venerdì 18 settembre 2009

autisti estivi


Negli States gli automobilisti scorrono tutti a 90 km/h come su un tapis roulant, nelle loro due, quattro, otto corsie che siano. L’unica difficoltà che pone la guida oltreoceano è quella di cambiare corsia senza essere centrati da un truck lungo come un trans europe express. Noi popolo italico abbiamo troppa fantasia per una simile omologazione e ci piace correre nei modi più diversi, dagli autisti canuti che viaggiano in statali perfettamente sgombre a sessanta chilometri all’ora, alla BMW che in autostrada ci sorpassa dalla corsia di destra a centosettanta chilometri orari.
Ma in estate, nelle giornate più afose, queste varietà di comportamenti è esaltata da una ulteriore variabile: l’aria condizionata. E così capita che mentre correte perfettamente deumidificati ascoltando Mozart dall’autoradio, a 20° gradi centigradi lungo una savana cocente dove sull’asfalto la calura fa apparire tremolanti miraggi all’orizzonte e nei campi circostanti i cannoni sparino inutilmente l’acqua sporca dei canali per dissetare i campi, dobbiate attaccarvi ai freni per non tamponare una impolverata A112 il cui autista, stordito dalla calura, viaggia con i vetri completamente abbassati ed il braccio del tutto fuori dal finestrino steso lungo la portiera alla bella velocità di quaranta chilometri orari. Del resto come biasimarlo? Provate ad abbassare i vetri e vedrete che insostenibile velocità vi sembreranno 40 km/h...
L’autista - lucertola cotto al vapore dell’umidità è molto più pericoloso di quello impegnato in una personale sfida rallistica: può fermarsi di botto per osservare un campo, girare a sinistra senza mettere la freccia come infilare la retromarcia in autostrada se si accorge di essere passato oltre la propria destinazione.
O persino, è successo, infilare la tangenziale contromano e non schiantarsi prima di aver percorso almeno dieci minuti in contromano senza essere sfiorato dall’ombra del dubbio.

Vorrei dedicare il post di oggi a quelli che...

quelli che appendono l’alberello magico allo specchietto retrovisore
quelli che sorpassano da destra
quelli che entrano a tutta velocità nelle rotonde
quelli che guidano come se avessero subito un ictus e poi ti accorgi che stanno parlando al cellulare
quelle che guidano appese al volante senza appoggiarsi allo schienale
quelli che tengono l’intero braccio appeso fuori dal finestrino
quelle che il bambino è in piedi fra i sedili
quelli che in città vanno a 40 all'ora ma prima della curva toccano i freni (perché se ne vedono tante di auto ribaltate agli incroci...)
quelli che sulla statale vanno a 60 all'ora
quelli che sulla statale vanno a 160 all’ora
quelli che non si fermano alle strisce pedonali
quelli che al semaforo rallentano e rallentano fino a che diventa rosso
quelli che lampeggiano in autostrada

con l’augurio che si estinguano al più presto.

martedì 1 settembre 2009

Buon Anno!


Già: "buon anno!" perché è l’anno nuovo non inizia al primo gennaio, che è un giorno proprio identico al 31 dicembre.
Il nuovo anno inizia al primo lunedì di settembre, dura fino a luglio e si sospende in agosto.
È non lo accogliamo festeggiando come idioti ubriachi, scombinati e rumorosi, ma riflettendo nel nostro intimo, tirando qualche somma e organizzando qualche proposito.

E mentre facciamo propositi per l’anno nuovo cerchiamo di non farci influenzare dalla sindrome del “primo ottobre” e cerchiamo di goderci questi mesi di Vendemmiaio, Brumaio e Frimaio, fra i più belli e sottovalutati dell’anno.

