domenica 28 aprile 2013
il muro della vergogna
"Ha distrutto l'Italia, mai al governo con Berlusconi" (Enrico Letta)
"La prospettiva di un Berlusconi è una idea repellente rispetto alla buona politica. Alle bugie di Berlusconi risponderemo colpo su colpo. Bisognerebbe aprire una commissione parlamentare d’inchiesta su di lui" (Enrico Letta)
Contro ordine compagni! Berlusconi non è il male! È stato la vittima di una campagna diffamatoria orchestrata dalla reazione e dagli ignoranti grillini. Il bene della Patria, come ci ha ricordato il Grande Presidente Napolitano, impone che si lavori insieme serenamente, liberandolo dagli affanni degli attacchi della magistratura (grillina).
Chi nel PD non voterà la fiducia al Governo con Alfano vicepremier e ministro degli interni sarà espulso!
Berlusconi non ce l'avrebbe mai fatta a vincere di nuovo senza i suoi amici del PD.
Gli italiani che hanno votato PdL hanno votato per Berlusconi.
Anche gli italiani che hanno votato PD hanno votato, senza saperlo, Berlusconi.
Per cui Berlusconi, dato per morto, ha avuto più del 50% dei consensi.
Ora chi è compromesso con il PD mi dice che Berlusconi è un falso problema. Sono gli stessi che in campagna elettorale hanno chiesto i voti contro di lui.
Usciamo dalla campagna elettorale e mettiamoci a governare consapevolmente: si parte dalla legge sul conflitto d'interesse? C'è la darà il governo Letta?
Il PD è alleato di Gasparri, di Alemanno, della Polverini. Di Brunetta, Santanché, Minetti, Alfano e Berlusconi. D’altra parte loro sono alleati di Rosy Bindi e D’Alema.
Che poi, chi dice che Ruby non fosse davvero la nipote di Mubarak? Beppe Grillo?
Il PD è all'ultimo giro di valzer. Chi lo voterà mai più? Che bisogno c’è di dare il voto ad un intermediario se puoi votare direttamente Berlusconi?
Davvero non riesco a credere che il PD abbia raccolto i voti degli elettori CONTRO Berlusconi e li abbia usati PER allearsi a Berlusconi... perché non nominarlo anche segretario del partito adesso? Davvero, non riesco a crederci...
Per me Berlusconi oggi è ancora la rovina del Paese, come lo era ieri. Come lo sono i suoi complici del PD.
PD e PDL sono la stessa cosa, hanno i medesimi obiettivi e gli stessi metodi. L’interesse personale e la lottizzazione del Paese.
Sono passato di fronte all'edificio dove avevo votato per le primarie. Sembra passato un secolo: Berlusconi si era ritirato e tutta la casta si era nascosta, convinta che gli italiani li avessero cacciati.
Il voto per il restauro li sorprese e li riportò fuori dalle tane.
Così oggi di nuovo abbiamo il PdL al governo e Berlusconi ancora una volta conduce le danze. Ed il PD che non solo non se ne vergogna, ma anzi ne è orgoglioso. Perché si sono accorti che gli italiani non sono nessuno.
“Egli aveva solo una critica, disse, da fare all'eccellente e amichevole discorso del signor Pilkington. In esso il signor Pilkington si era sempre riferito alla "Fattoria degli Animali". Non poteva sapere, naturalmente - e lui, Napoleon, lo annunciava ora per la prima volta - che il nome "Fattoria degli Animali" era stato abolito. Da quel momento la fattoria sarebbe ritornata "Fattoria Padronale", quello cioè che, egli credeva, era il suo vero nome d'origine.
«Signori» concluse Napoleon «ripeterò il brindisi di prima, ma in forma diversa. Riempite fino all'orlo i vostri bicchieri. Signori, ecco il mio brindisi: alla prosperità della Fattoria Padronale!»
Come prima, vi furono calorosi applausi e i bicchieri vennero vuotati fino al fondo. Ma mentre gli animali di fuori fissavano la scena, sembrò loro che qualcosa di strano stesse accadendo. Che cosa c'era di mutato nei visi dei porci? Gli occhi stanchi di Berta andavano dall'uno all'altro grugno. Alcuni avevano cinque menti, altri quattro, altri tre. Ma che cos'era che sembrava dissolversi e trasformarsi? Poi, finiti gli applausi, la compagnia riprese le carte e continuò la partita interrotta, e gli animali silenziosamente si ritirarono.
