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sabato 25 maggio 2019

ho visto cose...


Ciascuno di noi si sente in qualche modo legato ad un proprio nucleo familiare. Alle madre, ovviamente, ed al padre, al ricordo dei nonni, dello zio Mario. La nostra famiglia. I più vanitosi si spingono a ricercarne le origini indietro di generazioni, per ostentare lombi nobili ed esibire origini centenarie.
Ho una notizia per voi.
La vostra famiglia, che è la nostra famiglia, ha 4.000.000.000 di anni. I nostri avi, i tuoi avi, tanto sono antichi. La cosa bella è che noi ne abbiamo memoria, la memoria genetica. Il che sta a significare in qualche modo che quegli avi siamo, o siamo stati, noi stessi.  Highlander di quattro miliardi di anni.
Contadini romani, o forse legionari, o magari patrizi: noi lo siamo stati. Ma ancora prima, eravamo pastori etruschi. E prima di quello, si viveva in Asia o in Africa.
Quando ti senti sopraffare dalla vista della maestosità del Sahara, beh, non è la prima volta che tu lo vedi.
Molto a lungo abbiamo vagato nella palude della preistoria. Ogni volta che una giornata assolata di primavera ci inebria con il suo profumo, o un temporale ci intimorisce e ci suggerisce di restare a casa a poltrire sul divano, noi ricordiamo i ricordi di quella lontana vita vissuta.
Siamo stati Sapiens, ma prima ancora Erectus, e - già ce lo hanno detto - anche una scimmia su un ramo. Abbiamo vivi dentro di noi i ricordi di quella scimmia, quando al mattino al bar non sappiamo resistere ad una dolce brioche o quando sobbalziamo perché ci pare di aver scorto un serpente.
Ma siamo stati ben altro prima di quella scimmia, e lo ricordiamo bene. Un piccolo mammifero atterrito che cerca di farsi invisibile fra le radici, tentando di non farsi annusare da un raptor. Noi abbiamo visto il mondo attraverso i suoi occhi: Jurassic Park non ci ha mostrato nulla che non avessimo già visto.
Persino quel serpente che ci ha atterrito: ebbene sì, tu stesso sei stato un rettile, e ne porti la memoria. Le tue pupille non erano tonde, e strisciavi pigro e inconsapevole alla ricerca di un raggio di sole per riscaldarti.
Quell’atavico giorno di pioggia in cui uno strano pesce ha compiuto i primi centimetri sulla battigia, eri lì.
E dunque, ancora prima, si nuotava nel vasto oceano, persino prima della deriva dei continenti, ai tempi della Pangea. Non vi riesce di mettere a fuoco un ricordo tanto lontano, ma chissà, forse mentre scendete pochi metri sotto la superficie dell’acqua tiepida illuminata dai raggi del sole, un solletico profondo alla radice della vostra mente rievoca una sensazione antica.
Eri vivo molto prima di possedere una spina dorsale e prima di avere una mente.
Sei stato addirittura un microscopico batterio monocellulare, di quelli che stermini quando chiedi al dottore la ricetta dell’Augmentin. Era il nonno, eri tu.

E quel giorno glorioso di bufera, di tempesta e fulmini che qualche proteina, qualche aminoacido si è raggrumato per prendere vita, quel giorno voi c’eravate. Perché quel giorno voi siete nati. Prima non si esisteva. Da quel giorno, sì.

martedì 23 aprile 2019

il mio gemello


Nei suoi romanzi, lo scrittore Sandrone Dazieri racconta di un investigatore, il Gorilla, che soffre di una singolare forma di personalità multipla: quando si addormenta, si risveglia il suo alter ego, il Socio. I due condividono lo stesso corpo, ma sono due persone differenti, con due diversi caratteri, e destinate a non incontrarsi mai. Quando ancora faceva buoni film, la parte del Gorilla è stata recitata al cinema da Claudio Bisio, ne La Cura del Gorilla
Anche Corrado Guzzanti ha raccontato una storia di personalità multiple nella serie TV Dov’è Mario, il doppio di uno scrittore elegant chic in declino che nel sonno si trasforma in Bizio Capocetti, comico coatto romano volgare e senza scrupoli. 

Nel mio piccolo, anch’io ho un gemello. Un serio professionista, uno stimato medico. L’ “altro” è Blue, cronista rock, motociclista, ribelle romantico. 
A differenza del Gorilla, però, i due gemelli non possono approfittare del sonno l’uno dell’altro ma condividono lo stesso tempo. Così ognuno consuma un po’ della vita dell’altro. 
Il dottore è quello che paga i conti e mantieni entrambi, così tende ad avere un diritto di priorità sul tempo. Blue scrive, viaggia, ascolta musica, ma solo nel tempo libero del medico. 
Gli anni passano, il tramonto è ormai più vicino dell’alba, e Blue scalpita: c’è ancora molto da vedere e molto da scrivere, ma sempre meno tempo per farlo. 

giovedì 15 settembre 2016

La grande bellezza


Adoro le motociclette ed adoro la musica, con tutti i suoni, i profumi, gli annessi ed i connessi: il profumo della copertina dei dischi e quello dell’olio e della benzina, il rombo del motore e lo squillo del sax, il ritmo della batteria.
Mi piace vivere nel mondo segreto in cui le moto (e la musica) mi conducono.
Adoro le donne, anche se sono più pericolose delle moto, anche se non mi sono dimostrato all’altezza, anche se mi hanno fatto sanguinare. Mi piace dormire abbracciato. Mi piace accarezzare.
Mi piacciono gli anni in cui sono nato e sono cresciuto, gli attori francesi, il cinema dei settanta, i romanzi, il modo in cui si pensava ed in cui si sognava. Mi piacevano i computer quando erano hippie.
Mi piacciono gli aerei ad elica.
Mi piace la nebbia, le montagne ed il mare ma solo quando non c’è nessuno, mi piacciono le città. Mi piace Londra.
Credo nella bellezza.

venerdì 29 aprile 2016

Poker


In tutta la vita non sono mai stato un giocatore d’azzardo. Mi piace spendere i soldi, ma detesto buttarli, e a perderli non mi diverto per niente. Per capirci, l’unica città degli Stati Uniti che non mi piace è Las Vegas.
Ciò nonostante da ragazzi, nei film western ci affascinava il poker, con le sue regole ed i suoi meccanismi. Nei giorni dell’Università, io e un paio di amici facemmo conoscenza di un figlio di papà, un tipo strafottente e non troppo sveglio, con cui prendemmo l’abitudine di giocare un tavolo di poker settimanale. Era gradasso, impaziente ed arrogante, doti ideali per perdere soldi. Era divertente passare una serata fra amici a giocare a carte alla buona, e alla fine avere tutti regolarmente in tasca qualche biglietto da 10.000 lire per bere alla sua salute.
Fino a che una sera portò un amico. Fummo troppo ingenui per realizzare che dilettanti come noi non avrebbero dovuto giocare a soldi con uno sconosciuto. O forse a vincere facile ci eravamo convinti di essere capaci. Quella sera, un poco alla volta, quasi senza che ce ne accorgessimo, ci trovammo tutti sotto, chi più, chi meno. Io ero un giocatore prudente, non volevo perdere troppo e tendevo ad uscire ogni volta che avevo in mano carte deboli, ma ciò nonostante a fine serata avevo perso 50.000 lire. Non era molto, ma abbastanza per sentirmi triste e incazzato al pensiero delle cose che avrei potuto comprare con i soldi perduti, per esempio dischi.
Poi qualche cosa successe.
Alla fine di quella serata tutta storta, a quella che si sarebbe rivelata la penultima mano mi trovai in mano un full. Mi riuscì di non cancellare dal viso l’espressione infelice, mi mossi bene, e fui aiutato dal fatto che almeno in due  si trovavano in mano carte buone. Con quell’unico giro mi ritrovai in tasca nuovamente tutti i biglietti perduti.
Finalmente mi rilassai e tornai a divertirmi, allegro e ciarliero. Che serata era stata, dopo tutto. Non vedevo l’ora che si dichiarasse chiusa, e mi ripromisi di non mettermi più in gioco fino alla fine - ma com’è noto, sarebbe stato scorretto chiamarsi fuori subito dopo un giro vincente.
La dea bendata aveva i suoi piani. Alla mano successiva mi trovai in mano un poker, forse, anzi di sicuro, l’unico della mia vita. Non potevo crederci, ed al tempo stesso ero un fascio di adrenalina. Mi impegnai a ricavare il massimo da quel gran colpo di fortuna. D’istinto, scelsi la strategia vincente: invece di cercare di simulare indifferenza, proseguii a recitare la parte del gradasso che avevo inaugurato dopo il full. Con mia sorpresa, tutti quanti senza eccezioni si mostravano convinti che stessi bluffando, ed in maniera maldestra anche. Sembravo proprio un principiante su di giri per aver vinto una mano. Io continuavo a rilanciare, ed in due, un amico e lo sconosciuto, accettarono il gioco, o per meglio dire mi misero in mezzo. Io rilanciavo, loro ricaricavano. Non potevo credere alla mia fortuna. Eravamo al di fuori di ogni nostra abitudine, le regole non dette e non stabilite che limitavano le puntate a valori compatibili con il nostro gioco. L’atmosfera era cambiata del tutto rispetto alle nostre solite partite.
In breve sul tavolo c’erano tutti i soldi dei nostri portafogli, e sono sicuro che se ne avessimo avuti altri avremmo messo anche quelli. L’adrenalina scorreva, e soprattutto pareva essersi formata una complicità generale per leggermi il bluff e vedermi scornato. Non mi venne da pensare neppure per un attimo che qualcuno potesse avere delle carte migliori delle mie. Solo non potevo credere che continuassero a ricaricare i miei rilanci.
Tutte le banconote di cui disponevamo erano sul tavolo; non ricordo quanto, ma erano decisamente più di quante ne avremmo mai giocate a mente lucida. Era il mio turno di mettere le carte sul tavolo, denunciando finalmente, secondo la certezza di tutti, il mio bluff.
Lo feci appoggiando le carte una per una, a formare un tris più la carta spaiata, come facevano nei film di cowboy da cui avevamo imparato il gioco. L’amico che aveva visto non riuscì a trattenersi dal calare d’un botto le sue, lasciandosi andare ad una gran risata liberatoria, convinto della vittoria del suo full sul mio tris. Lo sconosciuto aspettò di vedere, l’unico a mantenersi impassibile. Calai sul tavolo l’ultima carta assieme a tutta la mia adrenalina, infilandola tra le altre a completare il poker. Un’esplosione avrebbe fatto meno effetto; quel che accadde fu in effetti che saltò il tavolo dalla sorpresa. Lo sconosciuto infilò le sue carte nel mazzo. Non volle rivelare a nessun costo il suo gioco. Tutte le banconote sul tappeto erano le mie; le misi in fila, contandole e infilandole nel portafogli con teatralità, fra l’antipatia di tutti. Era un’atmosfera inusuale: io l’unico con l’umore alle stelle, gli altri infastiditi e scontrosi.
Fu una forte emozione, e una gran serata, ma non cercai mai di riviverla; da allora non giocai mai più alle carte per denaro, neanche una volta. Anche se credo di aver promesso la rivincita per la settimana successiva, nessuno del mio gruppo si presentò (e meno che mai io). La serata di poker era uscita dalle nostre abitudini.

