martedì 11 settembre 2012

the Jazz Café


C’è questo locale, il Jazz Café. Ha un aspetto minimale, essenziale, con pavimenti in parquet chiaro, pareti beige con appese copertine di dischi incorniciati ed una libreria su un lato ed una vetrata su un altro, lungo la cui parte bassa scorre una tendina che nasconde da fuori la vista dei tavolini e delle sedie moderne. È aperto dal mattino, quando alla musica hot di Louis Armstrong servono caffè lungo e cappuccino, krafen zuccherati, donuts, fette di torta (al limone, al cioccolato, cheese cake, con la meringa). Persino toast imburrati con marmellata di arance. Nella mattinata la musica diventa quella di Duke Ellington ed i tavolini si riempiono di dormiglioni che fanno colazione tardi, e di persone che si attardano sorseggiando un caffè mentre aggiornano FaceBook o leggono un libro (chi se la tira ostenta un kindle) o ancora ne scrivono uno su un portatile, un iPad o magari una poesia a penna su un moleskine. A pranzo servono piatti leggeri e gustosi a base di pollo, riso, carne e verdure, tartare, tonno alla griglia. Nel pomeriggio si beve qualche tea e la musica è cool-jazz che sotto sera, quando si riempie e cominciano a servire calici di vino rosso o pastis con tramezzini con pomodoro, formaggio e insalata, diventa più vivace be-bop. Dopo l’aperitivo è la volta del ristorante, con la cucina di verdure, piatti etnici e delizie a base di merluzzo o magari, in stagione, zuppa di castagne. Nella lunga serata qualche volta c’è musica dal vivo, oppure semplicemente hard-bop, free-jazz, fusion e cocktail a base di rhum, tequila e gin. Ci puoi trovare seduti a tutte le ore artisti, musicisti, giornalisti e qualsiasi tipo di persona con un filo di buon gusto e di creatività.

mercoledì 27 giugno 2012

the love you take is equal to the love you make




"…and in the end the love you take is equal to the love you make" cantavano i Fab Four prendendo commiato dal pubblico sul loro ultimo disco (Abbey Road: Let It Be è uscito dopo ma era stato registrato prima). Avevano ragione anche quella volta. Favolosi quattro, perché ci avete abbandonati in questo mondo di biechi blu, in questo mondo di stronzi e di capitalisti? Dove sono oggi i nostri guru? "L'amore che ricevi è pari all'amore che dai" (loro dicono fai, che è ancora più interessante). Ed è vero e lo confermo, si tratta solo di continuare a crederci e di non perdersi per strada.
So di aver vissuto una vita felice, ma nel maggio di un anno fa mi ero ritrovato a scrivere: "Michele aveva perso le sue biglie. Io ho perso la mia felicità. A scopo simbolico potrei dire dal giorno del mio cinquantesimo compleanno. Non l’avrei pensato davvero quella sera: guardavo il sole tramontare nell’oceano, da una spiaggia di sabbia, dove sotto il riparo di un gazebo in legno mangiavo scampi alla griglia pescati di fresco. Questo per dire che non puoi mai dire, nella vita. Ma non mi sono perso d’animo: conto ancora di ritrovarla, con gli interessi maturati".

Scrivevo sei mesi dopo: "…è stato per me un anno determinante anche come persona. È l'anno in cui sono stato messo a knock-out, in cui mi sono rialzato e in cui ho ripreso a camminare, walk like a man, camminare come un uomo, direbbe il mio amico di Asbury Park. È stato l'anno in cui ho attraversato il purgatorio per arrivare al paradiso. Ho cercato e trovato il coraggio di lasciare una vita che aveva preso una direzione sbagliata  e ricominciare tutto da capo. È stato l'anno in cui mi sono trovato solo, in cui tutto ciò in cui credevo pareva non avere più valore, l'anno in cui ho conosciuto la disonestà, il tradimento, la solitudine, l'anno in cui ho capito cosa significa il vecchio blues "nobody wants you when you're out and down", l'anno in cui ho dovuto riscrivere la lista dei miei amici, in cui ho dovuto guardarmi negli occhi allo specchio per ritrovare la fiamma. Ma non ho rinunciato neppure per un attimo ai miei valori ed alle cose in cui credo, ed anzi proprio a quelli mi sono aggrappato. L'anno in cui ho vissuto nella mia Big Pink nella mia Woodstock, anche se la casa è gialla e il basement è sotto il tetto e Woodstock la via Emilia. L'anno in cui potevo trovarmi da solo sotto la pioggia, ma proprio in quel momento mi sentivo più umano e più vivo che mai, più felice di vivere ed affamato d'amore. L'anno in cui dopo troppo tempo ho ritrovato le cose che contano. Un anno fa a Natale mi sentivo come Dan Aykroid vestito da babbo natale che fa cilecca con la pistola. Questo Natale tocco il cielo con un dito".

