sabato 8 giugno 2013

il mattino ha l'oro in bocca



Scrivo. Mi spingo ad affermare di essere in dirittura finale, se non fosse che è un rettilineo molto molto lungo, ed anche un po' in salita... un falso-piano insomma. 

Scrivevo di musica alla fine degli anni '70 ed all'inizio degli '80, soprattutto su Il Mucchio Selvaggio di Max Stéfani, allora la più autorevole rivista italiana di musica rock. Ho scritto nei '90 per Feedback, un'ottima rivista con Marco Denti e Mauro Zambellini che non ricorda nessuno perché è vissuta "solo un giorno, come le rose". Sono stato uno dei primi autori ad approfittare del web, dal 1986 con un sito dal nome di Texas Tears on line, fino all'attuale BEAT blog, che mi ha dato soddisfazioni come seguito di lettori, ma che "professionalmente" non porta nessun guadagno in tasca - e come è noto non si vive di sole soddisfazioni. Un'appendice a BEAT è infine arrivata su FaceBook, che ha rimpiazzato il vecchio sistema dei commenti del blog. 

Da un anno a questa parte mi è piaciuto tornare anche ai "vecchi" media, vale a dire alla carta stampata, grazie anche alla collaborazione con Eleonora Bagarotti. Per ora si tratta della parte musicale della rivista SUONO, storica testata di hi-fi da molti decenni (ci avevo già collaborato quando la rubrica musicale si chiamava Music Box). A Giugno si aprirà poi una nuova avventura, sotto forma di una rivista in parte su carta ed in parte elettronica, che rappresenta una bella scommessa di questi tempi in cui leggere non pare essere più una necessità. 

Ma la mia personale priorità è diventata quella dei libri. Probabilmente per il desiderio nato con gli anni di lasciare una testimonianza un po' più solida, perché se "verba volant, scripta manent" un po' volatili sono anche le parole che pubblichiamo sui giornali... who wants yesterday papers, cantavano gli Stones, nobody in the world... 

Di questi libri sono vicino al traguardo del primo, che è di gran lunga il più corposo. Il titolo non lo posso ancora rivelare, ma si tratta alla fin fine di una storia del rock, o meglio della mia testimonianza alla storia della musica e della cultura della mia generazione. Niente di palloso né di enciclopedico: mi è piaciuto dare un taglio un po' cinematografico a questa storia, o  a queste storie. Di romanzarlo un po' il rock, insomma. Certo c'è un sacco da raccontare perché di musica ne è stata suonata dal 1954 al 2013. 
La prima stesura è finita, sono al secondo passaggio, quello che tappa i buchi che avevo lasciato (una groviera), e seguirà la correzione definitiva. 
A lavoro terminato l'idea è infine di non cercarmi un editore ma di autopubblicarmi (al plurale, perché è parte dell'impresa anche Eleonora Bagarotti, che ha già stampato in modo tradizionale ben otto libri di musica rock). Un'idea un po' scomoda quella della pubblicazione autarchica(o indie), ma di questi tempi percorribile. Certo, consegnare il manoscritto finito all'editore è più comodo e segna il momento conclusivo di un lavoro, gratificato persino da un modesto anticipo, mentre autoprodursi è solo l'inizio di un secondo lavoro con tante incognite, ma mantenere il controllo totale sul proprio libro mi sembra un vantaggio per cui valga la pena di sforzarsi. 
Abbiano poi trovato un nome così bello alle edizioni (che saranno sia in e-book che su carta, magari non distribuite in tutte le librerie ma solo in alcune selezionate) che varrebbe la pena di provarci solo per quello. 

Il libro sulla "storia del rock" è solo il primo di quattro progetti in cantiere, tutti in fase avanzata di preparazione, come pure in dirittura finale è il romanzo di Eleonora (di cui non vedo l'ora di poter svelare l'intrigante titolo) che ha in fila altre due cose: un libro sul rock femminile (inteso come artiste ma anche come donne che hanno gravitato attorno ai musicisti)e la riedizione, riscritta e ampliata, del suo Diario di una Groupie. 
I miei libri successivi saranno: una raccolta più lieve di storie sul rock, spesso più dalla parte dell'ascoltatore che da quella del musicista. L'idea mi è venuta leggendo Alta Fedeltà di Nick Hornby, mentre stavo riflettendo sulla misera audience dei libri rock e sulle deboli prospettive di vendita. Alta Fedeltà è stato un best-seller, sia pure più all'estero che in Italia, per cui: "se lo ha fatto lui, perché non posso io?". Se non crediamo noi nei nostri mezzi, chi lo farà? Io sono il mio fan #1 ;-)

Seguirà una storia motociclistica (la mia altra passione), che odora di asfalto, di sterrato, di benzina ma anche di filosofia... 
Da ultimo uno zoom all'indietro su tutto: Blue Motel, parole di una generazione di ex-giovani, non solo musica, non solo moto, ma anche tutto il resto, compresi, perché no, politica, amore, sesso... 

