martedì 30 ottobre 2012

Portovenere


Era il 7 gennaio 2011, il giorno dopo l’epifania. Lo so perché c’è scritto di fianco alle fotografie che avevo postato allora su FaceBook. Una mattinata nuvolosa di pioggia sottile e ghiacciata, e io accompagnavo mia figlia a casa di sua madre, dopo aver speso con lei la prima settimana dell’anno. Per l'ennesima volta il sottile dolore del distacco e poi mi ero ritrovato di nuovo solo, in auto, mentre il parabrezza si confondeva di microscopiche gocce di pioggia fra un colpo e l'altro del tergicristalli. Non ero per niente sicuro di aver voglia di tornare in campagna a casa mia, nella Big Pink a Woodstock, Val Trebbia, una casa calda e accogliente ma vuota, ancora di più con fuori il gelo e la pioggia. Non era li che volevo tornare e così, senza neanche deciderlo, mi trovavo a puntare il volante sulla strada verso un confine più lontano: l’autostrada che valica l’Appennino, verso Genova, dove la temperatura non ti impedisce in nessun momento dell’anno di passeggiare. Non ricordo i dettagli, immagino di essere uscito a Genova e di aver imboccato quella suggestiva sopraelevata dove le auto e le moto ti sorpassano nervose da destra e da sinistra come in un grand prix, di aver fiancheggiato il matitone e il porto vecchio per dirigermi poi verso strade tanto suggestive quanto anguste, dai nomi di Nervi, Bogliasco, Recco… Senz’altro ho percorso il levante fino a Sestri, ho parcheggiato l’auto sul lungomare di fronte al Pescatore e sotto una pioggia sottile ma non più fredda ho passeggiato fino alla Baia del Silenzio. Ho camminato con le scarpe dalle suole di gomma sulla sabbia scura e compatta di quella spiaggia così bella da toccarti l’anima, sono salito da solo verso il convento, da cui c’è una visione d’insieme della deliziosa baia, con poche barche di pescatori e le finestre delle case perlopiù chiuse.
Il sole non avrebbe potuto toccarmi l’anima più di quella pioggia, che invece di dar fastidio era come il tocco gentile di un cielo che mi capiva, empatico, un cielo coerente, un cielo che mi faceva sentire affamato, pieno d’amore per la vita e di amore da dare e da ricevere. Ho passeggiato a lungo sotto la pioggia prima di risalire in auto, cercare l’autostrada e raggiungere La Spezia, una città assolutamente di mare che si sviluppa attorno al suo porto militare, da cui è ripagata da una lunga muraglia che le nasconde la vista della costa. Spezia, come la chiamano i suoi abitanti, per chi l’attraversa senza neppure fermarsi è come un’isola felice, uno scalo verso posti dell’immaginazione come le 5 Terre, Portovenere, oppure Livorno e la Versilia Toscana e le Apuane. Io quel pomeriggio, che ormai imbruniva perché all’inizio di gennaio il sole non dura (e quel giorno meno che mai, nascosto dalle nuvole) seguii tutto quanto il lungo mare, girai a destra in fondo al viale lungo il porto militare e poi a sinistra al semaforo seguendo il lungo periplo della muraglia per tutta la sua estensione fino a dove la città finisce ed un bivio preso verso il basso ti porta su una strada che arriva solo a Portovenere e li si ferma.