Ancora sei mesi ed il ciclo era compiuto: succedeva quello che, da ascoltatore di tanti 45 giri dal cuore rock, avevo sempre saputo. Che siamo la metà di un intero e che da qualche parte la fuori esiste l'altra metà, che vive, respira, mangia, dorme, lavora, gioisce, soffre, ride, piange e, senza darlo nell'occhio, anche lei ci cerca. Lo sapevo ma non ero più tanto sicuro che l'avrei trovata, forse non in questa vita. Lo so oggi perché l'ho trovata. E lei ha trovato me e ci siamo riconosciuti, subito. Lei aveva una giacca rossa, da mod. Io un giubbotto di pelle, da rocker. Ci siamo visti, ci siamo salutati, abbiamo mangiato una pizza in una improbabile pizzeria cinese come in un film. Ci siamo baciati ed eravamo già innamorati, perché lo eravamo prima ancora di incrociarci. Perché lei è la mia metà. È scrittrice (in effetti è la più grande scrittrice rock di questo paese), è giornalista, è musicista, è bella, è madre, è innamorata, è amata. È Alice nel Paese delle Meraviglie. È Eleonora.

"Eleonora è un angelo" ha scritto Pete Townshend che le ha dedicato più di una canzone. "Eleonora è Alice nel Paese delle Meraviglie" aggiungo io. Alice che passeggia nel mondo del rock attraversando traversie e situazioni e incontrando ogni tipo di persone colorando, come i Beatles in Yellow Submarine, tutto e tutti con la propria poesia, la propria meraviglia, la propria gioia di vivere, e tutto e tutti contagia in questa sua visione, conquistandosi un lasciapassare che la rende immune da ogni pericolo. Eleonora è Alice che canta: "di rosso le coloriam!" senza timore della Regina di Cuori. Eleonora è Alice che non chiede nulla se non il permesso di guardare e di bearsi della bellezza che vede in ogni cosa.
Eleonora è stata fan e groupie, ha conquistato chi l'ha incontrata e si è trasformata un passo dopo l'altro in corrispondente, giornalista, scrittrice, musicista (classica), e nel frattempo donna, strappando più di un cuore e ribaltando con la sua innocenza il rapporto fra fan e divo. Nel 2004 suonava Tommy alla Royal Albert Hall con gli Who, nel 2008 (il 31 dicembre) a Liverpool suonava il White Album.
Io sono il suo uomo. Perché alla fine l'amore che ricevi è uguale all'amore che dai (e che fai).


