricorda più nessuno, ma proprio nessuno. Non è che me la sono immaginata dopo aver letto una storia di Paperoga?
Amelia la strega che ammalia, che viveva proprio sul Vesuvio; Maga Magò, Brigitta, Filo Sganga; Paperetta Yè Yè ovvero il 68 che arriva anche a Topolinia; Gastone... Gastone no, non lo potevo soffrire.
A Topolino si affiancò presto nelle mie letture Il Corriere dei Piccoli, una testata storica dei fumetti nata come foglio del Corriere della Sera per i piccoli lettori, ma alla fine degli anni sessanta ancora più storica, perché pubblicava le firme più prestigiose dei fumetti belgi e francesi, vale a dire la migliore scuola di fumetti di tutti i tempi: Lucky Luke, i Puffi (che erano altra cosa dai Puffi della TV, anche dal punto di vista linguistico), Gaston Lagaffe (cosa darei per leggere oggi una storia di Gaston!), Ric Roland, Luc Orient e i suoi incredibili alieni, Michel Vaillant e le straordinarie storie di automobili da corsa (indimenticabile la fiction della 24 ore di Le Mans), Dan Cooper, Bruno Brazil... e naturalmente gli italiani come Hugo Pratt (Corto Maltese), Jacovitti (Cocco Bill e Zorry Kid), Valentina Mela Verde, il cui fratello aveva un Moto Guzzi Dingo Cross come avrei avuto io.

(Fra i fumetti minori, che si compravano d'estate in buste economiche, qualcuno si ricorda di Nonna Abelarda, Tiramolla e Geppo il povero diavolo?)

Il fumetto del "periodo di mezzo", cioè all'epoca della scuola media, fu Alan Ford. C'erano anche i supereroi Marvel: i fantastici quattro, l'uomo ragno e daredevil, ma non mi dicevano molto. Nulla di più di Superman e Batman, che avevo sempre letto solo di sfuggita, magari dal barbiere. Alan Ford non fu un successo istantaneo, dei primi numeri si seppe solo con la forza del passa-parola, fino a diventare alla fine un fenomeno di costume.
Alan Ford era qualche cosa di radicalmente nuovo. Oggi può sembrare ingenuo, ma allora l'atteggiamento politicamente non corretto della rivista, che dipingeva persone straccione e profondamente disoneste (un'immagine fedele dell'Italia), l'umorismo leggero e non calcato, e l'avventura di squadra (del gruppo TNT) erano qualche cosa di non visto prima. E poi chi non si ricorda di Superciuck?

Avvicinandomi ai 14 anni la mia epoca dei fumetti stava per concludersi, anche se mi aspettava ancora un passo importante nella formazione dell'ometto che sarei diventato. Una rivista a fumetti tutta diversa da quelle che avevo letto sino ad allora, qualche cosa che non solo non ti vergognavi di acquistare ma anzi esibivi come dimostrazione di appartenenza ad un certo gruppo culturale. Sto parlando di Linus, la straordinaria rivista diretta da OdB che era antologia di tutto un underground americano a noi inedito, come l'incredibile Lil' Abner o il caustico Doonesbury, e di fumetti "adulti" europei come quelli di Andrea Pazienza ma soprattutto Valentina di Guido Crepax.
Valentina aggiungeva alle pagine dei fumetti un ingrediente a me del tutto nuovo: l'erotismo, che fino ad allora avevo vissuto solo inconsapevolemte (ma con emozione) nelle pubblicità Polistil di Paola Pitagora in hot-pants (con le lunghe gambe avvolte in calze di lana colorata) sulla quarta di copertina di Topolino.
Valentina ed il suo erotismo ci facevano sentire vergini di fronte ad un mondo ricco di promesse che si apriva davanti a noi. Di Valentina siamo stati un po' tutti fidanzati e non credo che nessun autore abbia mai saputo disegnare l'eros in modo altrettanto efficace. Da Valentina ai primi numeri di Playboy il passo fu breve, ma sufficiente ad archiviare il periodo dei fumetti nella mia vita.
Peccato davvero non averli conservati. Perché in mezzo a tanta spazzatura non ristampano quei ricordi come strenna natalizia?

giovedì 12 novembre 2009

cinema #3 : i preferiti


ho provato a mettere “nero su bianco” i miei film preferiti. Un’impresa impossibile, anche perché molti film “preferiti” sono film minori da vedere magari una volta sola, ma gustosissimi, come può esserlo un film con Walter Matthau o Jean Paul Belmondo.
Inoltre me ne sono probabilmente dimenticati una quantità: non sono nemmeno riuscito a creare un minimo di ordine nella lista, che fosse diverso da quello in cui mi sono venuti in mente...
Significativi, invece, il primo e l’ultimo, che sono il primo e l’ultimo capolavoro che ho visto in ordine cronologico, entrambi del mio regista preferito a 18 anni come a 49: Stanley Kubrick.