giovedì 27 agosto 2009

sulla strada



Jack Kerouac. Sulla Strada. È il titolo sulla copertina di una pila di Oscar Mondadori che fronteggia su uno scaffale del centro commerciale dove mi sono rifugiato in cerca di aria condizionata e di fast food. Anche se la copertina non è più la stessa, e persino l'editore, è un titolo che mi porta lontano.
Non solo perché On The Road è la bibbia di una generazione che quando Jack Kerouac scriveva queste pagine autobiografiche negli anni cinquanta era ancora da venire: la generazione rock, il '68, il movimento hippie, tutti noi "venuti dopo", diversi dai nostri padri.
Non solo perché la copertina riporta l'annotazione "con un saggio di Fernanda Pivano", quanto mai attuale nei giorni della sua scomparsa.
Ma soprattutto perché mi riporta ai giorni in cui lo lessi, nel lontano 1976, nelle giornate calde in cui preparavo, o meglio dovrei dire "avrei dovuto preparare", l'esame di maturità. Un esame così poco sentito che invece di mandare a memoria testi di fisica e matematica leggevo senza fretta le pagine di una vecchia edizione di questo libro con una copertina verde, più perché già allora fosse un mito che per convinzione. All'esame uscii malamente, e devo probabilmente la mia promozione solo alla mia buona conoscenza della lingua inglese, ma non passarono che poche ore dalla pubblicazione dei voti nella bacheca del Liceo che già mi trovavo io stesso "on the road" su una spaziosa vecchia Peugeot bianca per un mio viaggio iniziatico attraverso la Francia, dove mi sentii molto boehemienne a dormire in un sacco a pelo sui marciapiedi di Parigi e a passeggiare per Montmatre (ma ricordo che la prima sera finii in un cinema a vedere Histoire d'O con Corinne Clery, da noi censurato), e attraverso lo stretto della Manica fino all'East di Londra, dove mi recai in pellegrinaggio alla ricerca del primo negozietto della Virgin Records, che allora era un'etichetta di rock d'avanguardia in procinto di firmare un contratto ai Sex Pistols.
Viaggiavamo io e un amico con una tenda ed un grosso zaino militare comprato ad un mercatino, in cui feci compiere tutto il viaggio con me alla mia copia del libro di Kerouac. A Londra abbandonammo l'idiota proprietario della Peugeot, raggiungemmo la Cornovaglia e l'East End (la fine estrema del mondo prima dell'Oceano), baciai una ragazza così graziosa che in seguito ebbe l'onore di fare la modella sulla copertina di una rivista (no, non Playboy) e tornammo carichi di dischi in treno. Ricordo anzi che invece di arrivare a casa decisi di scendere, notte tempo, in un paesino della Val di Susa...

Così oggi sto rileggendo Sulla Strada. Non l'avevo più fatto da allora. Devo confessare che non ricordo praticamente nulla, nemmeno quanto fosse straordinariamente coinvolgente. Anche perché quando lo leggevo allora i nomi degli stati e delle città da NYC a San Francisco non mi dicevano nulla, mentre oggi li ho visti praticamente quasi tutti. Ma la cosa che più mi ha sorpreso è che molte cose che leggo in quelle pagine pensavo di averle pensate io. Per esempio, quante volte mi è capitato di raccontare "ho dormito così profondamente che al risveglio non riuscivo neppure a ricordare chi fossi... e quando mi è venuto in mente ci sono restato male".

Beh, Jack scrive: "mi svegliai che il sole stava diventando rosso; e quello fu l'unico preciso istante della mia vita, il più assurdo, in cui dimenticai chi ero - lontano da casa, stanco e stordito per il viaggio, in una povera stanza d'albergo che non avevo mai visto, colsibilo del vapore fuori - e guardai il soffitto alto e screpolato e davvero non riuscii a ricordare chi ero per almeno quindici assurdi secondi".

È la stessa sensazione che ha provato mia moglie quando, vedendo per la prima volta Marrakech Express, si accorse che metà delle frasi che ripeto non sono mie ma di quel film. E spero che non legga On The Road, per scoprire che anche l'altra metà non è mia...


sabato 15 agosto 2009

non c'è più il ferragosto di una volta


“È stata un'estate splendida qui a sud delle Alpi e ogni giorno, da due settimane a questa parte, sentivo il recondito timore della sua fine, quel timore che per me è aggiunta e condimento segreto di tutto ciò che è bello. Temevo soprattutto ogni accento di temporale perché dalla metà di agosto in poi un temporale può facilmente degenerare, durare giorni, e poi l'estate è finita anche se il tempo si riprende. 

Proprio qui nel sud è quasi una regola che l'estate venga messa in ginocchio da un simile temporale, che debba trovare una molta repentina, fiammeggiante e convulsa. Poi, quando gli spasmi del temporale sono passati, quando i lampi, i tuoni, gli scrosci di tiepida pioggia si sono via via smorzati, un mattino o un pomeriggio fa capolino dalle nubi un cielo fresco e tenero di un colore radioso pregno d'autunno...”

(Hermann Hesse)

sabato 1 agosto 2009

Passo della Cisa

Da bambino arrivare al mare non era un semplice trasferimento com'è adesso, ma era una vera e propria avventura di per sè. Mio padre caricava la famiglia e si partiva per una via Emilia affollata di camion fino ad arrivare a Fornovo e da li dare l'assalto agli interminabili e ruvidi tornanti della Cisa, dove spesso si era fermi in coda dietro a camion puzzolenti di gasolio incastrati in curva (che qualche volta rinculavano sotto il peso del carico di marmo). Gli indimenticabili momenti topici del viaggio erano tre: la sosta sul Passo, con la scalinata verso la chiesetta; il pellegrinaggio alla statua di Pinocchio a Pontremoli, segno che la parte selvaggia del viaggio era terminata, ed infine il profumo di mare in prossimità della Versilia.
Per questo amo questo Pinocchio di quell'amore ingenuo, semplice e totale con cui i bambini sanno amare dal proprio cuore...