Portovenere non è un semplice suggestivo paesino di mare. È un’esperienza onirica, e quando non ci sono troppi turisti nella passeggiata verso la cattedrale sullo scoglio, anche un po’ mistica. È un paese che sfida la verosimiglianza della geometria e della fisica, un posto come lo puoi vivere in sogno, con quell’isola che incombe così vicina che ti sembra di toccarla eppure irraggiungibile se non in barca. Con la fila serrata di case altissime da vertigine che guardano il mare che sembrano le ombre dipinte di una parete dolomitica. Una lunga scalinata nascosta che appare all’improvviso un po’ misteriosa senza indicazioni, e se l’arrampichi ti porta nel cuore del paese, che a sua volta è una strada che esce dalle case, sfiora le vertigini della grotta di Lord Byron e prosegue per la punta, uno scoglio circondato da tutti i lati da un mare sconfinato, su cui sorge dalla roccia una cattedrale gotica attorno alla quale ancora si arrampica una scaletta viscida che porta a quello che ti pare la cima al mondo (a meno che tu non ti arrampichi verso il castello dall’aspetto moresco, così in alto sulle rocce che da lì quella che ti pareva la cima del mare è invece una scoglio laggiù, ma lì non ci arrivano o quasi turisti). Sul fianco di una barca da pescatori una mano ha dipinto la scritta: “Signore, un mare così grande, una barca così piccola”.
Essere del tutto solo, nel buio della notte di inizio d’anno, sulla piattaforma viscida della terrazza della cattedrale, circondato solo da un mare che più che lasciarsi vedere senti e avverti, senza nessuno a casa ad aspettarti, ti da l’impressione di essere molto lontano dal mondo e (in quel silenzio) molto vicino a te stesso, tanto che è difficile risolverti a interrompere quel momento così unico e tornare, fradicio di acqua salmastra, verso le luci per quanto fioche del paese degli uomini. Quella sera entravo così in una taverna, piccola ma piena di tavoli di legno e di bottiglie, uno di quei ristoranti di cucina ligure, che non è di pesce nobile (che pure cucinano meglio di qualunque altro posto al mondo) ma di acciuge e di pesto. Nel locale non c’erano che la cameriera, molto giovane ma dalla grinta piratesca, e la musica di De André, canzoni che lei accompagnava sottovoce e che mi veniva da pensare avevo ascoltato prima che lei nascesse. Un bicchiere di pigato per scaldarmi, poi uno di vermentino per viziarmi ed un piatto di spaghetti olio e acciughe - che mi sembrarono buonissimi, mentre De André cantava Dolcenera e adesso lo accompagnavo anch’io senza vergognarmi della mia voce stonata. Una giornata inaspettatamente stregata, che dimostra come può esserci bellezza anche nella solitudine, ma che pure non vedevo l’ora di potere prima o poi condividere di nuovo con qualcuno. Qualcuna che avevo sempre saputo esistere in qualche posto, ignaro io del suo nome e lei del mio, ma la cui esistenza in quel giorno pure fra milioni di donne mi sembrava così improbabile. Qualcuna che invece esisteva davvero, che anche mi cercava con la mia stessa difficoltà perché anche lei non conosceva il mio nome, e che avrei incrociato ed avrei riconosciuto di lì a più di un anno. (Ma quanto conta il tempo?)
È con lei che ieri, in una giornata non più di pioggia ma di sole e di cielo dai colori di una bellezza irreale, sono tornato sugli stessi passi. Dalla spiaggia scura della baia del silenzio, questa volta calda nel tepore del sole di fine ottobre, dove ad un tavolino all’aperto abbiamo gustato quel vermentino che è così assolutamente delizioso solo quando lo bevi in una brocchetta da mezzo o da quarto di litro ad accompagnare qualche oliva, qualche pezzo di focaccia ed uno spaghetto allo scoglio. E poi rigorosamente Spezia, il muro del porto e su e giù fino a Portofino. In un passeggiare abbracciati che profuma di felicità.

