sabato 11 agosto 2018
Dizionario di un discorso amoroso
Roland Barthes è (era) un filosofo francese, nato nel 1915 e morto nel 1980. Il suo libro “Frammenti di un discorso amoroso” è stato dato alle stampe nel 1977. È un libro complesso, letterario e filosofico, tutt’altro che banale, caratterizzato da una quantità sovrapposta di livelli di lettura. Non un libro facile. Eppure è un best seller da quando è uscito, ed ancora oggi, quarant’anni dopo, si trova esposto in primo piano negli scaffali principali di ogni libreria. Perché tanta presa sul pubblico?
Perché si tratta di una delle letture prescelte da ogni cuore infranto. E di cuori infranti ce n’è più che persone sulla Terra.
Per esempio, la dedica di mio pugno sulla mia copia del libro recita:
«Gaetano, estate 2018, lasciato dalla moglie dopo che lui l’ha allontanata in ogni modo, disperato di averla persa, mentre si consuma nell’attesa del suo ritorno»
Al livello di lettura più immediato, il libro è un dizionario di “luoghi tipici”, in realtà non dell’amore ma dell’innamoramento. Ed in un mondo dove “il discorso d’amore è di una estrema solitudine, parlato da migliaia di individui ma non sostenuto da nessuno”, leggere un dizionario di luoghi della passione che tutti abbiamo vissuto e sperimentato nel nostro cuore, è di maggior conforto dei frigidi libri di psicologia che sembrano rimproverarci di amare, costringendo l'amore all’interno degli steccati della “ragione”. Ragione che rappresenta tutto l’opposto dell’innamoramento.
Il libro è ancora protetto dai diritti d’autore, dunque non mi è consentito riportarne dei brani senza infrangere la legge. Ciò nonostante mi permetto ugualmente di farlo, citando (prendendomi qualche libertà) alcune voci che mi piace sottolineare. Confido che nel caso improbabile che l’editore Einaudi se ne avvedesse, voglia prendere la mia iniziativa come una reclame alle vendite e non un furto di parole.
(Nota bene: ho sforbiciato prendendomi qualche licenza. Gli originali sono sul libro).
Abbraccio. Per il soggetto, il gesto dell’abbraccio amoroso sembra realizzare, per un momento, il sogno di unione totale con l’essere amato.
Abito ...indossato nell’intento di sedurre l’amato.
Adorabile. “Nella mia vita, io incontro milioni di corpi; di questi milioni io posso desiderarne centinaia; ma di queste centinaia, io ne amo uno solo”
Affermazione. Il soggetto amoroso afferma l’amore come valore.
Appagamento. Ricerca di ottenere una totale soddisfazione del desiderio implicito nella relazione amorosa.
Attesa. Tumulto d’angoscia suscitato dall’attesa dell’essere amato in seguito a piccolissimi ritardi (appuntamenti, telefonate, lettere, [messaggi])
Capire. “Voglio capire! (cosa mi sta capitando)”
Catastrofe. Come in un vicolo cieco, il soggetto si vede destinato a una totale distruzione di sé.
Compassione. Un sentimento di compassione nei riguardi dell’oggetto amato ogni volta che lo vede, lo sente o lo sa infelice o minacciato da qualche cosa che è estraneo alla relazione amorosa in sé.
Corpo. Ogni pensiero, ogni emozione, ogni interesse suscitato nel soggetto amoroso dal corpo amato.
Dedica. Il regalo amoroso viene cercato, scelto e comperato in uno stato di grande eccitazione.
Dipendenza. Se io accetto la mia dipendenza è perché non è una debolezza né una meschinità; essa è un segno di forza.
Fading. Prova dolorosa con la quale l’essere amato sembra sottrarsi a qualsiasi contatto.
Fastidio. Sentimento di moderata gelosia che coglie il soggetto amoroso quando vede che l’interesse dell’essere amato è catturato e distolto da persone, oggetti o azioni che ai suoi occhi agiscono come rivali secondari. (“Tu appartieni anche a me” dice il mondo).