Ma non avevano percorso venti metri che si fermarono di botto. Un clamore di voci veniva dalla casa colonica. Si precipitarono indietro e di nuovo spiarono dalla finestra. Sì, era scoppiato un violento litigio. Vi erano grida, colpi vibrati sulla tavola, acuti sguardi di sospetto, proteste furiose. Lo scompiglio pareva esser stato provocato dal fatto che Napoleon e il signor Pilkington avevano ciascuno e simultaneamente giocato un asso di spade.
Dodici voci si alzarono furiose, e tutte erano simili. Non c'era da chiedersi ora che cosa fosse successo al viso dei maiali. Le creature di fuori guardavano dal maiale all'uomo, dall'uomo al maiale e ancora dal maiale all'uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due”.
venerdì 5 aprile 2013
Patria e Bandiera
“arrivasti a varcar la frontiera in un bel giorno di primavera e mentre marciavi con l'anima in spalle vedesti un uomo in fondo alla valle che aveva il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore… se gli sparo in fronte o nel cuore soltanto il tempo avrà per morire ma il tempo a me resterà per vedere vedere gli occhi di un uomo che muore… Ninetta mia crepare di maggio ci vuole tanto troppo coraggio, Ninetta bella dritto all'inferno avrei preferito andarci in inverno…”
Il problema con la Patria e la Bandiera è che ognuno ha la sua. Per esempio ci sono buonissime persone in Austria per cui la Patria sacra e inviolabile si trova a nord delle Alpi ed il tricolore è rosso bianco e rosso. Per un francese la bandiera è rossa bianca e blu, per uno spagnolo rossa gialla e rossa. Siamo tutti esseri umani e siamo tutti brave persone, ma ci schieriamo sotto diverse bandiere. Pisa contro Firenze. Pavia contro Milano.
Ora, fino a che sotto i colori della bandiera andiamo a giocare alle Olimpiadi, è un gioco. Ma quando con le bandiere cominciamo a farci le parate militari, la cosa si fa più torbida.
Prendi la Costituzione: “l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Poi prendi la celebrazione della Vittoria, e la celebrazione ai Caduti. Quella ai caduti mi pare l’inganno più vile: “tantissimi veri italiani hanno sacrificato la loro vita e tanti giovani, puri di cuore e di intelletto, hanno immolato la loro esistenza senza chiedere nulla. La bandiera quindi esige il massimo rispetto da parte di tutti”.
Sono d’accordo che non dovremmo mai dimenticare dei morti in battaglia: “…chi diede la vita ebbe in cambio una croce”, ma dovremmo farlo nel significato corretto di quella memoria. Nel momento in cui si cerca di far diventare i Caduti testimonial di chi li ha mandati a morire, li si uccide un’altra volta.
Fra il 1915 ed il 1918 tutta una generazione fu derubata della vita durante la Grande Guerra, una generazione che non chiese di andare ad uccidere altre persone in Austria per il Re e la Patria e la Bandiera. Ci furono mandati, gli si sparava addosso dalla nostra parte per farli uscire dalle trincee ed andare al macello, e loro sparavano nella schiena dei nostri ufficiali per potersi fermare e tornare indietro. Questi veri italiani non hanno difeso la Patria, ma nel suo nome sono stati mandati alla morte. Lo stesso vale per i loro figli mandati qualche anno più tardi a piedi nelle steppe russe con le insegne fasciste a far guerra ad un’altro popolo ed un’altra Patria ed un’altra Bandiera. Anche loro non l'avevano chiesto, ce li ha mandati Benito Mussolini sempre nel nome della Bandiera.
Se non impariamo e se non ricordiamo correttamente, qualcun altro prima o poi sarà mandato a uccidere e morire dalla demagogia della Patria e della sua Bandiera.