PS: aggiungete i vostri titoli nei commenti...

Stanley Kubrick: Arancia Meccanica

Billy Wilder: A qualcuno piace caldo
Jack Nicolson: L'ultima corvè
Martin Scorsese: Taxi Driver
Cher: Stregata dalla luna
Harvey Keitel: Smoke
Jim Jarmusch: Dead Man
Quantin Tarantino: Pulp Fiction
Neil Jordan: In compagnia dei lupi, La moglie del soldato
Ridley Scott: Alien, Blade Runner
Ermanno Olmi: L'albero degli zoccoli
Gabriele Salvatores: Marrakech Express, Mediterraneo
Bill Murray: Ricomincio da capo
John Landis, John Belushi: Animal House, Blues Brothers
Woody Allen: Manhattan, Hannah e le sue sorelle (e tutti gli altri)
Jean-Pierre Jeunet: Il favoloso mondo di Amelie
Nicole Kidman: The Others
John Carpenter: La cosa
Cochi Ponzoni, Aldo Maccione: Travolti da cocente destino
Fellini: Amarcord
Pasolini: Il fiore delle mille e una notte
Fernandel, Gino Cervi: Don Camillo
Bertolucci, Marlon Brando, Maria Schneider: Ultimo tango a Parigi
John Milius: Conan il barbaro
Ugo Tognazzi: Romanzo popolare, Amici miei, Venga a prendere il caffè da noi
Claude Lelouch: Un uomo una donna
Spielberg: Lo squalo
David Lynch: Velluto blu
Ingrid Bergman: Il settimo sigillo
Roman Polanski: Per favore, non mordermi sul collo
Dustin Hoffman: Il laureato
Fratelli Coehn: Il Grande Lebowsky, Fratello dove sei (e tutti gli altri)
Clint Eastwood: i Dirty Harry, Un mondo perfetto
Kevin Costner: Fandango
Wim Wenders: Paris Texas
Walter Matthau: È ricca, la sposo, l'ammazzo; Chi ucciderà Charley Varrick
Francis Ford Coppola: Peggy Sue si è sposata
Spike Lee: The Original Kings Of Comedy
i film con Walter Matthau, con Elliot Gould...
i film con Gérard Depardieu, Jean Paul Belmondo, Jean Gabin...
The Rocky Horror Picture Show
Aldo Giovanni e Giacomo: Chiedimi se sono felice

(Un pesce di nome Wanda, Ritorno al futuro, Guerre Stellari, I predatori dell'arca perduta, La febbre del sabato sera...
tutti i film degli anni settanta...
i primissimi film di Renato Pozzetto)

Stanley Kubrick: Eyes Wide Shut

venerdì 30 ottobre 2009

il giorno dei morti



Il giorno dei morti ci si mette il cappotto, perché l'aria si è fatta fredda ed è arrivata la nebbia. Il giorno dei morti si guardano sulle tombe quelle foto tonde con piccoli volti in bianco e nero di un tempo che non c'è più, che sorridono lontani perché a loro niente importa più. E quando esci dal cimitero non vedi i campi perché la bruma copre anche il sole.
Mia nonna che leggeva il quotidiano solo se lo teneva disteso sul tavolo del pranzo; e leggeva praticamente solo la pagina dei morti come se fosse stata facebook per vedere se ci fosse qualcuno che conosceva. E io che me ne ridevo, perché avevo sei anni.
Reif che con i suoi occhi innocenti correva a rincorrere qualsiasi cosa gli lanciassi, completamente felice solo perché io ero li.
E il mio cappottino, che sentivo pesante perché era il primo giorno che lo mettevo.