Gelosia. Sentimento che nasce dall’amore e che è cagionato dal timore che la persona amata preferisca qualcun altro.
Incontro. “Com’era azzurro il cielo”.
Io continuo.
Informatore. Figura amichevole che tuttavia sembra avere la costante funzione di ferire il soggetto amoroso dandogli, come se niente fosse, delle informazioni anodine sull’essere amato, il cui effetto è quello di guastare l’immagine che il soggetto ha di esso.
Insopportabile. “Così non può continuare”.
Languore. Intangibile condizione del desiderio amoroso provato nella sua carenza.
Luna di miele*. Il soggetto amoroso vive ogni incontro con l’essere amato come una festa.
Magia. Nella vita del soggetto amoroso, non importa a quale cultura esso appartenga, non mancano mai le consultazioni magiche, i piccoli riti segreti e le consultazioni votive.
Mutismo. Il soggetto amoroso è angosciato dal fatto che l’oggetto amato, risponda parsimoniosamente, o non risponda affatto, alle parole (discorsi o lettere [o messaggi]) che egli gli rivolge.
Oggetti. Ogni oggetto che sia stato toccato dal corpo dell’essere amato diventa parte di questo corpo, e il soggetto vi si attacca appassionatamente.
Pazzia. Il soggetto amoroso è colto dall’idea di diventare pazzo.
Perché?
Ricordo. “E lucean le stelle”.
Rimpianto. "Nessuno ha veramente bisogno di me".
Risonanza. Una parola, un’immagine si ripercuotono dolorosamente nella coscienza affettiva del soggetto.
Risveglio. Il soggetto amoroso si ritrova, al suo risveglio, nuovamente assalito dall’assillo della sua passione.
[Mi permetto il sacrilegio di aggiungere una variante mia personale: la consapevolezza dolorosa al risveglio di essere solo nel letto e di aver perduto, forse per sempre, l’oggetto amato]
Sensibilità del soggetto amoroso che lo rende vulnerabile anche alle ferite più lievi.
Sistemati. Il soggetto amoroso vede che intorno a lui tutti sono “sistemati” e gli sembra che ognuno disponga di un sistema affettivo da cui si sente escluso.
Unione. Sogno di unione totale con l’essere amato.
(da: Frammenti di un Discorso Amoroso, Roland Barthes, ET saggi, Einaudi, in libreria)
venerdì 10 agosto 2018
Mi piace guardare le coppie
Mi piace guardare le coppie.
Non quelle giovani, lui e lei ed un bambino piccolo
o con due bambini biondi nel passeggino,
quelle coppie così belle oggi
ma che domani sai che si tradiranno
si faranno del male
si lasceranno, si separeranno
si nasconderanno dietro agli avvocati.
Mi piace guardare le coppie avanti con gli anni
quelle eleganti, con i capelli d’argento
belle, complici
che si conoscono l’un l’altro,
si muovono come ballerini affiatati
che sanno cosa dirsi,
perché si parlano ancora
conoscono i loro ruoli
e vivono la vita in due.
Mi piace guardarli entrare in un negozio
sedersi ad un ristorante e scegliere dal menu
completi della loro presenza
Guardarli mentre lei parla e lui annuisce
mentre lui parla e lei sa già cosa dirà,
mentre si guardano negli occhi.
Abituati
mentre si amano ancora
perché nella vita non si sono mai lasciati.
mercoledì 8 agosto 2018
la bustina dei Minerva (FaceBook)
FaceBook è un mezzo per comunicare, che ogni persona usa a modo suo, come del resto avviene per qualsiasi altro strumento: il telefono, la posta, i messaggi… Persino le cose che si raccontano al bar (dove ancora esiste il bar).