Anni fa ero in vacanza in Austria, lungo il Danubio, in un paese che sembrava uscire da un libro di favole. Gente gentile, case, cielo, campi, fiume. Una piazzetta ed un piccolo monumento, ai caduti. Una statua rappresentava un soldato nell’atto di perdere la vita, una statua vista tanto spesso nelle nostre piazze. Ma il suo elmetto non era quello che siamo abituati, era quello dei cattivi. Ucciso da uno dei buoni, cioè i nostri. Due brave persone, l’uno e l’altro, probabilmente nessuno dei due tornato a casa, mandati ad uccidersi dalla demagogia della Patria, della Bandiera e del Re…
martedì 25 dicembre 2012
una storia di Natale
Mi ha sempre affascinato la capacità di scrivere una storia su ordinazione, come la storia di Natale che pubblicano i quotidiani americani. Questa l'ho pubblicata sul numero di SUONO in edicola in dicembre. Purtroppo la mia storia è la conferma di ciò che già sapevo, cioè che scrivere racconti non è il mio campo. Ma è solo per gioco.
Da qualche parte nei sobborghi, Charlie rientra a casa. Nella cassetta delle lettere, una busta con l'indirizzo scritto a mano. Viene da Minneapolis, e la calligrafia è di qualcuno che forse avrebbe preferito non dover ricordare. Si infila la busta nella tasca, la aprirà più tardi, dopo aver pranzato solo, sulla poltrona di fonte alla televisione spenta, con un bicchiere di Jack Daniels allungato. Charlie si infila gli occhiali e legge. “Ciao Charlie. Sai, adesso vivo proprio sulla nona strada, sopra quel negozio di libri polveroso fuori da Euclid Avenue. Non mi faccio più e non bevo più nemmeno whiskey. Ho un uomo, suona il trombone e ha un lavoro alle ferrovie. Mi ama, anche se quello che aspetto non è suo figlio, ma dice che crescerà come fosse il suo. Mi ha dato un’anello, era di sua madre, e ogni sabato sera mi porta fuori, a ballare…” Dalla finestra di fronte arriva il solito frastuono di quella giovane coppia di irlandesi che tanto per cambiare litiga. Lui è piccolo e sdentato, si da un sacco d’arie e veste una giacca consumata...
continua a leggere la storia sul Blue Bottazzi BEAT.
sabato 24 novembre 2012
Autori indipendenti
Il grande nulla, dopo cinema, tv e dischi, è giunto alle librerie. In libreria non si vendono più libri, a meno di essere votati all’estinzione come il dodo. In libreria si vendono oggetti di moda fatti di carta, una sorta di souvenir adatti soprattutto ai piccoli regali, oggetti non destinati alla lettura (almeno non oltre il primo capitolo) ma all’arredamento di tavolini e librerie, dai titoli che evocano sfumature di grigio, cucina cool per l’happy hour, dolcetti di cioccolato, architettura nel mondo, biografie VIP, 50 anni di Rolling Stones, le frivolezze del rock. La letteratura non esiste più e dunque non serve distribuirla. I libri in generale non vengono più scritti da un autore, ma da una redazione, un pool di ghost writers dopo un braistorming con il commercialista, e si lanciano sul mercato come oggetti di moda tramite il giusto salotto televisivo, per essere divorati il giorno successivo e infine digeriti, seppelliti e dimenticati.
Se la libreria è ormai per lo shopping, chi legge deve rivolgersi piuttosto all’acquisto per posta (su Amazon) o in elettronico (su kindle e apple store). In teoria nel formato e-book trovi tutto e sempre, anche di notte insonne nel tuo letto. In pratica invece almeno dalle nostre parti le case editrici non sono ancora convinte del mezzo virtuale, che bypassa la distribuzione controllata. Anche perché a guardarci bene per un libro venduto in digitale, la casa editrice a cosa serve? Senza doversi far carico della stampa su carta e della distribuzione, rappresenterebbe poco più di un pappone che in cambio di un piccolo anticipo all’autore affamato si tiene tutto il resto, compresi i diritti.
Scrivere un libro oggi è impresa dalle scarse prospettive, se non si conosce la persona giusta nell’ufficio giusto della casa editrice giusta. Senza la “conoscenza” non c’è più neanche la speranza di farsi leggere il manoscritto, figurarsi di vederselo stampare. Ma anche a libro stampato manca ancora tutto il percorso della distribuzione fino ai banchi della libreria e magari le vetrine: il distributore difficilmente si fa carico di acquistare una quintalata di pagine di uno sconosciuto da portare alle migliaia di librerie dello stivale. Preferisce lavorare sui titoli sicuri, quelli che vengono presentati da Fazio, e per il resto limitarsi agli ordini. Ma chi potrebbe ordinare un libro di cui non conosce nemmeno l’esistenza e perciò condannato all’oblio sin dalla nascita?