Spero di essere in grado di rispettare i miei buoni propositi già dalla fine dell'estate, ma ora mi scuserete perché devo riprendere a scrivere. Non è facile quando non ci si può permettere di farne il proprio lavoro, ma la scrittura deve necessariamente prendere ogni ritaglio, strappando tempo al riposo, passeggiate, giri in moto e ronfate al sole sulla sdraio: 

"il mattino ha l'oro in bocca 
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca
 il mattino ha l'oro in bocca..." 

sabato 1 giugno 2013

Peter Pan



La luce era spenta e Wendy, seduta vicino al caminetto, stava rammentando vicino alla luce del fuoco. Mentre rammendava, sentì il canto del gallo. Poi la finestra si spalancò di colpo e, come tanti anni prima, Peter si posò sul pavimento. 
Non era cambiato affatto, e Wendy si accorse subito che aveva ancora tutti i denti da latte. Lui era ancora un bambino e lei era ormai una donna. Wendy si rannicchiò tutta vicino al fuoco, senza avere il coraggio di muoversi, sentendosi smarrita e colpevole.
"Ciao Wendy" disse Peter, senza accorgersi di nulla, un po' perché pensava quasi sempre a se stesso, e un po' perché nella penombra l'abito bianco di Wendy poteva sembrare la camicia da notte in cui l'aveva vista la prima volta.
"Ciao Peter" rispose Wendy a voce bassa, facendosi più piccola possibile.
"E Gianni dov'è?" domandò Peter, accorgendosi all'improvviso che mancava il terzo letto.
"In questo momento Gianni non c'è" rispose lei trattenendo il respiro.
"Michele dorme?" chiese Peter con un'occhiata distratta al letto di Jane.
"Sì" rispose Wendy, e così dicendo sentì di essere sleale con Jane e con Peter.
"Quello non è Michele" rispose in fretta per tranquillizzare la propria coscienza.
Peter guardò. "Toh, è uno nuovo?"
"Sì"
"Bambino o bambina?"
"Bambina".

Era chiaro, no? Ma Peter non aveva ancora capito.

"Peter" disse Wendy "ti aspetti forse che voli via con te?"
"Certo, sono venuto per questo". E aggiunse severamente: "Hai dimenticato che è il momento delle pulizie di primavera?"
Wendy sapeva che era inutile ricordargli che aveva lasciato passare molte e molte primavere.
"Non posso venire" disse, in tono di scusa. "Non so più volare".
"T'insegnerò di nuovo".
"Oh, Peter, non sprecare per me la polvere delle fate". Si alzò, ed ecco che finalmente Peter provò un senso di paura.
"Che ti è successo?" gridò indietreggiando.
"Accenderò la luce" disse Wendy, "e vedrai".
Forse per la prima volta in vita sia Peter ebbe paura. "No, non accendere la luce!" gridò.

Le mani di Wendy indugiarono fra i capelli del ragazzo. Non era più una bambina che si disperava per lui, era una donna che gli sorrideva, ma con un sorriso bagnato di lacrime.
Poi Wendy accese la luce, e Peter la vide. Gettò un grido di dolore, e quando la bella creatura si chinò per prenderlo tra le braccia, si tirò indietro bruscamente.

"Che ti è successo?" ripeté.
Bisognava dirglielo.
"Sono grande, Peter. Ho molto più di vent'anni. E' tanto tempo che sono cresciuta".
"Mi avevi promesso di non crescere!"
"Non ho potuto farne a meno. E mi sono sposata, Peter".
"Non è vero".
"Sì, è vero. E la bambina che dorme nel letto è mia figlia".
"Non è vero".
Ma poi si convinse, e fece un passo verso la bambina col pugnale alzato. Naturalmente non la colpì. Invece si lasciò cadere sul pavimento e pianse; e Wendy non sapeva come consolarlo, mentre una volta le sarebbe stato così facile. Ma ormai era solo una donna, e corse fuori dalla camera come in cerca di un'ispirazione. 

Peter continuava a piangere, e i suoi singhiozzi svegliarono Jane. La bimba si alzò a sedere sul letto, subito interessata.
"Bambino" disse, "perché piangi?"
Peter si alzò e le fece un inchino, e Jane gli rispose dal letto con un altro inchino.
"Ciao" disse Peter.
"Ciao" disse Jane.
"Mi chiamo Peter Pan".
"Sì, lo so" disse Jane.
"Ero tornato a prendere la mamma" spiegò Peter, "per portarla al Paese-che-non-c'è".
"Sì, lo so" disse Jane. "Ti aspettavo".