mercoledì 6 gennaio 2016

Oroscopo dell'anno nuovo


Vi rendete conto che la gente crede ai segni zodiacali? Che probabilmente voi stessi che state leggendo, pensate “non credo negli oroscopi, ma un po’ nel fatto che la data di nascita influisca sulla personalità”? Che sarebbe come dire “credo a San Gennaro, ma non a Sant’Ambrogio”.
Siamo sei miliardi di persone su questo pianeta, e la quasi totalità di esse non usa la mente razionale. È, ma non cogita. La cosa sorprendente è che quando una persona, apparentemente di buon senso, esprime un’opinione del tipo “credo che il carattere dei gemelli sia differente da quello dello scorpione”, non si prende minimamente il disturbo di analizzare quello che sta dicendo. Ci crede e basta, a priori, come atto di fede.
Significa forse che le costellazioni abbiano un’influenza sulla nostra vita? Anche se le costellazioni non esistono e sono in realtà un’illusione ottica legata alla nostra poszione nello spazio? Non è questo un pensiero che sfiori il credente, per quanto colto o persino intelligente: in realtà non si pone neppure il quesito. La possibilità che siano le stelle ad avere un’influenza sulla nostra vita, non gli fa visualizzare cosa sia in effetti l’Universo e quale ruolo e dimensione abbia la Terra in esso.
Molti di voi hanno un’idea dell’Universo, ma non la applicano quando pensano ai segni zodiacali.
Che sia allora, ciclicamente, il momento dell’anno a influenzare il carattere delle persone? E in che modo? Attraverso una forza che pervade l’etere e che si modifica ciclicamente con la posizione del sole? Mese per mese; e perché non esistono segni zodiacali legati ai giorni della settimana?
Questa irrazionalità si chiama superstizione, ed in effetti è legata a motivi filogenetici, vale a dire all’istinto animale dell’uomo (ma non approfondisco in questa sede).
È il medesimo meccanismo dell'avvertire la sensazione che un gesto o un accadimento, come toccare ferro, o un gatto nero che attraversa la strada, o versare il sale, o appendere l’immagine di una santa allo specchietto retrovisore, possa influenzare il nostro futuro. Una sensazione che soddisfa in sé: non mette in moto nella mente umana il bisogno di una spiegazione e non reclama una prova. In che modo un gatto nero che attraversa “del tutto” la strada potrebbe essere di cattivo auspicio? Esiste forse una forza invisibile che tutto pervade? E Dio che ruolo avrebbe in questa forza? Il credente riesce a credere contemporaneamente a entrambe le cose, all’esistenza di Dio onnipotente e della Dea bendata (in nessun rapporto di parentela, come Babbo Natale e lo Spirito Santo), senza avvertirne la contraddizione, come se fossero su due piani diversi di realtà. Possono agire contemporaneamente come appartenessero a due film differenti. Alien vs Predator. Dio contro la Dea bendata.
In che modo la bandierina della santa ci renderebbe meno soggetti al pericolo di incidenti stradali? Porsi il quesito sul meccanismo non sfiora la mente delle persone che l'appendono allo specchietto retrovisore dell'automobile. Comprensibile fino a che si parla di persone molto semplici, che non conoscano comunque la fisica dell’elettricità: per essi è comunque altrettanto inspiegabile che premendo un interruttore si accenda una lampadina, e ne sono altrettanto indifferenti. Ma il fatto è che nulla impedisce anche ad un ingegnere di provare disagio di fronte ad un gatto nero, oppure di rispondere con naturalezza “sono dell'acquario” a chi glielo domandi.

Quando nel medioevo una cometa attraversava il cielo, per un milione di persone era un segno di sventura o magari di buona sorte. Una sola su un milione lo riconosceva come fenomeno celeste e riusciva persino a calcolarne l’orbita e prevedere la data in cui si sarebbe ripresentata nel cielo secoli più tardi. Ma questa singola persona, socialmente non contava più delle altre, anzi, probabilmente era anche in pericolo.
Siamo nel XXI secolo ma non è cambiato nulla. I quotidiani che pubblicano le notizie e le previsioni finanziarie, continuano a stampare anche gli oroscopi. E voi a ritenere di avere un segno zodiacale.

domenica 29 novembre 2015

il film americano del batterista


Dunque, ieri sera (era sabato sera e siccome siamo in novembre, quasi dicembre, era già buio come se fosse notte, anche se i negozi sono ancora aperti), vedo la vetrina illuminata del negozio di dischi e penso che sia piacevole entrare per un saluto agli amici. Non era il sabato sera sfigato di un sabato sfigato: ho avuto i miei momenti sfigati, ma per fortuna invecchio bene come un vino toscano, e i miei sabati stanno andando a gonfie vele. Me ne tornavo da una splendida giornata in giro per una Modena prenatalizia (ed il centro di Modena prima di Natale è una meraviglia), mi ero fatto un bel po’ di autostrada con un’auto che gira rotonda che è un piacere, ed ero solo stanco e desideroso di godermi una serata di riposo sotto il piumone. Ma non sarebbe stato piacevole addormentarmi guardando un bel film, di quelli che ti riscaldano il cuore? Anche se purtroppo film buoni non ne girano più da un pezzo. Non sono mai stato uno da “andiamo al cinema a passare una serata in compagnia” ma uno da “andiamo a vedere un film”. C’è differenza: è come “facciamo una tavolata per stare assieme”, oppure “andiamo al ristorante a mangiare bene”. Si va al cinema per passare il tempo, e giusto per caso sullo schermo proiettano qualcosa; invece si va a vedere un film per vedere il film. Da giovane volevo fare il regista. Ho  passato almeno dieci anni della mia infanzia a vedermi puntualmente un film al cinema ogni domenica; a sei anni con il nonno, a 13 con gli amici. Poi il lunedì, a scuola, durante l’ora di religione, raccontavo il film ai compagni. Lo raccontavo veramente, con gli alunni seduti a semicerchio attorno a me a bocca aperta in fondo all’aula. C’era chi sosteneva che fosse meglio ascoltare il film che vederlo al cinema. Poi il regista non l’ho fatto, ed il mondo ha di certo perso qualche cosa, ma insomma.
Questo per dire che il cinema per me è una specie di fatto religioso. Non riesco a vedere un film che non è bello, o meglio, non riesco a vedere un film che non mi piace. Esco a metà. Sai quanti amici si sono incazzati, quando fra il primo ed il secondo tempo annunciavo che sarei uscito dalla sala? Ma per me era importante, era come informare il regista che il suo film era una cagata. Se un film non mi piace, non c’è verso che io ne guardi il finale; sarebbe un’atto di viltà, sarebbe una resa della mia integrità nei confronti di questo entertainment di stampo televisivo.
Così il sabato sera entro nel negozio di dischi dei miei amici, con la vetrina illuminata che nella serata buia e gelida promette se non un nirvana almeno una dose di calore umano. Parlo di un negozio che esiste dai tempi buoni, dai giorni di gloria dei dischi e della musica rock. Dai giorni in cui le copertine avevano un profumo, e da prima che i film si potessero acquistare. Di questi tempi che i negozi di dischi non esistono più neanche a Londra e NYC, ogni volta che ne varco la soglia mi prende il sospetto che in realtà il negozio sia la copertura di qualche cosa di più remunerativo; non voglio insinuare il meretricio o lo spaccio di stupefacenti e neanche il gioco d’azzardo; penso a qualche cosa come la sede di una cellula del KGB. Tutte le volte mi stupisco invece di trovarlo ben pieno di cienti, con le persone in coda alla cassa con un CD in mano, a dispetto dell’esistenza di Spotify, o con un DVD, a dispetto di Sky. Un’umanità variegata, di cui i miei amici per assicurarsi la fama invece di vendere dischi dovrebbero scrivere la cronaca. Dunque entro, in attesa dell’arrivo di un appuntamento, con la vaga speranza di trovarmi per le mani un film che mi sorprenda, ma con la certezza che non succederà. Tutti i film che mi piacciono li hanno girati negli anni settanta, quando le telecamere era fisse e le sceneggiature erano la parte più importante. Quando le macchine americane nei film erano americane e non asiatiche. Gli ultimi film buoni che sono stati girati si intitolano Pulp Fiction (quando ancora io passeggiavo abbracciato con il primo amore), Eyes Wide Shut (quando ancora non mi ero mai sposato), e Tenebaum (e li in effetti era già il nuovo millenio). The Royal Tenebaum, un capolavoro, l’unico film di Wes Anderson che vale la pena di vedere e rivedere, perché gli altri sono solo dei tentativo zuccherosi di rifarlo, e perché dovresti guardare una copia mal riuscita se hai in mano l’originale?
Così butto l’occhio alle solite copertine, e mi fermo a leggere il retro dei soliti DVD, quelli di Woody Allen, di Almodovar o chessò io, domandandomi per esempio se valesse la pena di guardare Magic In The Moonlight. Anche se ultimamente sono diventato un cattivo cliente, i miei amici del negozio di dischi sono davvero gentili, e ce n’è sempre qualcuno che spreca il suo tempo con un consiglio. Veramente il socio mio coetaneo ci ha rinunciato, credo perché si sia offeso che gli abbia stroncato alcuni dei suoi film francesi preferiti. Da quando lo conosco va tutti gli anni a Cannes per il festival, il che lo rende suscettibile in fatto di pareri cinematografici. Il problema è che in realtà lui è eccitato dai film feticisti, che non sono davvero il mio genere. Ad un paio di calze autoreggenti ho sempre preferito una ragazza del tutto nuda. Però il socio giovane è davvero un entusiasta, ed è assolutamente certo che se gli dessi retta mi godrei un sacco di film che ignoro. Il problema con lui è che tutti i film che gli piacciono hanno dentro una pistola, un mitra, qualche rapinatore in giacca e cravatta e capigliatura alla moda, ed una macchina da presa che saltella. A me piacciono le riprese statiche, e non ne fanno più dall’arrivo di MTV. Però è così entusiasta che davvero non me la sento di deluderlo. Prima di vendere dischi e film vendeva strumenti musicali, ed è parecchio che mi consiglia un amico da cui prendere lezioni di batteria (oltre ad avermi informato che chi mi ha venduto il rullante, il charleston ed il piatto mi ha derubato, e su questo ha assolutamente ragione). Così ieri sera mi mette in mano un film che racconta la storia di un batterista di New York. Tombola! Sembra che questo film abbia vinto il Sundance, o l’Oscar, o entrambi, o ci sia arrivato vicino; il che non è naturalmente una garanzia di per sé, però può costituire un buon argomento di conversazione. Sono praticamente certo che lo acquisterò e lo guarderò, fino a che non leggo il riassunto della trama sul retro della confezione. Ora, non puoi giudicare un libro senza averlo letto, e questo vale senz’altro anche per un film senza averlo visto (a meno che non abbia sfumature di colore nel titolo), e non sto di certo giudicando il film del batterista in questo racconto, anche se in effetti poi non l’ho comperato né tanto meno visto. Anzi, quando il mio appuntamento è arrivato, ho reinfilato il dvd negli scaffali lesto come un ladro e sono uscito di soppiatto cercando di non essere notato - anche se in effetti un ladro di solito fa il contrario.
Secondo la copertina, il protagonista del film ha lo scopo nella vita di diventare il più bravo batterista del mondo. E già qui sono due universi che cozzano, il mio e quello dello sceneggiatore. Perché il mio eroe è il Drugo Lebowski, e nel mio universo mai un batterista vorrebbe essere il più bravo del cocuzzaro. Mai un musicista vorrebbe essere un fottuto virtuoso. Un giocatore di football americano vuole essere il migliore di tutti, non un musicista rock. Ecco perché ascolto la musica invece di guardare lo sport. Quando Jerry Garcia suonava il bluegrass con Dave Grisman, questo lo guardava negli occhi e gli diceva: “Jerry no, stai sbagliando, questo pezzo non si suona così” e Jerry gli rispondeva “Dave, rilassati e suona”. Perché la musica non è una questione di virtuosismo o di seguire le note giuste, è una questione di cuore e di anima.
Per tornare al nostro batterista “vorrei-essere-il-migliore”, sogna un posto nella prestigiosa orchestra jazz del prestigioso conservatorio di New York City. Il che è molto americano e sa molto di Saranno Famosi; fosse per me, io vorrei suonare con i Commitments in un garage di Dublino piuttosto che in mezzo a tizi eleganti in giacca e cravattivo. Al massimo al Ronnie Scott a Soho a Londra, di fronte al Caffé Italia.
C’è un maestro che lo mette sotto e lo fa impazzire; un deja-vu fra Full Metal Jacket e il film sulla squadra di football. Prima di un concerto importante qualcuno perde lo spartito. Lo spartito? Un batterista jazz? Charles Mingus lo spartito lo immaginava nella testa, Miles Davis suonava il pezzo con la bocca a Jimmy Cobb e poi se non era buona la prima lo era la seconda, per non perdere la freschezza. E questo trequarti si fa sanguinare le mani a furia di provare e deve seguire uno spartito? Paul McCartney neanche la sapeva scrivere la musica, però il suo batterista si chiamava Ringo Starr.
Nella scena clou il tizio deve riuscire, perché in un caso sarà lo sgabello nella prestigiosa orchestra, nell’altro sarà la disoccupazione. Beh, che ci sarebbe di male in un dignitoso posto nei Faces?
Insomma, diciamocelo, uno sceglie di fare il batterista perché è un fancazzista e se la vuole godere, viceversa fa l’università e va a lavorare nell’ospedale di medici in prima linea. Il problema con questi film (e chi li guarda) non è un fatto di cinema, ma di sesso. Se vi piace il tizio che soffre per arrivare mentre il capo lo maltratta, delle due l'una: o da bambini avete visto troppi episodi di Dolce Remy, o siete dei masochisti, e quello che vorreste davvero non è un capo che vi insegni a fare il tre quarti, ma una valchiria che vi fustighi le natiche o un culturista borchiato che vi infili un pugno da dietro. Non è il mio genere.