La distribuzione digitale permette di bypassare a basso costo questi ostacoli: pubblicare su kindle e su iPad è possibile, sia pure con qualche contorsione tecnica, ed un libro elettronico su amazon o su apple store non va esaurito e non deve essere trasportato. La promozione è lasciata alla creatività ed alla abilità dell’autore (e dell’editore elettronico), alla sua capacità di farsi notare su canali alternativi come il web, FaceBook, YouTube, i blog ed il passa-parola. Un vero percorso underground di contro-cultura, percorribile non per raccomandazioni ma per contenuti. Se si ha un messaggio, si troveranno le orecchie che lo ascoltino.
Certo per un autore avere in mano un proprio libro profumato della stampa della casa editrice importante è gratificante per l’ego. Ma le frustrazioni iniziano subito dopo averlo infilato in libreria ed aver regalato ai parenti e agli amici intimi le dieci copie messe a disposizione dall’editore. Il guadagno difficilmente va molto oltre l’anticipo e magari un primo assegno. Anzi, senza i bollini SIAE che certificano le copie vendute non ci va mai. Dopo un paio di mesi scompare dalle librerie, per non tornarci neanche quando ne trarrebbe giovamento, per esempio in occasione della recensione su un quotidiano, o per il tour del gruppo di cui nel nostro libro si parla. Un caro amico ha avuto un libro sugli Stones stampato da un grosso editore, e un paio d’anni fa per Natale era nelle vetrine della catena dei negozi di quel marchio. Ma già quest’anno in cui gli scaffali si sono riempiti di libri per i 50 anni della band di Jagger e Richard, il suo libro non c’era. Non è stato ristampato e lui non può farci niente, perché i diritti non sono nelle sue mani.
Io ho avuto stampati tre libri a cavallo del ’90, tre titoli di informatica per due prestigiose case editrici, oggi entrambe scomparse (e almeno della seconda, che mi ha pagato pochissimo, non sento affatto la mancanza). Poi, in epoca web, scrivo portando avanti da più di una decade una quantità di blog. Di recente ho acquistato un MacBook Air, ho caricato un programma adatto alla scrittura creativa e ho messo nero su bianco il titolo di quattro libri - ed almeno di tre non sono lontano dalla fine. Eleonora ha pubblicato negli anni duemila ben otto libri, molti dei quali sono già fuori catalogo. Ha già pronti nuovi titoli molto promettenti: un romanzo divertente sulle esperienze (le disavventure?) di tre ragazze italiane a Londra, un libro sulle donne del rock e un diario sulla propria esperienza (di certo fuori dal comune) nel mondo del rock. Siccome ha una forte creatività li ha anche battezzati con tre titoli che da soli sono garanzia di successo. Sebbene trovare un editore tradizionale sarebbe gratificante, stiamo immaginando di tentare una via più originale: farci da editori da soli, facendoci carico di tutta la parte relativa alla distribuzione, che non sarà certamente una passeggiata ma che ci vedrà assai più motivati di quanto lo possono essere degli estranei. Stiamo immaginando una casa editrice indipendente, una casa di autori. Una distribuzione in e-book attraverso tutti i canali di una certa presenza, come kindle, iPad e si valuterà quali altri. E anche una distribuzione cartacea in un numero limitato attraverso canali di acquisto per posta (sto pensando naturalmente ad Amazon.it): oggi esistono stamperie on demand che non obbligano a ordinare diecimila copie da stipare in cantina, ma anche solo cento alla volta, per rispondere alle necessità momento per momento. La promozione avverrà totalmente via web, sfruttando FaceBook e la rete dei blog e delle riviste digitali dei tanti creativi che popolano la rete, un passa-parola di utenti di prim’ordine. Va da sé che il pubblico non è quello della TV della domenica pomeriggio, ma non è effettivamente a quelle persone che si rivolgono le nostre pagine, quanto piuttosto a quella generazione a cui manca la “contro-cultura” di una volta. Per esempio i born in the fifties, sixties e seventies che acquistano i dischi. Chi lo sa, da un successo “locale” magari si potrà trattare anche con qualche catena per una distribuzione più vasta: chissà se a Feltrinelli interesserebbe distribuire le nostre edizioni? Personalmente vedo più in la, perché la nostra mission non è di far soldi vendendo saponette, ma stampare quei libri che noi stessi avremmo voglia di leggere. E allora quanti autori underground conosciamo a cui proporre questa via di distribuzione una volta rodata e oliata? Penso a Zambellini, a Vites e a tanti altri.