 



martedì 23 ottobre 2012

THX 1138



C’era una volta il telefono fisso. Ok, prima ancora non c’era neppure quello, c’era il "posto telefonico pubblico", e prima di Bell / Meucci il telefono non c’era affatto. Ma insomma, ai tempi di chi scrive e di chi legge c’era il telefono fisso, quello che ti chiamavano e chiedevano a tua madre “è in casa?” e se non c’eri lasciavano detto. Al rientro se qualcuno se ne ricordava ti avvisava. In Memphis Tennessee lo zio di Chuck Berry gli lascia un appunto pro-memoria di una chiamata sul muro di fianco al telefono.
Quando poi siamo andati a vivere da soli abbiamo acquistato una segreteria telefonica con la cassetta a nastro magnetico (la mia era nera lucida di marca Pioneer), che quando rientravi un numero sul display lampeggiante riportava il numero di chiamate ricevute, che magari c’era scritto 13, tu le ascoltavi facendole scorrere velocemente, e neanche una era quella che aspettavi.
Poi sono arrivati i telefoni cellulari, il Motorola MicroTac, il web fino ai giorni nostri...

Mi è capitato ciclicamente di leggere su qualche blog di “esperimenti” del tipo “vivere una settimana senza computer”, “vivere una settimana senza web”, “vivere una settimana senza e-mail”. Ma siccome il tempo corre veloce, la rete è rapidamente uscita dai confini del computer per legarsi tutta attorno a noi per tenerci sempre collegati ovunque e in ogni momento - per esempio tramite iPhone o Android.
La frustrazione legata ad un giorno di leggero malfunzionamento della rete (sensibilmente più lenta del normale) mi ha portato così a domandarmi: come sarebbe vivere 24 ore senza web? La risposta al lordo dell’esperimento è ovviamente che sarebbe vivere male.
Ma quanto male - preciso - senza cellulare, posta elettronica, world wide web, facebook, message?
Di più: sarebbe anche semplicemente tecnicamente possibile provarci? Per esempio, come potrei farlo in un giorno di lavoro, visto che con un computer collegato ed un telefono ci lavoro?
In un giorno del week-end l’esperimento sarebbe ugualmente valido? E davvero potrei permettermi anche di sabato di non ricevere (e rispondere a) telefonate e messaggi rischiare l’intervento della forza pubblica? Quanto meno dovrei preventivamente inviare una dozzina di messaggi e piazzare un avviso in bella evidenza su FaceBook...

Mi pare così di essere diventato il personaggio di uno di quei film di fantascienza ambientati in società distopiche che vivono nel sottosuolo, che quando in fuga o per errore emergono in superficie, sono terrorizzati dal cielo.
(Con tutto che sono andato a vivere in campagna e senza TV, ma naturalmente con un collegamento internet…)

martedì 11 settembre 2012

the Jazz Café


C’è questo locale, il Jazz Café. Ha un aspetto minimale, essenziale, con pavimenti in parquet chiaro, pareti beige con appese copertine di dischi incorniciati ed una libreria su un lato ed una vetrata su un altro, lungo la cui parte bassa scorre una tendina che nasconde da fuori la vista dei tavolini e delle sedie moderne. È aperto dal mattino, quando alla musica hot di Louis Armstrong servono caffè lungo e cappuccino, krafen zuccherati, donuts, fette di torta (al limone, al cioccolato, cheese cake, con la meringa). Persino toast imburrati con marmellata di arance. Nella mattinata la musica diventa quella di Duke Ellington ed i tavolini si riempiono di dormiglioni che fanno colazione tardi, e di persone che si attardano sorseggiando un caffè mentre aggiornano FaceBook o leggono un libro (chi se la tira ostenta un kindle) o ancora ne scrivono uno su un portatile, un iPad o magari una poesia a penna su un moleskine. A pranzo servono piatti leggeri e gustosi a base di pollo, riso, carne e verdure, tartare, tonno alla griglia. Nel pomeriggio si beve qualche tea e la musica è cool-jazz che sotto sera, quando si riempie e cominciano a servire calici di vino rosso o pastis con tramezzini con pomodoro, formaggio e insalata, diventa più vivace be-bop. Dopo l’aperitivo è la volta del ristorante, con la cucina di verdure, piatti etnici e delizie a base di merluzzo o magari, in stagione, zuppa di castagne. Nella lunga serata qualche volta c’è musica dal vivo, oppure semplicemente hard-bop, free-jazz, fusion e cocktail a base di rhum, tequila e gin. Ci puoi trovare seduti a tutte le ore artisti, musicisti, giornalisti e qualsiasi tipo di persona con un filo di buon gusto e di creatività.

mercoledì 27 giugno 2012

the love you take is equal to the love you make




"…and in the end the love you take is equal to the love you make" cantavano i Fab Four prendendo commiato dal pubblico sul loro ultimo disco (Abbey Road: Let It Be è uscito dopo ma era stato registrato prima). Avevano ragione anche quella volta. Favolosi quattro, perché ci avete abbandonati in questo mondo di biechi blu, in questo mondo di stronzi e di capitalisti? Dove sono oggi i nostri guru? "L'amore che ricevi è pari all'amore che dai" (loro dicono fai, che è ancora più interessante). Ed è vero e lo confermo, si tratta solo di continuare a crederci e di non perdersi per strada.
So di aver vissuto una vita felice, ma nel maggio di un anno fa mi ero ritrovato a scrivere: "Michele aveva perso le sue biglie. Io ho perso la mia felicità. A scopo simbolico potrei dire dal giorno del mio cinquantesimo compleanno. Non l’avrei pensato davvero quella sera: guardavo il sole tramontare nell’oceano, da una spiaggia di sabbia, dove sotto il riparo di un gazebo in legno mangiavo scampi alla griglia pescati di fresco. Questo per dire che non puoi mai dire, nella vita. Ma non mi sono perso d’animo: conto ancora di ritrovarla, con gli interessi maturati".