Quando Wendy tornò sfiduciata in camera, trovò Peter seduto ai piedi del letto che faceva fieramente chicchirichì, mentre Jane, in camicia da notte, volava per la stanza con aria estatica e solenne.
"È mia madre" spiegò Peter, e Jane calò giù e si mise vicino a lui; la bimba aveva sul viso quell'espressione che piaceva tanto a Peter quando le donne lo guardavano.
"Ha tanto bisogno di una mamma" disse Jane.
"Sì, lo so" ammise Wendy, sconsolata. "Nessuno lo sa meglio di me".
"Addio" disse Peter a Wendy, e si librò in aria, seguito da quella sfrontata di Jane che volava già con straordinaria naturalezza. Wendy si precipitò verso la finestra.
"No, no!" gridò.
"Solo per le pulizie di primavera" disse Jane, "lui vuole che faccia le pulizie tutti gli anni".
"Se almeno potessi venire con voi" sospirò Wendy.
"Ma tu non puoi volare" disse Jane.

(da Peter Pan e Wendy, di James Matthew Barry)

sabato 25 maggio 2013

Capitan Uncino



La sindrome di Peter Pan è l'incapacità di crescere, di lasciarsi alle spalle la fanciullezza e crescere, accettando la responsabilità dell'età adulta, con i suoi onori ed oneri.
Definita in termini positivi, la sindrome di Peter Pan è la voglia di non crescere.

“Quale malvagia svolta nel processo evolutivo ha dato all'uomo l'aspirazione di diventare adulto?”

Epidemia dei giorni nostri, non solo fra i maschietti, di una società edonista e mammista (con i suoi tempi innaturalmente lunghi degli studi e la difficoltà di ingresso al mondo del lavoro) che ha creato in più di una generazione l'illusione di poter evitare di crescere, di realizzarsi e forse persino di morire.
C’è un aspetto della sindrome di Peter Pan, una “fase più avanzata” della malattia, comunemente non menzionata perché meno romantica.
Peter Pan è un eterno giovane. Bello, gioioso, ammirato dai suoi "ragazzi perduti" e amato dalle bambine. Egoista, anche, egocentrico e narcisista.
Ma che succede quando il bellissimo Pater Pan alla fine non è più giovane? Che si trasforma nel suo alter ego: Capitan Uncino. Il capo dei pirati, il suo nemico mortale e più odiato, perché altro non è che la sua immagine nello specchio, il suo destino e la sua nemesi. Capitan Uncino è il doppio di Peter Pan.
Cosa al mondo più teme Capitan Uncino? Il gigantesco coccodrillo, che un giorno gli assaggiò la mano e che lo insegue in ogni luogo per gustare il resto del suo corpo. Come si annuncia l'arrivo del coccodrillo? Con il ticchettio dell'orologio (che il coccodrillo ha ingoiato). Un ticchettio che avanza inesorabile a scandire il numero dei secondi che mancano alla fine della vita di Capitan Uncino. Quando l'orologio si scaricherà, Capitan Uncino non avrà più modo di sentir arrivare il coccodrillo, che alla fine lo prenderà di sorpresa.
Cosa al mondo più teme Capitan Uncino? Il ticchettio degli orologi.
Cosa al mondo più teme Capitan Uncino? Il tempo che passa.
Capitan Uncino non è bello, non è gaio, non è ammirato, non è amato. Piuttosto è temuto e per quanto possibile evitato.
Capitan Uncino è un vecchio Peter Pan divenuto patetico, perché continua a vivere prigioniero di un mondo di fantasia, condannato a ripetersi giorno dopo giorno senza crescere.

“I ragazzi perduti erano in giro a cercare Peter, i pirati erano in giro a cercare i ragazzi perduti, i pellirosse erano in giro a cercare i pirati e gli animali selvaggi erano in giro a cercare i pellirosse. Camminavano in tondo sull'isola, ma non si incontravano perché tutti andavano alla stessa velocità”

Capitan Uncino è la fase terminale della sindrome di Peter Pan.
Ma forse è anche il Peter Pan che si è lasciato crescere e che vuole tornare indietro. Peter Pan ha messo su famiglia e si è lasciato incastrare dall'impacabile meccanismo dell'orologio, del tempo che passa, il figlio che cresce, il lavoro frustrante, la moglie noiosa e forse infedele, le bollette, le tasse, l'arteriosclerosi, la pensione, la vecchiaia. Peter Pan compra una tanica di benzina, da fuoco alla casa, sale in auto e torna a cercare l'Isola che non c'è con il vestito di Capitan Uncino. Perché Capitan Uncino non è un adulto: non ha moglie e cazzeggia tutto il giorno su una nave pirata ancorata al porto di un'isola che non esiste, e ci si diverte pure un sacco. Capitan Uncino è la versione rock di Peter Pan.

domenica 28 aprile 2013

il muro della vergogna



"Ha distrutto l'Italia, mai al governo con Berlusconi" (Enrico Letta)

"La prospettiva di un Berlusconi è una idea repellente rispetto alla buona politica. Alle bugie di Berlusconi risponderemo colpo su colpo. Bisognerebbe aprire una commissione parlamentare d’inchiesta su di lui" (Enrico Letta)

Contro ordine compagni! Berlusconi non è il male! È stato la vittima di una campagna diffamatoria orchestrata dalla reazione e dagli ignoranti grillini. Il bene della Patria, come ci ha ricordato il Grande Presidente Napolitano, impone che si lavori insieme serenamente, liberandolo dagli affanni degli attacchi della magistratura (grillina).
Chi nel PD non voterà la fiducia al Governo con Alfano vicepremier e ministro degli interni sarà espulso!