martedì 20 ottobre 2009

Volevo fare il regista


Da bambino avevo un rito domenicale. Dopo il pranzo di famiglia in campagna (anolini in brodo e cappone ripieno) andavo in città con mio nonno, che portava il mio stesso nome, e si andava al cinema. Non so esattamente perché mio nonno andasse al cinema, probabilmente per il piacere di stare con me, perché appena le luci si spegnevano lui chiudeva gli occhi e si addormentava. Così il film lo sceglievo io, per lui era lo stesso. All’epoca non si entrava al cinema all’inizio del film, si entrava in qualsiasi momento e lo si guardava fino a quello stesso punto. Una frase che sentivi dire nelle poltrone vicino era: “ecco, siamo entrati qua” e poi “permesso, permesso” uscivano. Ma siccome mio nonno dormiva, io non lo svegliavo e ne approfittavo per vederne un extra, una ripetizione in un’epoca in cui l’home cinema non era neppure immaginato.
In questo modo ho visto centinaia di film, forse dagli otto anni ai tredici. A quattordici ho cominciato a frequentare il cinema con gli amici, prima i film con Terence Hill e Bud Spencer, poi Laura Antonelli, Alain Delon e infine Fellini (Amarcord) e Pasolini (Il Fiore delle Mille e una notte) e Stanley Kubrick (Arancia Meccanica).
Avevo deciso che dopo il Liceo sarei andato a Roma alla Scuola di Regia, e sui banchi di scuola scrivevo una sceneggiatura: avevo letto quella dell’ “Uomo che cadde sulla terra” e la scimmiottavo con molto impegno. Franco lo ricorderà perché l’obbligai a sorbirsi il risultato finale (si vendicò con una critica severa...)
Poi mi sono iscritto a Medicina, ma la passione per il cinema non si è spenta.
Andavo a “vedere un film” e non “al cinema” tanto per andare, è diverso (magari con l’eccezione di qualche volta che sono entrato solo per baciare una ragazza) e non sono mai riuscito a restare fino in fondo se un film proprio non mi piaceva: come sanno gli amici, mi sembrava di esprimere al regista il mio dissenso uscendo dopo il primo tempo del suo film.
Con gli amici progettavamo di “rigirare” gli script di Andy Warhol senza aver mai visto gli originali, ma nessuno di noi aveva una cinepresa.
Solo in tempi (relativamente) recenti sono arrivate le telecamere, le telecamere digitali, i Macintosh, i DVD rescrivibili e la possibilità di diventare registi casalinghi, ma ormai l’illusione di poter girare un film vero era venuta meno.
Ho registrato film degli amici e dei miei viaggi, con una cura maniacale che mi prende anche mesi per montare un solo film, ed ora giro i film di e per Carolina.
Perché ve lo racconto? Per far capire che non ho scritto il post “Hollywood” per qualunquismo, ma per troppo amore. Per un cinema che non c’è più.

giovedì 27 agosto 2009

sulla strada



Jack Kerouac. Sulla Strada. È il titolo sulla copertina di una pila di Oscar Mondadori che fronteggia su uno scaffale del centro commerciale dove mi sono rifugiato in cerca di aria condizionata e di fast food. Anche se la copertina non è più la stessa, e persino l'editore, è un titolo che mi porta lontano.
Non solo perché On The Road è la bibbia di una generazione che quando Jack Kerouac scriveva queste pagine autobiografiche negli anni cinquanta era ancora da venire: la generazione rock, il '68, il movimento hippie, tutti noi "venuti dopo", diversi dai nostri padri.
Non solo perché la copertina riporta l'annotazione "con un saggio di Fernanda Pivano", quanto mai attuale nei giorni della sua scomparsa.
Ma soprattutto perché mi riporta ai giorni in cui lo lessi, nel lontano 1976, nelle giornate calde in cui preparavo, o meglio dovrei dire "avrei dovuto preparare", l'esame di maturità. Un esame così poco sentito che invece di mandare a memoria testi di fisica e matematica leggevo senza fretta le pagine di una vecchia edizione di questo libro con una copertina verde, più perché già allora fosse un mito che per convinzione. All'esame uscii malamente, e devo probabilmente la mia promozione solo alla mia buona conoscenza della lingua inglese, ma non passarono che poche ore dalla pubblicazione dei voti nella bacheca del Liceo che già mi trovavo io stesso "on the road" su una spaziosa vecchia Peugeot bianca per un mio viaggio iniziatico attraverso la Francia, dove mi sentii molto boehemienne a dormire in un sacco a pelo sui marciapiedi di Parigi e a passeggiare per Montmatre (ma ricordo che la prima sera finii in un cinema a vedere Histoire d'O con Corinne Clery, da noi censurato), e attraverso lo stretto della Manica fino all'East di Londra, dove mi recai in pellegrinaggio alla ricerca del primo negozietto della Virgin Records, che allora era un'etichetta di rock d'avanguardia in procinto di firmare un contratto ai Sex Pistols.
Viaggiavamo io e un amico con una tenda ed un grosso zaino militare comprato ad un mercatino, in cui feci compiere tutto il viaggio con me alla mia copia del libro di Kerouac. A Londra abbandonammo l'idiota proprietario della Peugeot, raggiungemmo la Cornovaglia e l'East End (la fine estrema del mondo prima dell'Oceano), baciai una ragazza così graziosa che in seguito ebbe l'onore di fare la modella sulla copertina di una rivista (no, non Playboy) e tornammo carichi di dischi in treno. Ricordo anzi che invece di arrivare a casa decisi di scendere, notte tempo, in un paesino della Val di Susa...