mercoledì 23 maggio 2012

Simenon



Il primo romanzo che lessi di Georges Simenon si intitolava Betty e mi fu regalato da una ragazza a cui piacevo che si chiamava appunto Betty. Il secondo, immediatamente dopo, fu La Marie del Porto. Da allora ho probabilmente considerato Simenon il mio scrittore preferito, per la sua straordinaria bella scrittura. Simenon era dotato del talento di una creatività unica: acquistava un quaderno, estraeva la penna stilografica e scriveva un romanzo dalla prima all'ultima parola. In questo modo ne scrisse a centinaia, così numerosi che prima che diventasse famoso fu costretto anche a nascondersi dietro a pseudonimi per poter stampare in contemporanea con più di un editore.
Più che scrivere Simenon dipinge: nonostante uno stile asciutto, essenziale, crudo persino, le sue parole sono fotografie che mostrano vivide immagini. Anziché leggere delle parole al lettore pare di assistere alla proiezione di un film: i paesaggi descritti, con romanticismo anche quando sono poveri o squallidi, le case, le stanze e gli arredamenti, le persone. Persone che vengono ritratte vive, fornite di un carattere e di una storia; persone scrutate, spiate e studiate, per le quali l'autore non fa mistero di antipatia (generalmente per i notabili, gli arroganti ed i potenti) o simpatia (spesso per gli umili e gli ultimi, anche quando sono colpevoli o viziosi). Le storie che narra avanzano con lentezza, eppure fanno scivolare il lettore per l'inarrestabile pendio della bella scrittura, l'affabulazione, il racconto trascinante. I posti stessi, le scenografie, sono vive, che si tratti di Parigi o di paesini della Provenza e/o del mare, al punto che più di una volta ho dovuto intraprendere un viaggio reale per vederli con i miei occhi - come la bella isola di Porquerolles. Così come mi mette una sete reale la descrizione del piacere che i suoi presonaggi traggono da una birra gelata od un Pernod quando pigramente siedono ad un caffè nelll'ombra di una giornata afosa o nel buio di un locale malfamato nella notte.
Sui romanzi di Simenon aleggia spesso (se non sempre) una malinconica aria di ineluttabilità del destino, una tristezza cosmica che tutto pervade a dispetto dell'amore che adopera nelle descrizioni, un'aria di incombente tragedia a cui i protagonisti non provano neppure a sfuggire. I protagonisti sono di frequente un uomo ed una donna, non di rado dei fuggiaschi: lui uomo rassegnato e apatico, lei donna forte ma segnata da un passato squallido e da un futuro incerto. Simenon descrive i suoi personaggi come incidendo le parole nel legno con un punteruolo affilato, e non c'è scampo per ogni debolezza e vizio, che viene implacabilmente scovata e descritta, ma mai però giudicata. È qualche cosa di non dissimile dallo stile di un altro cantore di vite metropolitane che appartiene ad una generazione successiva, il Lou Reed delle canzoni ambientate a New York City.
Tutto di può dire di Simenon tranne che fosse un moralista, ed anzi è proprio la sua apparente indifferenza per la morale dei personaggi a costituire per l'epoca in cui si muove (il novecento) un carattere ribelle. Sotto le ceneri dei suoi racconti vibra anche un erotismo sottile, non esplicito, che denuncia la passione dello scrittore per il corpo femminile (e per il piacere in generale, dalla buona tavola al buon tabacco).
Alla lunga, uno dopo l'altro i suoi romanzi, difficilmente brevi, abitualmente lenti e quasi mai destinati ad un lieto fine, hanno il peccato di ripetersi, e se la bellezza dei più riusciti (fra gli altri Tre camere a Manhattan, Il clan dei Mahé, Le campane di Bicetre…) riconcilia con gli elementi più reiterati, quelli che invece stentano a decollare (ed è evitabile che ce ne siano, nella sua sterminata produzione, per esempio gli insopportabili Cargo o Colpo di Luna) vengono in uggia e mi è capitato di interromperne la lettura, spesso in rotta di collisione con l'insopportabile carattere del protagonista.
Simenon ha anche narrato sé stesso in due autobiografie (Pedigree e Memorie Intime) ma è significativo il fatto che tanto è lucido ed implacabile a sezionare l'umanità dei personaggi nei suoi romanzi, altrettanto si rivela miope e persino molle nel descrivere sé stesso e le sue compagne.