Scrivevo sei mesi dopo: "…è stato per me un anno determinante anche come persona. È l'anno in cui sono stato messo a knock-out, in cui mi sono rialzato e in cui ho ripreso a camminare, walk like a man, camminare come un uomo, direbbe il mio amico di Asbury Park. È stato l'anno in cui ho attraversato il purgatorio per arrivare al paradiso. Ho cercato e trovato il coraggio di lasciare una vita che aveva preso una direzione sbagliata  e ricominciare tutto da capo. È stato l'anno in cui mi sono trovato solo, in cui tutto ciò in cui credevo pareva non avere più valore, l'anno in cui ho conosciuto la disonestà, il tradimento, la solitudine, l'anno in cui ho capito cosa significa il vecchio blues "nobody wants you when you're out and down", l'anno in cui ho dovuto riscrivere la lista dei miei amici, in cui ho dovuto guardarmi negli occhi allo specchio per ritrovare la fiamma. Ma non ho rinunciato neppure per un attimo ai miei valori ed alle cose in cui credo, ed anzi proprio a quelli mi sono aggrappato. L'anno in cui ho vissuto nella mia Big Pink nella mia Woodstock, anche se la casa è gialla e il basement è sotto il tetto e Woodstock la via Emilia. L'anno in cui potevo trovarmi da solo sotto la pioggia, ma proprio in quel momento mi sentivo più umano e più vivo che mai, più felice di vivere ed affamato d'amore. L'anno in cui dopo troppo tempo ho ritrovato le cose che contano. Un anno fa a Natale mi sentivo come Dan Aykroid vestito da babbo natale che fa cilecca con la pistola. Questo Natale tocco il cielo con un dito".

Ancora sei mesi ed il ciclo era compiuto: succedeva quello che, da ascoltatore di tanti 45 giri dal cuore rock, avevo sempre saputo. Che siamo la metà di un intero e che da qualche parte la fuori esiste l'altra metà, che vive, respira, mangia, dorme, lavora, gioisce, soffre, ride, piange e, senza darlo nell'occhio, anche lei ci cerca. Lo sapevo ma non ero più tanto sicuro che l'avrei trovata, forse non in questa vita. Lo so oggi perché l'ho trovata. E lei ha trovato me e ci siamo riconosciuti, subito. Lei aveva una giacca rossa, da mod. Io un giubbotto di pelle, da rocker. Ci siamo visti, ci siamo salutati, abbiamo mangiato una pizza in una improbabile pizzeria cinese come in un film. Ci siamo baciati ed eravamo già innamorati, perché lo eravamo prima ancora di incrociarci. Perché lei è la mia metà. È scrittrice (in effetti è la più grande scrittrice rock di questo paese), è giornalista, è musicista, è bella, è madre, è innamorata, è amata. È Alice nel Paese delle Meraviglie. È Eleonora.

"Eleonora è un angelo" ha scritto Pete Townshend che le ha dedicato più di una canzone. "Eleonora è Alice nel Paese delle Meraviglie" aggiungo io. Alice che passeggia nel mondo del rock attraversando traversie e situazioni e incontrando ogni tipo di persone colorando, come i Beatles in Yellow Submarine, tutto e tutti con la propria poesia, la propria meraviglia, la propria gioia di vivere, e tutto e tutti contagia in questa sua visione, conquistandosi un lasciapassare che la rende immune da ogni pericolo. Eleonora è Alice che canta: "di rosso le coloriam!" senza timore della Regina di Cuori. Eleonora è Alice che non chiede nulla se non il permesso di guardare e di bearsi della bellezza che vede in ogni cosa.
Eleonora è stata fan e groupie, ha conquistato chi l'ha incontrata e si è trasformata un passo dopo l'altro in corrispondente, giornalista, scrittrice, musicista (classica), e nel frattempo donna, strappando più di un cuore e ribaltando con la sua innocenza il rapporto fra fan e divo. Nel 2004 suonava Tommy alla Royal Albert Hall con gli Who, nel 2008 (il 31 dicembre) a Liverpool suonava il White Album.
Io sono il suo uomo. Perché alla fine l'amore che ricevi è uguale all'amore che dai (e che fai).