giovedì 1 gennaio 2015

La storia di Natale del 2014


Immaginate. Immaginate di essere vecchi vecchi vecchi, al capolinea della vostra vita. In un letto.
Vi guardate le mani rattrappite dall’artrosi, e non ci potete credere. Una stanza bianca, che neanche riconoscete. Avete ricordi solo di quando eravate più giovani. Ricordate di quello che avevate e di quello che oggi non avete più. L’infermiera dice che è la notte di Natale. Vi fa pensare alle notte di Natale di tanto anni prima, quando magari passeggiare nella folla vi irritava, e gli alberi e le palline non vi dicevano niente. Pensate che quello che desiderereste davvero è una macchina del tempo, che vi riporti al Natale di quando eravate più giovani, alle persone che avete perso, al posto dove vivevate. Quando eravate felici senza neanche saperlo.
Ma tornare indietro nel tempo è impossibile, si sa...
Sicuri? Chiudete gli occhi e riapriteli.
Esauditi! Buon Natale.


P.S.: ok, leggete qui la storia di Natale di BEAT 


mercoledì 1 gennaio 2014

mercoledì 25 dicembre 2013

Racconto di Natale: lucido da scarpe


Da che io mi ricordi tutte le volte che mi lascia la ragazza io mi lucido le scarpe. No, non è un gesto ossessivo-compulsivo o scaramantico. Semplicemente guardo le mie scarpe, tutte quante, le metto in fila magari sul balcone, prendo la scatola dei lucidi, sempre la stessa da trent'anni, scelgo le spazzole per i vari colori, neutro, marrone, testa di moro, nero, e mi metto al lavoro. Non lo faccio di proposito. Sono lì che sto lucidando le scarpe una dopo l'altra e realizzo: è finita anche questa storia. Ecco perché mi è venuta voglia di lucidarmi le scarpe. Immagino sia come un tentativo di tenermi occupato iniziando un'opera di ricostruzione della mia vita, partendo dalle scarpe. Mi è successo una volta persino in America. Ero lì, sugli scalini di casa in un viale alberato nei giorni della Indian Summer, l'inizio dell'autunno, che gli alberi sono coperti di foglie rosse della bellezza di una poesia, e di fianco a me era seduto il suo bellissimo bambino di sei anni, felice di imparare da me come si lucidano le scarpe, quando ho realizzato che era finita anche quella storia. Per fortuna non mi capita molto spesso di dovermele lucidare, tutte quante. Ma sono piuttosto bravo a farlo. Forse ho imparato dalla Nonna Maria, che quando la andavo a trovare da ragazzo mi guardava le scarpe e mi diceva: dammele, che te le lucido. Alla fine ti ci potevi specchiare dentro. Oppure alla Scuola Allievi Ufficiali. Ti davano loro il materiale, la spazzola ed il lucido, e tu dovevi tenerti gli anfibi lucidati a specchio come in un film di Stanley Kubrick. Peccato che poi da ufficiale gli anfibi non me li abbiano fatti mettere neppure una volta.
Così questa mattina di Natale ero sul balcone, nella nebbia, a lucidarmi le scarpe. E ho capito.

martedì 24 dicembre 2013

Racconto di Natale: the making of Long Playing (una storia del rock)


Il mio racconto di Natale è su come ho scritto il libro «Long Playing una storia del Rock».
Bel racconto! direte voi, stai solo maldestramente cercando di farti pubblicità, tante grazie di niente, il racconto se non ti dispiace te lo leggi tu.
No, davvero, non sto facendomi pubblicità. Cioè, se andate a comprare il libro mi fate piacere, perché ho una certa lista di desideri da biffare, ma questo racconto non è marketing per il libro. Long Playing non l'ho scritto per avere un prodotto da vendere. L'ho scritto perché dovevo assolutamente raccontare questa storia. L'ho scritto perché è la mia testimonianza giurata. La musica Rock è stata decisiva nella mia vita e determinante nel plasmare la mia personalità. Mi ci sono perfino ribattezzato Blue sulla copertina di Blue Valentine di Tom Waits.
La storia della nostra musica, che poi è la storia dei nostri musicisti, dei generi, delle scene, delle vite di chi cantava, di chi c'era attorno e di chi ascoltava, l'ho sempre voluta scrivere. Solo che prima ne conoscevo solo un pezzetto, e poi un po' di più, ma mai l'ho saputa tutta come ora. Così l'ho scritta adesso, che la musica rock non interessa più a nessuno. Magari a scriverla negli anni novanta mi ci comperavo un Duetto Alfa Romeo usato...