Gli ostacoli non mancheranno. Per esempio ci servirà almeno un grafico e un informatico, perché stranamente la strada per pubblicare un e-book è cosparsa di pietre (penso al magnifico Aldus PageMaker con cui era così semplice lavorare nei primi anni del desktop publishing, e mi domando perché non stia comparendo nulla di simile per agevolare questa nuova rivoluzione). Poi penso alla burocrazia fiscale nazionale: partite iva, commercialisti, dichiarazioni dei redditi, soldi che escono quando ancora non ne sono entrati - mentre i contributi se li pappano i truffatori legati ai partiti politici. Ma alla fine: you cannot win if you do not play! Se Woz e Jobs sono partiti finanziandosi con la vendita di una calcolatrice tascabile Hewlett Packard usata, beh, questa volta dobbiamo provarci anche noi…
È tutto? Non ancora, perché mettere limiti alla creatività? Si sa che le riviste sono in crisi e che vivono solo di contributi statali. Ma dove sono le riviste che a me piacerebbe leggere? Dove sono i Gong, i Muzak, le riviste della mia “cultura” che io non trovo, quelle che non parlano dei tre tenori o che non si riferiscono a Patti Smith chiamandola: “la poetessa del rock”? Magari un bel pool di quegli scrittori di Milano, di Torino, di Roma, di Palermo potrebbero essere interessati a provarci. E qualcuno potrebbe anche aver voglia di leggere una rivista, magari tutta elettronica, scritta con in mente il lettore e non i pubblcitari… Che dite, siete con noi? Siete con… (no, il nome della “casa editrice che non c’è” non posso svelarlo ancora…)
di Blue Bottazzi
domenica 11 novembre 2012
San Martino
La nebbia agli irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;
Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de’ tini
Va l’aspro odor de i vini
L’anime a rallegrar.
Gira su’ ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l’uscio a rimirar
Tra le rossastre nubi
Stormi d’uccelli neri,
Com’ esuli pensieri,
Nel vespero migrar.
(Giosuè Carducci)
Mia nonna abitava sulla pianura del Po, con tutta la famiglia Bottazzi. Con il nonno, di cui porto il nome, e lo zio, Giuseppe Bottazzi, non per caso omonimo del Peppone di Guareschi. Per mia nonna la parola sanmartino era sinonimo di trasloco. Perché in campagna, all’epoca della mezzadria, il contadino (che lei chiamava fittavolo) che lavorava la terra ma non la possedeva, poteva spostarsi da un podere all’altro solo aver concluso il ciclo naturale dell’anno, cioè dopo che ciò che era stato seminato l’anno precedente era stato raccolto ed utilizzato. Per molti versi il giorno di San Martino era il primo (o l’ultimo) giorno dell’anno solare. Un esempio di trasloco di San Martino è nel toccante film L’Albero degli Zoccoli dei fratelli Olmi, che si svolge per l’appunto nell’arco di un anno da un San Martino a quello successivo. Però il ricordo più vivo che ho di questa data risale alla mia infanzia, quando a noi bambini veniva somministrato un racconto che ha sempre provocato il mio stupore, se non un po’ della mia ingenua infantile indignazione. La storia che veniva raccontata a scuola o in chiesa, fino a che l’ho frequentata, era più o meno questa. C’era questo soldato romano, di nome Martino (nomen omen), che a cavallo incrocia un poveretto semiignudo che sta morendo nel freddo novembrino. A volte in alternativa Martino era un nobile, a volte già un santo, o almeno tale io dovevo figurarmelo dal momento che suppongo venisse presentato dal narratore proprio come “San” Martino. Comunque fosse, un notabile, un happy-few, un raccomandato, uno che piaceva alla dirigenza. Questo Martino vede il povero mezzo nudo (non tutto nudo che sarebbe stato sconveniente), si commuove, si cava di dosso il proprio mantello (che io a questo punto immaginavo un caldo ermellino) e con un preciso gesto di spada lo taglia in due. Metà lo consegna al povero perché si copra, metà lo tiene per sé perché comunque freddo fa freddo. Finisse qui, sarebbe un bel racconto, educativo, formativo, istruttivo. Ma qui avviene il fattaccio, uno dei tanti che avrebbe contribuito a far franare un giorno la mia fiducia nella costruzione. La povertà, il freddo, la sofferenza ci sta tutto, fa parte del modo in cui il mondo