mercoledì 23 maggio 2012

Simenon



Il primo romanzo che lessi di Georges Simenon si intitolava Betty e mi fu regalato da una ragazza a cui piacevo che si chiamava appunto Betty. Il secondo, immediatamente dopo, fu La Marie del Porto. Da allora ho probabilmente considerato Simenon il mio scrittore preferito, per la sua straordinaria bella scrittura. Simenon era dotato del talento di una creatività unica: acquistava un quaderno, estraeva la penna stilografica e scriveva un romanzo dalla prima all'ultima parola. In questo modo ne scrisse a centinaia, così numerosi che prima che diventasse famoso fu costretto anche a nascondersi dietro a pseudonimi per poter stampare in contemporanea con più di un editore.
Più che scrivere Simenon dipinge: nonostante uno stile asciutto, essenziale, crudo persino, le sue parole sono fotografie che mostrano vivide immagini. Anziché leggere delle parole al lettore pare di assistere alla proiezione di un film: i paesaggi descritti, con romanticismo anche quando sono poveri o squallidi, le case, le stanze e gli arredamenti, le persone. Persone che vengono ritratte vive, fornite di un carattere e di una storia; persone scrutate, spiate e studiate, per le quali l'autore non fa mistero di antipatia (generalmente per i notabili, gli arroganti ed i potenti) o simpatia (spesso per gli umili e gli ultimi, anche quando sono colpevoli o viziosi). Le storie che narra avanzano con lentezza, eppure fanno scivolare il lettore per l'inarrestabile pendio della bella scrittura, l'affabulazione, il racconto trascinante. I posti stessi, le scenografie, sono vive, che si tratti di Parigi o di paesini della Provenza e/o del mare, al punto che più di una volta ho dovuto intraprendere un viaggio reale per vederli con i miei occhi - come la bella isola di Porquerolles. Così come mi mette una sete reale la descrizione del piacere che i suoi presonaggi traggono da una birra gelata od un Pernod quando pigramente siedono ad un caffè nelll'ombra di una giornata afosa o nel buio di un locale malfamato nella notte.
Sui romanzi di Simenon aleggia spesso (se non sempre) una malinconica aria di ineluttabilità del destino, una tristezza cosmica che tutto pervade a dispetto dell'amore che adopera nelle descrizioni, un'aria di incombente tragedia a cui i protagonisti non provano neppure a sfuggire. I protagonisti sono di frequente un uomo ed una donna, non di rado dei fuggiaschi: lui uomo rassegnato e apatico, lei donna forte ma segnata da un passato squallido e da un futuro incerto. Simenon descrive i suoi personaggi come incidendo le parole nel legno con un punteruolo affilato, e non c'è scampo per ogni debolezza e vizio, che viene implacabilmente scovata e descritta, ma mai però giudicata. È qualche cosa di non dissimile dallo stile di un altro cantore di vite metropolitane che appartiene ad una generazione successiva, il Lou Reed delle canzoni ambientate a New York City.
Tutto di può dire di Simenon tranne che fosse un moralista, ed anzi è proprio la sua apparente indifferenza per la morale dei personaggi a costituire per l'epoca in cui si muove (il novecento) un carattere ribelle. Sotto le ceneri dei suoi racconti vibra anche un erotismo sottile, non esplicito, che denuncia la passione dello scrittore per il corpo femminile (e per il piacere in generale, dalla buona tavola al buon tabacco).
Alla lunga, uno dopo l'altro i suoi romanzi, difficilmente brevi, abitualmente lenti e quasi mai destinati ad un lieto fine, hanno il peccato di ripetersi, e se la bellezza dei più riusciti (fra gli altri Tre camere a Manhattan, Il clan dei Mahé, Le campane di Bicetre…) riconcilia con gli elementi più reiterati, quelli che invece stentano a decollare (ed è evitabile che ce ne siano, nella sua sterminata produzione, per esempio gli insopportabili Cargo o Colpo di Luna) vengono in uggia e mi è capitato di interromperne la lettura, spesso in rotta di collisione con l'insopportabile carattere del protagonista.
Simenon ha anche narrato sé stesso in due autobiografie (Pedigree e Memorie Intime) ma è significativo il fatto che tanto è lucido ed implacabile a sezionare l'umanità dei personaggi nei suoi romanzi, altrettanto si rivela miope e persino molle nel descrivere sé stesso e le sue compagne.