(leggi tutto su BEAT

domenica 22 dicembre 2013

La macchina della tua vita


Immagina che trovi la macchina della tua vita. La macchina che hai sempre sognato e che ora il destino del tutto inaspettatamente ti mette in mano. Una fuoriserie senza uguali che non cambieresti con nulla al mondo. Che ci dormi la notte con le chiavi sotto il cuscino. Che stai per ore ad ammirarla in garage mentre la lucidi. Una macchina che tratti come mai nessuna prima. La macchina che ti rende felice.
Una volta ti si spegne per strada, ma la fai riparare e continui ad amarla. Un’altra volta ti lascia a piedi in autostrada, ma tu affronti tutti i disagi del caso e torni ad usarla. Devi iniziare a cambiare il tuo stile di guida, perché certe cose la mettono in crisi. Devi stare attento a non toccare certi pomelli, perché altrimenti si ferma. Devi imparare ad assecondare tutte le sue idiosincrasie.
Tutte le volte il meccanico ti garantisce che non succederà più, ma poi ti si ferma in alta montagna, poi al mare , poi in città…
Alla fine senza preavviso ti butta fuori strada. Che fai? La macchina che ami. La cambi.

lunedì 15 luglio 2013

Blue Motel



Ho finito il primo libro. E adesso?
Il mio iPad è disseminato di applicazioni per la scrittura, di raccoglitori di "idee", di grafiche, di outliners. Su tutte queste app ho preso nota dei nomi dei libri che avrei scritto, sempre gli stessi, ripetutamente gli stessi titoli. I libri che avevo da scrivere, le cose che avevo da dire. Da ragazzo avrei voluto diventare uno scrittore, ma era un desiderio un po' generico. Volevo diventare uno scrittore, ma non avevo un'idea precisa di cosa avrei voluto scrivere. Per esempio, quando persi il primo amore scrissi per lei La Ballata del Ratto Baratto (ma il nome del ratto l'ho copiato).
Poi ho scritto un racconto, Pretty Flamingo, ispirato dall'intensità di una canzone che ascoltavo tutti i giorni, ma non quella dei Manfred Mann, bensì la cover di Rod Stewart. Mi piaceva così tanto da metterla su una cassetta in un lettore che si accendeva ogni mattina per darmi la sveglia. Ogni mattina mi svegliavano quei colpi di batteria che introducono Pretty Flamingo. In effetti tutte le cassette che registravo iniziavano con Pretty Flamingo, e a seguire Let's Stick Together nella versione di Bryan Ferry. Non mancava mai neppure Jersey Girl di Tom Waits (mai la versione di Springsteen, che è diluita e manca del ritmo secco del r&r), e almeno un pezzo di Le Chat Bleu dei Mink DeVille. Altri brani che negli anni furono standard nelle mie compilation sono Callin' Out To Carol di Stan Ridgway, I Wanna Be With You di Chris Rea (parlando di Chris Rea, quanto sono belle The Mention Of Your Name e Tell Me There's a Heaven?), la cover di Willy DeVille di Could You Would You dei Them, Have I Told You Lately That I Love You di Van Morrison, Bad Time dei Jayhawks, Two Hearts di Chris Isaak (a rotazione con la sua cover di Solitary Man di Neil Diamond), Only The Lonely di Roy Orbison.
In Pretty Flamingo, il racconto, non c'erano dialoghi, perché i dialoghi non li so scrivere. Lo spedii a qualche rivista glamour, me la pubblicò Subway, numero speciale estivo. Poi basta, non ne scrissi altri, racconti. Qualcuno ha detto che non hai niente da dire prima dei cinquant'anni. Adesso ho cinquant'anni ed ho in effetti un sacco di cose da dire. Ho almeno cinque libri da scrivere, già pronti con il loro titolo, e persino di più. Scrivo mentre ascolto canzoni (come in questo momento, Forever Blue di Chris Isaak), mi riempiono di emozioni come una pentola e pressione, che incanalo nelle cose che ho da dire. Da teenager pensavo di suonarle queste canzoni, prima di rendermi conto con orrore di non aver orecchio musicale, e che non sarei mai riuscito a suonare uno strumento musicale, né la Gibson Les Paul che avrei voluto, né il Fender Jazz bass che mi tenni come seconda scelta, tanto meno il sassofono. Non ho ancora del tutto rinunciato all'idea della batteria, che acquisterò quando sarò diventato ricco come scrittore famoso.
I miei scrittori preferiti erano (e ancora sono, almeno credo) gli affabulatori, Georges Simenon e Piero Chiara, e i romantici mitteleuropei, tipo Thomas Mann (La Morte a Venezia) e Arthur Schnitzler. Naturalmente leggendoli mi rendevo conto che non sarei mai stato capace di scrivere così; pensai che forse le storie degli altri avrei potuto raccontarle nei film facendo il regista, ma alla fine ero troppo borghese per osare e andò a finire che dopo la maturità mi iscrissi a Medicina. Negli anni scrissi sempre, soprattutto di musica (ma non solo), ed ebbi la fortuna di farlo al momento giusto (il 1978) sulla rivista giusta (Il Mucchio Selvaggio, il Rolling Stone italiano) ma non nel posto giusto (se già l'Italia è la periferia dell'Impero, la mia provincialissima cittadina in Val Padana è la periferia della periferia).
Fu quando mi capitò di leggere Nick Hornby che capii: questo lo so scrivere anch'io, mi dissi. Era la mia cultura, la mia generazione (stesso anno di nascita), la mia musica. Non è Alessandro Manzoni ma vende. Se l'ha fatto lui...
Allora, i titoli dei libri da scrivere, che sto scrivendo, che ho scritto, tutti assieme, in parallelo, su un'applicazione del MacBook Air che si chiama Scrivener. Perché non è che la decisione di scrivere preceda il contenuto: neanche per un attimo mi sono mai messo a pensare "cosa possa scrivere?". È il contrario: ho un sacco di cose da raccontare e devo trovare il posto giusto dove metterle, il cassetto in cui infilarle.

Per prima cosa ho scritto la storia della musica che ha segnato la mia vita ("her life was saved by rock'n'roll": Sweet Jane, Velvet Underground, Lou Reed). Il racconto della storia di quella musica. Il titolo non l'ho mai rivelato, come di tutti gli altri libri, perché pensavo che appena conosciutolo un esercito di scribacchini si sarebbe precipitato a copiarlo, a intitolare così il manoscritto nel cassetto. Lo rivelo qui per la prima volta, e se lo copiate, questo pezzo testimonia che siete degli infami. Long Playing, Side A: 1954-1976. Fossi stato inglese l'avrei intitolato The Long Play, ma in italiano LP va meglio. Esiste anche un Side B: 1977-2000, che è separato per qualche ottima ragione. Intanto perché il libro sarebbe stato troppo pesante e troppo costoso, e voi lettori non l'avreste acquistato. Invece così ne acquisterete due, un'astuzia di mio conio. Poi perché i due volumi, o meglio i due "lati", sono scritti in un timbro diverso. Il primo racconta della musica che ho scoperto a posteriori, quella che già esisteva quando ho iniziato ad acquistare dischi, i musicisti e gli album che già facevano parte della mitologia. Il secondo di quella che ho visto crescere con me, gli esordienti che scoprivo nel negozio di dischi, che si chiamassero Tom Petty, Steve Forbert, Willie Nile, Mink DeVille, Clash, Elvis Costello… Li racconto con uno stile differente, con deferenza i primi, con familiarità i secondi.

Poi c'è una raccolta di storie rock, cose vissute dal punto di vista troppo personale per far parte di una "storia" del rock. Per andare avanti ad ispirarsi a Hornby, il mio "31 canzoni". Si intitola "Perché non lo facciamo per la strada?" dal titolo del racconto conclusivo (e dalla canzone del White Album). Non è la Divina Commedia, è un raccontare leggero ma immagino significhi qualche cosa per chi ha respirato la mia stessa cultura.

Il quarto libro non racconta di musica rock, ma di motociclette.
Una filosofia pratica della motocicletta, il tentativo di svelare la filosofia che si cela dietro la passione, attraverso una raccolta di racconti di moto. Perché c'è una felicità atavica legata all'andare in moto, che suggerisce che la moto sia una creatura di Dio.

Il quinto è un annuario, o meglio, per rivelarne il titolo, un lunario, come quello che la Nonna Maria aveva appeso in cucina. Ogni capitolo è un mese, ed ogni mese è dedicato ad un tema, ad una argomento che ho da raccontare. Quel genere di cose che penso, e che talvolta racconto a qualche amico che è abbastanza sfortunato di trovarsi assieme a me alla sera quando olio un po' gli ingranaggi con un vino buono o un buon rum. Però sotto c'è anche una storia, che trapela mese per mese e si realizza al compiersi dell'anno. Sì, è una cosa un po' autobiografica. Tipo Blue Motel. Ma non si intitola Blue Motel, perché quello è il titolo del romanzo, non ancora scritto, che arriverà per ultimo, dopo che l'esperienza degli altri cinque lavori mi avrà affinato un po' il mestiere. Racconta di un bravissimo ragazzo, nato alla fine degli anni cinquanta e cresciuto in questo Paese con l'idea di andarsene, senza mai avere alla fine il coraggio di farlo. L'autobiografia di una persona non illustre. Ogni riferimento a persone o cose reali è puramente casuale.

Ho finito il primo libro. E adesso?

sabato 8 giugno 2013

il mattino ha l'oro in bocca



Scrivo. Mi spingo ad affermare di essere in dirittura finale, se non fosse che è un rettilineo molto molto lungo, ed anche un po' in salita... un falso-piano insomma. 

Scrivevo di musica alla fine degli anni '70 ed all'inizio degli '80, soprattutto su Il Mucchio Selvaggio di Max Stéfani, allora la più autorevole rivista italiana di musica rock. Ho scritto nei '90 per Feedback, un'ottima rivista con Marco Denti e Mauro Zambellini che non ricorda nessuno perché è vissuta "solo un giorno, come le rose". Sono stato uno dei primi autori ad approfittare del web, dal 1986 con un sito dal nome di Texas Tears on line, fino all'attuale BEAT blog, che mi ha dato soddisfazioni come seguito di lettori, ma che "professionalmente" non porta nessun guadagno in tasca - e come è noto non si vive di sole soddisfazioni. Un'appendice a BEAT è infine arrivata su FaceBook, che ha rimpiazzato il vecchio sistema dei commenti del blog. 

Da un anno a questa parte mi è piaciuto tornare anche ai "vecchi" media, vale a dire alla carta stampata, grazie anche alla collaborazione con Eleonora Bagarotti. Per ora si tratta della parte musicale della rivista SUONO, storica testata di hi-fi da molti decenni (ci avevo già collaborato quando la rubrica musicale si chiamava Music Box). A Giugno si aprirà poi una nuova avventura, sotto forma di una rivista in parte su carta ed in parte elettronica, che rappresenta una bella scommessa di questi tempi in cui leggere non pare essere più una necessità. 

Ma la mia personale priorità è diventata quella dei libri. Probabilmente per il desiderio nato con gli anni di lasciare una testimonianza un po' più solida, perché se "verba volant, scripta manent" un po' volatili sono anche le parole che pubblichiamo sui giornali... who wants yesterday papers, cantavano gli Stones, nobody in the world... 