Se la reputazione di Simenon come uno dei massimi scrittori del novecento si va costruendo solo ai giorni nostri, tanto da noi che in patria, il suo successo commerciale e la sua ricchezza economica (fu uno dei pochi scrittori a diventare smisuratamente ricco, acquistò ville ed addirittura castelli, anche se visse lutti come la morte del fratello nella Legione Straniera e il suicidio della figlia) sono dovuti all'invenzione di una produzione "minore", i libri gialli popolari che hanno come protagonista l'ispettore Maigret, commissario della polizia giudiziaria del Quai des Orfèvres, che nel bel numero di settantacinque ebbero un successo planetario. Scritti in gran fretta, scegliendo i nomi dei protagonisti sull'elenco del telefono ed ideandone la trama senza tante invenzioni, i Maigret costituivano per l'autore un lavoro ben remunerato e sono sempre stati considerati dai lettori opera di un Simenon minore. Eppure mano a mano che accumulo la lettura dei suoi romanzi "importanti" e mi capita di veder crescere la mia insofferenza per la cronica ignavia dei suoi protagonisti, per la loro rassegnazione (una vera e propria ribellione di lettore per storie destinate a tutti i costi all'infelicità), al tempo stesso va aumentando, giallo dopo giallo, il piacere del break rilassante di una delle storie di Maigret, che ho promosso romanzo dopo romanzo dal rango di lettura sotto l'ombrellone a vero e proprio prime time, fino al punto di lasciarmi intuire in alcune delle sue "storielle" meglio narrate, assolutamente la stoffa del capolavoro. Il mio Georges Simenon favorito di oggi, ancora uno dei miei scrittori preferiti, è diventato quello dei lievi gialli di Jules Maigret.
Le storie di Maigret non sono romanzi gialli nel senso tradizionale del termine: non c'è un assassino da smascherare nell'ultima pagina, e se anche c'è è irrilevante. Quello che conta in Maigret non è il punto di arrivo (che non è mai un colpo di scena od un crescendo narrativo) ma il cammino, la deliziosa narrazione che pervade ogni pagina, un'affabulazione irresistibile, la narrazione romantica (generalmente) di una Parigi che fu e che non è più possibile ritrovare nella geografia, fatta di grandi boulevard come di squallide periferie, di giardinetti ombrosi che portano frescura nell'afa dell'estate (è spesso estate nelle storie di Maigret), di desiderabili bistrot in cui sorseggiare senza fretta Pernod, ristoranti da due lire sulla riva del fiume in cui il cameriere è uomo vissuto e affabile ed il menu delizioso e coronato da un cognac o da un calvados. Non c'è solo Parigi ma tutta quanta la Francia: capita che Maigret con qualche espediente letterario sia coinvolto in occasionali trasferte nella provincia, che viene dipinta con immenso amore e la maestria di un pittore fiammingo. Le inchieste del commissario Maigret non sono in definitiva che alibi per descrivere i personaggi, di una totale umanità, personaggi vivi e vividi dove spesso gli ultimi saranno i primi e i potenti e gli arroganti trovano la loro nemesi ed la loro mercé. Primo fra tutti l'irresistibile figura dello stesso commissario Jules Maigret, corpulento, di origine contadine, calmo, tranquillo ma inarrestabile, forte e pericoloso come un rinoceronte, un uomo pacato e misurato che non rinuncia mai ad una birrà o un liquore in più e che non avanza per sterile intelligenza ma per fiuto innato e per la conoscenza e l'osservazione dell'animo umano. E dietro di lui sul palcoscenico piccoli furfanti, prostitute dal cuore grande, piedipiatti un po' tristi, poveretti che cercano senza dar disturbo una propria piccola tana nella vita; così come arcigni e potenti arroganti destinati al giudizio del lettore e del giudice.
Non ho letto tutti i Maigret e spero bene che molti gioielli ancora mi aspettino. Fra quelli che posso suggerire, i miei preferiti sono stati La balera da due soldi, Il Cane Giallo, Maigret si diverte, la prima inchiesta di Maigret, Maigret e la stangona, la ballerina del Gai-Moulin… e voi?