Io, FaceBook lo uso come Blue. Blue Bottazzi è un nom de plume, un alias di me stesso, lo scrittore di nicchia. Ho sempre comunicato scrivendo. Avevo un personal computer da prima che qualcuno di voi nascesse e mi sono collegato alla rete da prima di internet (“ma papà, quando tu sei nato non c’era internet?).
Prima ancora, pigiavo i tasti di una macchina per scrivere Olivetti per inviare i miei articoli al Mucchio Selvaggio su fogli di carta in formato A4. Poi è arrivato internet, i siti web, ed infine i blog. BEAT arrivava a 27.000 contatti al mese. Poi, molto rapidamente rispetto alle evoluzioni del passato, le persone hanno smesso di leggere le riviste. In breve è toccato ai blog andare in crisi e lo stesso FaceBook ha le ore contate: i ragazzi pubblicano filmati senza parole su Instagram. Stiamo tornando agli ideogrammi.
FaceBook ognuno lo usa a modo suo, a seconda di come lo vive, delle proprie esigenze, della propria cultura, del proprio carattere, delle proprie motivazioni. A seconda di quello che ha da dire e di come è capace di dirlo. Io l’ho usato a lungo per mantenermi in contatto con il pubblico del rock e, lo confesso, per pubblicizzare i miei libri - fino a saturare la mia nicchia di lettori (però la seconda edizione la potreste acquistare!).
Ora mi capita di pubblicare post come pensieri su un blocco d’appunti. Gli appunti sui Minerva, se non fosse che non fumo e che non sono Umberto Eco. Pensieri volanti sui miei sentimenti, sulle mie emozioni, sull’amore e sul dolore. Non scrivo mai di politica (perché è un argomento caduco e deperibile, e anche perché non capireste) né di sport (di cui al massimo leggevo le cronache di Giovannino Brera).
Non leggo praticamente niente di quello che pubblicate voi: non vado oltre le pagine di un paio di persone, e mi stanco anche di quelle con gli occhi belli.
C’è chi pensa che io mi esponga mettendo in piazza argomenti personali, ed in effetti mi disturba il meccanismo dei commenti, capaci di banalizzare qualsiasi pensiero. Scriveva qualcuno (era Calvino o Piero Chiara? Non sono sicuro di ricordare) che scriviamo per farci trovare. Sto scrivendo (forse) un libro non rock. Ormai ho capito che i tempi sono cambiati e che non troverò un editore, e che quel libro lo leggeremo in tre (compreso me, l’autore). Si intitola Blue Motel (naturalmente), è nato come una cosa leggera, ma di questi giorni la mia anima trabocca di amarezza, di delusione, di dolore, al punto che non so immaginare cosa ne salterà fuori. Probabilmente finirà nel cestino virtuale del desktop.
Non mi è successo niente di troppo originale, ma forse un po' sì. Pochi mesi fa mi sono sposato per amore, credevo quello vero, quello definitivo che ho inseguito per tutta la mia romantica vita, ma la compagna che ha fatto la scelta di essere mia, e di rispondere "sì" alla fatidica domanda, si era sbagliata. Alla prima difficoltà ha scoperto che non se la sente, o che non è capace, di fare la moglie (e di affrontare la buona e la cattiva sorte). Se ne è andata con lo stesso spirito di chi ha scelto le vacanze in montagna, ma poi cambia idea e decide piuttosto per il mare.
L’amore è l’esperienza in Terra che più si avvicina al Paradiso; ma anche all'Inferno.
Dovrei tenere questi pensieri per me o dissimularli in metafora per il libro, ma poi l’amarezza tracima dai post, e c’è chi mi rimprovera di non nascondere le ferite, di espormi alle chiacchiere delle comari. C’è molto bigottismo sociale sui sentimenti. Si celebrano i matrimoni, i battesimi e si porgono le condoglianze ai funerali, ma in generale la gente ritiene sia conveniente nascondere le proprie emozioni dietro un muro di cinismo e di ipocrisia. Quando si parla d’amore, le persone sanno sempre trovare una parola cattiva. Perché hanno il cuore amaro. La gente è cinica e disillusa; ti scoraggia dall’amare perché si consola a pensarti arreso e sconfitto come loro.