Berlusconi non ce l'avrebbe mai fatta a vincere di nuovo senza i suoi amici del PD.

Gli italiani che hanno votato PdL hanno votato per Berlusconi.
Anche gli italiani che hanno votato PD hanno votato, senza saperlo, Berlusconi.
Per cui Berlusconi, dato per morto, ha avuto più del 50% dei consensi.
Ora chi è compromesso con il PD mi dice che Berlusconi è un falso problema. Sono gli stessi che in campagna elettorale hanno chiesto i voti contro di lui.

Usciamo dalla campagna elettorale e mettiamoci a governare consapevolmente: si parte dalla legge sul conflitto d'interesse? C'è la darà il governo Letta?

Il PD è alleato di Gasparri, di Alemanno, della Polverini. Di Brunetta, Santanché, Minetti, Alfano e Berlusconi. D’altra parte loro sono alleati di Rosy Bindi e D’Alema.

Che poi, chi dice che Ruby non fosse davvero la nipote di Mubarak? Beppe Grillo?

Il PD è all'ultimo giro di valzer. Chi lo voterà mai più? Che bisogno c’è di dare il voto ad un intermediario se puoi votare direttamente Berlusconi?

Davvero non riesco a credere che il PD abbia raccolto i voti degli elettori CONTRO Berlusconi e li abbia usati PER allearsi a Berlusconi... perché non nominarlo anche segretario del partito adesso? Davvero, non riesco a crederci...

Per me Berlusconi oggi è ancora la rovina del Paese, come lo era ieri. Come lo sono i suoi complici del PD.
PD e PDL sono la stessa cosa, hanno i medesimi obiettivi e gli stessi metodi. L’interesse personale e la lottizzazione del Paese.

Sono passato di fronte all'edificio dove avevo votato per le primarie. Sembra passato un secolo: Berlusconi si era ritirato e tutta la casta si era nascosta, convinta che gli italiani li avessero cacciati.
Il voto per il restauro li sorprese e li riportò fuori dalle tane.
Così oggi di nuovo abbiamo il PdL al governo e Berlusconi ancora una volta conduce le danze. Ed il PD che non solo non se ne vergogna, ma anzi ne è orgoglioso. Perché si sono accorti che gli italiani non sono nessuno.

“Egli aveva solo una critica, disse, da fare all'eccellente e amichevole discorso del signor Pilkington. In esso il signor Pilkington si era sempre riferito alla "Fattoria degli Animali". Non poteva sapere, naturalmente - e lui, Napoleon, lo annunciava ora per la prima volta - che il nome "Fattoria degli Animali" era stato abolito. Da quel momento la fattoria sarebbe ritornata "Fattoria Padronale", quello cioè che, egli credeva, era il suo vero nome d'origine.
«Signori» concluse Napoleon «ripeterò il brindisi di prima, ma in forma diversa. Riempite fino all'orlo i vostri bicchieri. Signori, ecco il mio brindisi: alla prosperità della Fattoria Padronale!»
Come prima, vi furono calorosi applausi e i bicchieri vennero vuotati fino al fondo. Ma mentre gli animali di fuori fissavano la scena, sembrò loro che qualcosa di strano stesse accadendo. Che cosa c'era di mutato nei visi dei porci? Gli occhi stanchi di Berta andavano dall'uno all'altro grugno. Alcuni avevano cinque menti, altri quattro, altri tre. Ma che cos'era che sembrava dissolversi e trasformarsi? Poi, finiti gli applausi, la compagnia riprese le carte e continuò la partita interrotta, e gli animali silenziosamente si ritirarono.
Ma non avevano percorso venti metri che si fermarono di botto. Un clamore di voci veniva dalla casa colonica. Si precipitarono indietro e di nuovo spiarono dalla finestra. Sì, era scoppiato un violento litigio. Vi erano grida, colpi vibrati sulla tavola, acuti sguardi di sospetto, proteste furiose. Lo scompiglio pareva esser stato provocato dal fatto che Napoleon e il signor Pilkington avevano ciascuno e simultaneamente giocato un asso di spade.
Dodici voci si alzarono furiose, e tutte erano simili. Non c'era da chiedersi ora che cosa fosse successo al viso dei maiali. Le creature di fuori guardavano dal maiale all'uomo, dall'uomo al maiale e ancora dal maiale all'uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due”.