domenica 13 maggio 2012

malinconica Germania


Ho conosciuto una bella ragazza dall'accento toscano, con occhi grandi un po' tristi perché è stanca dell'inverno tedesco: lungo, buio, freddo, senza neve. E poi magari l'estate tanto attesa si risolve in non più di una settimana di sole. La Germania ha una sua bellezza ma è marrone e grigia. È ben organizzata (e ha ancora negozi di musica, di strumenti musicali, persino di amplificatori a valvole) ma è malinconica.
Mi piacerebbe visitarla in moto, ma non da solo.

martedì 1 maggio 2012

1° Maggio



L'uomo sarebbe anche un animale piuttosto fortunato, perché a differenza degli altri non deve passare la maggior parte del proprio tempo a guardarsi attorno con apprensione per scorgere in tempo qualche carnivoro che se lo vuole mangiare. E nemmeno passare la maggior parte del tempo a guardarsi attorno per scorgere qualche erbivoro da mangiare. Se guardiamo nella storia, di gran lunga la maggior parte degli uomini è stata uccisa non da animali ma in guerra da altri uomini. Il più grande pericolo per l'uomo è sempre stato l'uomo.
Dovremmo essere grati di vivere in un periodo storico tutto sommato tranquillo, perlomeno nell'emisfero occidentale. Dovremmo, se non fosse che questo si è trasformato nel periodo più disumamizzante della storia (e preistoria) dell'umanità. L'uomo, come si sa, è un animale sociale, cioè è fatto per vivere in società. In ogni epoca l'uomo era inserito in un gruppo sociale con un proprio ruolo personale, che grosso modo coincideva con il proprio lavoro. L'uomo era medico, farmacista, parroco, sindaco, droghiere, oste, contadino, operaio. Era anche marito, moglie, padre, madre, figlio, moccioso, ragazzo, giovanotto, adulto, anziano. L'anziano era la memoria del suo gruppo sociale: quando tutti stavano seduti in cerchio nell'aia della fattoria dopo cena, oppure sulla sedia sull'uscio a salutare gli amici che passano era lui a rievocare la memoria del gruppo. Oggi l'anziano è diventato un problema, che occupa una casetta (di cui è di solito prigioniero, al quinto piano senza ascensore e con l'artrosi) che sarà meglio destinata alla sua dipartita, e deve essere accudito nella lunga agonia della sua vecchiaia medicalizzata. Perché in questa società la vecchiaia non è più un'età fisiologica del ciclo della vita, ma è diventata una malattia. Dell'anziano se ne deve occupare la USL e non i figli ed i nipoti che hanno già i loro bei casini, la sua pensione se ne va abbondantemente nella badante che lo accudisce senza capirne nessure la lingua, e come malato di vecchiaia deve essere visitato dal medico che è tenuto ad ingozzarlo di farmaci. Perché l'anziano costituisce anche, per inciso, la maggior fonte di guadagno delle multinazionali del farmaco che su di lui concentrano gli antiipertensivi e gli ipocolesterolimizzanti, sulla base di studi magari non specifici ma che a lui vengono comunque applicati. Fosse solo l'anziano, pazienza, tanto è rincoglionito e non ha ancora neppure capito come si leggono gli sms. È che per nessuno esistono gli spazi in questa moderna e rassicurante società. Una volta lo scioperato stava al bar, la cui fauna rappresentava un forte gruppo sociale, quello dell'osteria italiana o del bistrot francese o del pub inglese. Oggi l'habitat umano non prevede più neanche fisicamente gli spazi fisici di aggregazione. Non si vive più attorno alla piazza, ma in quartieri residenziali, cioè quartieri dormitorio che si raggiungono alla fine della giornata in tram, in metropolitana, in malandati vagoni trenitalia o sulle utilitarie (o sui SUV) imbottigliati nel traffico delle tangenziali. Giunti a casa si spranga la porta e si accende la TV, che ci è somministrata come il nostro nuovo gruppo sociale, dove programmi sponsorizzati dalla pubblicità delle multinazionali raschiano il fondo del barile della idiozia, fino al momento di infilarsi stracchi morti a letto per svegliarsi il mattino dopo per percorrere il percorso inverso dagli stabulati all'opificio: sa molto di animali da macello chiusi in stalla. Ed infatti si è spinti a muovere il corpo flaccido in un diverso stabulato, la palestra, dove è impressionante vedere la gente correre su tappeti che rotolano con cuffiette ficcate nelle orecchie per ascoltare quello che viene trasmesso dagli schermi televisivi appiccicati alle pareti. Roba che fa di Huxley ed Orwell degli illusi…
Stiamo diventando animali umani cresciuti dalle aziende come forza lavoro e parco consumatori.
Lavoro… ad avercelo. Si è passato il XX secolo ad ottenere le conquiste sociali, il I Maggio, la giornata divisa in otto ore per lavorare, otto per dormire e otto per lo svago; i sindacati; la sicurezza; la dignità… perché il lavoro va retribuito, questo è il principio su cui si basa la civiltà occidentale. Poi arrivano le multinazionali che delocalizzano il lavoro in paesi dove questi diritti non ci sono. Producono gli oggetti (che vendono a noi) in paesi dove lavorano gli sfruttati, gli schiavi, i bambini, i bambini schiavi. E per il legislatore è ovviamente assolutamente lecito che le aziende possano far produrre dagli schiavi d'oriente o del sud del mondo, e nessuno che proponga il contrario, perché come ci spiegano la Cina potrebbe un domani essere un grande mercato per l'occidente.
La Cina? Acquisterà prodotti italiani? Sono scemi secondo voi? E cosa acquisteranno, dal momento che tutta la tecnologia e la meccanica la producono ormai loro? Probabilmente ciabattine fatte a mano e borsette di paglia intrecciata, l'unica cosa che fra dieci anni produrremo in questo paese.
Intanto il messaggio è che se vuoi un lavoro devi essere un po' più ragionevole, devi venire incontro al padrone buono, alla multinazionale buona, al CEO buono che lui vorrebbe ben volentieri darti un lavoro ma devi insomma essere conveniente almeno quanto il bambino asiatico: lascia perdere la storia dei diritti sul lavoro (quelli riguardano ormai solo la dirigenza).
Temo che siamo arrivati al capolinea. Non avrei mai creduto di dirlo nell'arco della mia vita, ma aveva ragione Carletto Marx: il Capitalismo è finito. Mi pare che ci restino due prospettive. Da una parte quella di disumanizzarci in schiavi del XXI secolo per costruire le piramidi ai nuovi faraoni. Dall'altra tornare indietro al bivio dove abbiamo sbagliato strada. Tornare alla società costruita attorno alla persona, così come accadde nel Rinascimento dopo un Medioevo tutto costruito attorno a Dio ed alla sua gerarchia. Io credo che dovremmo tornare alla dimensione umana, a paesi e città costruiti per essere vissuti dalle persone, città organizzate in quartieri autosufficienti e non a dormitori attorno ad un centro, lavoro organizzato localmente, negozi, cibo artigianale a km zero e non industriale, prodotti che non si spostano nei container. Un lavoro retribuito non troppo poco e neanche troppo (come quello di certi dirigenti statali messi dal partito della sinistra che vengono pagati senza vergogna come venti operai).
Potrei arrivare a rinunciare al mio iPhone costruito in Cina se Olivetti producesse uno smart phone ad Ivrea (sì ma non facciamo scherzi: niente Windows mobile, grazie)!
E centri di aggregazione, in cui si trovino i ragazzi, e le persone. Ogni paese ha un posto bello, un castello, un palazzo comunale: mettiamolo a disposizione della gente, per trovarsi, per fare ed ascoltare musica, per fare cose anziché spegnere il cervello a guardare la TV. Mettiamoci il CAI, mettiamoci attività sportive non competitive, mettiamoci l'arte, mettiamoci la cultura, mettiamoci cose che insegnino ai giovani ad essere sociali e non antisociali. Ricreiamo la dimensione locale, torniamo a conoscerci.
Torniamo ad essere persone con il diritto alla felicità e non forza lavoro o consumatori. Ce la facciamo a salvare ancora una volta l'uomo dai nuovi nobili e notabili, papi re imperatori banchieri?