funziona. Il passo falso è questo: Dio, che è ovunque, ha visto il bel gesto di Martino, se ne commuove e lascia spuntare il sole a riscaldare un po’ la terra ed i suoi sofferenti abitanti. Non solo, a imperituro ricordo di quel gesto, da allora ogni anno all’inizio del mese di Novembre ci sarebbe stato un giorno di caldo, di sole, dalla gente chiamato l’estate di San Martino. Fine del racconto edificante, la morale è che la bontà paga e c’è un tornaconto nell’essere generoso. Ma a me i conti non tornavano neanche un po’: ma come, Dio non è neutrale, può intervenire per sedare la sofferenza e fare del bene. Ma se è così perché non ha allora fatto sbucare il sole prima dell’arrivo di Martino, per riscaldare l’ignudo e far cessare la sua pena? E già allora che c’è, perché io pensavo in grande, se è nelle sue possibilità, perché mai donare al mondo un’inverno gelido (o una canicola) quando potrebbe realizzare un’eterna primavera? La riposta l’intuivo: perché il povero non contava nulla, ma Martino era uno dei suoi, un raccomandato, un notabile, uno per cui creare regole ad-personam, uno che non gli piaceva veder soffrire.
Caino uccise Abele, Seth non sapeva perché
se i figli di Israele dovevano moltiplicarsi
perché uno dei bambini doveva morire?
Così lo chiese al Signore
e il Signore gli rispose:
"L'uomo che non significa niente per me
meno dell’ultimo fiore di cactus
o dell’umile albero di yucca
Mi cercate nel deserto
perché pensate che io abiti li
è per questo che amo l’Umanità…
”Signore, la peste è nel mondo
Signore, nessun uomo è libero
i templi che abbiamo costruito per Voi
sono crollati nel mare
Signore, se non vi prendete cura di noi
non potreste per favore almeno lasciarci vivere? "
E il Signore disse:
"Ho bruciato io le vostre città - quanto siete ciechi
vi ho preso i figli e voi dite quanto siamo fortunati
dovete essere del tutto pazzi per riporre la vostra fiducia in me
ecco perché amo l'Umanità
avete davvero bisogno di me
ecco perché amo l'Umanità "
(Randy Newman)
Detto questo, buon San Martino a tutti e vivano l'estate di San Martino, le nostre tradizioni ed il nostro lunario, come lo chiamava la nonna.
Bag & Blue
Quell'inverno con pochi soldi e tanta passione nella romantica e calda casetta a Woodstock, Val Trebbia, fu il nostro bozzolo.
(Blue Bottazzi 2020 - biografia) ;-)
martedì 30 ottobre 2012
Portovenere
Era il 7 gennaio 2011, il giorno dopo l’epifania. Lo so perché c’è scritto di fianco alle fotografie che avevo postato allora su FaceBook. Una mattinata nuvolosa di pioggia sottile e ghiacciata, e io accompagnavo mia figlia a casa di sua madre, dopo aver speso con lei la prima settimana dell’anno. Per l'ennesima volta il sottile dolore del distacco e poi mi ero ritrovato di nuovo solo, in auto, mentre il parabrezza si confondeva di microscopiche gocce di pioggia fra un colpo e l'altro del tergicristalli. Non ero per niente sicuro di aver voglia di tornare in campagna a casa mia, nella Big Pink a Woodstock, Val Trebbia, una casa calda e accogliente ma vuota, ancora di più con fuori il gelo e la pioggia. Non era li che volevo tornare e così, senza neanche deciderlo, mi trovavo a puntare il volante sulla strada verso un confine più lontano: l’autostrada che valica l’Appennino, verso Genova, dove la temperatura non ti impedisce in nessun momento dell’anno di passeggiare. Non ricordo i dettagli, immagino di essere uscito a Genova e di aver imboccato quella suggestiva sopraelevata dove le auto e le moto ti sorpassano nervose da destra e da sinistra come in un grand prix, di aver fiancheggiato il matitone e il porto vecchio per dirigermi poi verso strade tanto suggestive quanto anguste, dai nomi di Nervi, Bogliasco, Recco… Senz’altro ho percorso il levante fino a Sestri, ho parcheggiato l’auto sul lungomare di fronte al Pescatore e sotto una pioggia sottile ma non più fredda ho passeggiato fino alla Baia del Silenzio. Ho camminato con le scarpe dalle suole di gomma sulla sabbia scura e compatta di quella spiaggia così bella da toccarti l’anima, sono salito da solo verso il convento, da cui c’è una visione d’insieme della deliziosa baia, con poche barche di pescatori e le finestre delle case perlopiù chiuse.