Così oggi sto rileggendo Sulla Strada. Non l'avevo più fatto da allora. Devo confessare che non ricordo praticamente nulla, nemmeno quanto fosse straordinariamente coinvolgente. Anche perché quando lo leggevo allora i nomi degli stati e delle città da NYC a San Francisco non mi dicevano nulla, mentre oggi li ho visti praticamente quasi tutti. Ma la cosa che più mi ha sorpreso è che molte cose che leggo in quelle pagine pensavo di averle pensate io. Per esempio, quante volte mi è capitato di raccontare "ho dormito così profondamente che al risveglio non riuscivo neppure a ricordare chi fossi... e quando mi è venuto in mente ci sono restato male".

Beh, Jack scrive: "mi svegliai che il sole stava diventando rosso; e quello fu l'unico preciso istante della mia vita, il più assurdo, in cui dimenticai chi ero - lontano da casa, stanco e stordito per il viaggio, in una povera stanza d'albergo che non avevo mai visto, colsibilo del vapore fuori - e guardai il soffitto alto e screpolato e davvero non riuscii a ricordare chi ero per almeno quindici assurdi secondi".

È la stessa sensazione che ha provato mia moglie quando, vedendo per la prima volta Marrakech Express, si accorse che metà delle frasi che ripeto non sono mie ma di quel film. E spero che non legga On The Road, per scoprire che anche l'altra metà non è mia...


sabato 1 agosto 2009

Passo della Cisa

Da bambino arrivare al mare non era un semplice trasferimento com'è adesso, ma era una vera e propria avventura di per sè. Mio padre caricava la famiglia e si partiva per una via Emilia affollata di camion fino ad arrivare a Fornovo e da li dare l'assalto agli interminabili e ruvidi tornanti della Cisa, dove spesso si era fermi in coda dietro a camion puzzolenti di gasolio incastrati in curva (che qualche volta rinculavano sotto il peso del carico di marmo). Gli indimenticabili momenti topici del viaggio erano tre: la sosta sul Passo, con la scalinata verso la chiesetta; il pellegrinaggio alla statua di Pinocchio a Pontremoli, segno che la parte selvaggia del viaggio era terminata, ed infine il profumo di mare in prossimità della Versilia.
Per questo amo questo Pinocchio di quell'amore ingenuo, semplice e totale con cui i bambini sanno amare dal proprio cuore...

P.S: perché in Versilia il profumo di mare non lo sento più?

