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martedì 11 settembre 2012

the Jazz Café


C’è questo locale, il Jazz Café. Ha un aspetto minimale, essenziale, con pavimenti in parquet chiaro, pareti beige con appese copertine di dischi incorniciati ed una libreria su un lato ed una vetrata su un altro, lungo la cui parte bassa scorre una tendina che nasconde da fuori la vista dei tavolini e delle sedie moderne. È aperto dal mattino, quando alla musica hot di Louis Armstrong servono caffè lungo e cappuccino, krafen zuccherati, donuts, fette di torta (al limone, al cioccolato, cheese cake, con la meringa). Persino toast imburrati con marmellata di arance. Nella mattinata la musica diventa quella di Duke Ellington ed i tavolini si riempiono di dormiglioni che fanno colazione tardi, e di persone che si attardano sorseggiando un caffè mentre aggiornano FaceBook o leggono un libro (chi se la tira ostenta un kindle) o ancora ne scrivono uno su un portatile, un iPad o magari una poesia a penna su un moleskine. A pranzo servono piatti leggeri e gustosi a base di pollo, riso, carne e verdure, tartare, tonno alla griglia. Nel pomeriggio si beve qualche tea e la musica è cool-jazz che sotto sera, quando si riempie e cominciano a servire calici di vino rosso o pastis con tramezzini con pomodoro, formaggio e insalata, diventa più vivace be-bop. Dopo l’aperitivo è la volta del ristorante, con la cucina di verdure, piatti etnici e delizie a base di merluzzo o magari, in stagione, zuppa di castagne. Nella lunga serata qualche volta c’è musica dal vivo, oppure semplicemente hard-bop, free-jazz, fusion e cocktail a base di rhum, tequila e gin. Ci puoi trovare seduti a tutte le ore artisti, musicisti, giornalisti e qualsiasi tipo di persona con un filo di buon gusto e di creatività.

venerdì 29 gennaio 2010

Eataly


Torino è una città molto graziosa. Se può sembrare un aggettivo poco adatto ad una grande città aristocratica che è stata innumerevoli volte capitale - fra cui la prima capitale del Regno d’Italia - si tratta solo di abbandonare le seriose strade del centro storico per una passeggiata lungo il Po, che qui è un piccolo fiume aggraziato su cui è normale vedere sfrecciare le sottili barche dei canottieri e una ricca fauna di uccelli. Oppure arrampicarsi sul colle di Superga per osservare da sopra la nebbia la città incoronata dalle Alpi innevate.
Torino è anche una città vivace: nella cultura, nell’arte, nell’architettura. Nel recupero dell’architettura industriale, come sta facendo nella zona del Lingotto, sede di un vecchio stabilimento di automobili della FIAT.
Proprio in una fabbrica del Lingotto, quello della Carpano (che non solo produceva il vermouth ma che addirittura ne inventò il nome), ha preso sede uno strano supermercato, il più possibile antitetico dai supermercati della grande distribuzione. Questo “mercato” si è dato il nome di Eataly e lo slogan: “mangiare meno ma mangiare meglio”. In pratica raccoglie piccole aziende di misura artigianale il cui scopo è soprattutto salvaguardare il Sapore, oggi sacrificato sull’altare della produzione industriale e di norme igieniche della produzione del cibo che salvaguardano la produzione asettica ma certo non il sapore. Eataly è riuscito a distogliere l’attenzione dei clienti dal prezzo (basso) per portarla alla qualità (alta), in una società dove viceversa il quanto ha preso il sopravvento sul quale.

La vera mossa vincente di Eataly è stata però dotare i vari banchi del mercato in altrettanti banchi di ristorante dove mangiare a buon mercato sul luogo quanto viene prodotto, dal pesce crudo al baccalà, dalla costata alla pasta fresca, dalla focaccia al tartufo bianco, così come capita di fare nei mercati coperti specialmente del Nord Europa.
Non che sia facile mangiare ad Eataly, perché i banchi dei ristoranti sono letteralmente presi d’assalto - e anche perché non aprono che verso le sette di sera anziché funzionare per tutto il giorno - ma vale assolutamente la pena di organizzarsi una gita a Torino, visitare la Mole Antonelliana, passeggiare lungo il fiume dal Valentino a piazza Vittorio Veneto, prendere l’aperitivo nel quadrilatero romano ed infine sgomitare per uno sgabello ad uno dei banchi di Eataly per concludere infine, con le difese immunitarie ridotte da un paio di bicchieri di Arneis o di Barolo, riempiendo un carrello di formaggi e di salumi di pregio.
Si può persino accedere ad una stanza dedicata alla stagionatura dei formaggi e dei salumi dove persino respirare sfiora il piacere erotico.

martedì 21 aprile 2009

Grandeur


Intendamoci: io amo la Francia e conservo il ricordo di un paio di lunghe vacanze in cui ho toccato località bellissime come Alsazia, Normandia, Bretagna, Loira e Camargue, Porquerolles, e che ho anche immortalato in un film (no, non novelle vague). Amo gli attori francesi di una volta (Jean-Paul Belmondo, Alain Delon, Gérard Depardie, Jean Gabin, Yves Montand, Philippe Noiret, Jean Louis Trintignant, e perché no, Fernandel, Louis De Funes e Jean Reno...), e Georges Simenon è uno dei miei scrittori preferiti.

Inoltre non sono certo l’italiano che all’estero cerca di mangiare spaghetti. Anzi ho un dono tutto alla Zelig di trasformarmi nello spazio di tre giorni in un nativo: in vita mia sono stato a pieno titolo un francese, un irlandese, un austriaco, un inglese, un marinaio, un montanaro, e naturalmente Gaetano o’mericano. In Francia ho mangiato da francese, con tutta la migliore volontà: dopo le prime delusioni mi sono detto che probabilmente per mangiar bene in Francia bisogna spendere molto. Ho comprato la guida michelin, e ho seguito prima la pista dei migliori locali con rapporto qualità / prezzo (li segnano in rosso), poi quelli più costosi. Sono stato sfortunato: non sono mai riuscito a mangiare in modo memorabile e questa famosa grande cucina francese resta per me un mistero irrisolto. La miglior novelle cuisine l’ho assaggiata all’Osteria del Teatro a Piacenza. Ma mai che le oche, i conigli, le cozze e le vongole che in Francia mi hanno messo nel piatto, sempre coperti in abbondanza da panne, salse e creme a nasconderne la (bassa) qualità, mi abbiano smosso entusiasmo. Porto come eccezione il ricordo di una tartare di manzo a Parigi e i formaggi un po’ ovunque.

Ho elaborato una mia teoria: che la cucina francese rappresenti la grande cucina per motivi storici, quando i cuochi di corte dopo la rivoluzione si misero in proprio e aprirono raffinati ristoranti mentre nelle altre nazioni ancora si mangiavano topi.
Un po’ come la lingua italiana, che è toscana perché i toscani sono stati i primi a parlarla mentre oggi sono gli unici che non lo fanno.

Ma Alsazia, Normandia, Loira e Camargue, Provenza, Porquerolles, Bretagna e Borgogna sono comunque bellissime.