Il sole non avrebbe potuto toccarmi l’anima più di quella pioggia, che invece di dar fastidio era come il tocco gentile di un cielo che mi capiva, empatico, un cielo coerente, un cielo che mi faceva sentire affamato, pieno d’amore per la vita e di amore da dare e da ricevere. Ho passeggiato a lungo sotto la pioggia prima di risalire in auto, cercare l’autostrada e raggiungere La Spezia, una città assolutamente di mare che si sviluppa attorno al suo porto militare, da cui è ripagata da una lunga muraglia che le nasconde la vista della costa. Spezia, come la chiamano i suoi abitanti, per chi l’attraversa senza neppure fermarsi è come un’isola felice, uno scalo verso posti dell’immaginazione come le 5 Terre, Portovenere, oppure Livorno e la Versilia Toscana e le Apuane. Io quel pomeriggio, che ormai imbruniva perché all’inizio di gennaio il sole non dura (e quel giorno meno che mai, nascosto dalle nuvole) seguii tutto quanto il lungo mare, girai a destra in fondo al viale lungo il porto militare e poi a sinistra al semaforo seguendo il lungo periplo della muraglia per tutta la sua estensione fino a dove la città finisce ed un bivio preso verso il basso ti porta su una strada che arriva solo a Portovenere e li si ferma.
Portovenere non è un semplice suggestivo paesino di mare. È un’esperienza onirica, e quando non ci sono troppi turisti nella passeggiata verso la cattedrale sullo scoglio, anche un po’ mistica. È un paese che sfida la verosimiglianza della geometria e della fisica, un posto come lo puoi vivere in sogno, con quell’isola che incombe così vicina che ti sembra di toccarla eppure irraggiungibile se non in barca. Con la fila serrata di case altissime da vertigine che guardano il mare che sembrano le ombre dipinte di una parete dolomitica. Una lunga scalinata nascosta che appare all’improvviso un po’ misteriosa senza indicazioni, e se l’arrampichi ti porta nel cuore del paese, che a sua volta è una strada che esce dalle case, sfiora le vertigini della grotta di Lord Byron e prosegue per la punta, uno scoglio circondato da tutti i lati da un mare sconfinato, su cui sorge dalla roccia una cattedrale gotica attorno alla quale ancora si arrampica una scaletta viscida che porta a quello che ti pare la cima al mondo (a meno che tu non ti arrampichi verso il castello dall’aspetto moresco, così in alto sulle rocce che da lì quella che ti pareva la cima del mare è invece una scoglio laggiù, ma lì non ci arrivano o quasi turisti). Sul fianco di una barca da pescatori una mano ha dipinto la scritta: “Signore, un mare così grande, una barca così piccola”.
Essere del tutto solo, nel buio della notte di inizio d’anno, sulla piattaforma viscida della terrazza della cattedrale, circondato solo da un mare che più che lasciarsi vedere senti e avverti, senza nessuno a casa ad aspettarti, ti da l’impressione di essere molto lontano dal mondo e (in quel silenzio) molto vicino a te stesso, tanto che è difficile risolverti a interrompere quel momento così unico e tornare, fradicio di acqua salmastra, verso le luci per quanto fioche del paese degli uomini. Quella sera entravo così in una taverna, piccola ma piena di tavoli di legno e di bottiglie, uno di quei ristoranti di cucina ligure, che non è di pesce nobile (che pure cucinano meglio di qualunque altro posto al mondo) ma di acciuge e di pesto. Nel locale non c’erano che la cameriera, molto giovane ma dalla grinta piratesca, e la musica di De André, canzoni che lei accompagnava sottovoce e che mi veniva da pensare avevo ascoltato prima che lei nascesse. Un bicchiere di pigato per scaldarmi, poi uno di vermentino per viziarmi ed un piatto di spaghetti olio e acciughe - che mi sembrarono buonissimi, mentre De André cantava Dolcenera e adesso lo accompagnavo anch’io senza vergognarmi della mia voce stonata. Una giornata inaspettatamente stregata, che dimostra come può esserci bellezza anche nella solitudine, ma che pure non vedevo l’ora di potere prima o poi condividere di nuovo con qualcuno. Qualcuna che avevo sempre saputo esistere in qualche posto, ignaro io del suo nome e lei del mio, ma la cui esistenza in quel giorno pure fra milioni di donne mi sembrava così improbabile. Qualcuna che invece esisteva davvero, che anche mi cercava con la mia stessa difficoltà perché anche lei non conosceva il mio nome, e che avrei incrociato ed avrei riconosciuto di lì a più di un anno. (Ma quanto conta il tempo?)