mercoledì 18 febbraio 2009

ricordi di seconda mano


Ho letto in un’intervista questa frase: “di mio padre ho solo ricordi vaghi, perché è morto quando io avevo solo sei anni”.  
Sono parole che mi hanno turbato, non perché non mi senta bene o abbia qualche motivo speciale di dubitare della mia sopravvivenza, ma perché mi hanno fatto riflettere su quanto poco riescano ad andare indietro i miei ricordi. Il primo ricordo strutturato che ho è di quando avevo sei anni. Stavo giocando “al giornalaio” con una pila di riviste lasciati in fondo alle scale della amata casa di Santimento, quando improvvisamente arriva mio padre per annunciare che è nata Alessandra, la sorellina. E io che sento le lacrime colarmi lungo il viso per l’emozione, senza che possa trattenerle, anche se non afferro fino in fondo la dimensione della notizia. E per l’emozione, immagino, riesco a scolpire il momento nella mia memoria a lungo termine.
Ricordi precedenti forse ce ne sono, ma sono più sensazioni, odori, colori confusi che ricordi veri e propri. Mia madre che mi infila le calze, la sabbia calda di Forte dei Marmi, il verde di un prato ad Oulx, il profumo di una stalla di montagna lungo un sentiero di ciottoli, il sedile posteriore di una Fiat 500 su cui salto con mio fratello (cintura di sicurezza neanche a parlarne), una bicicletta rossa appena regalata, io che con quella bicicletta mi infilo in un fitto di alberi perché non so fermarmi. Io sulla aia assolata che imparo a pedalare senza rotelle, mio fratello che piange perché la giostra della fiera del paese ha chiuso all’ora di pranzo... 
Ora mia figlia ha sei anni. A rigore non ricorderà nulla di quello che le è successo fino ad oggi. Delle centinaia di cose che abbiamo fatto assieme: le nostre vacanze al mare ed in montagna, le passeggiate a cavallo o nello zaino, le nuotate assieme nel mare di Sardegna, le gite, la nostra auto (Isotta) e la moto (Pimpa). I film che abbiamo visto al cinema, i ristoranti, gli zoo…
Alcuni dei momenti più belli della nostra vita, che al momento si ricorda senza difficoltà, ma che ad un certo punto andranno inevitabilmente perduti. E con essi i ricordi di questo padre così presente e di questa famiglia così unita. 
La guardo e mi domando: "quando dimenticherà?" come se potesse accadere all’improvviso, quasi per rito iniziatico del crescere.
Certo, so bene che tutto quanto ha vissuto, anche se dimenticato, influenzerà per sempre la persona che diventerà, spero in meglio. Ma proprio mi dispiace che dimentichi i singoli fatti.

Per fortuna, dove non arriva la natura arriva la tecnologia. Se la nostra mente, per qualche bizzarro motivo, non ha abbastanza spazio per archiviare tutti i bei ricordi, qualcuno ha rimediato inventando uno straordinario apparecchio che registra i momenti e li rievoca a piacere. Di quale diavoleria sto parlando? Di quelle semplici telecamere digitali che vendono al centro commerciale per meno di 399 euro.
Così di sera, quando gli altri sono già a letto, scarico le immagini dalla telecamera e le metto in fila sul mio Mac, ordinandole con programmi come iMovie per realizzare film tecnicamente un po’ sotto Stanley Kubrick ma un po’ meglio di Martin Scorsese. Film che Carolina ama guardare ora ma che, credo, adorerà domani. 
Chi di noi non vorrebbe rivedere la propria vita di bambino al posto del film di Rai Uno?

lunedì 2 febbraio 2009

neve


Vorrei vivere nel paese dei Puffi. Vorrei vivere in un mondo perfetto dove non solo la gente fosse di buona volontà, ma anche gli eventi fossero coerenti. Per esempio, il tempo atmosferico: a me piace che d’inverno ci sia la neve, sui tetti della case come sui campi e persino sulle strade quando le auto perdono la spavalderia e la fretta di tutti i giorni per procedere caute quasi assaggiando la strada. Mi piace che in primavera il sole ed i prati in fiore invoglino alle scampagnate, nonostante il polline nell'aria; in estate mi piacciono quei temporali brevi e intensi che profumano l'aria di ozono e spezzano l'afa per una sera; e d’autunno, naturalmente, voglio foglie dorate a tappezzare le valli. 
Insomma, amo che il tempo sia come ci si aspetta. Quest’anno è andata proprio così: non so di quella cosa del riscaldamento globale, ma quest'anno è stato inverno vero e credo che accoglieremo la primavera facendole festa.

Ricordo l’inverno del 1986, quando la nevicata a Milano ha tenuto l’auto sepolta per due settimane ad un giovane e spensierato Blue Bottazzi ufficiale medico di complemento. La primavera del 2003, quando abbiamo avuto neve sui monti della provincia fino a maggio e a passeggiare ancora sprofondavi. Anche non più di un paio di anni fa a novembre la città era completamente imbiancata e Don Luigi spalava la neve dal sagrato per non far scivolare i fedeli. E io, Carolina e Lalla, equipaggiati di tutto punto invece di andare in montagna siamo arrivati solo ai giardinetti pubblici ad affondare nella neve fino alle ginocchia, e nei supermercati non si trovava più neppure una slitta.

sabato 24 gennaio 2009

bianco e nero


"Siamo l'ultima generazione ad avere ricordi in bianco e nero" (Marrakech Express)