giovedì 1 marzo 2012

piume



Dice il mio saggio amico Camillo, filosofo e neurolinguista, che l’essere umano è la donna. L’uomo è una specializzazione atta alla riproduzione ed alla caccia. Per questo, al contrario del luogo comune, il sesso romantico e quello che si innamora è il maschio. Deve essere abbastanza romantico da corteggiare la femmina ed abbastanza innamorato da tornare a casa per dividere la scarsa preda anziché mangiarsela tutta ed andarsene libero come l'aria. La femmina è pragmatica e pratica e mostra romanticismo solo come un fiore carnivoro, per attirare la propria preda.
Non è un caso che in natura quello che ha il sedere e le piume colorati è il maschio, non la femmina.

domenica 26 febbraio 2012

il linguaggio nel paleolitico


Per non ripetermi troppo sui mie consueti argomenti, per questo post lascio volentieri la parola a Carol.


Ricerca di Storia: 
il linguaggio nel paleolitico. 

Non conosciamo il linguaggio degli uomini del paleolitico, perché siccome non esisteva ancora la scrittura non possiamo sapere come si esprimevano quei nostri antenati. Però io e papà abbiamo compiuto una ricerca ed abbiamo scoperto quali erano le frasi più usate nel loro linguaggio, e quelle che invece non si potevano esprimere.

Le frasi che il linguaggio del paleolitico non era in grado di esprimere:

Non c'è campo
Che numero di scarpe porti? 
Attraversa sulle strisce pedonali
Per me pasta al pomodoro
Non ti scordare l'ombrello
Hai tu le chiavi di casa? 
Ho montato le gomme da neve
Aprite il libro a pagina 12
È il mio film preferito
Che brutta calligrafia! 
Devo studiare storia

ma anche Falso come Giuda, Veloce come un razzo (però era in uso veloce come una lepre), …

Le frasi più frequenti nel linguaggio del paleolitico:

Non colpire con la clava il tuo compagno
Ci sono dei peli nella mia bistecca
Mangiate pure con le mani
Tonto come un Dodo 
Papà, mi racconti ancora la fiaba del mammouth? 
Se non fai il bravo ti mangia lo smilodonte
Che bei lombi

Una barzelletta del paleolitico. Un bambino torna a casa con la pagella scolastica. La mamma guarda la pagella e poi commenta: "Posso capire l'insufficienza in italiano, in fondo il linguaggio è appena stato inventato. Capisco matematica, non abbiamo neanche i numeri. Ma storia! Storia sono solo quattro stupidaggini..."