“Ti verranno a chiedere del nostro amore”: quando racconterai del tuo dolore, ti risponderanno quanto sei stato fortunato a liberarti di un amore inutile e di una persona detestabile. Quando ti lamenterai della solitudine, la gente te ne vanterà i vantaggi. Ma la verità è che le persone non sono fatte per stare sole. A dispetto di qualsiasi argomento possa portare, chi accetta la solitudine la subisce, con infelicità e rassegnazione.
Ho sempre creduto nel coraggio, e tenuto in spregio slealtà e viltà. Ho sempre pensato che sia un diritto della persona adulta avere il coraggio delle proprie idee e delle proprie azioni. Il diritto di non dover mentire né fingere. Fuggo chi, alla resa dei conti, si nasconde sotto la pietra e ti morde con il veleno della vipera. Chi si fa pecora con i lupi, e crudele con chi chiede aiuto. Chi si professa dalla tua parte e al momento del bisogno ti tradisce.
sabato 26 maggio 2018
Rose, spine e cuori infranti
Qualche cosa nella rosa incarna il concetto stesso di bellezza, persino di felicità. Il suo profumo inteso ma gentile, il suo colore delicato te ne ricordano la provvisorietà, perché fra qualche giorno, troppo pochi, perderà i suoi petali e si trasformerà in un cespuglio di spine. E l’aria fresca e profumata si corromperà nella faticosa afa grassa dell’estate, mentre il cinguettio si arrenderà al ronzare delle mosche e delle zanzare. E così, mentre apri la porta nel mattino, sospeso sull’orlo del dolore, mentre la ferita che sta sanguinando è ancora troppo fresca perché tu ti possa rendere conto dell’entità danno, mentre non sei ancora al tappeto ma sai che succederà, sai che fra troppo poco ti sommergerà, vorresti aggrapparti a questi momenti, poterti fermare per sempre a questo istante di mattina, mentre il cane agita le gambette come un cartone animato per correre al prato, mentre non soffri ancora (troppo) fame, rimpianto e desiderio, mentre vedi quello che ti aspetta ma ancora non ci sei davvero dentro. Quando ti svegli solo nel letto, ma ci vuole qualche attimo prima che affiori la consapevolezza ed il ricordo. E te ne stupisci ancora, non ci sei abituato ma già sai che dovrai arrivare ad accettarlo, tuo malgrado. E ti vedi disteso immerso nel niente, stupido, nel calore, nella noia senza prospettive. O persino peggio, a muoverti come se niente fosse, fingendo che nulla sia accaduto, che le cose semplicemente siano così. Quando la ferita alla fine diventa una cicatrice.
lunedì 30 aprile 2018
Stagioni (colori)
> La neve che scende fitta in silenzio, il blu dell'orizzonte che si mischia col cielo, i rami piegati degli alberi, i passi soffici, la sciarpa stretta attorno al cappotto, la luce fioca dietro le finestre nel buio.
> I fiori, gialli bianchi rosa e rossi sul verde del prato, il profumo intenso, le api lontane, scaldarsi al tepore del sole.
> Svegliarsi ai raggi di luce taglienti proiettati dalle persiane, l'orchestra dissonante di voci di un mercato sotto le finestre, il profumo dei pini e del mare, cappuccino e bombolone zuccheroso che si incolla alle labbra, seduti a un tavolino di metallo con la scritta Motta, all'edicola la ristampa di un fumetto letto da bambino, la coda ciarliera della focaccia nel profumo della pizza rossa, in spiaggia sotto l'ombrellone a fissare l’infinità del mare e non pensare. Gocciolare sudore salato facendo l'amore.
Il lampo del fulmine, la botta del tuono, la doccia della pioggia, il profumo di terra, un brivido di freddo sotto la maglietta leggera.