Mentre accompagno a scuola Carolina in una plumbea mattina di gennaio, lei sillaba una scritta che ha letto: "P O L I T E A M A... cosa vuol dire, papà?"
Politeama è il nome di un cinema, che c'era già quando il papà aveva la tua età. Allora non c'era Sky e nemmeno i cartoni animati alla TV (non è vero, una volta alla settimana c'erano Gustavo ed i cartoni importati dai paesi del socialismo reale, ma questo non l'ho raccontato). Perciò la domenica mattina papà e lo zio venivano al cinema Politeama, ad uno spettacolo che proprio per questo si chiamava matiné, a vedere i cartoni di Willy il coyote e Bip Bip... Persino la TV non era a colori, ma piccola ed in bianco e nero. E in TV c'era Raffaella Carrà.

mercoledì 22 ottobre 2008

Dieci anni


"Quando avevo diecianni
non avevo mai affanni
e credevo che il tempo
per me fosse eterno
e lo fosse per te.
Ora so chi mi chiama
sento quella campana
che parla di te"


Massimo Bubola

sabato 11 ottobre 2008

L'Isola che non c'è


C’è. L’Isola che non c’è. Per esserci c’è. Solo che non è facile trovarla, neanche se si sa dov’è. Perché le coordinate puntano allo spazio e al tempo. Cioè, l’isola è in un certo posto, ma anche in un certo momento. Se arrivi al posto giusto ma nel momento sbagliato, non c’è niente da fare, l’isola non la trovi.
Lo so perché ci sono stato. All’Isola che non c’è.
Per esempio, tanti anni fa, con il primo amore. Io avevo appena finito il Corso Allievi Ufficiali medici di complemento a Costa San Giorgio a Firenze... (sembra assurdo, ma a ripensarci oggi persino il Corso AUC a Costa San Giorgio, sul Giardino dei Boboli e a 25 anni era l’Isola che non c’è).
Comunque non è quello che volevo raccontare: dicevo, ho appena finito i settanta giorni di Corso, è Natale e ho 15 giorni di licenza prima di prendere incarico come sottotenente medico nella mia caserma (che poi era il distretto militare a Pagano, Milano, negli anni ottanta: mica male). Ho questa nuova fidanzata, giovane e dolce, non sapevo ancora che sarebbe stata il Primo Amore, ed io la sto raggiungendo in auto per passare assieme i quindici giorni. È nevicato parecchio, c’è neve letteralmente dappertutto, ma ora il sole splende nell’aria frizzante del mattino; io oltrepasso questo piccole ponte innevato e di fronte a me appare questa casetta, un cagnetto nero che mi corre incontro (Lucky) e sugli scalini è seduta lei, sorridente, che mi aspetta.
Neanche Francis Ford Coppola l’ha mai girata una scena così.
Quella era l’Isola che non c’è. Ci sono tornato a quella casa, tante volte negli anni, ma l’isola non c’è più.

E ancora, sempre neve, una bufera di neve in autostrada e noi due che cerchiamo di arrivare a Milano. Per la neve esco a Casalpusterlengo (che il casello veramente è quasi a San Colombano) e, in mezzo a tutti questi fiocchi di neve che scendono fitti fitti dal cielo, per qualche motivo mi dirigo invece verso Pavia. Pavia sotto la neve, o nella nebbia, è molto romantica. Sia sul lungo Ticino, come nella darsena del Naviglio o nella piazza del centro dove è crollata la torre. E così, completamente di sorpresa, senza programmarlo, eccoci a rincorrerci infreddoliti nel centro imbiancato di Pavia, giovani e felici. Eravamo approdati all’Isola che non c’è.

Non che l’Isola si trovi solo con l’Amore. Ricordo che mi piaceva scoprire in bibicletta il basso lodigiano, lungo i suoi tanti corsi d’acqua, e c’erano volte in cui era davvero magico. Magico era stato scoprire Pizzighettone, lungo l’Adda, con i suoi ponti sul fiume, le cascate, le case matte, i lampioni del borgo vecchio, il villaggio operaio. Anche li avevo intercettato l’Isola.

(Anche la mia Carolina di cinque anni sa accompagnare all’Isola che non c’è, non c’è che da tenerla per mano).

Ma “spazio-tempo”: questa sera non ero ancora sazio dei chilometri macinati in questa giornata di sole sulla Guzzi Stelvio bianca (che infatti si chiama Bianca-Neve). Così all’ora del tramonto mi sono presentato, un po’ mogio, davanti al Ponte di Pizzighettone. Molto bello, come sempre, ma l’isola non c’era.