P.S: perché in Versilia il profumo di mare non lo sento più?

giovedì 16 luglio 2009

Azzurro


Una domenica di mezza estate, da solo: l'estate quella vera, con l'afa, il sole a picco e le cicale...
Mi metto in moto all'orario sbagliato e senza un costrutto, tanto che invece di cercare il fresco delle colline, a pranzo mi ritrovo nella piatta Pianura Padana, lungo il Po, ad un ristorante con un pergolato lungo il grande fiume. Il cielo è bianco per l'umidità, le cicale friniscono assordanti, la coscienza si assopisce mentre i camerieri si danno un gran da fare per servire le famiglie in gita. Di fronte ad un profumato piatto di gnocchi al pomodoro, anche non volendo non posso fare a meno di origliare i discorsi e le vite degli altri.
Da qualche parte dietro di me un bambino deve aver mangiato la videocassetta di un cartone animato che racconta di una banda di animali dello zoo in fuga su un'isola africana, e la recita in modo fedele battuta per battuta. Ad un altro tavolo due coppie che hanno fatto conoscenza al mare, immagino in qualche villaggio turistico, si sono già dati appuntamento qui oggi. Due fidanzati si sorridono. Indossano le stesse ciabatte di gomma, azzurre e bianche. Se sono sposati, sembrerebbe un matrimonio riuscito.
Una nuora rassegnata accompagna al bagno la suocera con la cataratta, che teme un gradino nascosto.
Bevo il caffè, rinuncio a chiudere la giacca e inforco la moto. Davanti ai miei occhi l'immagine di un viale deserto tremola per il caldo. È un momento così suggestivo che invece di fuggire la canicola, mi butto per le piccole strade comunali della bassa, attraversando paesini dimenticati con lunghe strade di casette rosa, azzurre, bianche. Ogni tanto incontro una bella villa di inizio novecento lasciata andare in rovina; fioriscono invece orribili casette bifamiliari da geometra. Beata ignoranza.
Dovrei essere malinconico, ed invece mi sembra di essere felice. È grave?

giovedì 28 maggio 2009

L'Italia è fatta, restano da fare gli italiani (1861)


Piove a dirotto in autostrada, entro in un'area di servizio con mia figlia. Ci sono auto parcheggiate ovunque, purché fuori dagli spazi autorizzati. Due SUV occupano gli spazi pedonali per entrare, la gente è ammassata in maniera disordinata attorno alle casse ed al banco del bar spintonandosi gli uni gli altri... una bella metafora del nostro paese, non c'è da stupire che si voti Mr. B: è l'arte di arrangiarsi contro il modello sociale occidentale...

La seconda repubblic(hin)a è un disastro. Quando nel 1992 il terremoto di Tangentopoli portò al crollo dei partiti tradizionali, in molti sperammo che fosse giunto il momento per il nostro Paese di entrare a far parte del mondo occidentale. Al contrario 14 anni dopo, mentre tutto il resto del mondo, occidentale e non, progredisce, l’ Itaglia si consuma. Le nostre strade sono piste bucherellate, i ponti crollano e quasi non ci si ne accorge, le nostre città cariate, i mezzi pubblici impraticabili, le ferrovie pidocchiose, le stazioni ferroviarie posti pericolosi o semplicemente luridi. La sanità non serve più a curare malati ma a generare vassallati.
L'economia è allo sbando, la corruzione è la norma e alla luce del sole. La stampa portavoce di qualche potere. I nostri politici sono nani e ballerine, tanto a destra quanto a sinistra, tanto al centro quanto alla periferia.

A scanso di equivoci: credo che Mr. B rappresenti l'immagine standard dell'italiano con il mandolino, l’italiano tarallucci e vino: l'italiano vero.
Viene votato perché l'italiano vuole essere come lui, ricco e senza il peso del dubbio.
Viene votato per semplificazione, perché le persone semplici vogliono credere ad un mondo in cui saranno personalmente più ricchi, e non vogliono vedere che stanno diventando in realtà più poveri. Vogliono credere in Mr. B così come credono in Padre Pio e nel metodo-di-bella.
Viene votato perché i due anni di governo Prodi sono stati tremendi, altrettanto illiberali e privi di etica, ma anche tesi a strangolare chi lavora e a favorire l'economia di partito.
Viene votato perché dall'altra parte non c'è il modello liberale ma il potere economico alle cooperative del partito.
Viene votato perché anche in ogni Comune, in ogni Regione, in ogni Provincia, per quanto minuscolo o per quanto grande, ci sono solo amministratori che vogliono arraffare.
Viene votato perché gli inceneritori e la diossina li vogliono sia la destra che la sinistra, basta appaltare.
Viene votato perché alle domande non risponde Mr. B così come non rispondeva Mr. P.

Abbiamo fatto regola del peggio delle attitudini degli italiani.
Mi domando se ci sia una via d’uscita.

venerdì 8 maggio 2009

Africa


Stavo viaggiando nel deserto con la mia Guzzi Stelvio bianca e pensavo: "sto vivendo un'esperienza indescrivibile, di quelle che ti riempiono l'anima". Ma poi una dolorosa fitta di consapevolezza mi ha attraversato il petto: credevo di vivere, in realtà stavo già ricordando. Ero già tornato ed ancora non lo sapevo. Ed infatti eccomi qui. Con una domanda esistenziale: esiste il presente?

Qui il racconto del viaggio. Qui alcune fotografie