> Il rosso delle colline, il sole infuocato che scende nel tramonto, il fiume in piena, la strada che serpeggia, la malinconia della fine.
> I fiori, gialli bianchi rosa e rossi sul verde del prato, il profumo intenso, le api lontane, scaldarsi al tepore del sole.
> Svegliarsi ai raggi di luce taglienti proiettati dalle persiane, l'orchestra dissonante di voci di un mercato sotto le finestre, il profumo dei pini e del mare, cappuccino e bombolone zuccheroso che si incolla alle labbra, seduti a un tavolino di metallo con la scritta Motta, all'edicola la ristampa di un fumetto letto da bambino, la coda ciarliera della focaccia nel profumo della pizza rossa, in spiaggia sotto l'ombrellone a fissare l’infinità del mare e non pensare. Gocciolare sudore salato facendo l'amore.
Il lampo del fulmine, la botta del tuono, la doccia della pioggia, il profumo di terra, un brivido di freddo sotto la maglietta leggera.
> Il rosso delle colline, il sole infuocato che scende nel tramonto, il fiume in piena, la strada che serpeggia, la malinconia della fine.
lunedì 2 aprile 2018
Poesia ad una donna
Una va a tutto gas e non ha i freni
una è avida, una disonesta
Una è ignorante e non sa nulla
una parla parla e parla e non ascolta
Una piange e si dispera
una è matta da ricoverare
Una fredda come il ghiaccio
una ama di nascosto
Una ti accarezza
una ti colpisce col coltello
Una è dolce ed innocente
e quella è la mia donna
una è avida, una disonesta
Una è ignorante e non sa nulla
una parla parla e parla e non ascolta
Una piange e si dispera
una è matta da ricoverare
Una fredda come il ghiaccio
una ama di nascosto
Una ti accarezza
una ti colpisce col coltello
Una è dolce ed innocente
e quella è la mia donna
giovedì 14 dicembre 2017
Coney Island
I miei tempi si stanno sbriciolando, sciogliendosi come neve al sole, inghiottiti dal nulla che avanza. E purtroppo non passera poi troppo tempo prima che non ci sia più neanche più nessuno a ricordarli [anche per questo mi piacerebbe scriverne una testimonianza, in un paio di libri intitolati Blue Motel e I furiosi anni settanta].
Nulla del mondo che mi circonda è più in sintonia con la mia sensibilità. O quasi.
Mentre passeggiavo per il centro, la mia attenzione è stata attirata da un manifesto, una locandina cinematografica (erano lustri che non accadeva, suppongo dai tempi di Eyes Wide Shut...). Una foto perfettamente coerente con la mia sensibilità, la mia esperienza, la mia mitologia, il mio gusto, le mie aspettative. Una bella donna, provocante, di fronte alla finestra di quello che sembra essere un piccolo appartamento vecchio stile di NYC, da cui si vede la ruota del luna park di Coney Island. In automatico nelle mie orecchie attacca a suonare una colonna sonora dei Blasters, o se preferite dei Mink DeVille o dei Drifters.
E poi me ne accorgo: è il nuovo film di Woody Allen. Non a caso, un santi dei miei giorni (ed uno dei miei tre registi preferiti). Grande Woody, fino a che sei uno dei vivi andrò a vederlo. Fosse anche il più brutto dei tuoi film, parlerà ancora la mia lingua.
venerdì 21 luglio 2017
il nostro disco che suona
“una rotonda sul mare
il nostro disco che suona…”
Sapete quella cosa, “il nostro disco...” di solito è la canzone che imperversava in una certa stagione, che ci porta alla mente un preciso momento, una certa estate, una certa spiaggia, un certo amore.
Non so voi, ma io ho una canzone che mi ricorda ogni amore che ho vissuto. Ogni donna importante -nel bene o nel male - che ha attraversato la mia vita.