Di questi libri sono vicino al traguardo del primo, che è di gran lunga il più corposo. Il titolo non lo posso ancora rivelare, ma si tratta alla fin fine di una storia del rock, o meglio della mia testimonianza alla storia della musica e della cultura della mia generazione. Niente di palloso né di enciclopedico: mi è piaciuto dare un taglio un po' cinematografico a questa storia, o  a queste storie. Di romanzarlo un po' il rock, insomma. Certo c'è un sacco da raccontare perché di musica ne è stata suonata dal 1954 al 2013. 
La prima stesura è finita, sono al secondo passaggio, quello che tappa i buchi che avevo lasciato (una groviera), e seguirà la correzione definitiva. 
A lavoro terminato l'idea è infine di non cercarmi un editore ma di autopubblicarmi (al plurale, perché è parte dell'impresa anche Eleonora Bagarotti, che ha già stampato in modo tradizionale ben otto libri di musica rock). Un'idea un po' scomoda quella della pubblicazione autarchica(o indie), ma di questi tempi percorribile. Certo, consegnare il manoscritto finito all'editore è più comodo e segna il momento conclusivo di un lavoro, gratificato persino da un modesto anticipo, mentre autoprodursi è solo l'inizio di un secondo lavoro con tante incognite, ma mantenere il controllo totale sul proprio libro mi sembra un vantaggio per cui valga la pena di sforzarsi. 
Abbiano poi trovato un nome così bello alle edizioni (che saranno sia in e-book che su carta, magari non distribuite in tutte le librerie ma solo in alcune selezionate) che varrebbe la pena di provarci solo per quello. 

Il libro sulla "storia del rock" è solo il primo di quattro progetti in cantiere, tutti in fase avanzata di preparazione, come pure in dirittura finale è il romanzo di Eleonora (di cui non vedo l'ora di poter svelare l'intrigante titolo) che ha in fila altre due cose: un libro sul rock femminile (inteso come artiste ma anche come donne che hanno gravitato attorno ai musicisti)e la riedizione, riscritta e ampliata, del suo Diario di una Groupie. 
I miei libri successivi saranno: una raccolta più lieve di storie sul rock, spesso più dalla parte dell'ascoltatore che da quella del musicista. L'idea mi è venuta leggendo Alta Fedeltà di Nick Hornby, mentre stavo riflettendo sulla misera audience dei libri rock e sulle deboli prospettive di vendita. Alta Fedeltà è stato un best-seller, sia pure più all'estero che in Italia, per cui: "se lo ha fatto lui, perché non posso io?". Se non crediamo noi nei nostri mezzi, chi lo farà? Io sono il mio fan #1 ;-)

Seguirà una storia motociclistica (la mia altra passione), che odora di asfalto, di sterrato, di benzina ma anche di filosofia... 
Da ultimo uno zoom all'indietro su tutto: Blue Motel, parole di una generazione di ex-giovani, non solo musica, non solo moto, ma anche tutto il resto, compresi, perché no, politica, amore, sesso... 

Spero di essere in grado di rispettare i miei buoni propositi già dalla fine dell'estate, ma ora mi scuserete perché devo riprendere a scrivere. Non è facile quando non ci si può permettere di farne il proprio lavoro, ma la scrittura deve necessariamente prendere ogni ritaglio, strappando tempo al riposo, passeggiate, giri in moto e ronfate al sole sulla sdraio: 

"il mattino ha l'oro in bocca 
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca..." 

sabato 25 maggio 2013

Capitan Uncino



La sindrome di Peter Pan è l'incapacità di crescere, di lasciarsi alle spalle la fanciullezza e crescere, accettando la responsabilità dell'età adulta, con i suoi onori ed oneri.
Definita in termini positivi, la sindrome di Peter Pan è la voglia di non crescere.

“Quale malvagia svolta nel processo evolutivo ha dato all'uomo l'aspirazione di diventare adulto?”

Epidemia dei giorni nostri, non solo fra i maschietti, di una società edonista e mammista (con i suoi tempi innaturalmente lunghi degli studi e la difficoltà di ingresso al mondo del lavoro) che ha creato in più di una generazione l'illusione di poter evitare di crescere, di realizzarsi e forse persino di morire.
C’è un aspetto della sindrome di Peter Pan, una “fase più avanzata” della malattia, comunemente non menzionata perché meno romantica.
Peter Pan è un eterno giovane. Bello, gioioso, ammirato dai suoi "ragazzi perduti" e amato dalle bambine. Egoista, anche, egocentrico e narcisista.
Ma che succede quando il bellissimo Pater Pan alla fine non è più giovane? Che si trasforma nel suo alter ego: Capitan Uncino. Il capo dei pirati, il suo nemico mortale e più odiato, perché altro non è che la sua immagine nello specchio, il suo destino e la sua nemesi. Capitan Uncino è il doppio di Peter Pan.
Cosa al mondo più teme Capitan Uncino? Il gigantesco coccodrillo, che un giorno gli assaggiò la mano e che lo insegue in ogni luogo per gustare il resto del suo corpo. Come si annuncia l'arrivo del coccodrillo? Con il ticchettio dell'orologio (che il coccodrillo ha ingoiato). Un ticchettio che avanza inesorabile a scandire il numero dei secondi che mancano alla fine della vita di Capitan Uncino. Quando l'orologio si scaricherà, Capitan Uncino non avrà più modo di sentir arrivare il coccodrillo, che alla fine lo prenderà di sorpresa.
Cosa al mondo più teme Capitan Uncino? Il ticchettio degli orologi.
Cosa al mondo più teme Capitan Uncino? Il tempo che passa.
Capitan Uncino non è bello, non è gaio, non è ammirato, non è amato. Piuttosto è temuto e per quanto possibile evitato.
Capitan Uncino è un vecchio Peter Pan divenuto patetico, perché continua a vivere prigioniero di un mondo di fantasia, condannato a ripetersi giorno dopo giorno senza crescere.

“I ragazzi perduti erano in giro a cercare Peter, i pirati erano in giro a cercare i ragazzi perduti, i pellirosse erano in giro a cercare i pirati e gli animali selvaggi erano in giro a cercare i pellirosse. Camminavano in tondo sull'isola, ma non si incontravano perché tutti andavano alla stessa velocità”

Capitan Uncino è la fase terminale della sindrome di Peter Pan.
Ma forse è anche il Peter Pan che si è lasciato crescere e che vuole tornare indietro. Peter Pan ha messo su famiglia e si è lasciato incastrare dall'impacabile meccanismo dell'orologio, del tempo che passa, il figlio che cresce, il lavoro frustrante, la moglie noiosa e forse infedele, le bollette, le tasse, l'arteriosclerosi, la pensione, la vecchiaia. Peter Pan compra una tanica di benzina, da fuoco alla casa, sale in auto e torna a cercare l'Isola che non c'è con il vestito di Capitan Uncino. Perché Capitan Uncino non è un adulto: non ha moglie e cazzeggia tutto il giorno su una nave pirata ancorata al porto di un'isola che non esiste, e ci si diverte pure un sacco. Capitan Uncino è la versione rock di Peter Pan.

martedì 25 dicembre 2012

una storia di Natale


Mi ha sempre affascinato la capacità di scrivere una storia su ordinazione, come la storia di Natale che pubblicano i quotidiani americani. Questa l'ho pubblicata sul numero di SUONO in edicola in dicembre. Purtroppo la mia storia è la conferma di ciò che già sapevo, cioè che scrivere racconti non è il mio campo. Ma è solo per gioco.

Da qualche parte nei sobborghi, Charlie rientra a casa. Nella cassetta delle lettere, una busta con l'indirizzo scritto a mano. Viene da Minneapolis, e la calligrafia è di qualcuno che forse avrebbe preferito non dover ricordare. Si infila la busta nella tasca, la aprirà più tardi, dopo aver pranzato solo, sulla poltrona di fonte alla televisione spenta, con un bicchiere di Jack Daniels allungato. Charlie si infila gli occhiali e legge. “Ciao Charlie. Sai, adesso vivo proprio sulla nona strada, sopra quel negozio di libri polveroso fuori da Euclid Avenue. Non mi faccio più e non bevo più nemmeno whiskey. Ho un uomo, suona il trombone e ha un lavoro alle ferrovie. Mi ama, anche se quello che aspetto non è suo figlio, ma dice che crescerà come fosse il suo. Mi ha dato un’anello, era di sua madre, e ogni sabato sera mi porta fuori, a ballare…” Dalla finestra di fronte arriva il solito frastuono di quella giovane coppia di irlandesi che tanto per cambiare litiga. Lui è piccolo e sdentato, si da un sacco d’arie e veste una giacca consumata... 

continua a leggere la storia sul Blue Bottazzi BEAT.