Se la reputazione di Simenon come uno dei massimi scrittori del novecento si va costruendo solo ai giorni nostri, tanto da noi che in patria, il suo successo commerciale e la sua ricchezza economica (fu uno dei pochi scrittori a diventare smisuratamente ricco, acquistò ville ed addirittura castelli, anche se visse lutti come la morte del fratello nella Legione Straniera e il suicidio della figlia) sono dovuti all'invenzione di una produzione "minore", i libri gialli popolari che hanno come protagonista l'ispettore Maigret, commissario della polizia giudiziaria del Quai des Orfèvres, che nel bel numero di settantacinque ebbero un successo planetario. Scritti in gran fretta, scegliendo i nomi dei protagonisti sull'elenco del telefono ed ideandone la trama senza tante invenzioni, i Maigret costituivano per l'autore un lavoro ben remunerato e sono sempre stati considerati dai lettori opera di un Simenon minore. Eppure mano a mano che accumulo la lettura dei suoi romanzi "importanti" e mi capita di veder crescere la mia insofferenza per la cronica ignavia dei suoi protagonisti, per la loro rassegnazione (una vera e propria ribellione di lettore per storie destinate a tutti i costi all'infelicità), al tempo stesso va aumentando, giallo dopo giallo, il piacere del break rilassante di una delle storie di Maigret, che ho promosso romanzo dopo romanzo dal rango di lettura sotto l'ombrellone a vero e proprio prime time, fino al punto di lasciarmi intuire in alcune delle sue "storielle" meglio narrate, assolutamente la stoffa del capolavoro. Il mio Georges Simenon favorito di oggi, ancora uno dei miei scrittori preferiti, è diventato quello dei lievi gialli di Jules Maigret.
Le storie di Maigret non sono romanzi gialli nel senso tradizionale del termine: non c'è un assassino da smascherare nell'ultima pagina, e se anche c'è è irrilevante. Quello che conta in Maigret non è il punto di arrivo (che non è mai un colpo di scena od un crescendo narrativo) ma il cammino, la deliziosa narrazione che pervade ogni pagina, un'affabulazione irresistibile, la narrazione romantica (generalmente) di una Parigi che fu e che non è più possibile ritrovare nella geografia, fatta di grandi boulevard come di squallide periferie, di giardinetti ombrosi che portano frescura nell'afa dell'estate (è spesso estate nelle storie di Maigret), di desiderabili bistrot in cui sorseggiare senza fretta Pernod, ristoranti da due lire sulla riva del fiume in cui il cameriere è uomo vissuto e affabile ed il menu delizioso e coronato da un cognac o da un calvados. Non c'è solo Parigi ma tutta quanta la Francia: capita che Maigret con qualche espediente letterario sia coinvolto in occasionali trasferte nella provincia, che viene dipinta con immenso amore e la maestria di un pittore fiammingo. Le inchieste del commissario Maigret non sono in definitiva che alibi per descrivere i personaggi, di una totale umanità, personaggi vivi e vividi dove spesso gli ultimi saranno i primi e i potenti e gli arroganti trovano la loro nemesi ed la loro mercé. Primo fra tutti l'irresistibile figura dello stesso commissario Jules Maigret, corpulento, di origine contadine, calmo, tranquillo ma inarrestabile, forte e pericoloso come un rinoceronte, un uomo pacato e misurato che non rinuncia mai ad una birrà o un liquore in più e che non avanza per sterile intelligenza ma per fiuto innato e per la conoscenza e l'osservazione dell'animo umano. E dietro di lui sul palcoscenico piccoli furfanti, prostitute dal cuore grande, piedipiatti un po' tristi, poveretti che cercano senza dar disturbo una propria piccola tana nella vita; così come arcigni e potenti arroganti destinati al giudizio del lettore e del giudice.
Non ho letto tutti i Maigret e spero bene che molti gioielli ancora mi aspettino. Fra quelli che posso suggerire, i miei preferiti sono stati La balera da due soldi, Il Cane Giallo, Maigret si diverte, la prima inchiesta di Maigret, Maigret e la stangona, la ballerina del Gai-Moulin… e voi?