venerdì 5 aprile 2013

Patria e Bandiera


“arrivasti a varcar la frontiera in un bel giorno di primavera e mentre marciavi con l'anima in spalle vedesti un uomo in fondo alla valle che aveva il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore… se gli sparo in fronte o nel cuore soltanto il tempo avrà per morire ma il tempo a me resterà per vedere vedere gli occhi di un uomo che muore… Ninetta mia crepare di maggio ci vuole tanto troppo coraggio, Ninetta bella dritto all'inferno avrei preferito andarci in inverno…” 

Il problema con la Patria e la Bandiera è che ognuno ha la sua. Per esempio ci sono buonissime persone in Austria per cui la Patria sacra e inviolabile si trova a nord delle Alpi ed il tricolore è rosso bianco e rosso. Per un francese la bandiera è rossa bianca e blu, per uno spagnolo rossa gialla e rossa. Siamo tutti esseri umani e siamo tutti brave persone, ma ci schieriamo sotto diverse bandiere. Pisa contro Firenze. Pavia contro Milano.
Ora, fino a che sotto i colori della bandiera andiamo a giocare alle Olimpiadi, è un gioco. Ma quando con le bandiere cominciamo a farci le parate militari, la cosa si fa più torbida.
Prendi la Costituzione: “l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Poi prendi la celebrazione della Vittoria, e la celebrazione ai Caduti. Quella ai caduti mi pare l’inganno più vile: “tantissimi veri italiani hanno sacrificato la loro vita e tanti giovani, puri di cuore e di intelletto, hanno immolato la loro esistenza senza chiedere nulla. La bandiera quindi esige il massimo rispetto da parte di tutti”.
Sono d’accordo che non dovremmo mai dimenticare dei morti in battaglia: “…chi diede la vita ebbe in cambio una croce”, ma dovremmo farlo nel significato corretto di quella memoria. Nel momento in cui si cerca di far diventare i Caduti testimonial di chi li ha mandati a morire, li si uccide un’altra volta.
Fra il 1915 ed il 1918 tutta una generazione fu derubata della vita durante la Grande Guerra, una generazione che non chiese di andare ad uccidere altre persone in Austria per il Re e la Patria e la Bandiera. Ci furono mandati, gli si sparava addosso dalla nostra parte per farli uscire dalle trincee ed andare al macello, e loro sparavano nella schiena dei nostri ufficiali per potersi fermare e tornare indietro. Questi veri italiani non hanno difeso la Patria, ma nel suo nome sono stati mandati alla morte. Lo stesso vale per i loro figli mandati qualche anno più tardi a piedi nelle steppe russe con le insegne fasciste a far guerra ad un’altro popolo ed un’altra Patria ed un’altra Bandiera. Anche loro non l'avevano chiesto, ce li ha mandati Benito Mussolini sempre nel nome della Bandiera.
Se non impariamo e se non ricordiamo correttamente, qualcun altro prima o poi sarà mandato a uccidere e morire dalla demagogia della Patria e della sua Bandiera.

Anni fa ero in vacanza in Austria, lungo il Danubio, in un paese che sembrava uscire da un libro di favole. Gente gentile, case, cielo, campi, fiume. Una piazzetta ed un piccolo monumento, ai caduti. Una statua rappresentava un soldato nell’atto di perdere la vita, una statua vista tanto spesso nelle nostre piazze. Ma il suo elmetto non era quello che siamo abituati, era quello dei cattivi. Ucciso da uno dei buoni, cioè i nostri. Due brave persone, l’uno e l’altro, probabilmente nessuno dei due tornato a casa, mandati ad uccidersi dalla demagogia della Patria, della Bandiera e del Re…

martedì 25 dicembre 2012

una storia di Natale


Mi ha sempre affascinato la capacità di scrivere una storia su ordinazione, come la storia di Natale che pubblicano i quotidiani americani. Questa l'ho pubblicata sul numero di SUONO in edicola in dicembre. Purtroppo la mia storia è la conferma di ciò che già sapevo, cioè che scrivere racconti non è il mio campo. Ma è solo per gioco.