domenica 11 novembre 2012

Bag & Blue


Quello fu un inverno molto… letterario. Ricordo di me e Eleonora nella nostra casetta a Woodstock, Valtrebbia, mentre fuori le foglie degli alberi ingiallivano, cadevano, e infine tutto veniva ricoperto di neve, seduti fianco a fianco battere parole su parole sulle nostre tastiere. Avevamo Mac, Air, iPad più o meno dappertutto e portavamo avanti due o tre progetti alla volta. Seduti al mattino nella sala da pranzo, che avevamo arredato con mobili provenzali alla buona, oppure alla sera nel sottotetto che chiamavamo la redazione e che pareva un ufficio della New York di Chandler. Dappertutto c'era cornici con fotografie di noi in moto, e soprattutto dappertutto c'erano libri e scatole di dischi con appiccicate delle etichette come "Dylan" o "Groove". C'era sempre un disco a girare sullo stereo, e quando finiva uno di noi si alzava per cambiarlo. Di solito c'era un metodo: per esempio se suonava Blood On The Tracks, potevi giurare che il disco successivo sarebbe stato Desire, e poi Street Legal. Lo stesso con gli Stones o i Beatles, o Charles Mingus o Miles Davis. Solo Who e Costello (che pure mi piacevano parecchio) stavo attento a metterli solamente quando ero a casa solo, perché vederla cantare le loro canzoni mi rendeva geloso. Eleonora conosce a memoria i testi di ogni canzone di Dylan, dei Beatles e degli Who. E immagino anche degli Stones. Gli Stones hanno su di lei un potere afrodisiaco. La vita ha un potere afrodisiaco su di lei, ma i dischi degli Stones le davano proprio urgenza di fare l'amore. Scrivevamo, cucinavamo, mangiavamo e facevamo l'amore. Spesso, a lungo e con furore. E poi si ricominciava. Quando parlavamo di musica eravamo complementari: io parlavo delle canzoni, lei delle persone. Non c'era musicista che non avesse, direttamente o indirettamente, conosciuto, intervistato, con cui non avesse fatto colazione o magari persino flirtato. Cercavo di evitare la gelosia di quest'ultimo pensiero evitandoli nella programmazione discografica, ma con qualche mostro sacro era pressoché impossibile. In ogni caso facevo del mio meglio per non darlo a vedere, mantenendo il mio comportamento superiore, egocentrico ed arrogante alla Hemingway di Woody Allen; al massimo lasciavo cadere con indifferenza qualche giudizio critico al vetriolo, che lei non si curava di raccogliere. Non ero così bravo a nascondere, evidentemente. Mentre fuori tirava un vento gelido dentro c'era sempre qualche buon profumo, di lesso, di arrosto, di cotechino o di torta. Lei cucinava con perizia, io con creatività. Non girava alcol perché Eleonora per qualche motivo era totalmente astemia. Fra tutto quello che riuscii a farle conoscere non ci fu mai il piacere per un sauvignon prezioso, uno champagne di personalità, un fresco rosé, un profumato rosso invecchiato oppure giovane e vivace. Non beveva neppure birra: fingeva, portava il bicchiere alle labbra ma non ne lasciava scendere neanche una goccia. Io ho imparato nella Francia del sud ad amare il Pastis, sopratutto come aperitivo, di cui verso una o due dita in fondo ad un bicchiere che poi allungo con acqua fresca, e che sorseggio rilassandomi o cucinando o spilluzzicando pezzi di grana o fette di salame. Comunque meglio così: bevevo meno anch'io. Allora si scriveva entrambi per la stessa testata, una rivista di stereo che si era riciclata al rock da che era arrivato il nuovo direttore, quel Max Stèfani che aveva incrociato il passato di entrambi e che era in un certo senso stato fra gli inventori del giornalismo musicale nel nostro paese. È anche un ottimo scrittore lui stesso, dalla scrittura onesta e diretta, ma era troppo pigro per farlo abbastanza spesso. Comunque da quella rivista si guadagnava poco o niente, ed entrambi avevamo i nostri lavori. Lei giornalista della cultura su un quotidiano, aveva già pubblicato un bel po' di libri, alcuni dei quali avevano anche venduto bene ma i cui guadagni si limitavano sempre agli anticipi e a qualche assegno spedito in ritardo. Il nostro progetto era una casa editrice indipendente nostra, e stavamo scrivendo i libri da pubblicare. Io avevo scritto i quattro titoli di quelli che dovevo realizzare, e ne aggiornavo un paio alla volta, anche se le recensioni per la rivista di Stèfani mi portavano via abbastanza del tempo disponibile. Uno era un libro di storie del rock che mi portavo dietro da sempre (dallo stesso sempre da cui scrivo di rock, cioè fino da ragazzino) e anche se come la tela di Penelope non terminava mai, migliorava di molto di giorno in giorno. Avevo sempre avuto la capacità di assorbire dall'ambiente esterno e da tutto ciò che leggevo, e se la scrittura di autori come George Simenon mi avevano gettato nello sconforto della consapevolezza di non essere all'altezza, altri culturalmente più vicini come Nick Kent o Lester Bangs mi avevano aperto molte porte nella mente. Il genio di famiglia era però Eleonora. Lei è un vero animale da show-biz. È il tipo che, nonostante l'aspetto da vip britannica, da mod o da rocker a seconda della mise, tiene un basso profilo. Come certi musicisti che vedi traballare dietro il palco e poi salire e trasformarsi in superstar, lei può sembrarti tranquilla, incerta, persino imbarazzata o intimidita, e poi parte a dirigere il proprio programma alla TV o una presentazione o un'intervista, ed improvvisamente si muta in tigre: decisa, fantasiosa, aggressiva, dirige ogni evento da gran direttore d'orchestra, senza risparmiarsi attacchi e polemiche con la rincorsa di un rinoceronte. La stessa cosa con la scrittura. Davanti ad una tastiera non perde neanche un attimo a riflettere. Inizia immediatamente a scrivere e va avanti ininterrottamente fino a che dichiara: finito! Tu leggi e basisci, per la precisione e la forza delle sue parole. Il mio obiettivo fin dall'inizio era di diventare il suo editore. Anche lei stava scrivendo almeno quattro titoli. Uno di traduzioni di un autore inglese piuttosto depresso, un romanzo leggero e divertente su una ragazza italiana a Londra, una storia romanzata delle donne del rock (Eleonora è tanto femminile quanto femminista) ed una revisione di quella sua biografia che aveva intitolato Magic Bus. La prima edizione era stato il suo primo libro ed era definitivamente troppo edulcorata e censurata e così andava rivista con più coraggio e sfrontatezza. Lei aveva anche un talento per i titoli, ed i suoi libri avevano titoli che li avresti acquistati anche se le pagine fossero state bianche.
Quell'inverno con pochi soldi e tanta passione nella romantica e calda casetta a Woodstock, Val Trebbia, fu il nostro bozzolo.

(Blue Bottazzi 2020 - biografia) ;-)

martedì 30 ottobre 2012

Portovenere


Era il 7 gennaio 2011, il giorno dopo l’epifania. Lo so perché c’è scritto di fianco alle fotografie che avevo postato allora su FaceBook. Una mattinata nuvolosa di pioggia sottile e ghiacciata, e io accompagnavo mia figlia a casa di sua madre, dopo aver speso con lei la prima settimana dell’anno. Per l'ennesima volta il sottile dolore del distacco e poi mi ero ritrovato di nuovo solo, in auto, mentre il parabrezza si confondeva di microscopiche gocce di pioggia fra un colpo e l'altro del tergicristalli. Non ero per niente sicuro di aver voglia di tornare in campagna a casa mia, nella Big Pink a Woodstock, Val Trebbia, una casa calda e accogliente ma vuota, ancora di più con fuori il gelo e la pioggia. Non era li che volevo tornare e così, senza neanche deciderlo, mi trovavo a puntare il volante sulla strada verso un confine più lontano: l’autostrada che valica l’Appennino, verso Genova, dove la temperatura non ti impedisce in nessun momento dell’anno di passeggiare. Non ricordo i dettagli, immagino di essere uscito a Genova e di aver imboccato quella suggestiva sopraelevata dove le auto e le moto ti sorpassano nervose da destra e da sinistra come in un grand prix, di aver fiancheggiato il matitone e il porto vecchio per dirigermi poi verso strade tanto suggestive quanto anguste, dai nomi di Nervi, Bogliasco, Recco… Senz’altro ho percorso il levante fino a Sestri, ho parcheggiato l’auto sul lungomare di fronte al Pescatore e sotto una pioggia sottile ma non più fredda ho passeggiato fino alla Baia del Silenzio. Ho camminato con le scarpe dalle suole di gomma sulla sabbia scura e compatta di quella spiaggia così bella da toccarti l’anima, sono salito da solo verso il convento, da cui c’è una visione d’insieme della deliziosa baia, con poche barche di pescatori e le finestre delle case perlopiù chiuse.
Il sole non avrebbe potuto toccarmi l’anima più di quella pioggia, che invece di dar fastidio era come il tocco gentile di un cielo che mi capiva, empatico, un cielo coerente, un cielo che mi faceva sentire affamato, pieno d’amore per la vita e di amore da dare e da ricevere. Ho passeggiato a lungo sotto la pioggia prima di risalire in auto, cercare l’autostrada e raggiungere La Spezia, una città assolutamente di mare che si sviluppa attorno al suo porto militare, da cui è ripagata da una lunga muraglia che le nasconde la vista della costa. Spezia, come la chiamano i suoi abitanti, per chi l’attraversa senza neppure fermarsi è come un’isola felice, uno scalo verso posti dell’immaginazione come le 5 Terre, Portovenere, oppure Livorno e la Versilia Toscana e le Apuane. Io quel pomeriggio, che ormai imbruniva perché all’inizio di gennaio il sole non dura (e quel giorno meno che mai, nascosto dalle nuvole) seguii tutto quanto il lungo mare, girai a destra in fondo al viale lungo il porto militare e poi a sinistra al semaforo seguendo il lungo periplo della muraglia per tutta la sua estensione fino a dove la città finisce ed un bivio preso verso il basso ti porta su una strada che arriva solo a Portovenere e li si ferma.
Portovenere non è un semplice suggestivo paesino di mare. È un’esperienza onirica, e quando non ci sono troppi turisti nella passeggiata verso la cattedrale sullo scoglio, anche un po’ mistica. È un paese che sfida la verosimiglianza della geometria e della fisica, un posto come lo puoi vivere in sogno, con quell’isola che incombe così vicina che ti sembra di toccarla eppure irraggiungibile se non in barca. Con la fila serrata di case altissime da vertigine che guardano il mare che sembrano le ombre dipinte di una parete dolomitica. Una lunga scalinata nascosta che appare all’improvviso un po’ misteriosa senza indicazioni, e se l’arrampichi ti porta nel cuore del paese, che a sua volta è una strada che esce dalle case, sfiora le vertigini della grotta di Lord Byron e prosegue per la punta, uno scoglio circondato da tutti i lati da un mare sconfinato, su cui sorge dalla roccia una cattedrale gotica attorno alla quale ancora si arrampica una scaletta viscida che porta a quello che ti pare la cima al mondo (a meno che tu non ti arrampichi verso il castello dall’aspetto moresco, così in alto sulle rocce che da lì quella che ti pareva la cima del mare è invece una scoglio laggiù, ma lì non ci arrivano o quasi turisti). Sul fianco di una barca da pescatori una mano ha dipinto la scritta: “Signore, un mare così grande, una barca così piccola”.
Essere del tutto solo, nel buio della notte di inizio d’anno, sulla piattaforma viscida della terrazza della cattedrale, circondato solo da un mare che più che lasciarsi vedere senti e avverti, senza nessuno a casa ad aspettarti, ti da l’impressione di essere molto lontano dal mondo e (in quel silenzio) molto vicino a te stesso, tanto che è difficile risolverti a interrompere quel momento così unico e tornare, fradicio di acqua salmastra, verso le luci per quanto fioche del paese degli uomini. Quella sera entravo così in una taverna, piccola ma piena di tavoli di legno e di bottiglie, uno di quei ristoranti di cucina ligure, che non è di pesce nobile (che pure cucinano meglio di qualunque altro posto al mondo) ma di acciuge e di pesto. Nel locale non c’erano che la cameriera, molto giovane ma dalla grinta piratesca, e la musica di De André, canzoni che lei accompagnava sottovoce e che mi veniva da pensare avevo ascoltato prima che lei nascesse. Un bicchiere di pigato per scaldarmi, poi uno di vermentino per viziarmi ed un piatto di spaghetti olio e acciughe - che mi sembrarono buonissimi, mentre De André cantava Dolcenera e adesso lo accompagnavo anch’io senza vergognarmi della mia voce stonata. Una giornata inaspettatamente stregata, che dimostra come può esserci bellezza anche nella solitudine, ma che pure non vedevo l’ora di potere prima o poi condividere di nuovo con qualcuno. Qualcuna che avevo sempre saputo esistere in qualche posto, ignaro io del suo nome e lei del mio, ma la cui esistenza in quel giorno pure fra milioni di donne mi sembrava così improbabile. Qualcuna che invece esisteva davvero, che anche mi cercava con la mia stessa difficoltà perché anche lei non conosceva il mio nome, e che avrei incrociato ed avrei riconosciuto di lì a più di un anno. (Ma quanto conta il tempo?)
È con lei che ieri, in una giornata non più di pioggia ma di sole e di cielo dai colori di una bellezza irreale, sono tornato sugli stessi passi. Dalla spiaggia scura della baia del silenzio, questa volta calda nel tepore del sole di fine ottobre, dove ad un tavolino all’aperto abbiamo gustato quel vermentino che è così assolutamente delizioso solo quando lo bevi in una brocchetta da mezzo o da quarto di litro ad accompagnare qualche oliva, qualche pezzo di focaccia ed uno spaghetto allo scoglio. E poi rigorosamente Spezia, il muro del porto e su e giù fino a Portofino. In un passeggiare abbracciati che profuma di felicità.