domenica 13 maggio 2012

malinconica Germania


Ho conosciuto una bella ragazza dall'accento toscano, con occhi grandi un po' tristi perché è stanca dell'inverno tedesco: lungo, buio, freddo, senza neve. E poi magari l'estate tanto attesa si risolve in non più di una settimana di sole. La Germania ha una sua bellezza ma è marrone e grigia. È ben organizzata (e ha ancora negozi di musica, di strumenti musicali, persino di amplificatori a valvole) ma è malinconica.
Mi piacerebbe visitarla in moto, ma non da solo.

martedì 1 maggio 2012

1° Maggio



L'uomo sarebbe anche un animale piuttosto fortunato, perché a differenza degli altri non deve passare la maggior parte del proprio tempo a guardarsi attorno con apprensione per scorgere in tempo qualche carnivoro che se lo vuole mangiare. E nemmeno passare la maggior parte del tempo a guardarsi attorno per scorgere qualche erbivoro da mangiare. Se guardiamo nella storia, di gran lunga la maggior parte degli uomini è stata uccisa non da animali ma in guerra da altri uomini. Il più grande pericolo per l'uomo è sempre stato l'uomo.
Dovremmo essere grati di vivere in un periodo storico tutto sommato tranquillo, perlomeno nell'emisfero occidentale. Dovremmo, se non fosse che questo si è trasformato nel periodo più disumamizzante della storia (e preistoria) dell'umanità. L'uomo, come si sa, è un animale sociale, cioè è fatto per vivere in società. In ogni epoca l'uomo era inserito in un gruppo sociale con un proprio ruolo personale, che grosso modo coincideva con il proprio lavoro. L'uomo era medico, farmacista, parroco, sindaco, droghiere, oste, contadino, operaio. Era anche marito, moglie, padre, madre, figlio, moccioso, ragazzo, giovanotto, adulto, anziano. L'anziano era la memoria del suo gruppo sociale: quando tutti stavano seduti in cerchio nell'aia della fattoria dopo cena, oppure sulla sedia sull'uscio a salutare gli amici che passano era lui a rievocare la memoria del gruppo. Oggi l'anziano è diventato un problema, che occupa una casetta (di cui è di solito prigioniero, al quinto piano senza ascensore e con l'artrosi) che sarà meglio destinata alla sua dipartita, e deve essere accudito nella lunga agonia della sua vecchiaia medicalizzata. Perché in questa società la vecchiaia non è più un'età fisiologica del ciclo della vita, ma è diventata una malattia. Dell'anziano se ne deve occupare la USL e non i figli ed i nipoti che hanno già i loro bei casini, la sua pensione se ne va abbondantemente nella badante che lo accudisce senza capirne nessure la lingua, e come malato di vecchiaia deve essere visitato dal medico che è tenuto ad ingozzarlo di farmaci. Perché l'anziano costituisce anche, per inciso, la maggior fonte di guadagno delle multinazionali del farmaco che su di lui concentrano gli antiipertensivi e gli ipocolesterolimizzanti, sulla base di studi magari non specifici ma che a lui vengono comunque applicati. Fosse solo l'anziano, pazienza, tanto è rincoglionito e non ha ancora neppure capito come si leggono gli sms. È che per nessuno esistono gli spazi in questa moderna e rassicurante società. Una volta lo scioperato stava al bar, la cui fauna rappresentava un forte gruppo sociale, quello dell'osteria italiana o del bistrot francese o del pub inglese. Oggi l'habitat umano non prevede più neanche fisicamente gli spazi fisici di aggregazione. Non si vive più attorno alla piazza, ma in quartieri residenziali, cioè quartieri dormitorio che si raggiungono alla fine della giornata in tram, in metropolitana, in malandati vagoni trenitalia o sulle utilitarie (o sui SUV) imbottigliati nel traffico delle tangenziali. Giunti a casa si spranga la porta e si accende la TV, che ci è somministrata come il nostro nuovo gruppo sociale, dove programmi sponsorizzati dalla pubblicità delle multinazionali raschiano il fondo del barile della idiozia, fino al momento di infilarsi stracchi morti a letto per svegliarsi il mattino dopo per percorrere il percorso inverso dagli stabulati all'opificio: sa molto di animali da macello chiusi in stalla. Ed infatti si è spinti a muovere il corpo flaccido in un diverso stabulato, la palestra, dove è impressionante vedere la gente correre su tappeti che rotolano con cuffiette ficcate nelle orecchie per ascoltare quello che viene trasmesso dagli schermi televisivi appiccicati alle pareti. Roba che fa di Huxley ed Orwell degli illusi…