A volte è la canzone che ascoltavamo assieme. Altre è perché sono le parole a raccontarmi di lei.
Ricordo da ragazzo, avevo lasciato una ragazza e poi, come succede, l’avevo rimpianta. Era un disco di Bruce uscito in quei giorni a ricordarmi di lei:
“Una volta ho sognato che eravamo ancora assieme io e te
a casa in quei club dove andavamo
eravamo in piedi al bar ed era difficile sentirsi parlare
la band suonava forte e tu gridavi qualche cosa al mio orecchio
mi hai tolto la giacca mentre il batterista contava il quattro
mi hai preso la mano e mi hai portato sulla pista
mi hai abbracciato e hai cominciato a ballare lentamente
mentre ti stringevo stretta ho giurato di non lasciarti mai andare…”
L’ho fatto anch’io una volta un sogno così, sulla mia fidanzata americana, la mia rock & roll girl, e nel sogno ho pensato che non l’avrei mai lasciata andare.
Ma l'ho lasciata andare. Non sempre siamo all'altezza dei nostri sentimenti.
La canzone del Primo Amore era di Chris Rea:
“I just wanna be with you
No matter what they say
Just wanna be with you
Every night and every day
Cold nights, dark days
I wanna be with you”
come pure quella che mi ha ricordato di lei a lungo, dopo averla persa:
“il tempo passa, e ogni lacrima asciuga
e le notti da solo diventano stranamente accettate
e mentre gli anni passano, come dice la vecchia canzone
il dolore con il tempo se ne va, non può durare per sempre...
...ma poi un amico, da stupido, fa il tuo nome
giorni di sole, notti ebbre
tu che sorridi e mi dici che va tutto bene
com'è fredda, fredda la pioggia a sentir nominare il tuo nome
perdonami per favore
se stringo le spalle per non mettere a disagio gli amici
non è che invecchiando sia diventato più freddo:
sono diventato bravo a nascondere
quello che sento senza confidarmi
ma è sempre lo stesso
quando sento il tuo nome”
La mia "rock & roll girl" amava Bruce Springsteen e soprattutto Tom Petty. Il nostro album era Tunnel Of Love, ma la nostra canzone era di Bryan Adams, il singolo “Please Forgive Me”. La prima volta che l'abbiamo sentita era alla radio. Ho accostato l'auto e l'abbiamo ascoltata in silenzio, guardandoci negli occhi. Quando l'amore brucia come il fuoco è difficile non avere nulla da farsi perdonare.
“ancora mi sento come la prima notte assieme
mi sento come il nostro primo bacio
va meglio baby
la prima volta che i nostri occhi si sono guardati
sento la stessa sensazione
solo molto più forte
voglio amarti ancora
la tua fiamma è ancora accesa?
Così se ti senti sola, non farlo
per favore perdonami, ora so cosa fare
per favore perdonami, non posso smettere di amarti…”
Anni dopo fu Bruce Springsteen ad annunciarmi che il mio matrimonio era finito. Ero triste e deluso, ed invece di tornare a casa mi ero infilato in autostrada al tramonto, guidando senza meta verso il rosso del sole che cala. Avevo The River sull'autoradio. Era una registrazione dal vivo, quando arriva quel lungo lamento del sax di Clarence Clemons che introduce la nuova versione della canzone. Stavo per premere il pulsante di avanti veloce, forse perché quella canzone significava troppo per me per riuscire a riascoltarla. Ma non ce l'ho fatta a cambiare, e così l'ho ascoltata una volta di più.
Non avevo mai realizzato prima che parlasse di un matrimonio finito.
Ascoltiamo le canzoni modellandole sulla nostra esperienza, e per me il baricentro della canzone era Mary incinta, ed un matrimonio fra ragazzi consumato in povertà di fronte al giudice di pace:
“Then I got Mary pregnant and man that was all she wrote
And for my nineteenth birthday I got a union card and a wedding coat
We went down to the courthouse and the judge put it all to rest
No wedding day smiles no walk down the aisle
No flowers no wedding dress”
Invece quella sera sull'auto ho ascoltato Bruce cantare:
“Ora tutte le cose che sembravano così importanti
è come se fossero svanite nell'aria
Io mi comporto come se non ricordassi
Mary si comporta come se non le importasse...”