Da qualche parte nei sobborghi, Charlie rientra a casa. Nella cassetta delle lettere, una busta con l'indirizzo scritto a mano. Viene da Minneapolis, e la calligrafia è di qualcuno che forse avrebbe preferito non dover ricordare. Si infila la busta nella tasca, la aprirà più tardi, dopo aver pranzato solo, sulla poltrona di fonte alla televisione spenta, con un bicchiere di Jack Daniels allungato. Charlie si infila gli occhiali e legge. “Ciao Charlie. Sai, adesso vivo proprio sulla nona strada, sopra quel negozio di libri polveroso fuori da Euclid Avenue. Non mi faccio più e non bevo più nemmeno whiskey. Ho un uomo, suona il trombone e ha un lavoro alle ferrovie. Mi ama, anche se quello che aspetto non è suo figlio, ma dice che crescerà come fosse il suo. Mi ha dato un’anello, era di sua madre, e ogni sabato sera mi porta fuori, a ballare…” Dalla finestra di fronte arriva il solito frastuono di quella giovane coppia di irlandesi che tanto per cambiare litiga. Lui è piccolo e sdentato, si da un sacco d’arie e veste una giacca consumata... 

continua a leggere la storia sul Blue Bottazzi BEAT.

sabato 24 novembre 2012

Autori indipendenti



Il grande nulla, dopo cinema, tv e dischi, è giunto alle librerie. In libreria non si vendono più libri, a meno di essere votati all’estinzione come il dodo. In libreria si vendono oggetti di moda fatti di carta, una sorta di souvenir adatti soprattutto ai piccoli regali, oggetti non destinati alla lettura (almeno non oltre il primo capitolo) ma all’arredamento di tavolini e librerie, dai titoli che evocano sfumature di grigio, cucina cool per l’happy hour, dolcetti di cioccolato, architettura nel mondo, biografie VIP, 50 anni di Rolling Stones, le frivolezze del rock. La letteratura non esiste più e dunque non serve distribuirla. I libri in generale non vengono più scritti da un autore, ma da una redazione, un pool di ghost writers dopo un braistorming con il commercialista, e si lanciano sul mercato come oggetti di moda tramite il giusto salotto televisivo, per essere divorati il giorno successivo e infine digeriti, seppelliti e dimenticati.
Se la libreria è ormai per lo shopping, chi legge deve rivolgersi piuttosto all’acquisto per posta (su Amazon) o in elettronico (su kindle e apple store). In teoria nel formato e-book trovi tutto e sempre, anche di notte insonne nel tuo letto. In pratica invece almeno dalle nostre parti le case editrici non sono ancora convinte del mezzo virtuale, che bypassa la distribuzione controllata. Anche perché a guardarci bene per un libro venduto in digitale, la casa editrice a cosa serve? Senza doversi far carico della stampa su carta e della distribuzione, rappresenterebbe poco più di un pappone che in cambio di un piccolo anticipo all’autore affamato si tiene tutto il resto, compresi i diritti.
Scrivere un libro oggi è impresa dalle scarse prospettive, se non si conosce la persona giusta nell’ufficio giusto della casa editrice giusta. Senza la “conoscenza” non c’è più neanche la speranza di farsi leggere il manoscritto, figurarsi di vederselo stampare. Ma anche a libro stampato manca ancora tutto il percorso della distribuzione fino ai banchi della libreria e magari le vetrine: il distributore difficilmente si fa carico di acquistare una quintalata di pagine di uno sconosciuto da portare alle migliaia di librerie dello stivale. Preferisce lavorare sui titoli sicuri, quelli che vengono presentati da Fazio, e per il resto limitarsi agli ordini. Ma chi potrebbe ordinare un libro di cui non conosce nemmeno l’esistenza e perciò condannato all’oblio sin dalla nascita?
La distribuzione digitale permette di bypassare a basso costo questi ostacoli: pubblicare su kindle e su iPad è possibile, sia pure con qualche contorsione tecnica, ed un libro elettronico su amazon o su apple store non va esaurito e non deve essere trasportato. La promozione è lasciata alla creatività ed alla abilità dell’autore (e dell’editore elettronico), alla sua capacità di farsi notare su canali alternativi come il web, FaceBook, YouTube, i blog ed il passa-parola. Un vero percorso underground di contro-cultura, percorribile non per raccomandazioni ma per contenuti. Se si ha un messaggio, si troveranno le orecchie che lo ascoltino.
Certo per un autore avere in mano un proprio libro profumato della stampa della casa editrice importante è gratificante per l’ego. Ma le frustrazioni iniziano subito dopo averlo infilato in libreria ed aver regalato ai parenti e agli amici intimi le dieci copie messe a disposizione dall’editore. Il guadagno difficilmente va molto oltre l’anticipo e magari un primo assegno. Anzi, senza i bollini SIAE che certificano le copie vendute non ci va mai. Dopo un paio di mesi scompare dalle librerie, per non tornarci neanche quando ne trarrebbe giovamento, per esempio in occasione della recensione su un quotidiano, o per il tour del gruppo di cui nel nostro libro si parla. Un caro amico ha avuto un libro sugli Stones stampato da un grosso editore, e un paio d’anni fa per Natale era nelle vetrine della catena dei negozi di quel marchio. Ma già quest’anno in cui gli scaffali si sono riempiti di libri per i 50 anni della band di Jagger e Richard, il suo libro non c’era. Non è stato ristampato e lui non può farci niente, perché i diritti non sono nelle sue mani.