Stiamo diventando animali umani cresciuti dalle aziende come forza lavoro e parco consumatori.
Lavoro… ad avercelo. Si è passato il XX secolo ad ottenere le conquiste sociali, il I Maggio, la giornata divisa in otto ore per lavorare, otto per dormire e otto per lo svago; i sindacati; la sicurezza; la dignità… perché il lavoro va retribuito, questo è il principio su cui si basa la civiltà occidentale. Poi arrivano le multinazionali che delocalizzano il lavoro in paesi dove questi diritti non ci sono. Producono gli oggetti (che vendono a noi) in paesi dove lavorano gli sfruttati, gli schiavi, i bambini, i bambini schiavi. E per il legislatore è ovviamente assolutamente lecito che le aziende possano far produrre dagli schiavi d'oriente o del sud del mondo, e nessuno che proponga il contrario, perché come ci spiegano la Cina potrebbe un domani essere un grande mercato per l'occidente.
La Cina? Acquisterà prodotti italiani? Sono scemi secondo voi? E cosa acquisteranno, dal momento che tutta la tecnologia e la meccanica la producono ormai loro? Probabilmente ciabattine fatte a mano e borsette di paglia intrecciata, l'unica cosa che fra dieci anni produrremo in questo paese.
Intanto il messaggio è che se vuoi un lavoro devi essere un po' più ragionevole, devi venire incontro al padrone buono, alla multinazionale buona, al CEO buono che lui vorrebbe ben volentieri darti un lavoro ma devi insomma essere conveniente almeno quanto il bambino asiatico: lascia perdere la storia dei diritti sul lavoro (quelli riguardano ormai solo la dirigenza).
Temo che siamo arrivati al capolinea. Non avrei mai creduto di dirlo nell'arco della mia vita, ma aveva ragione Carletto Marx: il Capitalismo è finito. Mi pare che ci restino due prospettive. Da una parte quella di disumanizzarci in schiavi del XXI secolo per costruire le piramidi ai nuovi faraoni. Dall'altra tornare indietro al bivio dove abbiamo sbagliato strada. Tornare alla società costruita attorno alla persona, così come accadde nel Rinascimento dopo un Medioevo tutto costruito attorno a Dio ed alla sua gerarchia. Io credo che dovremmo tornare alla dimensione umana, a paesi e città costruiti per essere vissuti dalle persone, città organizzate in quartieri autosufficienti e non a dormitori attorno ad un centro, lavoro organizzato localmente, negozi, cibo artigianale a km zero e non industriale, prodotti che non si spostano nei container. Un lavoro retribuito non troppo poco e neanche troppo (come quello di certi dirigenti statali messi dal partito della sinistra che vengono pagati senza vergogna come venti operai).
Potrei arrivare a rinunciare al mio iPhone costruito in Cina se Olivetti producesse uno smart phone ad Ivrea (sì ma non facciamo scherzi: niente Windows mobile, grazie)!
E centri di aggregazione, in cui si trovino i ragazzi, e le persone. Ogni paese ha un posto bello, un castello, un palazzo comunale: mettiamolo a disposizione della gente, per trovarsi, per fare ed ascoltare musica, per fare cose anziché spegnere il cervello a guardare la TV. Mettiamoci il CAI, mettiamoci attività sportive non competitive, mettiamoci l'arte, mettiamoci la cultura, mettiamoci cose che insegnino ai giovani ad essere sociali e non antisociali. Ricreiamo la dimensione locale, torniamo a conoscerci.
Torniamo ad essere persone con il diritto alla felicità e non forza lavoro o consumatori. Ce la facciamo a salvare ancora una volta l'uomo dai nuovi nobili e notabili, papi re imperatori banchieri?

giovedì 1 marzo 2012

piume



Dice il mio saggio amico Camillo, filosofo e neurolinguista, che l’essere umano è la donna. L’uomo è una specializzazione atta alla riproduzione ed alla caccia. Per questo, al contrario del luogo comune, il sesso romantico e quello che si innamora è il maschio. Deve essere abbastanza romantico da corteggiare la femmina ed abbastanza innamorato da tornare a casa per dividere la scarsa preda anziché mangiarsela tutta ed andarsene libero come l'aria. La femmina è pragmatica e pratica e mostra romanticismo solo come un fiore carnivoro, per attirare la propria preda.
Non è un caso che in natura quello che ha il sedere e le piume colorati è il maschio, non la femmina.