domenica 19 febbraio 2012

gone country #2





Mi sono reso conto di essere diventato country un paio di stagioni dopo essermi trasferito a vivere in campagna. Stavo guidando una domenica mattina verso il paese, i finestrini erano abbassati e lasciavano entrare un tiepido profumo d'autunno. Lascio cadere l'occhio sul tachimetro per accorgermi che sto procedendo a 60 chilometri all'ora. Cazzo, ero veramente diventato country! Di quelli che alla domenica mattina fanno un giro sulla piazza del paese che mi ricorda la Provenza: macellaio, panettiere e poi un caffé al bar, quello con la barista formosa non quello dei turisti, e magari anche quattro chiacchiere con un amico ed una fetta di crostata. Il country lo distingui subito: ha una camicia tecnica, magari rossa di flanella, jeans Levi's e scarpe gialle Timberland. Indossa accessori marchiati Columbia, North Sails o alla peggio Decatlon. È completamente diverso dal redneck. Il redneck è nato in campagna, da una famiglia nata in campagna. In italiano redneck suonerebbe villico, o villano, ma per essere politically correct useremo il termine campagnolo. Qualcosa fra Dinamite Bla ed Un Tranquillo Weekend di Paura. Invece il country nasce cittadino, ma siccome ama la primavera, il profumo di erba tagliata e la neve d'inverno si è spostato alla fine a vivere in campagna, di solito in un rustico riadattato, anche se cercava una casa colonica, una piccola fattoria che esiste solo nei film sui vigneron francesi. 
Il country d.o.c. sogna il chiantishire, ma nel mio caso si è accontentato del trebbiashire. Il country ed il redneck sono due personaggi all'antitesi, al limite del compatibile. Anzi, a pensarci hanno varcato quella linea. Il country degli anni novanta guidava una Volvo Polar rossa. Oggi non ha proprio una auto dedicata, va bene qualsiasi station-wagon purché abbastanza stagionata (e con un adesivo apple sul lunotto) oppure un fuoristrada che non sia in odore di SUV. Personalmente mi piacerebbe un Mercedes GLK in tinta opaca, ma non credo di potermela permettere. Il redneck degli anni novanta guidava una Opel, perché era l'auto di una certa dimensione venduta al prezzo più basso. Oggi guida rigidamente macchine cinesi, spesso SUV ingombranti come trattori che guida pure alla velocità di un trattore, cioè raramente sopra i 30 km/h. Veramente il cucciolo di redneck guida minuscole utilitarie settate da rally tipo Peugeot 105, sempre a tutta manetta rispettando solo due regole: mai rallentare in paese e mai mettere una freccia prima di curvare. Ma quando raggiunge l'età adulta anche lui toglie il piede dall'acceleratore e si mette a guidare osservando i campi ai bordi della strada come se fosse in bicicletta. Bicicletta che peraltro il redneck autentico schifa nel modo più assoluto. Il redneck non toglie mai il culo dal sedile dell'auto a meno di appoggiarlo su quello del Massey Ferguson, ma mai e poi mai lo appoggerebbe sul sellino della bicicletta che era l'unico mezzo di trasporto del nonno povero. Il redneck arriva nella piazza del paese in auto, piazza che a nessun sindaco redneck verrebbe in mente di chiudere al traffico. Lascia il suv cinese con il motore diesel acceso di fianco al giornalaio per comprare il giornale locale, quello con la pagina dei morti, e poi riparte rigorosamente in auto per raggiungere il caffè a una distanza di trenta metri.
Al contrario il country snobba l'auto. Adora usarla per caricare qualche cosa di voluminoso nel bagagliaio, il massimo è la raccolta differenziata per la discarica, ma il country adora la bicicletta, magari non quella nera del nonno del redneck ma una color verde acqua della Bianchi o una bici da corsa o meglio ancora una mountain bike. Al country piace andare in bicicletta al paese distante cinque chilometri per comprare il pane, e colpirebbe con un bazooka i suv cinesi parcheggiati in paese lungo il bordo della strada.