Quelle parole mi hanno fanno sobbalzare: stavano parlando di me!
Quando il nostro amore era giovane e forte
Ha detto che la notte scorsa ha letto quelle lettere
E l'hanno fatta sentire vecchia di cento anni
Sto guidando un'auto rubata
nella notte nera come la pece
e mi dico che le cose andranno a posto
ma sono in viaggio nella paura
che in questa oscurità io possa scomparire...”
La canzone più triste sulla fine di un matrimonio, ha le parole di De Gregori:
“...e cancello il tuo nome dalla mia facciata
e confondo i miei alibi e le tue ragioni
i miei alibi e le tue ragioni...
Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo
e la mia faccia sovrapporla a quella di chissà chi altro
ancora i tuoi quattro assi, bada bene di un colore solo
li puoi nascondere o giocare con chi vuoi...
E quando io senza capire ho detto sì
hai detto è tutto quel che hai di me
è tutto quel che ho di te…”
Un amore successivo, quasi di contrabbando, era marchiato da un cajun tradizionale della Louisiana, cantato allo stesso tempo in inglese ed in francese:
“Ma jolie, how do you do?
Mon nom est Jean-Guy Thibault-Leroux
I come from east of Gatineau
My name is Jean-Guy, ma jolie
J'ai une maison a Lafontaine
Where we can live, if you marry me
Une belle maison a Lafontaine
Where we will live, you and me
Oh Louise, ma jolie Louise
Tous les matins au soleil
I will work 'til work is done
Tous les matins au soleil
I did work 'til work was done...”
Ha un finale triste. Come la nostra storia, che è finita male, ancora con le parole di Bruce Springsteen, fra le più dure che lui ha scritto - forse per una donna che non ha saputo conservare con cura l'amore che aveva trovato:
“Lei spegne la TV e se ne va a letto senza una parola
pensando a come tutto è stato sprecato
e come sono stati buttati i loro sogni…
…e un uomo giusto è difficile da trovare”
Una volta ho incontrato l'anima gemella. Ma entrambi siamo stati incapaci di esserne all'altezza. Non avevamo una canzone nostra, cantavano tutte di noi. Ma alla fine, quando l'ho incrociata di nuovo per caso, è stato buffo scoprire che per entrambi era una canzone cantata da Keith Richards che ci faceva pensare l'uno all'altro.
Non la stessa canzone.
La mia diceva:
“Mi ricordo quando ti sfioravo le mani
ogni volta mi emozionavo
sei la più bella cosa che ricordi della mia vita
io e te avevamo tutto
ed anche se non è durata, ne è valsa la pena
you and me, baby, we had it all”
Keith Richards è un romantico (anche se la canzone è un classico del country americano, nessuno l'ha mai cantata come lui). Invece la canzone che a lei parlava di me era più prosaica:
“Non hai niente su di me
You ain't got nothing on me”
Perché, comunque la giri, per quanto tu sia felice e fortunato, alla fine va sempre sprecata in Amore Nero:
“Ti ho dato il mio cuore un bel giorno
e non ha più fatto ritorno
in cambio mi hai dato erbe amare
ed io le ho volute mangiare
Dei miei occhi hai preso il bagliore
uno specchio per vederti migliore
in cambio mi hai dato il veleno
di un dolce di spine ripieno
E c'ho creduto come una preghiera
che un amore è una primavera...
...per una notte di vino
pagherò cento giorni d'aceto”
P.S.: è applicabile anche un altro finale, che si meriterebbe da solo un post. È di David Bowie:
‘Tis a pity she was a whore
‘Tis my curse, I suppose
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