Io ho avuto stampati tre libri a cavallo del ’90, tre titoli di informatica per due prestigiose case editrici, oggi entrambe scomparse (e almeno della seconda, che mi ha pagato pochissimo, non sento affatto la mancanza). Poi, in epoca web, scrivo portando avanti da più di una decade una quantità di blog. Di recente ho acquistato un MacBook Air, ho caricato un programma adatto alla scrittura creativa e ho messo nero su bianco il titolo di quattro libri - ed almeno di tre non sono lontano dalla fine. Eleonora ha pubblicato negli anni duemila ben otto libri, molti dei quali sono già fuori catalogo. Ha già pronti nuovi titoli molto promettenti: un romanzo divertente sulle esperienze (le disavventure?) di tre ragazze italiane a Londra, un libro sulle donne del rock e un diario sulla propria esperienza (di certo fuori dal comune) nel mondo del rock. Siccome ha una forte creatività li ha anche battezzati con tre titoli che da soli sono garanzia di successo. Sebbene trovare un editore tradizionale sarebbe gratificante, stiamo immaginando di tentare una via più originale: farci da editori da soli, facendoci carico di tutta la parte relativa alla distribuzione, che non sarà certamente una passeggiata ma che ci vedrà assai più motivati di quanto lo possono essere degli estranei. Stiamo immaginando una casa editrice indipendente, una casa di autori. Una distribuzione in e-book attraverso tutti i canali di una certa presenza, come kindle, iPad e si valuterà quali altri. E anche una distribuzione cartacea  in un numero limitato attraverso canali di acquisto per posta (sto pensando naturalmente ad Amazon.it): oggi esistono stamperie on demand che non obbligano a ordinare diecimila copie da stipare in cantina, ma anche solo cento alla volta, per rispondere alle necessità momento per momento. La promozione avverrà totalmente via web, sfruttando FaceBook e la rete dei blog e delle riviste digitali dei tanti creativi che popolano la rete, un passa-parola di utenti di prim’ordine. Va da sé che il pubblico non è quello della TV della domenica pomeriggio, ma non è effettivamente a quelle persone che si rivolgono le nostre pagine, quanto piuttosto a quella generazione a cui manca la “contro-cultura” di una volta. Per esempio i born in the fifties, sixties e seventies che acquistano i dischi. Chi lo sa, da un successo “locale” magari si potrà trattare anche con qualche catena per una distribuzione più vasta: chissà se a Feltrinelli interesserebbe distribuire le nostre edizioni? Personalmente vedo più in la, perché la nostra mission non è di far soldi  vendendo saponette, ma stampare quei libri che noi stessi avremmo voglia di leggere. E allora quanti autori underground conosciamo a cui proporre questa via di distribuzione una volta rodata e oliata? Penso a Zambellini, a Vites e a tanti altri.
Gli ostacoli non mancheranno. Per esempio ci servirà almeno un grafico e un informatico, perché stranamente la strada per pubblicare un e-book è cosparsa di pietre (penso al magnifico Aldus PageMaker con cui era così semplice lavorare nei primi anni del desktop publishing, e mi domando perché non stia comparendo nulla di simile per agevolare questa nuova rivoluzione). Poi penso alla burocrazia fiscale nazionale: partite iva, commercialisti, dichiarazioni dei redditi, soldi che escono quando ancora non ne sono entrati - mentre i contributi se li pappano i truffatori legati ai partiti politici. Ma alla fine: you cannot win if you do not play! Se Woz e Jobs sono partiti finanziandosi con la vendita di una calcolatrice tascabile Hewlett Packard usata, beh, questa volta dobbiamo provarci anche noi…
È tutto? Non ancora, perché mettere limiti alla creatività? Si sa che le riviste sono in crisi e che vivono solo di contributi statali. Ma dove sono le riviste che a me piacerebbe leggere? Dove sono i Gong, i Muzak, le riviste della mia “cultura” che io non trovo, quelle che non parlano dei tre tenori o che non si riferiscono a Patti Smith chiamandola: “la poetessa del rock”? Magari un bel pool di quegli scrittori di Milano, di Torino, di Roma, di Palermo potrebbero essere interessati a provarci. E qualcuno potrebbe anche aver voglia di leggere una rivista, magari tutta elettronica, scritta con in mente il lettore e non i pubblcitari… Che dite, siete con noi? Siete con… (no, il nome della “casa editrice che non c’è” non posso svelarlo ancora…)

di Blue Bottazzi

domenica 11 novembre 2012

San Martino



La nebbia agli irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;

Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de’ tini
Va l’aspro odor de i vini
L’anime a rallegrar.

Gira su’ ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l’uscio a rimirar

Tra le rossastre nubi
Stormi d’uccelli neri,
Com’ esuli pensieri,
Nel vespero migrar.