 



sabato 26 novembre 2011

La Ballata del Ratto Baratto (parte 4/4)




(3 - continua)

Capitolo 4

La vita è così più strana di come la gente possa immaginare, sia che si tratti di persone, cani, gatti, civette, ratti, anguille, coccinelle o bombus terrestris. Il Ratto Baratto riebbe la Topina Dorata, la Felicità e l’Amore. Anzi, ne ebbe (dal suo cuore, almeno) molto più di prima. E allora? Perché la storia non si ferma qui come tutte le storie che si rispettano, con un bel:
…si sposarono, ebbero 4 vispi topini, e vissero felici e contenti.

The End

In effetti il ratto aveva già ordinato un finale siffatto quando… ma andiamo con ordine. Tutti noi abbiamo, sotto sotto, nascosti da qualche parte, un angioletto e un diavoletto. Uno serve all’altro per fare di noi un essere che ne valga il nome. Cosa spinge una tenera mamma a gettarsi nelle fauci della Faina per salvare i suoi piccoli? Cosa spinge il Vampiro ad aprire gli occhi quando cala il sole ed emerge l’oscurità? Cosa fa coprire di peli il lupo mannaro nelle notti di luna piena, e lo spinge a cercare carne e sangue? I loro angeli e i loro diavoli. Fu il suo diavoletto che quella notte svegliò dal sonno il Ratto Baratto e gli fece abbracciare la sua topina per condurla nella campagna, per un baratto. E nel buio fu il suo piccolo angelo che lo chiamò e lo mise di fronte alla sua colpa. Il ratto si guardò attorno rabbrividendo. Per nulla al mondo avrebbe rinunciato alla topina dorata. Per nulla al mondo avrebbe veramente fatto quello che stava per fare. Si riavviò al buco sotto il granaio, in silenzio per non svegliarla. Ma non fece abbastanza in silenzio, la topina si svegliò, ed era nel mezzo della campagna anziché nel giaciglio di quella che credeva essere la propria tana.
Gli parlò con tristezza: «Lo hai rifatto. Mi hai barattata, mi hai abbandonata. Cosa hai avuto, almeno, in cambio?»
Il Ratto Baratto ebbe un sobbalzo (di quelli che hanno i ratti quando qualcuno gli parla all’improvviso di notte…). Cercò con dolcezza gli occhi della topina e le si avvicinò per strofinare il tartufo:
«Perdonami. Ma non ti ho barattata, non l’ho fatto. E ti sto riportando a casa» .
Ma la topina ritirò il piccolo muso. Aggiunse solo: «No. Non ti perdono più. Questa volta è un addio» .
«Non puoi farlo: sai, è il cuore che non te lo permetterà. Prima si riempirà di marmellata, che poi diventerà melassa e…»
«Quello che vale per un ratto non è detto che sia vero anche per un topo. Se tu non sei capace di imbrigliare il cuore, non è detto che non la sia io. Non voglio dar ascolto ad un piccolo stupido cuore, per svegliarmi una notte sola nel bosco, mentre la Civetta mi vola sulla testa con l’acquolina in bocca. Me ne vado, per il bosco da sola, è vero, ma per trovarmi un buco tutto mio, magari al sicuro sotto una Quercia»


La piccola topina color dell’oro si girò e si mise a camminare (morbida e col piccolo codino come sempre, ma con gli occhi molto meno innocenti) da sola verso l’oscurità della notte. Il Ratto Baratto non la seguì.
Tornò invece nel suo piccolo giaciglio nel piccolo buco sotto il granaio, e si accorse che si era già fatto molto freddo. Al mattino il suo cuore era immerso nella marmellata. In capo a una settimana nuotava in una melassa ancora più densa della Nostalgia: il fango della Sofferenza. Camminò e camminò, per cercare la topina e riportarla sotto il granaio. Era certo che il suo non fosse l’unico cuore a soffrire.
Cercò e cercò, ma non la trovò. Tornò nel granaio, cercò quello che era rimasto della pergamena (il solito pezzo di giornale), scrisse un poco di quello che sgorgava dal piccolo cuore, e lo affidò ad un corvo fidato, che volando alto sulle ali la potesse trovare.

«La gente parla di come erano diversi
i giorni che sono passati
di come le cose andassero bene
di come le cose avessero un sapore
nei giorni che sono passati
ma è perché hanno dimenticato
è perché se lo sono immaginato
di come stavano nei giorni che sono passati.
Eppure io so che avevo te
nei giorni che sono passati
e so che ero felice
e darei la vita per riavere
i giorni che sono passati»

Il Corvo trovò la topina dorata e le passò la piccola poesia senza rime. La risposta non venne mai. Venne invece la Notizia che mai il Ratto Baratto sarebbe stato capace di immaginare.
La piccola topina dorata aveva trovato casa e assistenza presso un gatto giù in paese. Un cosa? Già, un grasso, unto, infido, GATTO. Non c’è peggiore incubo per un Ratto Baratto. Così, quatta quatta, era arrivata una nuova lezione, anche se questa volta troppo tardi. La Felicità è un intero. E il Ratto Baratto si sentiva una metà: la metà spaiata di qualche cosa che solo intera aveva significato vivere. Anche quando era stato separato la prima volta dalla sua topina, anche quando non sapeva dove lei fosse, anche quando la stava tradendo nella notte, aveva sempre saputo che da qualche parte, sulla terra o nel cielo, al buio o alla luce c’era l’altra metà. (Ora vedeva con chiarezza che lo aveva saputo perfino prima di incontrare per la prima volta sulla neve la sua topina dorata).
Ma ora lui solo era una metà, mentre lei era la metà di un’altra cosa, di un’altra felicità, di un altro amore. La cui altra metà era un gatto. I conti del mondo non tornavano più. Per quanto si fossero potuti contare e ricontare ratti, topi, mammiferi, animali, esseri viventi, molecole, atomi, stelle, il risultato sarebbe stato sempre e inequivocabilmente uno e uno solo per il Ratto Baratto. Un numero dispari, un numero spaiato, un numero e metà: una metà di troppo per la simmetria dell’Universo. Il ratto si sentiva un pezzo di ricambio per una macchina che non ne aveva alcun bisogno. Non c’era che una cosa da fare. Tornare nella valle, attendere la notte e invocare una Stella Cadente.

Ma non ci fu nessuna stella quella notte, come non ce ne furono per tutto il tempo della neve. Arrivò il disgelo, e ancora il ratto passava ogni notte con il muso alzato a scrutare il cielo. Non ci furono stelle cadenti quella primavera e non ce ne furono quell’estate: non se ne videro neppure nella Notte di San Lorenzo. In realtà il Ratto Baratto non vide più una stella cadere (come non riebbe più la Felicità).



Epilogo

La morale potrebbe essere: questa vita è già abbastanza avara. Non molti hanno la fortuna di incontrare la Felicità, pochi la ritrovano se la gettano. Nessuno può riaverla una terza volta. Se vi sembra una storia troppo malinconica da essere raccontata, sappiate che le parti più tristi vi sono state risparmiate. Per esempio, quel che fece il povero Ratto Baratto quando gli giunse la notizia che la topina si sposava con il gatto di campagna…


Un altro epilogo?

Veramente esiste più di un finale a questa storia. Per esempio c’è quello (intitolato La Triste Storia Della Topina Dorata) in cui il finale è visto dagli occhi della topina. Qui si scopre che in realtà la topina non aveva mai guardato con molta attenzione il Ratto Baratto, tanto da non essersi neppure accorta che fosse un Ratto. Prova che non narro bugie è che non vi aveva visto nessuna differenza con il proprio gatto di paese.
Non c’è niente di strano in tutto questo: spesso i topini (e non solo loro) quando guardano non vedono quello che c’è ma quello che vogliono vedere; e capita che guardando un ratto non vadano oltre le prima tre dita delle zampine e diano per scontato il resto. Ma i nostri sensi sono dispettosi, almeno quanto i cuori. E così capitò che, un brutto giorno per la topina, la Fata dei Ratti decise di mettere fine alle sofferenze del Ratto Baratto.
«Hai peccato di stupidità e ingordigia, e lo hai fatto due volte» gli disse la fatina in sogno (alla fine infatti, sul far del nuovo autunno, il ratto aveva infine rinunciato a scrutare il cielo in cerca di una stella cadente e si era lasciato cadere addormentato) «però hai dimostrato un cuore puro, tenace e fedele al tuo sentimento. Ti perdono, e credo davvero che sarà l’ultima ultima ultima ultima ultima ultimissima volta che ne avrai bisogno» 
Gli passò una mano sul cuore, per pulirlo dalla marmellata che ne traboccava.
Quando il Ratto Baratto si svegliò, davanti ai suoi occhi stava (dolce, tenera, morbida, con gli occhi innocenti e il codino corto) una tenera topina, bianca e lucida come una stella che cade.
E… meraviglia, se ne innamorò all’istante (questa volta sapeva cosa fosse l’Amore e lo riconobbe subito). Fu quando la Topina Dorata lo seppe che i suoi sensi, forse in combutta con il cuoricino (che tutto sommato anche lei aveva, piccino piccino e nascosto dietro lo stomaco) finalmente videro il Ratto Baratto così com’era, così come lo avevano visto forse una volta sola, tanto tanto tanto tanto tempo prima, in mezzo alla neve: aveva graziose orecchie sensibili, morbidi baffetti sensuali, un elegante pelo argenteo, unghie lunghe e curate e, alla fine, un cuore sincero.
Qualche cosa a che fare con il suo gatto di paese? Il suo cuore si riempì all’istante di marmellata densa e malinconica, e fu allora che andò a rileggere le traballanti poesie senza rime di quello che una volta era stato il suo Ratto Baratto. Ma non fu più in grado di ritrovarle, e non ne ebbe mai più altre, perché i mici di paese, si sa, non solo non conoscono le rime, ma non sanno neppure scrivere.