È con lei che ieri, in una giornata non più di pioggia ma di sole e di cielo dai colori di una bellezza irreale, sono tornato sugli stessi passi. Dalla spiaggia scura della baia del silenzio, questa volta calda nel tepore del sole di fine ottobre, dove ad un tavolino all’aperto abbiamo gustato quel vermentino che è così assolutamente delizioso solo quando lo bevi in una brocchetta da mezzo o da quarto di litro ad accompagnare qualche oliva, qualche pezzo di focaccia ed uno spaghetto allo scoglio. E poi rigorosamente Spezia, il muro del porto e su e giù fino a Portofino. In un passeggiare abbracciati che profuma di felicità.
martedì 23 ottobre 2012
THX 1138
C’era una volta il telefono fisso. Ok, prima ancora non c’era neppure quello, c’era il "posto telefonico pubblico", e prima di Bell / Meucci il telefono non c’era affatto. Ma insomma, ai tempi di chi scrive e di chi legge c’era il telefono fisso, quello che ti chiamavano e chiedevano a tua madre “è in casa?” e se non c’eri lasciavano detto. Al rientro se qualcuno se ne ricordava ti avvisava. In Memphis Tennessee lo zio di Chuck Berry gli lascia un appunto pro-memoria di una chiamata sul muro di fianco al telefono.
Quando poi siamo andati a vivere da soli abbiamo acquistato una segreteria telefonica con la cassetta a nastro magnetico (la mia era nera lucida di marca Pioneer), che quando rientravi un numero sul display lampeggiante riportava il numero di chiamate ricevute, che magari c’era scritto 13, tu le ascoltavi facendole scorrere velocemente, e neanche una era quella che aspettavi.
Poi sono arrivati i telefoni cellulari, il Motorola MicroTac, il web fino ai giorni nostri...
Mi è capitato ciclicamente di leggere su qualche blog di “esperimenti” del tipo “vivere una settimana senza computer”, “vivere una settimana senza web”, “vivere una settimana senza e-mail”. Ma siccome il tempo corre veloce, la rete è rapidamente uscita dai confini del computer per legarsi tutta attorno a noi per tenerci sempre collegati ovunque e in ogni momento - per esempio tramite iPhone o Android.
La frustrazione legata ad un giorno di leggero malfunzionamento della rete (sensibilmente più lenta del normale) mi ha portato così a domandarmi: come sarebbe vivere 24 ore senza web? La risposta al lordo dell’esperimento è ovviamente che sarebbe vivere male.
Ma quanto male - preciso - senza cellulare, posta elettronica, world wide web, facebook, message?
Di più: sarebbe anche semplicemente tecnicamente possibile provarci? Per esempio, come potrei farlo in un giorno di lavoro, visto che con un computer collegato ed un telefono ci lavoro?
In un giorno del week-end l’esperimento sarebbe ugualmente valido? E davvero potrei permettermi anche di sabato di non ricevere (e rispondere a) telefonate e messaggi rischiare l’intervento della forza pubblica? Quanto meno dovrei preventivamente inviare una dozzina di messaggi e piazzare un avviso in bella evidenza su FaceBook...
Mi pare così di essere diventato il personaggio di uno di quei film di fantascienza ambientati in società distopiche che vivono nel sottosuolo, che quando in fuga o per errore emergono in superficie, sono terrorizzati dal cielo.
(Con tutto che sono andato a vivere in campagna e senza TV, ma naturalmente con un collegamento internet…)
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