Nalla campagna sono persino apparsi, sia pur nei posti più scomodi e improbabili, anche i bidoni della raccolta differenziata. Quello blu della plastica, il giallo della carta e quello marrone del vetro, ma mai tutti e tre assieme, solo due alla volta. Puoi mettere carta e plastica, ma per il vetro devi fare ancora un paio di chilometri; oppure vetro e carta, ma di plastica non se ne parla. La regola è mai tutta la differenziata assieme; tanto il redneck non la userebbe comunque. Il redneck si serve solo del bidone nero dell'indifferenziata, raccogliendo la pattumiera rigorosamente in sacchetti di plastica che da quando sono fuori legge acquista sottobanco dal droghiere. A volte lascia dei cartoni voluminosi ai piedi del raccoglitore della carta, ma mai dentro e soprattutto mai e poi mai userebbe il bidoncino della frazione umida, che gli ricorda troppo dolorosamente quando il nonno buttava l'immondizia sul mucchio del letame (allora la carta non si buttava e la plastica era di la da venire). In campagna sono apparse anche le isole ecologiche, cioè le discariche, ma sono frequentate solo dalle station del country. Le lavatrici arrugginite il redneck le lancia in certe scarpate appositamente segnalate da cartelli con la scritta "vietato gettare i rifiuti".
Il redneck una volta abitava in casette coloniche scomparse o vendute al country per il restauro. In proprio ha provveduto prima a sostituire i poco pratici serramenti in legno colorati in calde tinte verdi con cornici in ottone che resiste meglio agli spifferi, poi ha acquistato una villetta a schiera costruita sulla collinetta erbosa. La collinetta avvolge una cantina dove la famiglia del redneck vive come gli hobbit, mentre la casa che spunta da sopra come un fungo funge da mausoleo per i posteri. In campagna sopravvivono ancora negozietti familiari dove vendono merce a chilometri zero, ma come gli animali selvatici vengono mano a mano costretti a migrare verso la spopolata montagna per essere sostituiti dai piccoli supermercati in franchising dove si preparano i formaggi ed i salumi sottovuoto per i turisti di Milano. Anche se il sogno nel cassetto di ogni giunta comunale redneck è un vero centro commerciale come nelle periferie della città, un ipercoop con tanto di parcheggio asfaltato e carrelli all'esterno. Dove abito io, in un angolo di paradiso terrestre fra la Val Trebbia e la Val Luretta, la giunta ha già deliberato per due volte la costruzione di un simile ecomostro al posto di deprimenti campi coltivati e boschetti, e solo il veto della regione ha impedito che le ruspe si mettessero davvero al lavoro. Maledetti verdi, sempre contrari ad ogni progresso.
Sentivo due anziani redneck chiacchierare all'osteria, sui vantaggi dei viadotti che permettono di sorvolare gli Appennini senza nemmeno vederli per arrivare al mare in auto in sessanta minuti. Loro a Genova ci erano stati al massimo per il servizio militare, ma erano entusiasti del fatto che asfaltassero delle strade e raddrizzassero delle curve per arrivare il prima possibile evitando "il viaggio".
Il redneck non ama la campagna, ne ha le palle piene. Il suo sogno è trasferirsi nel centro residenziale alla periferia della città, quello che non è servito che da un autobus all'ora ma a lui non importa tanto si sposterebbe comunque in auto cercando parcheggio lungo i marciapiedi ai confini della ztl. Mentre il cittadino si trasferisce in campagna a fare il country ed il centro storico viene occupato dagli emigrati sudamericani.
Sia il country che il redneck posseggono un cane. Dalla razza del cane country puoi capire quanti anni ha. All'inizio il country aveva un pastore tedesco, poi per un fuggevole attimo è stata la volta del dalmata, subito sostituito dal labrador color champagne, a lungo il vero cane country per eccellenza. Poi il beagle, il jack russell, che però scava i buchi nel giardino e scappa, e ora è piuttosto di moda adottare un cagnolino del canile. Il punto di ritrovo del country cinofilo è il poliambulatorio veterinario il sabato mattina. Per il redneck il cane è rigorosamente un bracco da caccia che vive in un recinto oppure un meticcio da pagliaio che vive alla catena. Se in campagna capita di imbattersi in un doberman o un dogo, è del turista. Perché qui in campagna il redneck ed il country non sono le uniche specie umane, ma ci vive anche il turista, specie d'estate e nel week-end. È milanese, frequenta bar approntati appositamente che si distinguono dall'osteria per la lavagnetta all'esterno con la scritta happy hour, e fa la spesa in spacci alimentari dove preparano il cibo in buste sotto vuoto. Ama la campagna, il golf e la piscina del bed & breakfast.