Qualsiasi sia il vostro finale preferito, la morale non cambia: la vita è sempre avara. Non molti hanno la fortuna di incontrare la Felicità, pochi la ritrovano se la buttano.

(fine)

sabato 19 novembre 2011

La Ballata del Ratto Baratto (parte 3/4)



(2 - continua)

Capitolo 3

Passarono i giorni ma il cuoricino del Ratto Baratto non ne voleva sapere di accettare le direttive della testa e dello stomaco. E quel che era peggio è che faceva tanto chiasso da rendere introvabile la Felicità. Il ratto cercò di ritrovarla facendosi leccare pelo e baffi dalla topina corvina, e strofinando spesso il piccolo tartufo al suo. Cercò di ritrovarla moltiplicando i baratti, e si trascinava da una parte all’altra portando montagne di cose, perlopiù inutili come le foglie gialle di quell’autunno, sassolini o ali colorate di farfalle di fine stagione. Scambiò la topina a pelo lungo molto prima di quanto avrebbe immaginato, e la scambiò per pochi grani di granoturco soffiato. La marmellata della Malinconia si trasformò nella melassa della Nostalgia, mentre la Felicità, bisognava ammetterlo, era sparita del tutto, così all’improvviso come era arrivata.
Solo che adesso che il Ratto Baratto la conosceva, si accorse che era impossibile viverne senza. Era diventato svogliato, e assai poco scaltro nei baratti, ragion per cui dimagriva di giorno in giorno. Ma neanche lo stomaco se ne lamentava: sembrava proprio che a comandare tutto adesso fosse lo stupido cuore… Ecco imparata una nuova lezione: così come un giorno aveva saputo che la sensazione strana era la Felicità, oggi, senza che ancora nessuno gliene avesse mai parlato, il Ratto Baratto sapeva che la Felicità era l’Amore.
Strana cosa, l’Amore, se ti apre dei buchi così grossi in un cuore così piccino.
Passò un autunno malinconico e venne un inverno triste. Una notte in cui la luna piena illuminava a giorno i campi gelati attorno alla fattoria, il ratto scambiò un chicco di frumento un po’ ammuffito («ma in parte ancora mangiabile» , si disse, barando con se stesso, perché anche i Ratti Baratti hanno una coscienza e devono farle rapporto) con un pezzetto di pergamena (era un pezzetto bruciacchiato del bordo di una pagina di giornale, uscito dalla stufa di ghisa del fattore, ma il ratto lo chiamò proprio «pergamena») e un carboncino (proveniente dalla stessa stufa: il ratto aveva frugato fra i rifiuti nel bidone vicino alla casa).
La melassa era più densa del solito, e il ratto si sentiva come se il modo migliore per alleggerirsene fosse di metterne un po’ sulla carta.

Così cominciò a scrivere:

«Se io potessi averti,
ancora solamente una volta.
Se io potessi baciarti,
ancora solamente una volta.
Se tu potessi stringermi,
ancora solamente una volta.
Se tu potessi amarmi,
ancora solamente una volta.
Se questa fosse la tua casa,
ancora solamente una notte.
Se noi potessimo essere,
ancora solamente una vita».


Certo non era una grande poesia (i ratti non sanno cosa siano le rime) ma nonostante fosse di melassa pura si accorse che invece di alleggerirsene il cuore ora ne traboccava addirittura. Fuori, nel gelo sotto la luna, immerso nella Nostalgia, incapace di pensare ad un nuovo baratto o anche solo ad una nuova mattina, il Ratto Baratto si accorse che negli occhi gli brillavano riflessi lucenti. Erano forse le lacrime che gli colavano a rivoli dagli occhietti neri lungo il pelo grigio? No: stava nevicando, e gli nevicava addosso, e la melassa gli impediva persino di muoversi per cercarsi un riparo.
«Rimarrò qui e sarà quel che sarà» si disse il ratto.

Quando i larghi fiocchi smisero di cadere, riapparvero la luna e un cielo colmo di stelle all’inverosimile. Quella stessa luna che il Ratto Baratto si era illuso di poter ottenere con un tradimento (ormai lo chiamava così, non più un baratto), e ora sapeva invece d’aver gettato. Il ratto non era più grigio, ma bianco da tanta neve gli si era posata addosso. Scrollò il lungo muso e guardò la vallata innevata, con gli alberi così carichi da sembrare semplici mucchi di neve. Ebbe una stretta al cuore: non era la stessa notte in cui il cielo gli aveva donato la topina dorata? Alzò gli occhi alle stelle e si trovò a sospirare: «Ho sbagliato. Ero solo un povero ratto ignorante, e non sapevo distinguere altro che il pecorino dal grana». «Ma oggi so cosa ho perso: ho perso l’Amore, che mi portava la Felicità. Fa che non sia così per sempre…» 
Nell’alto del cielo una stella sembrò brillare un poco più forte, poi esitare un attimo, quasi spegnersi. Alla fine scivolò una striscia luminosa, più luminosa di ogni altra stella, a solcare per una memorabile frazione di tempo la cupola della notte.
«Una Stella Cadente!»
«Già, una stella cadente» gli fece eco una voce. Era la voce della Fata dei Ratti, che all’improvviso era lì, di fronte a lui, circondata dalla pallida luce calda come di un lampione, avvolta in quel suo manto così candido da sembrare azzurro.

«…e per la seconda volta in un anno» proseguì. «Ci deve essere un motivo ben serio perché sia successo. Vediamo un po’, mio caro Ratto Baratto, dov’è la tua compagna, la topina dorata?»
Il ratto provò una sorta di nodo allo stomaco. Se fosse mai andato a scuola (ma i ratti per loro fortuna a scuola non ci vanno) la situazione gli avrebbe ricordato un’interrogazione di matematica, e si sarebbe guardato attorno in cerca della lavagna.
«La topina non c’è, Fata. L’ho barattata». I baffi gli penzolavano dal muso come fossero piccoli spaghi bagnati.
«L’hai barattata. E con che meravigliosa meraviglia hai barattato la tua compagna, Ratto Baratto?»
«Io… non… non lo ricordo, Fata».
«Hai barattato la tua Compagna, il tuo Amore e la tua Felicità, ma non ricordi neppure con cosa?»


Il ratto arricciò il muso in una smorfia di dispiacere. Le orecchie erano afflosciate come carte di caramella buttate, i baffi ormai scivolavano sulla neve, la coda era così arrotolata sotto la pancia da spuntare davanti al muso. Il Ratto Baratto era l’immagine stessa dell’avvilimento.
Era così avvilito e mogio da essere buffo. E alla Fata (che tentava di mostrare un cipiglio severo, ma era Fata e come tale piuttosto buona) scappò prima un sorriso, poi una risata sincera. Rideva e rideva, e se cercava di trattenersi (dopo tutto era una Fata, no?) scoppiava a ridere ancora più forte, mentre le lacrime le scendevano dagli occhi.
«Vai, Ratto Baratto, torna a casa nel tuo piccolo buco sotto il granaio, ché è una notte troppo fredda per bighellonare. Credo proprio che la tua topina dorata sia là ad aspettarti. E cerca di trovarti un nuovo nome».

(3 - continua)

giovedì 17 novembre 2011

La Ballata del Ratto Baratto (parte 2/4)


(1 - continua)

Capitolo 2

Il Ratto Baratto andava avanti a scambiare croste di pecorino con profumati pezzi di gorgonzola o di robiolina, ma, senza che neppure se ne accorgesse, non gli capitava mai di desiderare di scambiare nel sonno la dolce topina color dell’oro. Sentiva una sensazione sconosciuta venire da un posto nuovo, un poco sopra lo stomaco, da quel cuoricino che gli batteva più distintamente quando lei gli lisciava il pelo, gli leccava i baffi, gli si strofinava sul piccolo tartufo. Sapeva che quella cosa serena e struggente che veniva dal cuore non era né fame, né sazietà, né sonno né attività: era la Felicità. Non gli era mai mancata prima perché non ne aveva mai sentito parlare, né sapeva capire con esattezza perché fosse ora all’improvviso felice. In realtà pensava di esserlo perché la vita è meravigliosa e vale la pena di essere vissuta anche da («specialmente da» pensava) un Ratto Baratto.

«Così come un giorno mi è cresciuto questo bel pelo, e un altro i baffi» pensava, «un giorno, semplicemente, sono divenuto un ratto abbastanza grande per essere felice» .

Certo, c’erano i giorni buoni e quelli cattivi, c’erano angioletti e diavoletti, croste di pane secco e mascarpone fondente, ma sempre il ratto era felice e credeva fermamente che non sarebbe mai potuto essere altrimenti. Mai dire mai (e neppure pensarlo! Non date mai niente per scontato, neanche se siete ratti di campagna!).

Un brutto giorno il Ratto Baratto incontrò una topina d’angora, dal pelo lungo e corvino, come erano del color del corvo nella notte i suoi occhi superbi e la sua lunga coda aristocratica. Il ratto pensò: «questa topina è esattamente quello che fa al caso di un Ratto Baratto con le maiuscole come sono io. È giusto quello che manca ad un ratto felice: quando l’avrò forse riuscirò anche a volare e chissà, forse a barattare l’anguria con la luna nel cielo».

In realtà non capiva esattamente perché il suo cuoricino (appena sopra lo stomaco) invece di gioirne sembrava si fosse riempito di una densa marmellata di malinconia, quella notte che nel sonno portò la topina dorata fuori dalla tana, senza neanche curarsi (o lo fece forse a proposito?) di lasciarla nella calda tana di qualche altro rattino. Il ratto pensò: «Stupido cuore, non capisce il baratto. Non è intelligente come il mio stomaco, che mi suggerisce sempre per il meglio. Ho graziose orecchie sensibili, ho dei morbidi baffetti sensuali, ho un elegante pelo argenteo, unghie lunghe e curate e uno stomaco spazioso» (solo per un pelo non aggiunse la parola «modestia» all’inventario delle qualità…). «Che bisogno c’era di quel cuoricino di cui nemmeno mi ero mai accorto?»

(2 - continua)