(Giosuè Carducci)

Mia nonna abitava sulla pianura del Po, con tutta la famiglia Bottazzi. Con il nonno, di cui porto il nome, e lo zio, Giuseppe Bottazzi, non per caso omonimo del Peppone di Guareschi. Per mia nonna la parola sanmartino era sinonimo di trasloco. Perché in campagna, all’epoca della mezzadria, il contadino (che lei chiamava fittavolo) che lavorava la terra ma non la possedeva, poteva spostarsi da un podere all’altro solo aver concluso il ciclo naturale dell’anno, cioè dopo che ciò che era stato seminato l’anno precedente era stato raccolto ed utilizzato. Per molti versi il giorno di San Martino era il primo (o l’ultimo) giorno dell’anno solare. Un esempio di trasloco di San Martino è nel toccante film L’Albero degli Zoccoli dei fratelli Olmi, che si svolge per l’appunto nell’arco di un anno da un San Martino a quello successivo. Però il ricordo più vivo che ho di questa data risale alla mia infanzia, quando a noi bambini veniva somministrato un racconto che ha sempre provocato il mio stupore, se non un po’ della mia ingenua infantile indignazione. La storia che veniva raccontata a scuola o in chiesa, fino a che l’ho frequentata, era più o meno questa. C’era questo soldato romano, di nome Martino (nomen omen), che a cavallo incrocia un poveretto semiignudo che sta morendo nel freddo novembrino. A volte in alternativa Martino era un nobile, a volte già un santo, o almeno tale io dovevo figurarmelo dal momento che suppongo venisse presentato dal narratore proprio come “San” Martino. Comunque fosse, un notabile, un happy-few, un raccomandato, uno che piaceva alla dirigenza. Questo Martino vede il povero mezzo nudo (non tutto nudo che sarebbe stato sconveniente), si commuove, si cava di dosso il proprio mantello (che io a questo punto immaginavo un caldo ermellino) e con un preciso gesto di spada lo taglia in due. Metà lo consegna al povero perché si copra, metà lo tiene per sé perché comunque freddo fa freddo. Finisse qui, sarebbe un bel racconto, educativo, formativo, istruttivo. Ma qui avviene il fattaccio, uno dei tanti che avrebbe contribuito a far franare un giorno la mia fiducia nella costruzione. La povertà, il freddo, la sofferenza ci sta tutto, fa parte del modo in cui il mondo funziona. Il passo falso è questo: Dio, che è ovunque, ha visto il bel gesto di Martino, se ne commuove e lascia spuntare il sole a riscaldare un po’ la terra ed i suoi sofferenti abitanti. Non solo, a imperituro ricordo di quel gesto, da allora ogni anno all’inizio del mese di Novembre ci sarebbe stato un giorno di caldo, di sole, dalla gente chiamato l’estate di San Martino. Fine del racconto edificante, la morale è che la bontà paga e c’è un tornaconto nell’essere generoso. Ma a me i conti non tornavano neanche un po’: ma come, Dio non è neutrale, può intervenire per sedare la sofferenza e fare del bene. Ma se è così perché non ha allora fatto sbucare il sole prima dell’arrivo di Martino, per riscaldare l’ignudo e far cessare la sua pena? E già allora che c’è, perché io pensavo in grande, se è nelle sue possibilità, perché mai donare al mondo un’inverno gelido (o una canicola) quando potrebbe realizzare un’eterna primavera? La riposta l’intuivo: perché il povero non contava nulla, ma Martino era uno dei suoi, un raccomandato, un notabile, uno per cui creare regole ad-personam, uno che non gli piaceva veder soffrire.

Caino uccise Abele, Seth non sapeva perché
se i figli di Israele dovevano moltiplicarsi
perché uno dei bambini doveva morire?
Così lo chiese al Signore
e il Signore gli rispose:

"L'uomo che non significa niente per me  
meno dell’ultimo fiore di cactus
o dell’umile albero di yucca
Mi cercate nel deserto
perché pensate che io abiti li
è per questo che amo l’Umanità… 

”Signore, la peste è nel mondo
Signore, nessun uomo è libero
i templi che abbiamo costruito per Voi
sono crollati nel mare
Signore, se non vi prendete cura di noi
non potreste per favore almeno lasciarci vivere? "

E il Signore disse:

"Ho bruciato io le vostre città - quanto siete ciechi
vi ho preso i figli e voi dite quanto siamo fortunati
dovete essere del tutto pazzi per riporre la vostra fiducia in me
ecco perché amo l'Umanità
avete davvero bisogno di me
ecco perché amo l'Umanità "

(Randy Newman)

Detto questo, buon San Martino a tutti e vivano l'estate di San Martino, le nostre tradizioni ed il nostro lunario, come lo chiamava la nonna.